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Partecipazione ed emergenze sociali e climatiche

Bologna e la crisi delle città

La normalità della vita quotidiana induce a pensare che le città non “pesino” sulla realtà globale, mentre invece nelle città piccole e immense, è concentrata la gran parte dell’umanità che contribuisce in modo esponenziale, rispetto agli altri cittadini del mondo, alla gravità della situazione globale.

Parliamo di quella parte che consuma energia ed emette CO2 e gas climalteranti a livelli insostenibili per l’ambiente. Inoltre le città più grandi e potenti sono anche i luoghi dove si giocano i destini del mondo, si governano i conflitti di potere e le vicende geopolitiche e finanziarie globali, fino alle decisioni di guerra commerciale o militare per il controllo dell’energia fossile o delle materie prime essenziali per il futuro tecnologico di ogni Paese.

Ovviamente non tutte le città hanno questo ruolo globale, ma certamente ciascuna di loro concorre in misura diversa visto che, come il proprio Paese, dipendono dalla logica del PIL, dalla crescita economica infinita e dalla logica consumistica, ormai anche ludica e turistica. Inoltre i relativi cittadini non si sentono colpevoli di tutto questo, anche se inconsapevolmente ne sono coinvolti e corresponsabili.

Il caldo tremendo di questi giorni, come i tornadi e le alluvioni recenti, sono dovuti all’alterazione del clima per le emissioni di CO2 e di gas climalteranti prodotti dal nostro stile di vita, ovviamente differenziato dalla personale ricchezza e dal sistema economico e sociale dominante, capitalistico direi. Stile di vita che sta mettendo a rischio la sopravvivenza dell’umanità e di molte forme viventi sulla Terra: e non è pessimismo.

Se invece dei confini geografici si colorassero i territori con colori diversi sulla base delle emissioni di CO2 pro-capite, ci renderemmo conto delle coincidenze tra queste zone e le concentrazioni della ricchezza individuale e collettiva. Emergerebbe un mondo diverso da quello dei confini geografici, con la netta evidenza delle drammatiche differenze tra i Paesi poveri e quelli ricchi, con al loro interno la ulteriore distinzione tra le differenti condizioni di vita e le povertà esistenti, anche nelle stesse città.

Inoltre, se usassimo la stessa attenzione, in particolare oggi, alle ragioni geopolitiche delle tante guerre in corso, ci renderemmo conto che la maggior parte di esse si combattono, in modo diretto o indiretto, per il controllo delle fonti energetiche o delle materie prime necessarie per far fronte al crescente bisogno di energia per sistemi energivori dominanti, di cui le città sono il simbolo luccicante.

Una realtà drammatica per cui Papa Francesco, è giunto a parlare di “terza guerra mondiale a pezzi”. Così come è lo stesso Papa Francesco che con la sua Enciclica “Laudato Si’”, uno dei più importanti interventi sulla crisi climatica e sulle ragioni, ha denunciato le responsabilità di questo nostro sistema economico.

Analoga denuncia è venuta da Amitav Ghosh, scrittore e intellettuale indiano, che nei suoi libri collega la ricchezza della società occidentale al suo colonialismo denunciando la “cecità” dei nati nel suo benessere.  Cecità che nel difendere il loro status-quo impedisce alle persone di comprendere le ragioni e di farsi in parte carico delle ingiustizie sociali e climatiche che segnano questo tempo e che sono alla base delle migrazioni di interi popoli, in particolare verso nord, per il connubio tra “effetto serra ed effetto guerra”, che sta distruggendo il futuro dell’Africa e di tanti paesi poveri anche nelle Americhe e in Asia.

Noto tutto questo, ci sono città che non si pongono alcun problema, mentre altre cominciano a rendersene conto e ce ne sono tante altre che da tempo operano per ridurre l’inquinamento. Ma sono ancora poche quelle che possono vantarsi di avere invertito la tendenza riducendo in modo costante i consumi energetici e le emissioni di CO2 e gas climalteranti.

Queste diversità non sono casuali, esprimono anche il livello di cultura di cittadini e governanti in una spirale di parole e fatti che in generale non coincidono, anche per ragioni di consenso elettorale, con i programmi di riduzione delle emissioni decisi in sede internazionale, all’ONU o all’Unione Europea, se pur blandi rispetto alle necessità.

Le città, e quelle grandi in particolare, rappresentano i nodi centrali di una rete inquinante di cui hanno le maggiori responsabilità, pur avendo tutte le possibilità di informare i cittadini, grazie alle conoscenze tecniche e alle loro risorse economiche, per ottenerne anche il consenso e invertire la tendenza.

E’ del tutto evidente che essendo un fatto globale nessuna città potrà risolvere questo problema da sola, ma questa ovvietà non può essere usata come giustificazione per non fare nulla. Le città, grandi e piccole, in rapporto alle loro possibilità economiche, tecniche e scientifiche hanno il dovere di compiere scelte precise in tale direzione diffondendo periodicamente i dati tecnico/scientifici, le conoscenze e i progressi tecnici che possono permettere passi in avanti senza eccessivi sacrifici; anche adeguando coerentemente regolamenti comunali per l’applicazione delle norme più avanzate nei vari settori economici e sociali e diffondendo le esperienze e le sapienze emerse in altre città per superare la conservazione che caratterizza ogni realtà.

Non sono cose semplici da attuare, è evidente che si determineranno conflitti culturali e sociali: le scelte delle pubbliche amministrazioni saranno quindi decisive.

