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Oltre il Muro. Dal PCI al PD

  1. Che il Muro potesse crollare non era messo nel novero degli avvenimenti possibili nelle discussioni che si svolgevano all’interno del Pci. Il tentativo di Gorbacev, alla fine degli anni Ottanta, alimentò l’illusione che, accanto alla socialdemocrazia potesse prendere corpo una versione democratica del progetto comunista in grado appunto di mantenere una distinzione rispetto all’approdo socialdemocratico. La perestrojka fu intesa come la dimostrazione che il sistema sovietico fosse riformabile. Ecco perché non si avvertì che il Muro stava per crollare. Né fu fatto uno sforzo per far intendere ai militanti e a parte dell’elettorato come stessero veramente le cose. La richiesta di buttare giù il Muro l’aveva rivolta Ronald Reagan a Gorbačëv nel corso della sua visita a Berlino pochi anni prima. L’ultimo segretario del Pcus, infine, il Muro lo avrebbe lasciato crollare.
  2. Noi comunisti italiani eravamo convinti di essere una cosa diversa. Cosa avevamo da spartire con quei satrapi dell’Est? Noi eravamo il partito di Antonio Gramsci. Potevamo resistere e reagire dinanzi alle “repliche della storia”. Coltivammo a lungo una tale convinzione. In realtà, il tempo delle riforme dall’alto promosse dalle classi dirigenti più avvedute e coraggiose dell’Est, si era consumato con la tragedia di Budapest del 1956 e con quella di Praga nel 1968. In Polonia, dalla fine degli anni Settanta aveva preso corpo un movimento di massa che “dal basso” erodeva ormai le basi del regime.Con “l’evento inaudito” del crollo del Muro nel novembre del 1989 anche per un partito che non era stato una variante nazionale del comunismo sovietico ma una forza radicata nella realtà del Paese, si poneva il problema di una profonda trasformazione. Non ci si poteva più chiamare comunisti.
  3. Il 14 novembre 1989, in una lunga riunione di Direzione, Achille Occhetto pose la questione del cambiamento del nome, annunciò la convocazione di un congresso straordinario che avrebbe dovuto decidere l’avvio del processo costituente di una nuova forza politica che avrebbe aderito all’Internazionale socialista. La riflessione di Achille muoveva dalla consapevolezza che l’originalità politica e culturale della esperienza del Pci non era più sufficiente a dare capacità espansiva alla sua politica. Occorreva una soluzione di continuità. Di fronte alla proposta di Occhetto problemi ed ostacoli emersero subito. Turbamenti e sofferenze nella base del partito. Dissensi annunciati di Ingrao, Tortorella, Cossutta, Magri. Acrobazie da parte di alcuni per caricare di spirito antisocialista la costruzione della nuova forza politica.  C’è da riconoscere ad Achille Occhetto, il quel drammatico frangente storico, determinazione e coraggio. Achille indicò una prospettiva politica a settori della società italiana che si erano riconosciuti nelle battaglie politiche e sociali condotte dal Pci, attenuò il rischio di una disgregazione delle forze che avevano avuto il Pci come punto di riferimento nella loro esperienza politica e culturale.
  4. Sarebbe stato possibile anni prima compiere la scelta cui si giunse solo quando il mondo sovietico era crollato?  Il Pci viveva tra la sua scelta storica per il 1917, data considerata periodizzante nella storia del mondo, e la sua azione concreta nella società nazionale. Il suo “riformismo pratico” si accompagnava tuttavia ad una persistente negazione ideologica del riformismo come visione e prospettiva e dal non meno ideologico ancoraggio a un orizzonte rivoluzionario di superamento del capitalismo. In ciò stava la doppiezza del Pci, il “lato tragico della sua storia”. La verità è che il Pci non poteva trasformarsi in una socialdemocrazia se non perdendo la ragione sociale della sua nascita. Una ragione sociale che non aveva più senso rivendicare nel 1989 quando il mondo da cui essa traeva origine si dissolveva. La riprova stava nella coincidenza tra conclusione della storia del Pci con la fine dell’Unione sovietica: simul stabunt, simul cadent. Di qui la necessità storica della svolta promossa da Occhetto.
