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Sicurezza integrata

Oltre lo stallo della sicurezza

Il dibattito pubblico sulla sicurezza si trova oggi in una fase di profondo stallo politico e culturale. Da un lato, emerge l’evidente fragilità delle risposte fornite dalle destre; dall’altro, si registra l’inefficacia di un fronte progressista che fatica a trovare una postura concreta, oscillando tra la denuncia teorica delle cause strutturali del disagio e la percezione dei cittadini. Per superare questo vicolo cieco, è necessario comprendere la metamorfosi storica del concetto stesso di sicurezza: un tempo legato alla solidità del welfare e alla difesa dei diritti sociali, il termine è stato ridefinito dalla svolta neoliberista a partire dagli anni Novanta. L’arretramento economico dello Stato è stato infatti compensato da una gestione punitiva delle marginalità, inaugurata nei paesi anglosassoni e inseguita spesso anche dal centrosinistra italiano.

Di seguito si propone di dimostrare come sia possibile scardinare la logica puramente repressiva attraverso modelli alternativi internazionali, capaci di coniugare prevenzione, rigore scientifico e coesione sociale. La sicurezza non deve essere il prodotto finale della sola risposta penale, ma il risultato naturale di una rete territoriale interdisciplinare. Studiando le esperienze anglosassoni nate dal basso emergono tre pilastri fondamentali che ribaltano la logica puramente repressiva. Il primo elemento cardine è l’analisi rigorosa dei dati, indispensabile per sottrarre il dibattito emotivo alla pura cronaca giornalistica e misurare l’impatto reale delle politiche pubbliche. A questo si unisce un metodo fortemente interdisciplinare, capace di far cooperare stabilmente la magistratura, le forze dell’ordine, gli educatori, gli assistenti sociali e le associazioni locali. Il vero cambio di paradigma risiede proprio nella valorizzazione della rete territoriale, che trasforma la sicurezza nel risultato naturale della coesione sociale e della solidarietà, anziché nel prodotto finale della sola risposta punitiva. All’interno di questa cornice vi è la necessità di una riforma strutturale della gestione migratoria: dal superamento della legge Bossi-Fini all’introduzione di canali di ingresso regolari, fino alla chiusura dei CPR in favore dell’accoglienza diffusa e alla riforma della cittadinanza. In questo scenario, dunque, emerge l’urgenza di ridefinire radicalmente i concetti di ordine e accoglienza, non più intesi come misure emergenziali o di puro controllo, ma come pilastri di una rinnovata coesione democratica.

Come la sicurezza integrata ridisegna le nostre città

La parola “sicurezza” nasconde un segreto etimologico bellissimo. Deriva dal latino sine cura: essere senza preoccupazioni. Non significa solo assenza di pericoli, ma indica la presenza di una cura costante verso l’ambiente in cui viviamo.

Oggi l’Europa definisce la sicurezza urbana come un bene pubblico, bene comune. Essa influisce direttamente sulla qualità della vita, sulla coesione sociale e sul pieno godimento degli spazi collettivi.

Nel tempo, questo concetto si è frammentato in mille specializzazioni:

Security: la sicurezza personale e patrimoniale.  Safety: la tutela nei luoghi di lavoro. Cybersecurity: la difesa nel mondo digitale. Sicurezza psicologica: la libertà emotiva di esprimere sé stessi, ed infine vi è sicurezza stradale

Al di là delle definizioni, la sicurezza ha un eterno rivale biologico: la paura.

La paura è un’emozione primaria che condividiamo con gli animali. È un salvavita immediato, ma se diventa cronica si trasforma in un veleno sociale. Il suo effetto collaterale più pericoloso è l’evitamento, ovvero la rinuncia a frequentare determinati luoghi o a compiere certe azioni. Già Charles Darwin aveva compreso il rischio di questo meccanismo: un comportamento di fuga prolungato ostacola i processi di riproduzione e accudimento delle specie. Trasposto nella società moderna, l’evitamento nuoce gravemente alla comunità: quando i cittadini si ritirano dallo spazio pubblico per paura, la democrazia e la socialità si impoveriscono. Nella celebre piramide dei bisogni di Maslow, d’altronde, la sicurezza si trova alla base: senza di essa, nessun legame sociale può fiorire.

Chi ha più paura in Italia?

I dati Istat, Censis e l’Indice della Criminalità del Sole 24 Ore tracciano una mappa della percezione del rischio molto chiara. La paura non è democratica e colpisce soprattutto tre categorie:

DONNE: Si sentono insicure il doppio degli uomini, soprattutto nelle grandi aree metropolitane.