La questione centrale per contrastare il cambiamento climatico e per gestire l’adeguamento necessario è la partecipazione dei cittadini per diffondere la “cultura del cambiamento” e contrastare il negazionismo.         Il “paternalismo istituzionale”, cioè la scelta e la pratica di una gestione di questi problemi come fatto riservato a poche persone o ai vari stakeholder, nell’illusione che questo permetta di evitare tensioni, si sta sempre più dimostrando un grave errore perché diventa una “esclusione” delle persone coinvolte. All’opposto serve sempre più una pratica aperta di informazione e coinvolgimento diretto.

Su questa strada di dolore, Bologna si colloca tra le città “mediane”, cioè quelle che hanno condiviso gli orientamenti internazionali e che però operano con lentezza che a volte rasenta il cedimento, per l’eccessiva ricerca del consenso delle categorie che rappresentano la realtà produttiva, terziaria e sociale locale.

Già nel 1995 il Consiglio Comunale di Bologna approvò il Piano “URBAN CO2” nell’ambito dell’ICLEI, rete di città mondiali per ridurre le emissioni climalteranti. Un progetto che conteneva e già presentava le analisi delle emissioni, gli obiettivi e le scelte possibili settore per settore, sociale ed economico, per la riduzione delle emissioni al 2010: un Piano poi finito nei cassetti comunali.

Ancora oggi come allora, i dati tecnico-scientifici, se pur statistici, ci dicono che la grande parte delle emissioni delle città provengono dalla mobilità di merci e persone, dall’edilizia abitativa, dalla crescita del terziario, uffici e attività commerciali, oltre che dalla logistica e dalla diffusione dell’attività informatica e della potenza necessaria per i centri di calcolo. Serve la definizione di una “transizione energetica” per l’uscita dal fossile: compito che ci riguarda e che non possiamo scaricare sulle generazioni future.

Ovviamente ci sono tesi opposte: oltre alla cultura negazionista che rifiuta ogni evidenza scientifica, di cui Trump, Presidente USA, è un campione, c’è quella di coloro che pensano di risolvere la contraddizione tra l’alterazione del clima e l’attività umana con la lentezza degli interventi, senza rendersi conto che la ricerca e la tecnica sono molto più avanti di loro. Un esempio di questa nostra “conservazione climatica” lo ha fatto emergere la Ferrari presentando il suo nuovo bolide tutto elettrico: dimostrando che è possibile superare il motore endotermico al 2035, diversamente da Bonaccini, già Presidente della Regione Emilia-Romagna, che pensava di chiedere una deroga per la Ferrari e ridicolizzando l’ing. Montezemolo che, sconvolto dalla sparizione del “rombo dell’auto”, ha chiesto di togliere il “cavallino rampante”, simbolo della Ferrari.

È già dimostrato che la questione climatica e la transizione energetica determinano conflitti profondi in tutte le città. Bisogna quindi uscire anche a Bologna dalla logica “paternalista” tesa ad ascoltare in modo separato i vari interessi in campo per evitare confronti/scontri allo stesso tavolo su questioni così rilevanti. Questo metodo ha già dimostrato la sua debolezza perché non fa i conti con la “variabile tempo” sempre più drammaticamente decisiva; mentre la mancata diffusione dei dati anno per anno e settore per settore sulle emissioni di CO2 e sulle riduzioni ottenute o da ottenere con le scelte compiute mina la stessa credibilità degli obiettivi annunciati e demotiva i cittadini convinti. Si sente la necessità di una svolta netta: rendere pubblici i dati ambientalmente e climaticamente sensibili, positivi e negativi, per la loro conoscenza pubblica e aumentare le tensioni per l’accelerazione dei processi di cambiamento anche a Bologna.

Solo così si potrà avere una partecipazione pubblica, capace di parola e di intervento diretto.

Bologna 2030: neutralità climatica

Con una scelta importante e coraggiosa, il Comune di Bologna, con altre 100 città, ha aderito al progetto dell’Unione Europea per la “Neutralità climatica” entro il 2030.

Inoltre ha istituito la “Assemblea climatica cittadina”, un metodo innovativo per la partecipazione attiva dei cittadini, coinvolgendo 100 persone nella discussione preliminare per la riduzione del consumo energetico e delle emissioni di CO2 e di gas climalteranti e per la sostituzione dell’energia fossile con l’energia solare.

La lettura del documento conclusivo dell’Assemblea, oltre 70 pagine, evidenzia la serietà e la qualità del lavoro compiuto, delle analisi e delle proposte emerse nelle sessioni di discussione.

Emerge con chiarezza che quei 100 cittadini, scelti a sorteggio con logica statistica per rappresentare la composizione della città, hanno compiuto analisi e avanzato proposte in larga parte in sintonia o molto simili a quelle contenute nei documenti che i vari movimenti ambientalisti e la cultura scientifica per anni hanno prodotto, dimostrando così che la cultura ambientale a Bologna è molto consolidata e che quelle proposte erano già sui tavoli del Comune e della Regione. Anche questo dimostra che quel “paternalismo” nel rapporto tra Istituzioni e cittadini è un ostacolo: serve una piena espressione civica.

Il progetto per la “neutralità climatica” è andato avanti con la elaborazione del “Climate City Contract” che prevede di unire gli “attori principali”, cioè gli stakeholder dei settori economici e sociali, per concordare e definire impegni, funzioni e investimenti necessari per raggiungere l’obiettivo del 2030, con la necessità di misurare gli esiti previsti con metriche condivise, per valutare l’effettivo raggiungimento degli obiettivi.

Non ho dubbi che l’Amministrazione Comunale, anche grazie all’impegno degli assessori competenti, stia operando in tal senso anche con le altre città e con l’UE. Ma purtroppo manca un “Contratto con i cittadini” per una informazione periodica e un relativo confronto reciproco, ad esempio nelle sedi di Quartiere, per discutere ed eventualmente contestare il tutto: elemento essenziale per la partecipazione.