  5. I miglioristi, questo il loro merito, avevano colto da tempo la necessità che il Pci assumesse sempre più i caratteri di una forza ”parte integrante della sinistra europea”. La formula introdotta da Giorgio Napolitano e fatta propria dal partito al congresso di Firenze del 1986 era un passo decisivo per muovere verso l’assunzione di una identità sempre più vicina alle socialdemocrazie europee. Del resto, questo era stato nella sostanza la prospettiva cui guardavano, pur tra incertezze ed esitazioni, nella loro battaglia politica i miglioristi. Una battaglia difficile considerato il permanere nel Pci di un’antica vocazione protestataria e il prevalere di una cultura politica ostile al riformismo socialista.
  6. Nelle discussioni tra i “miglioristi in quelle settimane successive al crollo del Muro, non veniva esclusa la possibilità di presentare al congresso che si sarebbe svolto a Bologna agli inizi del 1990 una mozione per porre senza equivoci e con chiarezza l’obiettivo della trasformazione del Pci in una forza socialdemocratica.  Giorgio Napolitano temeva tuttavia che questo avrebbe reso più arduo ai riformisti contribuire a definire i caratteri del nuovo partito.  Intanto ad Est crollava anche il regime di Praga. Tornava Dubcek dopo venti anni di tenace opposizione. Venti anni perduti nel corso dei quali si era consumata la rovina e la fine del socialismo reale.  Impressionante apparve il modo in cui avvenne il dissolvimento dei regimi dell’est. Nel volgere di pochi giorni scomparvero uomini e partiti che si proclamavano eterni. “Sembra di essere nell’epoca delle rivoluzioni nazionali del 1848” scrisse Bettiza. Quei Paesi si liberavano dal dominio sovietico e da regimi dispotici. Incredibile che ancora dieci anni prima anche il Pci descriveva i regimi di quei Paesi come socialisti con tratti illiberali! Solo tratti!!
  7. Forse Alessandro Natta aveva avvertito la portata della bufera che si avvicinava. Ricordo che a chi sosteneva nel corso di una riunione della Direzione, che fosse necessario un congresso della stessa forza politica e simbolica dell’ottavo congresso del Pci (quello che si svolse alla fine del terribile 1956 dopo le rivelazioni di Krusciov sui crimini di Stalin e la repressione sovietica della rivolta in Ungheria), Natta replicava, e la sua voce appariva esitante, “altro che ottavo congresso, qui siamo ad un XX congresso al giorno”. Su Natta, in quei difficili giorni, ritrovo nel mio diario la pagina  del 21 dicembre 1989: “Una rapida riunione del Comitato centrale per decidere le regole per il congresso. Via libera alle correnti! Decidiamo in un incontro a casa di Bufalini con Napolitano che introduce la discussione, di aderire alla mozione congressuale di Occhetto con un documento che indichi le posizioni dei miglioristi sui caratteri e le prospettive del nuovo partito. Una sensazione di malessere, tuttavia, mi accompagna in questi giorni di tensione e di battaglia politica. Forse il pensiero dei ritardi che colpevolmente si sono lasciati accumulare. Uscendo da Botteghe Oscure incontro Natta che si avvia alla riunione della componente del No alla svolta proposta da Occhetto. Mi sembra di scorgere in un volto pallido e stanco non solo il dolore per la lacerazione del partito ma lo smarrimento per essere giunti a tanto. Leggo un bellissimo libro di Bruce Chatwin, Utz, la storia di un uomo prigioniero a Praga del regime comunista, che vive e muore per una straordinaria collezione di porcellane di Meissen: “una tranquilla malinconia è l’unica soluzione di questi tempi” dice il protagonista. Fosse vero…Crolla anche il regime di Ceaucescu. Crolla massacrando gente inerme a Bucarest e in altre parti del paese. Con il tracollo di Ceaucescu è quasi finita! L’Europa è ormai libera…libera almeno dal totalitarismo comunista”.
