La “ Dismissione “
Ermanno Rea, La Dismissione. È il pensiero-lampo emerso alla fine delle pagine intense e coinvolgenti di “Quando c’era l’Unità. La storia vista dal giornale fondato da Antonio Gramsci”, (editore Strisciarossa, prefazione di Luca Bottura), un lavoro collettivo di 39 ex collaboratori del giornale.
Di “dismissione” si tratta, infatti, dopo quasi un secolo nel quale l’Unità è stata simbolo, testimone e protagonista della storia d’Italia. Il libro di Rea, giornalista dell’Unità e scrittore, sull’Italsider di Bagnoli, era la narrazione sofferta di lotte, di impegno professionale, sociale e politico, di scarse vittorie e tante sconfitte del movimento operaio, del Sindacato, del Pci e della sinistra; più complessivamente, della industrializzazione e dello sviluppo del Sud.
Smette la lava di acciaio del vulcano buono di Bagnoli, tacciono le sirene che scandivano i tempi della fabbrica e della vita del quartiere; mutano per sempre la quotidianità e il futuro.
Così per l’Unità. La “dismissione” non è solo la lenta agonia di un progetto editoriale e politico, di un collettivo di intelligenze e professionalità, di donne e uomini partecipi e attori di una “missione speciale”, che, insieme alla rappresentazione puntuale dei mutamenti mondiali come delle spinte per il cambiamento della società nazionale, ha avuto ruolo primario anche come poderoso strumento di denuncia, orientamento e mobilitazione politica.
È la fine di un sogno–progetto politico. Il dopo è risultato e testimonianza del declino culturale, ideale e politico della sinistra. Il racconto, stavolta, non è di un uomo solo, operaio e tecnico addetto allo smantellamento dell’ultimo “pezzo” dell’Italsider di Bagnoli, venduta ai cinesi. Anche l’Unità è stata passata a particolari “cinesi italiani”: chiusa presto e senza onore, se un gruppo di redattori lasciarono lavoro e stipendio con un “manifesto” secco e inequivocabile : “Abbiamo la schiena sempre dritta e non siamo in vendita…”.
Era di questo acciaio temperato la spina dorsale dell’Unità. Militanti, ma liberi di testa, uniti nelle diversità culturali e sensibilità sociali e politiche, di alto profilo professionale ma con le retribuzioni più basse. Il giornalismo come “scelta di vita”. Un impegno militante, sintesi di “gavetta”, passione, idealità, valori. E tanti sacrifici.
Il libro, fresco e leggero anche sui temi più caldi e spinosi, assume i contenuti di una metamorfosi, non è solo storia di ieri. Fa pensare. Parla dell’oggi e proietta nel futuro. È il valore aggiunto del riuscito lavoro a più teste e più mani di un gruppo di redattori diversi per generazioni e tipologia professionale.
Un racconto a più voci, la trasposizione di ricordi e, soprattutto, di cronache e avvenimenti che hanno sconvolto il mondo e l’Italia. Di lotte, di fatica e impegno culturale e politico, ma anche la rappresentazione puntuale dei mutamenti e delle tensioni ideali e sociali che hanno attraversato e segnato il mondo e l’Italia. Il lungo cammino dell’Unità, il giornale di Gramsci e del PCI dal 1924, dalla clandestinità, dalle cronache della “Liberazione”, dal mito dell’URSS e di Stalin alla dissoluzione dell’impero sovietico, ai giorni nostri, non è cancellabile. È storia.
La sua liquidazione è una sconfitta lacerante, che trascende il giornale e i redattori. Riguarda l’Italia. Investe la sinistra. Investe il Paese, come lo sradicamento della “grande fabbrica” e lo svuotamento di Bagnoli, quasi “città” operaia e di grande cultura. È un libro vivo; le pagine pulsano calde. L’Unità è la bandiera che cambia e viene rimossa. Da rossa a bianca e poi ammainata. Una resa.