Ma cosa significa “neutralità climatica”?

A molti sembra un fatto atmosferico, altri la confondono con “zero emissioni”, che è molto di più.

Pochi sanno che la “neutralità climatica” si raggiungerà quando la somma delle emissioni di CO2 in un dato momento sarà uguale all’assorbimento della CO2 da parte degli alberi e delle tecnologie di assorbimento alla fonte, cioè nei luoghi di emissione, o direttamente dall’aria: tecnologie ancora lontane.

Quindi, per tradurlo in bolognese, si dovrebbero conoscere le quantità di emissioni e di assorbimento in essere all’inizio del progetto, per evidenziare lo scarto negativo tra emissioni e assorbimento, per definire le scelte da compiere al fine di ridurre lo scarto e giungere al suo annullamento, al 2030.

 Qualcuno l’ha chiamata la “strategia del salame”: ogni anno si “taglia una fetta” delle emissioni settore per settore, economico e sociale, industria, agricoltura, terziario e commerciale, oltre a edilizia e mobilità e attività ludiche e turistiche; così come ogni anno si dovranno piantare nuovi alberi per aumentare la massa arborea per assorbire le emissioni di CO2. Ecco con poche parole la “neutralità climatica al 2030”.

Mancano 4 anni, anzi 3 e mezzo, al 2030, a che punto siamo?

In altri termini quelle due “curve progettuali” si stanno avvicinando. Siamo nei tempi previsti per il 2030? Forse tutto funzionerà al meglio visto l’impegno dell’Assessora competente.

Ma il problema non è questo.

Bologna è una piccola città, poco o nulla sanno i cittadini. Non conoscono come devono cambiare le loro abitudini di vita per raggiungere questo difficile obiettivo: un comodo paravento ideologico dietro cui può prosperare il negazionismo o il menefreghismo, che determinano anche reazioni furibonde contro quelle che sembrano imposizioni di un potere lontano e ideologico. Anche coloro che condividono queste scelte, in mancanza di informazione e di un coinvolgimento responsabile si trincerano dietro una coltre difensiva.

Questa logica “paternalistica”, come la chiamo io, forse evita uno scontro culturale tra i suoi sostenitori e i suoi detrattori negazionisti, ma non aiuta certo alla consapevolezza diffusa del processo in corso, mentre fa apparire “strumentale” la protesta di gruppi di cittadini contro il taglio degli alberi.

Resta il fatto che sempre meno si parla di tutto questo, anche dell’obiettivo della “neutralità climatica”.

Il dibattito pubblico è concentrato sull’adattamento al cambiamento climatico. Siamo ormai al paradosso: con la crescita degli effetti del cambiamento climatico, cioè il grande caldo, le piogge e i tornadi mai visti prima qui da noi, tutte le energie, pubbliche e private, sono sempre più dedicate all’emergenza climatica mentre si dimenticano e non si affrontano le ragioni di tutto questo: si va verso il disastro.

E’ auspicabile che non sia così: mi auguro che all’opposto il Comune di Bologna sia capace di una reazione perché la “neutralità climatica” assuma un “ruolo primario e ordinatore” in tutte le scelte del Comune.

La “neutralità climatica” non è un fatto amministrativo per “stakeholder”. E’ un obiettivo dell’intera città e dovrebbe catalizzare un confronto, pubblico ed esplicito, tra interessi e visioni diverse o contrapposte, per una partecipazione motivata dei cittadini. Si pensi ai conflitti sul tram e sulla mobilità, sulla rigenerazione urbana, sull’edilizia e sul verde per porre al centro la qualità ambientale, il riciclo dei materiali e la riduzione delle emissioni di CO2. Solo questa “svolta partecipativa” nei prossimi anni potrà determinare un reale sostegno pubblico per raggiungere la neutralità climatica al 2030 a Bologna.

Bologna 30 Km/h: sicurezza climatica e personale

La notizia di “Bologna città a 30Km/h” ha bucato gli schermi, se ne è parlato ovunque.

Una notizia che è stata accolta in modo molto differenziato, sia tra i bolognesi che tra i cittadini di tutte le altre città, oltre che dal Governo del Paese che l’ha ritenuta inaccettabile, per ragioni ideologiche.

In Europa, invece, se ne parla da 40 anni e da decenni in tante grandi città, con un benessere più alto del nostro, sono già realizzate zone a velocità limitata, collegate da una rete di piste ciclabili che sono diventate una reale alternativa all’uso dell’auto in quelle città: un’altra vita meno caotica e rumorosa, più sicura.

Diradato questo polverone, leggendo la delibera approvata dal Consiglio Comunale si apprende che la scelta compiuta si riferiva solo a 14 ZONE A VELOCITA’ LIMITATA, se pur rilevanti.

Una vicenda incredibile: perché il Comune stesso, sostenuto dalla radicalità del Comitato ciclisti, ha permesso questa confusione che gli si è ritorta contro? Francamente non ho capito e condiviso una tale radicalità che fatico a trovare in altre scelte altrettanto rilevanti e che ben la meriterebbero.

Inoltre, quel giusto provvedimento deliberativo era basato su due presupposti: il controllo sulla strada dei vigili urbani con l’avviso a debita distanza della loro presenza e l’adesione dei cittadini che, pur in quella confusione, è stata molto più elevata di quanto si potesse pensare.

Resta comunque il fatto che, pur dopo il ruolo nefasto del Governo e la sentenza del TAR che ha imposto la riscrittura di quella delibera, la limitazione dei 30 Km/h è tornata in vigore in quelle 14 zone, ma è facile verificare che l’adesione attuale è molto bassa.