  8. Lo scontro politico nel Pci fu molto più aspro di quanto avessi immaginato. Avevo pensato che dinanzi al plateale fallimento del “socialismo reale” sarebbe stato inevitabile prendere atto della necessità della svolta. Non fu così. Lo scontro fu lacerante e frontale. E anche doloroso. Mi colpì nella riunione della Direzione a poche settimane dal congresso un intervento aspro di Natta che giunse a chiedersi se non fosse ormai difficile restare insieme, Macaluso da parte sua rimproverò Pajetta di sostenere a destra e a manca il No e di voler essere poi considerato al di sopra della mischia. Provai una stretta al cuore per Pajetta che mi apparve per la prima volta incapace di reagire. Il 1990 fu un anno interminabile. Al congresso straordinario di Bologna la proposta di avviare una fase costituente per giungere alla nascita del nuovo partito ottenne una grande maggioranza. Si trattava tuttavia di una strada lunga e irta di difficoltà considerato che la opposizione alla svolta, il “fronte del No” conquistava un consenso nel partito superiore alle previsioni.
  9. Prima del congresso vissi mesi difficili. Lasciata la segreteria del partito a Napoli ero stato chiamato a dirigere la sezione scuola e università della Direzione del Pci. Dovetti affrontare la “pantera”: il movimento che si scatenò nelle università contro la proposta di riforma del ministro Ruberti, una personalità di indubbio valore che tentava di avviare un faticoso processo di modernizzazione dell’università italiana. Ritrovo una pagina di diario del 2 febbraio del 90: “Mi faccio il fegato amaro per i titoli de l’Unità sull’università e contro Ruberti. È quasi una impresa disperata tentare di evitare demagogia e massimalismo. Mi indispone chi civetta con gli studenti qualunque cosa sostengano…” Rese più difficile la mia situazione un titolo di Repubblica secondo il quale avrei chiesto agli studenti di smetterla con le occupazioni e tornare a studiare. In verità, mi ero limitato a sostenere che forse era il caso di pensare a forme di lotta che, pur mantenendo la critica al governo, consentissero la ripresa di una qualche attività didattica e lo svolgimento delle sessioni di esame prima che fosse la maggioranza degli studenti che alle occupazioni non partecipa ad esigerlo”. Ritrovo queste amare considerazioni sulla pagina del diario, 10 febbraio1990: “Le dichiarazioni sulle occupazioni dell’università mi hanno scatenato contro l’ira della Fgci. Cuperlo mi critica pubblicamente, la segreteria prende le distanze dalle mie parole. Una commedia. Come se fosse possibile per un grande partito tacere aspettando che il ‘movimento” decida il da farsi. Una idea mitica e ingenua del “movimento”. Nella riunione della segreteria sulla situazione nelle università dovetti subire gli attacchi di Folena, della Fgci e di Mussi. Ecco come ne scrissi nel diario del 16 febbraio: “Si decide una lettera di Occhetto agli studenti delle università occupate. Non si caverà un ragno dal buco. La mia posizione non andava contrastata con tanta virulenza. Occhetto avrebbe dovuto dire pubblicamente i punti concreti su cui non convenivamo con il progetto Ruberti. Si sarebbe avuta, in questo modo, una funzione positiva dei comunisti per sbloccare la situazione. Gli studenti usciranno invece in ordine sparso dalle università senza aver ottenuto un bel niente. Ma tant’è”. La polemica contro le mie posizioni non si attenuò. Nei congressi provinciali del partito, in preparazione di quello nazionale di Bologna, furono votati documenti di critica verso di me e il mio lavoro, né mancarono documenti che Giorgio definì atroci sulla politica estera. Mi confortarono la solidarietà e le parole di Luigi Berlinguer rettore a Siena, di Biagio de Giovanni, del caro Gabriele Giannantoni. Ci vorrebbe Giorgio Amendola, scrivevo sul mio diario, per liquidare questi narcisi pronti a tutto pur di farsi un po’ di propaganda a buon mercato tra gli studenti e riscuotere qualche applauso al congresso. Applausi non ne ricevetti intervenendo al congresso nazionale a Bologna. Fui accolto dal gelo della platea dei delegati e da alcuni fischi degli studenti dal loggione. Ne fui amareggiato ma portai a termine l’intervento suscitando anche un applauso da alcuni coraggiosi.