ANZIANI: Temono reati predatori e scippi. Il 50% degli over 75 non esce solo la sera per paura, rischiando l’isolamento cognitivo.

GIOVANI: Una novità recente. Aumentano i ragazzi che rinunciano a uscire la sera per senso di insicurezza.

Il paradosso di Bologna: benessere alto, sicurezza complessa

Bologna rappresenta un caso di studio emblematico. Nella storica indagine sulla Qualità della Vita del Sole 24 Ore, la città svetta per economia, servizi e benessere generale, ma precipita oltre il 100° posto nazionale nel sotto-indice “Giustizia e Sicurezza”.

La città è al quarto posto in Italia per reati denunciati in rapporto agli abitanti, guidando le classifiche per la microcriminalità e i reati di strada. Al contrario, i furti in appartamento sono in netto calo.

Emergono tuttavia due dati che meritano un’analisi approfondita:

Le denunce per violenza sessuale sono elevate: questo dato, apparentemente allarmante, è anche il sintomo di una rete di supporto che funziona. A Bologna la forte sensibilizzazione dei movimenti delle donne e i centri antiviolenza spingono a denunciare un reato che altrove resta sommerso.

La sicurezza stradale è in netto miglioramento: l’introduzione della “Città 30” ha registrato una riduzione di 370 incidenti totali sulle strade urbane, con una flessione drastica di feriti e decessi.

Dati contro percezioni: l’Atlante di Genere

Bologna non ha scelto una via puramente repressiva. Le politiche securitarie mostrano evidenti limiti di efficacia nel tessuto sociale. La svolta scientifica della città si chiama Atlante di Genere, un progetto nato dalla collaborazione tra l’ufficio Pari Opportunità del Comune, l’associazione Period Think Tank di Bologna e Sex & the City di Milano.

L’obiettivo è mappare come il genere influenzi l’uso dello spazio urbano, incrociando diverse variabili (età, classe sociale, etnia, disabilità) attraverso un approccio intersezionale.

Grazie a strumenti solidi come il consolidato Bilancio di genere cittadino e le linee guida della Banca europea per gli investimenti, l’Atlante combatte la paura con i dati scientifici anziché con le sensazioni soggettive. Accettare che una donna o una minoranza debbano auto-limitarsi negli orari notturni significa escluderle dalla comunità.

La soluzione contemporanea è la sicurezza urbana integrata: un modello in cui il decoro, la rigenerazione e la partecipazione attiva della comunità diventano essi stessi il presidio di sicurezza più potente.

“Tutta mia la città!” Il futuro della notte bolognese

In questo solco si inserisce il progetto “Tutta mia la città! Reti comunitarie per uno spazio pubblico libero dalla violenza”. Questa iniziativa unisce le politiche di gestione della vita notturna alla diffusione di una cultura di parità.

Il progetto opera come un’azione di sensibilizzazione sul territorio, con l’obiettivo di ampliare le reti attive di prevenzione e contrasto alla violenza, coinvolgendo direttamente tutti gli attori che vivono e animano la notte urbana. Il progetto biennale (2025-2026), co-finanziato dalla Regione Emilia-Romagna e coordinato dall’Ufficio Pari Opportunità con l’Unità Piano della Notte, connette l’economia notturna alla cultura della parità. L’obiettivo è garantire una fruizione sicura delle strade a donne e minoranze di genere, trasformando i locali commerciali in presidi civici.

Il piano si articola su tre azioni concrete:

  • Street Host: Mediatori culturali e sociali di strada formati per la prevenzione e il primo soccorso in caso di molestie notturne.
  • Punti Viola: Attività commerciali capillarmente formate contro la violenza, vincolate da un patto di collaborazione formale con il Comune.
  • Protocollo Club: Misure di contrasto alle aggressioni sessuali sottoscritte direttamente dai gestori dei locali notturni.

Una rete che vede la collaborazione strategica di TPER, Città Metropolitana, Casa delle donne, Senza Violenza e DonnexStrada.

Bologna tra militarizzazione e presidio sociale

 Una città da un milione di presenze quotidiane, trainata da centomila studenti universitari, si trasforma in un laboratorio a cielo aperto dove si scontrano due visioni opposte di sicurezza urbana. Da un lato la linea securitaria dei decreti governativi, culminata nell’istituzione delle “zone rosse” e nella militarizzazione dei punti caldi; dall’altro la strategia della prevenzione collaborativa e della cittadinanza attiva. Al centro del dibattito c’è la gestione dello spazio pubblico, ferito dallo spaccio e dalla violenza di genere, ma presidiato da nuove reti comunitarie.