Comunque, i dati evidenziano un significativo successo nella sicurezza delle persone su strada per la maggiore attenzione che si è determinata. Un analogo effetto non si è determinato per la riduzione dei consumi energetici e delle emissioni di CO2 e dell’inquinamento atmosferico, i dati lo confermano.

In pari tempo, non si andrà certo nella direzione delle riduzioni necessarie per la “neutralità climatica”.

Tornando alle città europee più avanzate, è facile constatare che nelle loro “zone a velocità limitata” non ci sono solo “bolloni” e cartelli che indicano tali limitazioni come a Bologna, ma che in quelle zone la mobilità è stata ristrutturata ed è quasi impossibile andare più veloci.

Non si potrà contare sui vigili urbani e sulle multe per garantire il raggiungimento degli obiettivi immaginati.

Bensì servirà un paziente lavoro di ridisegno di strade, piazze, soste e parcheggi, per ridurre la velocità e mettere in sicurezza pedoni e ciclisti. Inoltre, queste ristrutturazioni fisiche renderanno possibile la riduzione delle emissioni per contribuire al raggiungimento della “neutralità climatica”, altrimenti sarebbe altra cosa.  

Un lavoro di progettazione e realizzazione che dovrà realizzarsi con il confronto preliminare con i cittadini e gli operatori delle rispettive zone per parlare delle loro esigenze nel contesto degli obiettivi generali.  Difficile non c’è dubbio, ma non vedo alternative, se non conflitti distruttivi o la rinuncia a tali obiettivi.

Comunque gli esempi delle altre città europee possono essere di grande utilità, dimostrando che l’esito di quei lavori hanno riqualificato l’intera città e che lo spazio in quelle zone ridisegnato con sapienza tecnica e civile ha reso molto più belle e funzionali quelle zone, senza troppi sacrifici con un vantaggio per tutti.

Mancano 4 anni al 2030, penso che possano essere utilizzati per coinvolgere i cittadini di quelle 14 zone per “trasformarli” in partecipanti attivi al processo di cambiamento delle loro zone di vita e lavoro.

Il tram cambia la città e i cittadini

Il tram è atteso da anni: dal progetto Donati/Vitali del 1999, poi affossato dalla Giunta Guazzaloca.

Da mesi Bologna è sconvolta dai cantieri per la realizzazione di due linee, la rossa e la verde che passando per il centro uniscono le periferie di Borgo Panigale, Corticella e San Donato, per giungere al Pilastro.

Nel prossimo mandato amministrativo è prevista la realizzazione di un’altra linea per toccare altri punti della città, così come è sperabile che si giunga al completamento del Servizio Ferroviario Metropolitano (SFM) al fine di determinare una svolta decisiva per il futuro dell’intera Città Metropolitana di Bologna.

E’ del tutto evidente che tutto questo determinerà la completa riorganizzazione del trasporto pubblico con un nuovo intreccio tra bus, tram e ferrovia locale del SFM determinando un salto di qualità notevole sia per la maggiore puntualità e comodità dei tram, sia per la  riorganizzazione dell’intera rete con la riduzione dei bus che passeranno per il centro storico e la loro sostituzione con bus elettrici (stendiamo un velo su quelli a idrogeno, penso decisi quando sembrava una scelta fondamentale). Questa sostanziale modifica della mobilità pubblica, intrecciata con le piste ciclabili da qualificare e completare, dovrebbe favorire la mobilità delle persone senza l’utilizzo di mezzi privati inquinanti, riducendo il caos urbano, il rumore, l’inquinamento atmosferico e le emissioni di CO2. Tutto questo sarà decisivo per raggiungere la “neutralità climatica”.

Certo ci sono state molte proteste per i lavori, anche durissime contro il tram in quanto tale, ma penso che il Comune debba fare tesoro e valorizzare la sensibilità civica dimostrata utilizzandola per la riorganizzazione del TPL e della mobilità urbana: non dovrà essere un “fatto privato” di TPER.

Saremo di fronte a una occasione imperdibile: il Comune, anche tramite i Quartieri, dovrà essere il punto di riferimento di ogni discussione e delle decisioni conseguenti per la elaborazione della nuova rete del TPL con al centro l’intreccio delle linee, le zone di interscambio, le nuove fermate e loro comodità di fronte al sole cocente e alle piogge, avendo sempre come obiettivi  l’efficienza e l’efficacia del TPL e la riduzione delle emissioni di CO2 della mobilità complessiva, pubblica e privata.

In questo senso, andrebbe potenziato il personale tecnico e il ruolo dell’agenzia pubblica metropolitana (SRM-Società Reti e Mobilità), che avrà il compito di elaborare il piano tecnico per l’appalto del servizio di TPL (tram e bus) e agire con autonomia, competenza e celerità nel controllo del Gestore del TPL (oggi TPER).

In questo senso, anche per rafforzare questo suo ruolo autonomo rispetto al gestore, va costituito un nuovo e democratico “Comitato degli utenti” alternativo al simulacro del passato nominato dai dirigenti di SRM per non infastidire TPER. Pertanto, il nuovo Comitato dovrà essere eletto e rappresentare gli abbonati, almeno annuali, convocati in assemblea dall’agenzia per un controllo sociale del servizio con la possibilità di confronto diretto con il gestore e la possibilità di sollecitare i controlli dell’agenzia stessa.

Il tram incide anche sull’urbanistica.

In passato c’era chi sosteneva l’idea che il tram avrebbe svalutato il valore delle proprietà abitative dei cittadini: come si sa sta succedendo il contrario.

Pochi giorni fa abbiamo appreso che il tram ancora in costruzione ha stimolato alcuni “facilitatori immobiliari” ad attivarsi per cogliere l’occasione presentando un progetto di “rigenerazione urbana”, “Arcipelago Navile”, che comprende alcune aree degradate e in disuso per costruire nuove abitazioni.  