  10. Quel congresso decise l’avvio della fase costituente di un nuovo partito, si era convinti che forze nuove, provenienti dalla società civile, si sarebbero impegnate in quella impresa. Così ricordo la conclusione del congresso nel diario, 11 marzo: “Occhetto conclude con un bel discorso. Poi, quando Ingrao gli stringe la mano, la commozione ha il sopravvento. Io mi commuovo ascoltando le note dell’Internazionale. Alla mia destra canticchia anche Bruno Trentin mentre dal suo incredibile borsone cascano a terra pipe, tabacco, penne, pennarelli e matite. Intanto “la pantera” protesta fuori il palazzo dello sport. Ignora come sono andate le cose: il documento che ho scritto sull’università è stato cambiato, gli emendamenti che ho presentato non sono stati accolti, a sostenerli sono rimasto solo. La “pantera” potrebbe anche andare a dormire”.
  11. In realtà, nel corso di quei mesi, non si riuscì a dare forza e consistenza politica alla maggioranza che aveva promosso la svolta e vinto il congresso di Bologna. Si cercò, da parte di alcuni, a più riprese di isolare Napolitano e i riformisti convinti che in questo modo sarebbe stato possibile recuperare un rapporto con Ingrao. Le riunioni della segreteria, ne facevo parte dal congresso di Bologna, si succedevano senza riuscire a venire a capo del problema: accelerare i tempi delle decisioni e dare vita alla nuova formazione politica. La via maestra sarebbe stata quella di dire con onestà e chiarezza che si lavorava per trasformare il Pci in un partito socialdemocratico. Tertium non datur. In questa direzione si stentava a muovere. Lo impedivano sia la convinzione che il nuovo partito dovesse andare oltre le tradizioni del movimento operaio per cui socialdemocratici non si sarebbe mai diventati; sia l’ostilità pregiudiziale e la chiusura verso Craxi e il Psi. Ritrovo una pagina di diario del 25 luglio del ‘90 all’indomani di un comitato centrale: “Sotto accusa perché i giornali riportano una mia improvvida dichiarazione in cui sostengo che le conclusioni di Occhetto non mi sono piaciute!  D’Alema contro i miglioristi già consociativi, contro i socialisti non affidabili, contro Craxi che è il loro capo, contro la maggioranza che impedirebbe margini di iniziativa autonoma alla segreteria, contro la segreteria che si lascerebbe condizionare e via di questo passo…Megalomania pura?  Cerco di spiegare le ragioni delle mie critiche ma è tempo perso. E ne va anche della salute. A pranzo con Duccio Trombadori”.  
  12. Il momento più drammatico e lacerante si produsse in occasione della crisi nel Golfo Persico provocata dalla occupazione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein. Era l’agosto del 1990. Nella discussione alla Camera sul sostegno dell’Italia alle misure anche militari decise dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si determinò una spaccatura nel gruppo del Pds. La minoranza abbandonò l’aula dopo un teatrale intervento di dissociazione di Pietro Ingrao. Preoccupato della pressione della sinistra interna Occhetto non escludeva di passare dalla astensione al voto contrario sul punto della risoluzione in cui si approvava l’operato del governo. Un episodio che ritrovo così descritto nel diario, 23 agosto: “Napolitano non intende nemmeno discutere l’ipotesi di cambiare voto. Ha ragione. Passeremmo per gente inaffidabile che cambia posizione su questioni delicate da un giorno all’altro. Dopo l’intervento di Giorgio fanno tutti marcia indietro. Si riunisce la direzione a ranghi ridotti. D’Alema rimprovera la sinistra di condotta frazionistica. Cossutta replica che opponendosi hanno difeso l’onore del partito! Per chi ha sostenuto fino a poco fa la politica di Breznev mi pare il colmo. Intervengo ricordando che anche l’Urss di Gorbaciov ritiene necessario non escludere la pressione militare per imporre a Saddam il rispetto delle decisioni delle nazioni Unite. Ma Gorby non va per la maggiore tra i filosovietici del partito……Poi, Napolitano cerca di richiamare tutti ad un residuo senso di responsabilità e misura. In parte ci riesce. La giornata è stata dura ma abbiamo adottato una posizione coraggiosa in una congiuntura internazionale delicatissima. Il vero problema è il clima in cui vive il partito. Una sovra eccitazione permanente. Per alcuni è ogni giorno una questione di lotta tra il bene e il male. Tra rivoluzione e tradimento. Sembra di essere sempre all’ultima spiaggia”.
