Permettetemi, innanzitutto, di spiegare le ragioni per cui ho scritto questo libro. Io non sono uno psicologo e quindi mi sono addentrato in un territorio che non è originariamente il mio. L’ho fatto per due ragioni: in primo luogo perchè, nel corso degli anni, ho sviluppato un forte interesse per l’influenza che le persone, le persone come noi, le persone singole e le loro reciproche interazioni, hanno sui grandi fenomeni della storia, Non è vero che ci sono, da un lato, i grandi eventi e processi della storia, e, dall’altro lato, ci siamo noi che pensiamo di non svolgere alcun ruolo in quegli eventi e processi.
Anche se non ce ne rendiamo conto, influenziamo quei fenomeni. Ma per lo più lo facciamo senza saperlo. Le nostre quotidiane interazioni con altri, generano una catena ininterotta di quelle che, tecnicamente, si chiamano “conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali”, effetti per lo più non consapevolmente voluti, nonchè imprevisti, dell’agire umano. Questi effetti, comulandosi, influenzano i macro eventi e i macro fenomeni di cui è intessuta la storia. L’interesse per questi aspetti mi ha infine spinto ad interessarmi delle dinamiche psicologiche che portano le persone ad agire in un modo o nell’altro. E’ questa la prima ragione per cui ho finito per inoltrarmi in un territorio (gli studi di psicologia e di psicologia sociale) che non è il mio.
La seconda ragione è che i politologi, gli studiosi di politica pofessionisti, parlano spesso e tanto delle identità, delle identità politiche, ma lo fanno, per lo più, a mio parere, in maniera insoddisfacente, spesso non si capisce bene che cosa esattamente intendano quando trattano il tema dell’identità. Ho pensato allora che la psicologia e la psicologia sociale potessere essere di aiuto. Anche se, nel corso degli anni, mi sono sempre interessato dei lavori degli psicologi, prima di questo libro non ne avevo mai scritto. E’ la ragione per cui, prima di consegnarlo all’editore, ho fatto leggere il testo a psicologi professionisti del cui giudizio mi fido.
Prima di tutto: che cosa è l’identità? Bisogna, in primo luogo, distinguere fra l’identità personale e l’identità di gruppo. Più o meno chiaramente o più o meno confusamente sappiamo di disporre di una nostra, specifica, identità personale. Sappiamo di essere la stessa persona che eravamo ieri o ieri l’altro. Nel corso del tempo, e in virtù delle esperienze che abbiamo fatto, siamo certamente cambiati ma non al punto di non essere consapevoli del fatto che siamo le stesse persone che eravamo trenta o quarant’anni fa anche se, in parte, diversi da allora.
Quindi, intanto, esiste un’identità personale e il senso di questa identità in ciascuno di noi. Poi c’è l’identità di gruppo. Di che si tratta? L’identità di gruppo si forma nel momento in cui la mia identità personale entra in relazione con l’identità di altri. Diventiamo interdipendenti: io tengo conto delle reazioni dell’altro e l’altro tiene conto delle mie reazioni.
Un insieme di persone si identifica nello stesso gruppo. Possono anche non conoscersi tutti personalmente. In questo caso (si pensi ad esempio a ciò che viene definita “nazione”, vedi oltre) si parla di comunità immaginata. Sono sicuro che, ad esempio, gli iscritti, le persone che stanno nel Partito Democratico, non si conoscano tutte. Però, sanno di essere in un gruppo, sentono comunque di appartenere allo stesso gruppo.
All’interno di qualunque gruppo c’è tanta interazione “faccia a faccia” fra molte persone e questi continui contatti personali rafforzano l’identità di gruppo, L’identità di gruppo non è una cosa astratta, si manifesta e si rafforza grazie alle relazioni che si istituiscono fra I membri del gruppo. Il “gruppo” può essere di qualunque genere: ci si può anche identificare in un club apolitico.
Se però è di identità politiche che ci stiamo occupando, allora dobbiamo tenere conto delle specificità della politica. Ci sono molti diversi modi per trattare le specificità della politica. Il mio preferito fa riferimento alla dottrina che viene detta del realismo politico. In questa prospettiva I caratteri costituitivi della politica sono due: la territorialità e l’uso, attuale o potenziale, della forza, della coercizione fisica. Non esiste politica senza un territorio. A un certo punto i teorici della globalizzazione negli anni ’90 immaginavano una politica sganciata dai territori. Ma si sbagliavano. Persino le società nomadi hanno un territorio: i nomadi si muovono dentro un’area che ritengono loro. La seconda componente è quella in virtù della quale c’è sempre, nella politica, un certo grado di drammaticità. Dipende dal fatto che, quando si tratta di politica, è sempre possible che entri in gioco la violenza. La democrazia è una forma di governo che , quando funziona al meglio, grazie alle sue istituzioni e alle sue procedure, rappresenta un argine, impedisce alla violenza di diventare uno strumento della competizione politica. La violenza ha comunque un rapporto ambiguo con la politica. E’ a volte uno strumento di cui la politica si serve. Ma è anche una minaccia da cui chiediamo alla politica di difenderci. Machiavelli e Hobbes incarnano I due diversi modi di pensare al rapporto fra la politica e la violenza.