Come già avvenuto in altri Paesi, il tram valorizza gli immobili con l’aumento delle rendite di posizione.

Come tutte le novità, si veda il turismo nel centro, anche il tram determinerà la tentazione dei privati di cogliere l’occasione per accrescere la rendita dei loro appartamenti, uffici e negozi vicini alla rete del tram. Un aumento prodotto non dalla loro abilità imprenditoriale ma dalla realizzazione di un’opera pubblica.

In altre città europee questi cambiamenti di valore della rendita di posizione sono tassati in modo diretto e reversibile di fronte, per esempio, allo spostamento di una fermata.

In Italia non abbiamo molti strumenti ma certamente non si può fare finta di niente: già la conoscenza dei fatti da parte del Quartiere e la loro discussione pubblica permetterebbe una prima valutazione reale.

Per quanto riguarda quelle aree, come di altre già avviate, il Comune dovrà verificare se le norme edilizie e urbanistiche sono adeguate alla gestione degli eventuali effetti negativi sulla comunità locale e sulla città.

Penso anche che questa “prima occasione” per l’effetto tram ponga molte questioni già emerse in altre occasioni di “rigenerazione urbana” che hanno determinato polemiche non indifferenti sui “mostri urbani”.

Questi sono “interventi rilevanti” per il territorio di Corticella e del Quartiere Navile: interventi che richiedono forme nuove di partecipazione diretta dei cittadini per affrontarli nell’ottica di contribuire alla definizione degli obiettivi di qualità pubblica da raggiungere prima della loro definizione progettuale.

Ritengo che questo possa essere un “caso di studio” da approfondire in tutti i suoi aspetti per il futuro.

Sono quindi rimasto “basito” dopo avere letto nella Delibera della Giunta che viene delegata ai “facilitatori immobiliari” la “consultazione dei cittadini” da farsi nei 30 giorni dalla firma dell’accordo con il Comune.

Non capisco e non accetto l’idea che il Comune e il Quartiere Navile rinuncino al ruolo di rappresentanti dei cittadini e che deleghino questa funzione pubblica a privati interessati solo al valore del loro immobile.

Non si tratta di limitare il diritto dei privati, bensì di affermare il ruolo pubblico nella gestione della città.

Penso quindi che il Comune dovrebbe coinvolgere direttamente i cittadini con una forma di “confronto permanente” per valutare gli effetti che questi interventi di trasformazione determinano sul contesto urbano, sia positivi che negativi, per valutarli anche sul piano normativo esistente, per migliorarlo.

Inoltre, penso che questo caso potrebbe essere utilizzato per studiare la “catena della rendita” che si determina su quelle aree e più in generale sui valori immobiliari e sugli affitti di abitazioni e negozi.

In pari tempo, sarebbe utile studiare la “catena della rendita” valutando il valore delle aree in oggetto prima dell’arrivo del tram, il costo di decontaminazione, il costo di costruzione degli edifici comprensivi degli oneri a metro quadrato in rapporto con il corrispondente “prezzo di vendita al mq”.

Non si tratta di una “ingerenza fiscale”, bensì di uno studio sulla differenza tra il “giusto profitto industriale” e il peso della “rendita urbana” incamerata nel valore delle aree, accentuata dall’arrivo del tram.

Potrebbe essere un “caso di studio” per l’Ufficio comunale apposito e indispensabile, che spero sia già costituito o che venga presto insediato, per continuare a valutare direttamente e caso per caso il peso dei costi e le potenzialità reddituali, oltre il giusto profitto industriale, per tenerne conto nella contrattazione urbanistica per i progetti di “rigenerazione urbana” per tradurre una parte della rendita ricavabile in oneri per realizzare opere “aggiuntive” finalizzate alla qualità della città pubblica.

Sarà una questione molto complessa, ma penso che sia indispensabile provarci, anche facendo leva sulla partecipazione dei cittadini dell’intorno.

Rigenerazione urbana? Servono urbanistica e partecipazione dei cittadini

Rigenerazione edilizia e rigenerazione urbana sono concetti che hanno effetti diversi su città e ambiente.

Sarà fondamentale prendere consapevolezza di come la rendita abbia “cambiato spalla al fucile”.

L’esempio può essere anche infelice ma il senso è chiaro: la rendita ha cambiato pelle, resta qualche spicchio per la “rendita sui terreni”, per la loro trasformazione in logistica, mentre il business si è traferito in città, o meglio dal cuore delle città verso la periferia con processi di trasformazione urbana ed edilizia.

Alla fermezza contro il “consumo di suolo”, oggi e ancora più domani, deve corrispondere una nuova attenzione alla gestione delle trasformazioni urbanistiche ed edilizie della “rigenerazione urbana”, anche incattivita per la carenza di finanziamenti pubblici e di strumenti dei Comuni per l’edilizia sociale e popolare. Inoltre questa situazione è talmente grave che i Comuni rischiano di dover trasferire all’esterno funzioni pubbliche che erano in passato di loro competenza, per progettazione, controllo e partecipazione. 

Per i tanti esempi di stravolgimenti urbani visti in Italia, i cosiddetti “mostri urbani”, si pone il problema di norme adeguate, nazionali, regionali e locali per affermare il ruolo di indirizzo e il controllo dei Comuni, con il pieno coinvolgimento dei Quartiere e dei cittadini del territorio in cui si interviene, anche per affermare l’interesse pubblico a fronte di una “logica di rendita” sempre più aggressiva.