  13. Dopo poche settimane, morì Giancarlo Pajetta stremato da quanto stava accadendo nel comunismo internazionale e dalla fine della storia del Pci. Ne parlo nel diario del 14 settembre1990:” Funerali di Pajetta. Un lungo corteo da Botteghe oscure a piazza Montecitorio. Una grande folla. Bandiere rosse. L’internazionale. Commozione autentica. Il popolo comunista si raccoglie intorno a Pajetta quasi per ritrovarsi, farsi forza. È un mondo che ritrova per un giorno l’unità nel dolore per la scomparsa di un grande vecchio e la ritrova dopo lacerazioni inaudite. Ma quanto durerà? È un pomeriggio in cui splende un sole fortissimo. Il corteo avanza a fatica. La banda diffonde le note di canzoni partigiane e gli inni dei lavoratori. Parlano Bulow, Taviani, Del Turco ed Occhetto. Ci sono tutte le autorità della Repubblica. Gli uomini della Resistenza. Mi pento di non avergli parlato in questi mesi. Di non averlo fatto per non affrontare la sua ira, ingiustificata, contro di me per l’intervista su Silone e Tasca.  In mattinata, camera ardente a Botteghe Oscure. Una fila ininterrotta di militanti e gente comune.  Si è ripetuto ancora quanto accaduto per i grandi del Pci: la gente del popolo che saluta col pugno chiuso e con il segno della croce. L’ultimo picchetto d’onore tocca ai vecchi che litigano sulle sorti del partito. Natta e Napolitano, Chiaromonte e Bufalini, Ingrao e Jotti, e, infine, Occhetto. Immobili intorno a Pajetta. Un lungo incontro, oltre un’ora con una delegazione del Psi, Craxi con Amato e Di donato. Si svolge al secondo piano, nell’ufficio di Occhetto. Ci sono anche Bufalini e Pecchioli. Il clima dell’incontro è buono. Sembra di ritrovarsi tra vecchi compagni. Si parla dei rapporti di Pajetta con il Psi, della Resistenza. Craxi ricorda le vicende del dopoguerra a Milano. Torneranno, non mi illudo, i giorni dei contrasti e delle contrapposizioni, oggi Craxi mi appare come un compagno socialista con cui discutere e collaborare”.
  14. Nell’ottobre del 1990 vennero fuori finalmente il nome e il simbolo del nuovo partito. In entrambi non vi era alcun riferimento al socialismo democratico ed europeo. Si combinavano i due termini democrazia e sinistra. Così scrivevo nel mio diario il 9 ottobre: “Rischiamo di rinunciare ad uno spazio politico, ad un ruolo che naturalmente dovrebbe essere anche il nostro, per tradizione e insediamento sociale. In serata telefono ad Occhetto per dirgli dei miei dubbi, gli propongo di scrivere nel simbolo il logo “per il socialismo europeo”. Chi potrebbe protestare? E perché? Achille mi dice di non essere contrario e di parlarne agli altri compagni della segreteria. Ai miei dubbi Veltroni risponde che non si può lasciare il comunismo per …diventare socialisti e Petruccioli osserva che il socialismo è arcaico e da mettere in soffitta. Si delinea una conclusione che non condivido”.