A guidare la complessa macchina della Sicurezza Urbana Integrata è l’assessora Matilde Madrid, il cui mandato unisce il welfare alla protezione civile. La sfida bolognese è dimensionale: una città media che gestisce flussi da metropoli anche a causa dello snodo ferroviario e aeroportuale e naturalmente non solo. Bologna è anche un’area di servizi, ed ogni giorno si spostano verso di essa i cittadini dell’area metropolitana.

Le competenze dell’assessorato si muovono lungo l’asse del “controllo di vicinato”, valorizzando il legame con i presidenti dei Quartieri e gli assistenti civici. L’obiettivo è attuare una vigilanza attiva che non si limiti alla videosorveglianza, ma che sostenga la comunità nei quartieri con aree periferiche.

Sul fronte opposto si muove il Tavolo per la Sicurezza Urbana, guidato dal Prefetto di Bologna in rappresentanza del Ministero dell’Interno. È in questa sede che vengono siglati i Patti per la sicurezza che integrano la Polizia Locale alle Forze dell’Ordine. Tra gli strumenti centrali spiccano le “zone rosse”: aree delimitate (come piazze o stazioni) sottoposte a presidi fissi, divieti d’accesso e allontanamenti immediati per i soggetti ritenuti pericolosi.

I dati e l’esperienza sul campo tracciano tuttavia un bilancio critico di questa strategia di matrice governativa:

  • Effetto spostamento: I fenomeni illeciti non vengono eradicati, ma traslocano nelle zone adiacenti ai confini della zona rossa.
  • Mancanza di deterrenza: Lo spaccio prosegue spesso a ridosso dei presidi militari, lasciando inalterata la percezione di insicurezza dei residenti.
  • Carenza di organico: Il deficit di personale delle Forze dell’Ordine penalizza l’attività investigativa profonda, necessaria a smantellare i gruppi criminali (come la criminalità organizzata nigeriana) che gestiscono le piazze.

Di fronte all’impennata del consumo di stupefacenti, il Comune ha modificato la propria strategia, chiedendo al Viminale pattugliamenti mobili notturni al posto dei blocchi fissi, arrivando a individuare nuovi spazi nel quartiere Navile da destinare alle Forze dell’Ordine.

La trincea della Bolognina: il riutilizzo degli spazi ACER

Laddove la risposta securitaria arretra, l’amministrazione e i cittadini tentano di occupare fisicamente il territorio. L’epicentro di questa resistenza urbana è la Bolognina, nel quartiere Navile. Qui la struttura a corte delle case popolari è diventata terreno di conquista per la criminalità, capace di occupare abusivamente cantine e spazi comuni per lo stoccaggio e la logistica dello spaccio.

La controffensiva è sociale: La Presidente Federica Mazzoni ha proposto una linea precisa al Consiglio di Quartiere: ha avviato il riscatto dei locali sfitti di proprietà di ACER (l’azienda che gestisce l’edilizia pubblica). Questi spazi vengono sottratti al degrado e assegnati in affitto ad associazioni locali per attività culturali e sociali I nuovi interventi per il quartiere Navile e la Bolognina fanno parte del “Piano Bolognina”, un progetto integrato del Comune di Bologna, del Quartiere Navile guidato da Federica Mazzoni, e di Acer Bologna. L’obiettivo strategico è contrastare la criminalità e lo spaccio non solo con le forze dell’ordine, ma attraverso la rigenerazione urbana e la coesione sociale.

Il piano unisce le tre aree di intervento indicate (Sicurezza, via Albani, spazi Acer e mercato) attraverso progetti specifici. ll Comune di Bologna e Acer hanno firmato una convenzione per recuperare e riaprire locali commerciali precedentemente inutilizzati a piano terra. Vi è stato poi l’assegnazione di 5 spazi commerciali a associazioni e reti del territorio per attività culturali, musicali ed educative destinate a giovani e famiglie. Più i locali sono aperti e vissuti (anche in orario serale), maggiore è il controllo civico per la sicurezza.

