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La città giusta

Le radici del pensiero di sinistra sull’idea di città stanno nel mettere al centro delle azioni che regolano lo sviluppo e la vita di una città l’eliminazione delle disuguaglianze sociali, la equa distribuzione delle rendite, in particolare in funzione dell’interesse pubblico, la centralità del cittadino come attore e codecisore dei processi e non come semplice utente.

Sullo sfondo sta quel “diritto alla città” che il filosofo e sociologo Henri Lefebvre, francese di chiara fede comunista, elabora e sistematizza nel 1968 col suo libro “Le droit à la ville”, che non a caso precede di poco  le rivolte del maggio 1968 che ebbero luogo in molte città francesi : … il diritto alla città è un «diritto alla vita urbana, a una centralità rinnovata, a luoghi di incontro e di scambio, a ritmi di vita e orari che consentano il pieno e completo utilizzo di questi momenti e luoghi”.

La sociologia urbana, che definisce la città come ben comune accessibile a tutti i cittadini, diventa in quel momento storico il supporto naturale all’operato degli urbanisti progressisti e riformisti di sinistra almeno di tutta Europa.

Del resto il tema non era nuovo agli urbanisti più avveduti basti pensare alla importanza che aveva assunto il libro  “Cultura della città” di Lewis Mumford (edito negli Stati Uniti nel 1938 e con la sua prima edizione in italiano per le edizioni di Comunità di Adriano Olivetti) che, trattando della evoluzione della città occidentale dal medioevo in poi, affermava i valori democratici, sociali ed ecologici cui la nuova cultura urbana doveva attenersi.

In quel libro Mumford aveva scritto “Oggi dobbiamo trattare il nucleo sociale quale elemento fondamentale di ogni piano urbanistico”.

Si concretizza l’idea (o l’utopia?) di una città giusta e democratica che i cittadini hanno il diritto di pretendere e che le amministrazioni sono tenute a fornire: Il diritto alla casa, il diritto alla scuola,  il diritto alla salute, il diritto alla cultura, il diritto ad un trasporto pubblico accessibile, il diritto alla partecipazione sulla definizione  scelte urbane. Il diritto di tutti a vivere in un ambiente sano e bello senza distinzioni  fra classi sociali e fra classi di reddito.

Una pianificazione quindi libera di decidere e scegliere senza vincoli di sorta e tutta tesa all’interesse pubblico. Ma perchè questo fosse possibile  ci si doveva confrontare con l’urbanesimo accelerato di quel tempo e le nuove morfologie delle città. Queste  stavano assumendo sempre più caratteri differenziati socialmente ed economicamente affidando al suolo urbano sempre più precise destinazioni d’uso: zone residenziali, zone commerciali e finanziarie e zone  produttive.

Talune zone della città cominciano così ad acquisire valori d’uso diversi da quelli tradizionali.

Il valore d’uso dei suoli  che fino ad allora  era determinato soltanto dalla vicinanza del centro amministrativo e religioso, comincia a differenziarsi: nasce il problema delle aree edificabili e delle rendite che esse fornivano come elemento condizionatore dello sviluppo delle nostre città.

La questione dell’appropriazione indebita da parte dei proprietari del plusvalore  assegnato alle merci, e quindi anche ai terreni,  dalla ricchezza complessivamente prodotta da fattori estranei all’impegno diretto della proprietà  era ben presente nel pensiero di sinistra fin da quando Karl Marx  nel Terzo libro del Capitale ne fa il centro della sua analisi economica.

La questione della rendita

La formazione e la ridistribuzione della rendita fondiaria diventa nel nostro dopoguerra la questione centrale con cui l’urbanistica progressista e riformista si deve confrontare, per pianificare in maniera equa  la città.

Si consolida l’esigenza di un intervento pubblico indispensabile per dare soluzioni al problema.

Nasce allora il disegno riformatore della legge urbanistica elaborato dal ministro democristiano ai Lavori Pubblici Fiorentino Sullo nel 1962 che si prefiggeva  di evitare la speculazione terriera e la sperequazione fra i proprietari, ridistribuendo  buona parte degli incrementi di valore economico dovuti alla concessione di edificabilità, per mezzo degli strumenti di pianificazione in mano alle amministrazioni pubbliche.

La proposta legislativa viene fortemente sostenuta da tutta la sinistra e trova i suoi maggiori oppositori nella destra e proprio  nella Democrazia Cristiana che riesce a farla decadere.

Uno dei maggiori sostenitori della proposta di legge era l’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica),  con il suo presidente Camillo Ripamonti, come provano le mozioni a sostegno della proposta di Legge Sullo approvate  al IX Congresso dell’INU ( Milano 23-25 novembre 1962).

L’INU, con i dieci anni di presidenza di Adriano Olivetti dal 1950 al 1960, ha avuto un ruolo fondamentale nella definizione di un’idea innovativa e progressista della città nel dopoguerra fin dal 1950. Sotto la presidenza Olivetti entrano nell’Istituto i maggiori urbanisti italiani, tra cui Astengo, Piccinato, Quaroni, Samonà e Bruno Zevi. Adriano Olivetti si adopera  per stimolare la comunità degli urbanisti attorno ai grandi temi della ricostruzione post-bellica e del rilancio sociale, economico e culturale dell’Italia e delle sue città.

Per Adriano Olivetti, così come imprenditore, il profitto aziendale doveva  essere reinvestito a beneficio della comunità ,  come presidente dell’INU il profitto sulla rendita fondaria andava rinvestito a beneficio della comunità.