La situazione è ancora più drammatica se si pensa al “Piano Casa” elaborato dal ministro Salvini (decreto-legge n.66/2026  approvato con voto di fiducia in entrambi i rami del Parlamento e convertito in legge dal 1° luglio) in cui sono previste anche forme di commissariamento dei Comuni per agevolare i “grandi interventi immobiliari e finanziari nei centri urbani e nelle aree di proprietà statale”, “rubate” ai cittadini che da anni speravano in un loro utilizzo pubblico, come polmoni urbani al servizio della città.

La scelta è la solita, o si accetta o si contrasta questa logica di estrazione di valore dalle città a vantaggio della rendita finanziaria globale che porterà a un nuovo disegno di classe nelle città. L’accentuazione della rendita urbana avrà effetti diffusivi decrescenti dal centro verso le prime periferie con l’espulsione delle persone e delle funzioni più deboli, lavoratori, pensionati, artigiani e negozi di vicinato sempre più lontano dal cuore della città.

C’è anche chi risponde: “E’ il mercato, bellezza”. Ma il mercato non è un fatto naturale, lo stato democratico dovrebbe avere le leggi per regolarlo e contrastare le speculazioni e la rendita capestro: basta volerlo, o meglio basta che prevalga la maggioranza di chi intende contrastare quelle logiche tremende e disumane.

E’ obbligatorio che funzioni così?

E come si fa a rispondere in modo diverso, affermando qui da noi “principi antichi” come l’Urbanistica riformista del maestro Campos Venuti, integrate con le urgenze al contrasto del cambiamento climatico?

Penso, pur non essendo un “tecnico”, che dopo questi primi ma chiari annunci diventi necessario un sussulto dei Comuni per assumere un ruolo di guida nelle trasformazioni urbane, proponendo delle modifiche adeguate alla Legge regionale 24/2017 nella parte della “rigenerazione urbana”, con particolare attenzione all’art. 35, per riassegnare al Comune il diritto di definire gli indici di edificabilità delle aree, tenendo conto del contesto e degli obiettivi generali della zona urbanistica in cui esse sono inserite, PRIMA dell’avvio della contrattazione con i privati su loro aree, superando la logica del sito per sito.

Inoltre, proprio per queste ragioni penso che i Comuni nei piani di trasformazione urbane, come nei siti di rigenerazione urbana, non possano dimenticare le aree per l’Edilizia Residenziale Pubblica (ERP).

Per questo trovo inconcepibile il silenzio tombale sugli alloggi ERP.

E’ noto che il Governo Meloni non ha mai finanziato i Comuni per l’ERP, ma proprio per questo mi sarei aspettato una forte reazione politica, facendo anche degli accordi sulla rigenerazione una occasione per denunciare questa grave responsabilità del Governo, motivando anche in questo senso le ragioni per cui in quegli accordi si parla solo di ERS, Edilizia Residenziale sociale dedicata in locazione per alcuni anni al “ceto medio”, cioè a coloro che non sono in grado di pagare affitti alti, pur non potendo partecipare ai bandi ERP.

Proprio per queste ragioni, penso che il Comune di Bologna dovrebbe decidere di riservare aree per le case popolari ERP nelle zone di espansione urbana da lasciare vuote in attesa dei finanziamenti del Governo.

Se così non fosse sarebbe una grave responsabilità verso l’espulsione dei ceti popolari e delle funzioni povere dalla città: oggi si chiama “gentrificazione” ed è una pratica che favorisce la rendita urbana.

Per chiudere questo ragionamento, ricordo che il Piano Cervellati per il centro storico di Bologna aveva l’obiettivo opposto alla rendita. Quel Piano urbanistico si basava sulla realizzazione in centro storico di alloggi ERP ristrutturando edifici pubblici e acquistati e realizzandone di nuovi nelle aree libere espropriate. Sarebbe tragico se il Comune di Bologna in questa fase di scontro sui destini delle città, dimenticasse la sua storia urbanistica, democratica e civile che puntava alla miscela sociale urbana, contro le zone per ricchi.

Come prima ricordavo, oggi è necessario che i Comuni operino per la giustizia sociale e climatica urbana.

L’emergenza climatica chiede all’urbanistica di fare un salto di qualità: definire il progetto di cambiamento radicale delle città per ridurre le emissioni climalteranti, sia dirette che indirette, anche nell’edilizia.

Norme e regolamenti devono avere gli obiettivi delle “TRE ZERO”: zero energia fossile, zero emissioni, zero rifiuti. Non mancano le conoscenze e le tecnologie per raggiugere questi obiettivi: occorrono scelte coerenti delle Regioni e dei Comuni, in attesa di Governi nazionali coerenti con le direttive UE.

Fa sorridere, per non dire altro, che nei regolamenti urbanistici ed edilizi l’idea dell’edifico “nZEB”, cioè a energia quasi zero non sia reso obbligatorio; così come fa indignare il “premio del 10% di volume in più” riconosciuto ai costruttori che con la “rigenerazione urbana” realizzano edifici coibentati che raggiungano un livello di emissione di CO2 che in altri Paesi europei sono obbligatori. Questo è ancora più grave quando i nuovi edifici sono frutto dell’abbattimento e dell’intera ricostruzione: perché questa “regalia” che premia la rendita non viene trasferita agli acquirenti per ridurre il costo degli appartamenti?

Così come non si può più accettare che negli edifici vengano lasciate le “caldaiette” a metano, un gas più pericoloso in atmosfera della CO2, quando oggi è possibile evitarle con il solare e le pompe di calore.

Inoltre, sulla stessa questione della coibentazione il Comune deve essere rigoroso: vanno rifiutate tutte le tecnologie di coibentazione interna ed esterna con prodotti che hanno origine fossile. E’ molto triste, se non vergognoso, vedere che in molti edifici ERP della Bolognina ci sono dei cappotti con polistirolo espanso, anche fatto male visto che c’è chi si diverte a bucarlo con le dita: perché Acer si comporta così?