  15. In quei giorni i miglioristi decisero che avrebbero aderito al documento congressuale presentato da Occhetto sulla base di motivazioni autonome dell’area riformista. È un passaggio importante nella vicenda dei miglioristi. Ne scrivo nel diario del 7 novembre 1990: “Con Napolitano e Macaluso da Occhetto per valutare il da farsi. Occhetto non vuole rotture, noi non ce la sentiamo di presentare la mozione ma non possiamo rinunciare a organizzare la componente. Aderiamo ma in piena autonomia, questa è la formula. Funzionerà? Importante è che finalmente la corrente riformista sorga formalmente e alla luce del sole. Era ora. Anniversario della Rivoluzione d’ottobre. Malgrado tutto, con mia sorpresa, a Botteghe Oscure si espone ancora la bandiera. Chi avrà deciso di esporla? Sarà stata la consuetudine.  La guardo sventolare con qualche malinconia. L’onore delle armi a una terribile illusione”. 
  16. Continuavano intanto in quei mesi le manovre per isolare i riformisti e Napolitano. Manovre odiose. Lo ricordo in una pagina del 24 ottobre del 1990: “Tutti spingono perché i miglioristi presentino una propria mozione distinguendosi da Occhetto. Per alcuni è ormai una ossessione: dichiarano, nelle forme più insolenti, che i riformisti (per fortuna adesso ci chiamano così) devono restare fuori della maggioranza. Si succedono episodi incresciosi e inquietanti: “se la destra non fa la mozione” sostiene Livia Turco “è una catastrofe”; Folena e Bettini promuovono incontri e firmano lettere per lanciare anatemi contro l’ipotesi di una mozione firmata insieme ad Occhetto da Napolitano. Uno spettacolo indecoroso. Ho la sensazione che siamo sopportati! Possibile si sia giunti a questo punto? E cosa sarà il nuovo partito? In serata riunione della componente. Ascolto Napolitano che cerca di trovare una via d’uscita dignitosa; mi danno l’anima per la nostra debolezza nel partito. Al Pantheon incontro Petruccioli, anche lui non sa fare altro che…. tentare di convincermi che la cosa migliore è che siano i riformisti a presentare una loro mozione. Al diavolo”!
  17. Alla fine del mese di ottobre mi recai a Londra su invito di Martin Jaques direttore della rivista “Marxism to day” interessato a discutere della trasformazione del Pci. L’interesse per la storia dei comunisti italiani era autentico; in tanti, soprattutto giovani militanti, intervenivano per sapere cosa ne sarebbe stato del partito di Gramsci. Qualcuno chiese anche chi diavolo fossero i miglioristi! In un’aula affollata dell’università si andò avanti fino a tardi. Trascorsi il fine settimana a Londra. Ecco cosa ritrovo di quelle giornate nel diario: “Visito Highgate, il vecchio affascinante cimitero degli inizi dell’Ottocento ricco di edifici gotici, un museo a cielo aperto, dove c’è la tomba di Marx. Mi sembra giusto, di questi tempi, fare visita al vecchio Moro… È una bella mattinata di autunno. Un freddo sopportabile. Un cielo abbastanza chiaro. I viali di Highgate sono pieni di foglie ingiallite e fiori selvatici caduti dagli alberi. Povero Marx, se sapesse che ne è stato di quell’appello, inciso sulla sua tomba, a non fare come i vecchi filosofi intenti solo a interpretare il mondo ma a lottare per cambiarlo! Chissà, forse occorreva interpretarlo ancora un po’ questo mondo…”.