Il giornale che parlava all’Italia
La “dismissione” dell’Unità rappresenta non la semplice chiusura, ma la fine di un’epoca, l’esaurirsi nel grande giacimento della sinistra culturale e politica italiana, di un mondo di “metalli rari”, di etica, rigore, cultura, impegno politico, umanesimo e speranze. Anzi: umanesimo, fede laica e speranze. Di cambiare l’Italia e il mondo. È l’altra faccia dei cammei raccolti in Quando c’era l’Unità, trasposizioni del lavoro appassionato e difficile dei redattori di un giornale che sapeva essere voce del PCI e al contempo parlava all’Italia. Una voce di verità non offuscata dal timbro politico. “Compagni , l’Unità non lo dice…” non è solo intelligente satira al fideismo politico, ma è credibilità e forza che viene da lontano, dai tempi cupi del fascismo e della clandestinità. È anche denuncia e spunti di riflessione e di impegno.
Dall’entusiasmo per la caduta del muro di Berlino, alla perestrojka di Gorbaciov, alla dissoluzione dell’Urss, al terrorismo brigatista e nero, dai drammi dei terremoti, dagli attentati fascisti ai delitti di mafia e di camorra, dalle battaglie politiche al compromesso storico, dall’assassinio di Moro ai funerali di Berlinguer, da Mandela a Cuba, dalla cultura al cinema, allo sport, tutto è raccontato fondendo un’informazione alta e raffinata alla chiave culturale e politica. Le pagine dicono che Berlusconi e il berlusconismo corruttivo e inquinante trovarono debole resistenza in una sinistra che già “galleggiava” sotto costa, nel mare calmo del sottogoverno e del piccolo cabotaggio personale. Più che la normale e democratica vittoria elettorale e politica, ebbero peso assoluto gli “effetti collaterali” del berlusconismo: trasformismo, individualismo e soprattutto “controvalori” in luogo di valori etici e e sociali e di idealità.
Uno tsunami politico e sociale devastante, che anticipò gli sconvolgenti e radicali “mutamenti climatici” che colpiscono il mondo con i Trump, Putin….. e altri di piccolo calibro. È qui la cesura tra “ere “ politiche, culturali e sociali diverse.
È la sconfitta senza appello di una prospettiva politica, del possibile rinnovamento democratico del Paese avviato con le grandi riforme e conquiste democratiche, sociali e civili, portato delle grandi lotte degli anni ‘70-’80: divorzio, aborto, Statuto dei Lavoratori, Legge Bisaglia, Servizio Sanitario Nazionale e tanto altro.
Lo ricorda Maurizio Landini, leader della CGIL, quando afferma che “dobbiamo difendere i diritti e le conquiste sociali, democratiche e politiche degli anni ’70 ….”. Dopo, infatti, la sinistra ha preso la via dello scivolamento, senza programmi, senza idealità e valori, lontana dalla gente, sorda e muta verso giovani e gli ultimi. Non solo una “dissociazione di classe”, ma sociale e collettiva. Una vera diserzione. Quasi mezzo secolo di marcia indietro radice di un divorzio tra la sinistra e tanta parte del Paese.
Si spiega anche così la fine del giornale di Gramsci. Un giornale “particolare”, che mobilitava la domenica e nei giorni comandati un esercito di “diffusori “ che bussavano a tutte le porte.
Il declino dell’Unità spiega anche il travaso disperato e disperante di milioni di voti dalle “cattedrali“ della sinistra (Sesto S.Giovanni, Bagnoli, Sestri, Piombino e la Toscana, Pomigliano d’Arco ecc.) ai 5 Stelle. E si spiega anche con cronache segnate dalla critica e dalla sofferenza, il rovinoso e inavvertito cammino verso la consegna del Paese al primo governo della destra, post e neo-fascista.
Ecco perché la fine dell’Unità, arma strategica del PCI e della sinistra, segna la fine di una epoca.
Nell’Italia di oggi, governata da un neo-fascismo che dagli inizi “molli” è passato alla durezza politica e sociale con il rilancio del vecchio armamentario nero di Casa Pound, degli attacchi agli immigrati, ai diritti e alla libertà, della repressione poliziesca, guidato da una bussola politica puntata sul consolidamento delle rendite, del sistema bancario, dell’evasione fiscale, si avverte forte il vuoto lasciato dall’Unità.
Misura la latitanza e la dismissione della sinistra comunque connotata dal proprio ruolo storico, culturale e politico. Emblematico il cedimento, alla fine del governo Gentiloni, già in partenza per Bruxelles, alla destra con la consegna del pacchetto sull’autonomia differenziata.