Non solo questo è decisivo per la riduzione del consumo energetico, sia per il riscaldamento invernale che per il raffrescamento estivo, ma è necessario che i materiali che oggi si usano per le costruzioni siano tutti riciclabili quando quegli edifici saranno da abbattere.

Partecipazione: una opportunità per rafforzare il ruolo dei Comuni

Tempo fa lessi un articolo sulla partecipazione a Bologna del dott. Morini, imprenditore bolognese.

Una persona che non conosco, ma fui colpito dalla sua lucida analisi sul “Cantiere Bologna” sui limiti della partecipazione a Bologna. Con poche pennellate dipinge la realtà: “percezione crescente di distanza tra i cittadini e chi governa la città”, per poisollecitare il Comune a una “partecipazione effettiva” che superi la “logica dei tavoli formali”, con l’invito al Comune ad “avere il coraggiodi affrontare ciò che oggi spaventa e divide”, convinto che la nostra “comunità bolognese sia pronta a partecipare… ma vuole che sia reale, non un esercizio formale” concludendo con l’auspicio di un “patto rinnovato di fiducia” tra Comune e cittadini.

Anch’io partecipai con questo auspicio all’incontro con il Sindaco Lepore per la “Riforma dei Quartieri e della Partecipazione”, sperando che si volesse rimuovere la “polvere” che si sta accumulando sulla storia partecipativa bolognese, sperando nella volontà di fare un “balzo in avanti” rispetto al passato. Speravo ci fosse la volontà di riconoscere ai cittadini il diritto di chiedere al Quartiere “l’istituzione di un processo partecipativo”, regolato e definito nei tempi, perché fossero informati per concorrere al pari di altri interessi nella discussione su nuovi “interventi rilevanti” nel territorio, sia pubblici che privati, urbanistici ed edilizi, evitando così che i cittadini vengano a saperlo quando le decisioni già sono state prese, scatenando solo rabbia.

Convinto di questa necessità ho ritenuto opportuno sostenere e contribuire alla proposta del Sindaco presentando in tal senso una proposta di modifica dello Statuto e del Regolamento della Partecipazione.

Non si può certo dire che a Bologna non si parli di “partecipazione”. Se ne parla tanto e in modi così diversi che ormai la parola ha perso il suo significato originario: vuol dire tutto e il contrario di tutto.

A Bologna, come si ricorderà, Decentramento e Partecipazione hanno radici lontane. L’apice del confronto e dello scontro fu nel 1956 quando Giuseppe Dossetti, candidato della DC a Sindaco di Bologna, presentò il “Libro Bianco” che proponeva una comunità fortemente partecipata basata su piccoli Quartieri. La DC non vinse le elezioni ma l’idea, grazie all’iniziativa del Sindaco Dozza e della Giunta di sinistra, comunisti e socialisti, fu raccolta e il Consiglio Comunale in modo unitario avviò una esperienza che fu tra le più avanzate d’Italia. Il “decentramento amministrativo” e la “partecipazione dei cittadini” furono i due poli di quell’esperienza, poli che variarono di intensità e nelle relazioni reciproche nel tempo.

In quegli anni i Comuni si battevano per affermare il loro ruolo nel governo del proprio territorio e i Quartieri, tramite la partecipazione, furono protagonisti di quella battaglia per regolare l’espansione urbana e dotare la città di una rete di servizi per la qualità urbana, contrastando la speculazione edilizia.

Anche quelli erano anni di duro “conflitto” sociale e politico e in tale contesto l’esperienza bolognese rappresentò un importante “fatto democratico”, coerente con i Principi della Costituzione, e in particolare con l’art. 3, anche grazie al ruolo dei Partiti di allora, ruolo oggi molto diverso, per non dire altro.

Ad esempio ricordo la vicenda dell’attraversamento dell’Alta Velocità a San Ruffillo e il ruolo decisivo avuto dai cittadini e dal loro Comitato per cambiare il tracciato ferroviario salvando alberi storici, contribuendo in modo decisivo, come altri Comitati lungo la linea, ad ottenere il passaggio in sotterranea in città.

Ovviamente le cose sono cambiate nel tempo. Allora l’espansione urbana e le nuove costruzioni avvenivano ai confini della città e la discussione era sulla quantità e la qualità del verde e dei servizi pubblici e sociali.

Oggi le trasformazioni urbane, sia pubbliche che private, avvengono dentro la città, in aree già edificate ma degradate o dismesse, nell’ambito di zone abitate e consolidate. Rispetto al passato questo determina “conflitti di tipo nuovo”, cioè tra gli interessi dei costruttori e quelli consolidati dei cittadini e delle attività attorno: conflitti che richiedono l’attenzione del Comune, sia nella fase di progettazione che di attuazione.

Sono conflitti che a volte vengono confusi con le polemiche politiche, ovviamente lecite, ma il problema non si risolve con le urla dei cittadini o con la freddezza tecnica del decisore pubblico.

I conflitti urbani non sono frutto della perfidia delle persone. In tutte le città sono in atto trasformazioni tese ad aumentare il prelievo della rendita urbana, determinando un nuovo tipo di conflitto urbano.

Lo stesso concetto di “bene comune” è oggi oggetto di forti discussioni tra visioni diverse sul futuro delle città, sulle questioni sociali e climatiche. In questo contesto, lo stesso ruolo dei Comuni, sempre più deboli per carenza di leggi e di risorse adeguate, rischia di essere travolto se non si punta all’espansione della democrazia attiva e partecipata per affermare l’interesse generale.