  18. Finalmente, al congresso di Rimini, nel 1991 nacque il Pds. Ritrovo alcune pagine di diario su quel drammatico congresso: 31 gennaio 1991: “Viaggio con Gianfranco Borghini fino a Rimini. In albergo mi dicono che per gli spostamenti potrò contare su un accompagnatore con auto, il che, francamente mi appare eccessivo. Mi tocca un compagno del No. Un vecchio e bravo compagno di Ravenna. Di quelli ormai difficile da trovare. Che critica tutti e fatica in silenzio. Quando gli chiedo come va mi risponde che potrebbe andare meglio e che non lascerà il partito: i pericoli ormai vengono solo da due compagni. Si tratta di… Napolitano e Corbani! Un po’ mi diverte. Un po’ mi incazza non costituire nemmeno il terzo pericolo…”.  L’intervento pronunciato da Giorgio Napolitano a quel congresso, l’ultimo del Pci fu di straordinaria efficacia. La platea lo ascoltò in silenzio, con attenzione e rispetto. In fondo i compagni si sentivano rassicurati dalle sue parole. Non tutto è perduto se c’è ancora chi sa prospettare un ruolo e una strategia per il nuovo partito. I riformisti avvertirono di poter svolgere una funzione decisiva nel congresso e nel Pds.
  19. Il 3 febbraio1991 ultima giornata del XX congresso del Pci.  Ne parlo nel diario in questi termini: “Si conclude la storia grande e drammatica del Pci e nasce un nuovo partito. Alla mia destra, alla presidenza, c’è Cossutta, mi sembra di scorgere nel suo volto la commozione per la rottura cui si prepara. Sento una stretta al cuore. Finisce la storia dei comunisti italiani. Su un video si succedono le immagini di un secolo di vita dell’Italia democratica e del movimento operaio del nostro paese. Le potenzialità per una nuova forza della sinistra sarebbero grandi ma sapremo utilizzarle? Interrogativo del tutto fondato se penso all’andamento della votazione sui documenti. Vengono respinte le proposte ispirate a serietà e buon senso fatte da Boffa sulla guerra nel golfo. Napolitano, vanamente, protesta. Si comincia male. Speriamo di non si perseveri. La riunione della commissione elettorale si trascina fino a notte inoltrata. Intanto una squadra di operai sta smontando l’enorme impalcatura del congresso. Domani c’è la fiera. Occorre tagliare la corda. I delegati esausti, stesi per terra e sui tavoli dormono e si riparano alla meno peggio. Intorno scompaiono le tribune per gli invitati, i teloni e i drappeggi. Sembra si concluda una partita di calcio e lo stadio lentamente si svuota. Siamo a Rimini, c’è qualcosa di felliniano nell’aria. Osservo quanto accade dall’alto degli scranni della presidenza che ancora resistono all’assalto degli operai che stanno portando via tutto. È quasi l’alba. Si decide di   rinviare l’elezione del segretario a domani. In commissione elettorale continua il corpo a corpo per la composizione dei nuovi organismi dirigenti tra Minopoli e Pellicani per i riformisti e Petruccioli e Veltroni per i sostenitori di Occhetto, Speriamo bene”.
  20.  Il giorno dopo,  la catastrofe. Il voto per Occhetto candidato segretario non raggiunge il quorum della metà più uno dei membri del Consiglio nazionale e Achille non viene eletto segretario. È un fatto clamoroso. Occorreva spostare la votazione di qualche giorno. Improvvisazione e leggerezza hanno congiurato. Ma ci sono anche delicati problemi politici. Si è giunti al voto per il segretario con una maggioranza del tutto inesistente. Senza che nessuno abbia sentito il dovere di chiedere ai riformisti quale fosse la loro opinione dopo le rotture che erano intervenute in congresso. Occhetto abbandona la sala infuriato. È il caos. Per cercare di porre riparo si riuniscono in una sala della fiera i dirigenti della maggioranza. Giorgio, malgrado la bufera, invita a non perdere la testa. Solo ora che è accaduto il peggio si ricordano che c’è una maggioranza che è stata bistrattata e lacerata senza alcuna cautela nel corso di queste settimane. D’Alema cerca di prendere in mano la situazione, parla della grande sciocchezza che è stata commessa, spera sia possibile porvi riparo”. 