Non si tratta di ripensare ad un impossibile ritorno a esperienze sconfitte dalla storia, ma alla vanificazione di una prospettiva politica delineata e animata da Berlinguer e Moro. Il compromesso storico, ostacolato anche nel PCI e nella DC, è stato invece bene compreso da URSS e USA, connessi da interessi unitariamente strategici. L’equilibrio nel mondo non doveva e non poteva cambiare.
Il libro riconduce anche all’assassinio brutale di Moro da parte delle BR e alla morte di Berlinguer che già poneva con coraggio il tema non rinviabile della “questione morale” e nell’intervista a Scalfari (Repubblica, luglio 1981) denunciava con dolore e vista acuta “l’inquinamento della politica e dei partiti ridotti a macchine di potere, confraternite di interessi particolari … lontane dai problemi della gente…”
Le pagine del libro connettono un passato già segnato da guasti profondi con il presente ancora più difficile e degradante per la politica. Si tratta di passaggi cruciali che potevano aprire la porta di un possibile riformismo politico-sociale. La nebulosa politico-economica-sociale ha aperto invece il portone a Berlusconi e al berlusconismo. La divaricazione siderale tra concezioni di mondi diversi e distanti emerge netta in alcuni “pezzi” del libro. Berlinguer che indica la via del rigore e dell’ “austerità” mentre per Berlusconi la parola d’ordine è ‘arricchitevi’, il come e in quali compagnie è a libera scelta. In un serio Paese democratico Berlusconi non avrebbe avuto spazio politico.
Il “Concerto”
Un giornale è come un concerto che ogni giorno cambia spartito e musica. Tanti maestri–redattori, primi violini e solisti d’eccezione come le “grandi firme” e un personaggio-chiave: il Direttore. La “cifra” del giornale è la qualità del concerto. Le “voci di dentro”, autori del libro, hanno il merito di fare rivivere la diversità dei tempi e le soggettività dei Direttori che prima che giornalisti erano garanti della linea politica, sintesi delle poderose diversità dello stato maggiore di Botteghe Oscure. Il motore è però il “redattore capo centrale”.
Sfilano tanti nomi autorevoli che proiettano le diverse fasi politiche del PCI e poi dei diversi, nuovi partiti derivati, fino alla conclusione: l’amara beffa di ritrovarsi Belpietro “direttore per un giorno”, civilmente accolto e salutato dalla redazione con un: “Avremmo preferito restare nel silenzio piuttosto che averla come direttore…”
Quando c’era l’Unità è un concerto di penne e di tasti, di fax e telefonate avventurose, visioni, sentimenti e fatica, tenuto insieme dalla unità culturale e progressista degli autori che fanno rivivere passaggi straordinari, dall’oceano di gente al Festival di Napoli con Berlinguer, ai milioni di compagne e compagni al Circo Massimo, al dolore dell’Ivano Fossati di Un tango per sognare, a Nanni Moretti che esplode con D’Alema: “Ma dici qualcosa di sinistra … Con questi dirigenti non si va da nessuna parte!”. Tutto si ritrova nelle pagine dense e fresche di un libro che senza la pretesa di fare cronaca e storia, ripercorre con puntualità il complesso, articolato e difficile cammino del mondo e dell’Italia. Un impensabile filo rosso, culturale, politico, ideale e esistenziale connette la spietata analisi critica di Berlinguer, con le giuste esplosioni-insofferenze di Fossati e di Palombella Rossa. I “medaglioni“ dei 39 di Quando c’era l’Unità sono tutte valide gouaches che intrecciano i colori vividi della quotidianità e le sfumature del tempo che scorre.
Un “concerto” che non elude i punti critici, in rapporto all’URSS e interni al PCI e alla sinistra. Un autentico miracolo, equilibrare il ruolo politico di un grande giornale operaio e popolare con gli eventi e mutamenti internazionali, la politica interna, la cronaca, la cultura, lo sport e anche le satire graffianti di Mario Melloni con gli spazi da misurare col bilancino per i big del partito.