Che irrompa o meno la violenza, la politica implica sempre il conflitto. Non esiste una politica del “vogliamoci tutti bene”: se ci vogliamo tutti bene non c’è conflitto e la politica scompare.
La democrazia, come ho già sopra accennato, trasforma il potenziale conflitto fra nemici in una competizione fra avversari. Io posso anche nutrire sentimenti di forte ostilità per coloro che appartengono ad altri gruppi politici ma le regole democratiche mi obbligano a trattarli da avversari. Quando la democrazia entra in crisi o crolla, allora gli avversari diventano nemici e ci si ritrova in un altro mondo. Come purtroppo gli esseri umani hanno tante volte sperimentato.
La democrazia è dunque essenzialmente un insieme di istituzioni e procedure che consentono al conflitto politico di svolgersi pacificamente. Si contano le teste anziché tagliarle. Certo la democrazia non è la sola forma di governo che consente che la successione nei ruoli di autorità avvenga pacificamente. E’ stato vero in passato anche per le monarchie ove vigeva il diritto di succession dinastico. Però bastava che il re non avesse figli perchè la competizione per la successione assumesse forme violente (congiure di palazzo, guerre civili, eccetera). Ci sono persone che, quando essa c’è, non apprezzano abbastanza la democrazia. La danno per scontata. Cominciano ad apprezzarla solo quando non c’è più.
Vi faccio un esempio a dir il vero un pò inquietante. Alcuni anni fa una rivista, il Journal of Democracy, pubblicò una ricerca su Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania, e altri Paesi europei. Non ricordo se ci fosse anche l’Italia, ma comunque l’Italia sicuramente non si discostava dalla tendenza generale. Secondo questa ricerca le generazioni che si erano succedute dopo la Seconda Guerra Mondiale, sia negli Stati Uniti che in Europa, a schiacciante maggioranza, erano a favore della democrazia. Perché? Perché erano le generazioni che o avevano visssuto I disastri della prima parte del secolo Ventesimo oppure avevano ascoltato I racconti di genitori e nonni su quelle terribili vicende. Quando però si prendevano in considerazione i Millennials, cioè i giovani nati tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI secolo, le cose cambiavano. Non che i Millennials fossero contrari alla democrazia, semplicemente, a maggioranza, non avevano alcun interesse per la democrazia. Perché? Non è difficile spiegarlo. I giovani sono cresciuti in società ricche e democratiche. E’ pertanto normale che diano per scontate le libertà di cui hanno sempre goduto, è normale che le pensino come qualcosa che c’è naturalmente, che nessuno ti porterà mai via. Ovviamente, è soltanto una ricerca. Per essere sicuri che essa dica il vero occorre che altre ricerche arrivino alle stesse conclusioni. L’ho citata solo perchè riguarda un tema rilevante: il legame fra le oscillazioni del grado di consenso per la democrazia e il passaggio delle generazioni.
Torniamo al tema dell’identità di gruppo. Per lo più, le identità personali e l’identità di gruppo coesistono, convivono. Spesso senza tensioni. Se e quando identità personale e identità di gruppo entrano in tensione, significa che la persona non si sente più rappresentata dal gruppo a cui appartiene. Talvolta l’identità di gruppo può generare effetti patologici. Accade quando certe persone, a causa della loro fragilità, si identificano nel gruppo fino al punto di subire una sorta di de- personalizzazione, annegano la loro identità personale nel gruppo. Sembra che il fenomeno della de-personalizzazione sia frequentemente associato alla affermazione di movimenti carismatici. Non ci sono ricerche che lo confermino con sicurezza ma sembra plausibile, ad esempio, che nel movimento nazista la de-personalizzazione fosse un fenomeno diffuso: tante persone si identificavano totalmente nel leader e nel movimento da lui creato, la loro identità personale perdeva forza a vantaggio dell’identità di gruppo.
Però, lasciando da parte queste situazioni patologiche, in genere vale la regola secondo cui si dà un rapporto di coesistenza tra l’identità personale e l’identità di gruppo: la persona, anche se si identifica in un gruppo, mantiene la consapevolezza della propria individualità.