  21. Si scatena il finimondo. I giornali irridono impietosamente al Pds e alla mancata elezione di Occhetto. A Botteghe Oscure si grida al complotto. I miglioristi, tanto per cambiare, sono sotto accusa. Si decide di reagire alla campagna e di chiarire con una intervista di Napolitano la posizione dei riformisti: Occhetto va eletto segretario ma sulla base di una convergenza politica. Il clima è avvelenato. Comincia ad insinuarsi il dubbio che da parte di D’Alema vi sia stata slealtà. Lo escludo. In ogni caso ormai a correre rischi mortali è il Pds.  Il 6 febbraio ritrovo nelle pagine dei miei appunti quanto accadde in quelle caotiche giornate: “Riunione di delegazioni di tutte le componenti per trovare una via d’uscita. Partecipo all’incontro insieme a Napolitano, Macaluso e Pellicani. C’è Ingrao. Ci sono anche alcuni degli esterni, tra i quali Paolo Flores. Introduce D’Alema. Ricostruisce i fatti. Critica le descrizioni complottistiche. Invita a considerare lo stato d’animo in cui si trova Achille e a comprendere le ragioni di alcuni suoi eccessi nelle interviste. Ripropone la candidatura di Occhetto e chiede un ampio consenso. Un intervento di Flores per poco non fa degenerare la riunione. Ingrao severissimo chiede che Occhetto ritiri la candidatura. Che si faccia avanti un altro. Giorgio critica gli appelli al plebiscito e si dispone positivamente all’eventualità di un nuovo voto per Occhetto. Macaluso è il più sarcastico e implacabilmente ricorda che anche Churchill dopo aver sconfitto i nazisti e salvato l’Inghilterra fu bocciato dagli elettori. La riunione si conclude in maniera interlocutoria. In serata D’Alema e Veltroni vanno da Occhetto a Capalbio”.
  22. La giornata decisiva per venire a capo di una aggrovigliata situazione è il 7 febbraio che così riassumo nel diario: “Si cerca affannosamente una via d’uscita. Riunione dei riformisti. Napolitano invita ad avere consapevolezza della drammaticità della situazione: Occhetto lo si può votare ma sulla base di un accordo politico. Cerco Petruccioli, gli propongo un incontro tra riformisti e sostenitori di Ochetto per avanzare in comune la candidatura a segretario di Achille. In un primo momento Claudio sembra disponibile. Poi, in serata, non lo considera più possibile. Non si può fare alcun incontro, aspettiamo il discorso di Occhetto domani sostiene Claudio. È chiaro che se le cose procedono su questo binario i riformisti non voteranno Achille. Andiamo diritti alla rovina. Quando tutto sembra ormai compromesso cerco di far intendere a D’Alema le ragioni della mia proposta. Chiamiamo Napolitano. Stendo il testo di una breve dichiarazione in cui i riformisti e il” centro” concordano, in nome del lavoro compiuto per guidare la svolta, di presentare Occhetto candidato comune alla segreteria. Lo rivediamo con Veltroni. Lo diamo alla stampa.  Alle 21 comincia l’assemblea dei riformisti. Apre Napolitano che riassume i termini dell’intesa. Sono tutti convinti che non ci sia alternativa. Si approva la proposta di votare Occhetto. Sono esausto ma vado a giocare a carte a casa di Eduardo Guarino. Me lo merito”.
  23. L’ 8 febbraio si svolge la riunione del Consiglio nazionale per eleggere finalmente Achille I compagni del No si astengono. Napolitano dichiara il voto favorevole dei riformisti ma invita a guardarsi dalle tentazioni plebiscitarie e rivendica l’autonomia della componente riformista. La riunione si svolge alla fiera di Roma, l’unica struttura in grado di ospitare il plenum di uno sterminato Consiglio nazionale. Occhetto apre la riunione, nel suo volto la fatica di queste giornate ma il tono è sicuro. D’Alema illustra la proposta, legge il testo dell’accordo tra riformisti e “nuovo corso”. Un applauso liberatorio accoglie la proclamazione del voto favorevole ad Achille. Ressa di giornalisti e servizio d’ordine; spuntano fuori enormi mazzi di fiori mentre Achille ed Aureliana si precipitano nell’auto e scappano via inseguiti dai fotografi…chissà perché mi sembra la scena di una commedia all’italiana”.

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