Sicurezza, Integrazione e Nuova Mobilità

Bologna, dunque, cambia volto e ridefinisce il concetto di sicurezza urbana attraverso una strategia integrata. L’amministrazione comunale supera la logica del semplice contrasto alla microcriminalità: l’obiettivo è trasformare il tessuto cittadino per migliorare la vivibilità quotidiana di chi ci abita. Sebbene i reati siano in calo, la vera sfida oggi è abbattere il divario tra dati reali e percezione della sicurezza, curando le vulnerabilità dei quartieri. Un Territorio Vissuto è un Territorio Sicuro. Infatti la gestione dell’ordine pubblico a Bologna punta forte sulla prossimità e sulla partecipazione. Grazie ad accordi strategici con la Regione Emilia-Romagna, la città investe sulla rigenerazione degli spazi pubblici per sottrarre terreno all’illegalità e contrastare l’isolamento sociale.  Nella logica di costruire i presidi di prossimità si è promosso il potenziamento dell’organico della Polizia Locale per garantire una presenza costante, visibile e rassicurante sul territorio. A questo si affiancano gli Interventi mirati, ossia progetti specifici nelle aree sensibili per contrastare degrado e dipendenze, usando lo strumento della mediazione sociale. Acquisisce importanza strategica la cura dello spazio pubblico, ossia il potenziamento dell’illuminazione artificiale e mantenimento del decoro urbano. Vi è inoltre da questo punto di vista la partecipazione dei cittadini che si prendono cura di specifiche zone del territorio attraverso lo strumento dei patti di collaborazione, ossia un accordo tra gruppi di abitanti ed il quartiere che fornisce risorse per l’accudimento di determinate aree, come parchi, panchine ecc.  Si tratta, insomma di una “Sicurezza partecipata” che si esprime anche attraverso il coinvolgimento attivo dei residenti nelle segnalazioni e nella cura dei propri quartieri. Un rilancio culturale si concretizza nell’ attivazione di eventi e iniziative nelle periferie e nelle piazze centrali per mantenere vivi gli spazi comuni.

Esistono poi dei nodi che travalicano le competenze delle città. Oltre alla gestione dell’ordine pubblico si ha un problema sulla gestione emergenziale dell’immigrazione. I dati legati alla presenza di stranieri nelle carceri evidenziano una forte criticità: il coinvolgimento di molti immigrati nel circuito dello spaccio. Per risolvere la questione alla radice, serve una riforma radicale della gestione dei flussi migratori, archiviando la legge Bossi-Fini (principale causa di clandestinità forzata) a favore di politiche strutturali e di lungo termine. Da questo punto di vista vi sono nodi fondamentali come l’incontro tra domanda e offerta attraverso l’introduzione di visti flessibili per la ricerca di occupazione e del meccanismo dello sponsor per le imprese. La promozione di canali umanitari sicuri attraverso l’utilizzo del visto umanitario per chi fugge da conflitti, azzerando così il business dei trafficanti di esseri umani. La Chiusura immediata dei a Centri di Permanenza per il Rimpatri (CPR) è necessaria sia dal punto di vista dei diritti umani persistentemente violati che dei costi elevatissimi per una piena inefficienza. Si contrappone, invece, il modello di accoglienza diffusa ricollocando i migranti in piccoli nuclei abitativi gestiti dalla rete dei comuni, facilitando l’apprendimento della lingua e l’inclusione lavorativa. Infine serve la riforma della cittadinanza con l’introduzione dello ius scholae o dello ius soli temperato per le seconde generazioni che nascono o studiano in Italia. Infine serve esercitare un forte pressione a Bruxelles per il superamento del principio del paese di primo ingresso a favore di un meccanismo di redistribuzione obbligatorio e solidale tra Stati membri.

La sicurezza a Bologna passa anche dalle strade. Il progetto Bologna Città 30 si conferma il pilastro di una nuova vivibilità urbana, trasformando lo spazio pubblico in un ambiente più sicuro e a misura d’uomo. I report ufficiali consolidano il successo della misura con dati evidenti:

  • Meno incidenti: calo stabile degli scontri stradali superiore al 15%.
  • Più tutele per la vita: riduzione drastica del numero di feriti e delle vittime della strada.
  • Benefici ambientali: abbattimento immediato dei livelli di inquinamento atmosferico e acustico grazie al rallentamento del traffico.

La trasformazione della mobilità bolognese non si ferma qui: l’attenzione della cittadinanza è ora rivolta al completamento e all’avvio delle nuove linee del tram, pronte a ridisegnare definitivamente il trasporto pubblico locale.

In copertina: Foto di Scott Webb su Unsplash

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