La psicologia, dunque, ha molto di interessante da dirci sulle identità politiche. Però la psicologia non può cogliere un aspetto che è fuori dal suo campo di studi e che è tuttavia assai rilevante: il fatto che le identità collettive o di gruppo sono legate (alimentano e ne sono alimentate) alle istituzioni e alle dinamiche istituzionali. Le istituzioni sono di vario genere. Anche un partito lo è. Non è una istituzione nella fase iniziale della sua vita ma lo diventa in seguito, quando si consolida. E consolidandosi alimenta e stabilizza le identità di gruppo. Se e quando l’istituzione si disintegra o scompare, allora anche l’identità di gruppo che le era collegata si dissolve. Quindi l’identità di gruppo è legata a filo doppio alla istituzione. Talvolta sorgono movimenti di contestazione delle istituzioni. E questi movimenti (si pensi, ad esempio, al ’68) generano identità di gruppo. Ma tali identità di gruppo si stabilizzano solo se il movimento diventa una istituzione.
Sono questi gli argomenti che ho trattato nel mio libro. Al di là del tema dell’identità mi premeva anche ricordare sia ai politologi che agli psicologi che non bisogna farsi intimidire e bloccare dalle barriere disciplinari. Con ciò non intendo dire che le discipline non siano importanti. Non mi sognerei mai di consigliare l’interdisciplinarietà a un giovane all’inizio della sua carriera di studioso. Rischierei di farne un pasticcione, uno che, privo di metodo, si occupa di tutto un pò. Nella fase formativa di un ricercatore ciò che gli occorre è la disciplina mentale che serve per lavorare seriamente quale che sia il campo di specializzazione. In seguito, però, diventa importante non rimanere chiusi, o intrappolati, entro un ambito disciplinare. Occorre rendersi conto di quanto accade intorno.
Concludo con qualche osservazione sul nazionalismo, sulle identità nazionali. Ne tratto nel mio libro. Secondo la formula fortunate di Anderson, uno studioso del fenomeno, la nazione è una “comunità immaginata”, un insieme di persone, molte delle quali non si conoscono e non si conosceranno mai, che tuttavia si sentono parte dello stesso gruppo.
La nazione esiste solo nella testa delle persone che ritengono di avere la stessa appartenenza nazionale. Può trattarsi (secondo una distinzione che si deve a Billig, uno psicologo sociale) di un nazionalismo caldo, il nazionalismo degli squilli di tromba, delle adunanze, eccetera, o può essere un nazionalismo freddo che Billig definisce banale. Il nazionalismo banale è quello presente nelle conversazioni quotidiane: “i francesi sono fatti così e così e quindi sono diversi da noi italiani, eccetera”.
Non apprezzo l’espressione “stato nazione”: lo stato nazione cioè l’idea di una nazione sola per un solo stato è un mito europeo ottocentesco. Smentito dai fatti: la maggior parte di quelli che sono stati definiti stati nazione, (vale anche per la Francia, si pensi alla Corsica) non lo sono. C’è sen’altro una nazione dominante, ma poi ci sono sempre o quasi sempre dei gruppi etnici di minoranza, i quali in qualunque momento (vedi Catalogna, Scozia, eccetera) possono decidere di diventare nazione. Per questo preferisco usare l’espressione “stato nazionale”, anzichè stato nazione. Si dà una nazione quando un gruppo vuole darsi un proprio governo. I gruppi linguistic svizzeri non sono nazioni perchè non aspirano all’indipendenza nazionale. Gli scozzesi, o una parte di loro, sì, vogliono l’indipendenza da Londra.
Il nazionalismo ha imposto nel mondo un prinncipio di legittimità dei governi che definiamo della sameness (I governanti devono avere la stessa nazionalità dei governati).
Il nazionalismo è un fenomeno interessante anche perché in una fase che tutti dicono di rinascita degli imperi il nazionalismo è una zeppa piantata nel cuore degli imperi o presunti tali. Gli imperi sono per definizione multietnici, un impero che non è multietnico, non è un impero. Per esempio si è parlato scorrettamente di impero giapponese. Il Giappone è una entità culturalmente omogenea, non un impero (anche se il suo sovrano è chiamato imperatore) . L’impero è multinazionale per definizione e la maggior parte degli imperi sono finiti tra 800 e 900 a causa della affermazione delle nazioni. Oggi sono proprio le identità nazionali la principale forza di resistenza alla ricostituzione degli imperi.
* Intervento alla presentazione del libro Identità e istituzioni (Bologna, 14 maggio 2026, Circolo Bolognina del PD)
In Copertina: dettaglio di Angelo Panebianco, Identità e istituzioni. L’Individuo, il gruppo, la politica, 2025, Bologna, il Mulino