Il tema della rendita resta quindi centrale sempre in attesa di una legge urbanistica che è ancora da venire. Il dibattito in materia si arricchisce  con particolare attenzione alla tecnica della perequazione con cui si tendeva a rendere indifferente la posizione di ogni singola proprietà all’interno di un comparto indipendentemente dalla loro funzione pubblica o privata.

Tale principio era stato affermato dall’INU  fin dal suo VIII congresso del 1960 con la presentazione di una proposta di Legge denominata “Codice dell’Urbanistica” e poi ripreso più volte nei suoi congressi seguenti. Tale tecnica nei suoi differenti modi di utilizzazione ( la perequazione dei volumi, la perequazione dei valori) è stato l’unico modo efficace e concreto di dare una risposta alla annosa questione della rendita urbana.

Col tempo la posizione verso la rendita si è articolata secondo l’invito che un noto e autorevole studioso di economia urbana, Roberto Camagni,   ha costantemente rivolto alla cultura urbanistica di sinistra di trattare i temi dei valori urbani e della rendita fondiaria con maggiore capacità critica in maniera articolata rispetto allo schematismo a volte presente, specie nel passato,  tra gli urbanisti. 

Questo invito vale ancora di più oggi dove la rendita urbana non è più legata prevalentemnte ai valori fondiari ma a quelli immobiliari.

I grandi investimenti infrastrutturali legati alla realizzazione delle nuove reti di trasporto pubblico, la posizione rispetto a grandi centri attrattori: supermercati, centri commerciali, hub logistici  e la dotazione di infrastrutture per reti internet e fibra ottica comportano trasformazioni economiche e sociali di vaste aree già edificate.

L’aumento del turismo degli ultimi anni sta producendo inoltre effetti significativi sul valore degli edifici esistenti in grandi  porzioni  di città storiche e non solo.

Non si tratta allora di comprimere valori di immobili e suoli, ormai legati a decisioni spesso non direttamente governabili dalla pubblica amministrazione, quanto di promuovere la loro distribuzione tra parti di città e tra proprietà e comunità.

Non si tratta di “esorcizzare” la rendita, quanto di governare la sua formazione e distribuzione

Siamo entrati in una situazione in cui la «rendita parassitaria» deve diventare  «rendita motore di giustizia e qualità». Si tratta quindi oggi di governare questa rendita.

Il primo tassello per una “città giusta” o anche “più giusta” passa oggi proprio da questo obiettivo.

Governare le trasformazioni

Questi sono i temi con cui l’urbanistica di sinistra si è confrontata nel tempo nella progettazione e gestione delle città.

Ma da molto tempo ormai l’oggetto dell’urbanistica non è più quello di governare l’espansione della città ma di governarne le trasformazioni attraverso la rigenerazione urbana. Si tratta di nuovi approcci  complessi dove interagiscono l’insieme degli aspetti ambientali, sociali economici ed architettonici.

Anche in questo caso, se vogliamo ancora parlare di un’idea di sinistra, valgono i criteri già indicati di una “città giusta e democratica” che permetta di ottenere i risultati già richiamati  in merito ai  diritti che i cittadini hanno nella  città che abitano.

Rispetto al passato emergono oggi come prioritari temi ambientali e di contenimento di consumo di suolo che sono strettamente connessi con la rigenerazione urbana.

Risulta pure centrale  l’obiettivo di ridare coesione e vivibilità a molte parti di città, non solo periferiche, favorendo l’inclusione sociale attraverso l’accessibilità alla casa, ai servizi, al trasporto pubblico e favorendo nuove possibilità occupazionali rivolte soprattutto ai giovani.

Il rischio è che questi progetti portino ad un’ulteriore frantumazione del sistema urbano e che finiscano per fare perdere alla città una sua identità.

E’ qui allora che il “Piano” torna ad essere lo strumento di governo indispensabile: un piano che non sia la somma degli interventi che si aggiungono nel tempo secondo le convenienze e le opportunità ma che sia ancora un progetto unico cui fare riferimento e su cui confrontarsi democraticamente con i cittadini e richiedere la loro partecipazione.

Cambiano gli strumenti interpretativi a supporto di tale Piano e molti sono i nuovi sistemi  a partire dall’ Internet of Things (IoT) già in uso insieme all’Intelligenza Artificiale  ( l’IA) presso molte amministrazioni comunali.

In particolare l’IA se usata convenientemente a supporto delle scelte, e non a definizione delle stesse (come del resto dovrebbe essere in tutti i campi), può esser di grande aiuto a partire dalla simulazione degli effetti delle trasformazioni sull’ambiente urbano, sul clima e sul consumo di suolo. L’IA può servire ad analizzare in tempi brevi e a costi limitati grandi quantità di dati sugli andamenti demografici, sui consumi, sul traffico e sulla domanda di servizi e sulle esigenze della popolazione. Presto inoltre più evoluti sistemi software (Agenti IA) saranno a disposizione delle amministrazioni per supportarle in molte attività di processo e di controllo e nei servizi di informazione e comunicazione.

L’IA quindi come strumento a diretto servizio delle smart city, come Bologna,  può contribuire direttamente a far prevalere l’interesse pubblico nelle scelte di pianificazione, sempre che questo obiettivo sia chiaro all’amministrazione che le gestisce e le governa.

Questa è la nuova sfida su cui un’idea di sinistra in urbanistica è portata oggi a confrontrasi e a dare risposte coerenti.

In Copertina: Foto di Jakub Żerdzicki su Unsplash

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