Al di là delle questioni di merito, oggetto di altre considerazioni, il metodo con cui si decide su questioni controverse ma rilevanti per la città dovrebbe essere al centro delle riflessioni per rilanciare il ruolo dei Quartieri e della partecipazione, indispensabile per avere cittadini consapevoli e attivi per il bene della città.

Anche oggi come in passato, la “democrazia” non è separabile dal “conflitto”, e viceversa.

La partecipazione è uno strumento democratico per affrontare i conflitti, per raccogliere indicazioni e proposte, più o meno regolate, che concorrono alle decisioni che competono alle Assemblee Elettive. 

Non si può certo sostenere che il Comune di Bologna non preveda la partecipazione.

Anzi, il Regolamento Comunale è pieno di possibilità partecipative ma non corrispondono a questi tipi di conflitti, sia per la loro complessità, sia perché non sono utilizzabili rapidamente. Proprio per questo è nata in Comune “l’ideologia dell’ascolto dei cittadini”, fino a confonderla con i “processi partecipativi”.

Questo ha portato all’incontro organizzato del Sindaco con i cittadini, importante ma per altre evenienze, così come le assemblee pubbliche generiche, convocate in vario modo ma senza la preparazione necessaria, che non sono più ritenute credibili se vengono citate a sostegno delle scelte compiute dal Comune perché non si concludono con documenti condivisi e sono quindi “opinabili”.

Anche le modalità decise dalla Giunta per il coinvolgimento dei cittadini nella rigenerazione dell’Arcipelago Navile, citato precedentemente, si dimostrano inadeguate rispetto alla domanda di partecipazione che oggi risuona a Bologna. L’esempio dell’intervento di rigenerazione urbana, “Corticella 190”, sempre al Quartiere Navile, per la costruzione di oltre 70 appartamenti fa crollare ogni illusione sulla metodologia prevista dal PUG di Bologna. Infatti, il “processo partecipativo” avviato dopo un’assemblea generica di informazione si è tradotto in un questionario sul sito dei progettisti, non del Comune, con domande già compilate a cui i cittadini dovevano rispondere con una crocetta per decidere se erano meglio le panchine o i dondoli, o altre amenità del genere, per “favorire i fruitori dello spazio pubblico” che contorna i tre palazzi, guarda caso rappresentati da tre rettangoli grigi senza profili architettonici e dimensioni.

Non nego la mia delusione, non mi aspettavo una cosa del genere.

Ritengo che vada tutto cambiato, che il Comune si assuma la responsabilità diretta del confronto con i cittadini, in forme regolate e paritarie che si concludano con un documento del “tavolo partecipativo” coordinato da una “persona terza” rispetto ai partecipanti  a quel tavolo. Tavolo dove tutti dovranno essere in possesso dei materiali di valutazione e di uguali informazioni. Il “documento” che alla fine sarà approvato dovrà essere inviato al Consiglio Comunale, o di Quartiere, e in quella sede potrà essere approvato o respinto, in toto o in parte, dandone motivazione pubblica insieme alle sue decisioni finali.

Senza “svolta partecipativa” reale si rischia di cadere nell’alternativa della “logica decisionista” (mi hai eletto, decido io) oppure la “logica paternalistica” (mi hai eletto, ti ascolto, fidati). Se si continua così non si esce dalla crisi partecipativa di Bologna di cui ha parlato il Sindaco proponendo di lavorare per la “Riforma dei quartieri e della partecipazione”: spero se ne renda conto.

Serve infatti una decisone politica precisa per rivolgersi direttamente ai cittadini ponendosi il problema del come intrecciare, in modo distinto e chiaro, la democrazia rappresentativa, la democrazia partecipata e la democrazia diretta, riconoscendo ai cittadini la possibilità di incidere sui processi decisionali, in modi regolati e in tempi definiti, prima che le istituzioni assumano decisioni definitive su questioni locali rilevanti.

Si tratta di riconoscere ai cittadini il diritto di richiedere un “processo partecipativo” e di essere protagonisti nella discussione che nasce dalle loro richieste: un diritto che deve essere finalmente riconosciuto dal Comune di Bologna per rilanciare la credibilità della partecipazione, e fors’anche del Comune stesso.

Inoltre, i cittadini dovrebbero poter richiedere lo svolgimento regolato di forme di democrazia diretta tramite il riconoscimento della “clausola di cedevolezza” prevista dall’UE.

In sostanza il Quartiere potrebbe, nel caso di scelte locali limitate e regolate, riconoscere ai cittadini riuniti in un’assemblea ben definita, di “decidere al posto dell’istituzione”: cioè le loro decisioni verranno assunte in toto dal Consiglio di Quartiere, come fosse la sua.

Sono esperienze che andrebbero accolte almeno come sperimentazione. Sarebbe un segnale importante verso il futuro mandato come espressione di una volontà reale di fare passi avanti.

Ci sono tante altre possibilità e tante altre idee positive da raccogliere. Bisogna liberarsi dall’idea che il confronto con i cittadini ridimensioni il potere proprio degli eletti. Io penso che i Consiglieri Comunali e di Quartiere eletti dai cittadini debbano sapere che non hanno un mandato fiduciario quinquennale, bensì che hanno un compito di rappresentanza che si invera giorno per giorno sulla base della reciproca fiducia, se e in quanto le “leve decisionali e le regole di ingaggio” sono nelle mani delle Istituzioni elettive.

La fiducia nasce dal fatto che tutti i poteri privati, dei cittadini e dei potenti, hanno il medesimo diritto di partecipare alle scelte che sono di competenza degli eletti, in generale prima delle decisioni istituzionali.

In Copertina: Foto di Marco Grosso su Unsplash

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