Leggi e vedi un film. Rivivi fatti e protagonisti di tempi lontani e vicini. Dal commosso e straziante fiume di popolo dei funerali di Berlinguer a Marcello Torre, ”sindaco eroe” ucciso dalla camorra, come a Pio La Torre assassinato dalla mafia; da Eltsin a Dudaev in Cecenia; dal “caso Maresca” alla “strage di Nocciolata, al proditorio attacco a Lama alla Sapienza, alla “disgrazia” di Alicata in Sicilia; da “il muro è davvero caduto?” al barbaro assassinio di Guido Rossa, a Rocco De Blasi che sul drammatico terremoto dell’Ottanta, che azzerò i paesi-presepi della Irpinia e della Basilicata, scrive “è l’ultima volta che l’Italia del Nord si è data da fare davvero per il Sud..” riprendendo l’angosciato appello di Pertini “Fate Presto!”.
Questo e tanto altro, dall’inattesa “botta” di Occhetto alla Bolognina, si intreccia con la leggerezza e il pulsare di emozioni di una giovanissima neo-assunta,Marcella Ciarnelli, che “incornicia il primo pezzo in prima pagina”; di “metti una sera a cena con la Carrà e Parlato”; alle “olgettine” nelle mega-ville di Berlusconi; del goleador-pensatore triste Socrates , alle recensioni di libri e film.
Anche un giornale innovativo e giovane, con il positivo di Tango e del Cuore di Michele Serra.
E poi i pezzi della Cultura alta, da Kean Loach alla “storia di Gramsci” di Bruno Gravagnuolo, alle note su Escher di Michele Emmer, al ritratto di Fausto Ibba, fino alla denuncia forte dei “100 miliardi di Berlusconi per comprare l’Italia”.
Per non dimenticare
La storia può sbiadire nel tempo ma non si cancella. Sostiene Francesco De Martino che “senza memoria e senza storia non c’è futuro”. Per Igor Strawinskji “la storia e la tradizione non sono testimonianza di un passato concluso ma una forza viva che può animare il futuro”. È l’eterno dramma-sintesi della sinistra italiana e europea. Due passaggi che esprimono l’essenza dell’impegno dei 39 autori, donne e uomini, che con racconti diversi, hanno riproposto la storia dell’Unità, il vissuto spesso tribolato, non solo individuale ma delle redazioni, straordinari collettivi di teste pensanti e operanti.
È qui l’originalità e il valore del narrare una storia compiuta con un mosaico di episodi-cronaca, testimonianze ruggenti che riportano il lettore su temi e tempi diversi ma nella unitarietà di una narrazione viva, coinvolgente capace di connettere le singole pagine con il filo rosso della compiutezza narrativa che diventa storia per “non dimenticare”. Un bisogno di testimoniare “come eravamo” e per “chi e per cosa scrivevamo” che assume valenza etica e identitaria che vale per l’oggi e il domani e trascende i confini dell’Unità, Organo del PCI”, per essere una delle architravi essenziali della complessa e difficile costruzione e sviluppo della democrazia in Italia.
Quando c’era l’Unità è la storia di un giornale vista e interpretata dalle voci di dentro senza cedimenti all’autocelebrazione, ma anche un’operazione verità: la radiografia di un giornale-simbolo capace di essere sempre in linea con i tempi, la modernità e le generazioni.
Nel libro ci sono molti pezzi di donne e uomini dell’Unità di Napoli. Tra questi, “ Le ragazze e i ragazzi di via Cervantes .Una quasi cronaca delle vicende della redazione napoletana dell’Unità”. Anche questa è testimonianza sentita e vibrante. Una storia nella storia.
Da Angiporto Galleria a Via Cervantes
L’Unità aveva redazioni in alcune città: Milano ,Genova Bologna, Napoli, poi anche Bari. Sono state fucine di generazioni di giornalisti. Tanti di straordinario livello , come Fausto De Luca, Lina Tamburrino, Nora Puntillo, Antonio Polito, Luigi \Vicinanza, Federico Geremicca, Franco De Core, Matteo Cosenza, Marco Di Marco, Enzo D’ Errico, Ottavio Ragone, e altri che hanno assunto nel tempo la direzione di testate e riviste di importanza nazionale. L’Unità ha avuto a Napoli due sedi “mitiche”: Angiporto Galleria 7 e, dopo, Via Cervantes.
Avevo 18 anni e ho lavorato nella prima: corridoio angusto e stanze al settimo piano. Nei piani sottostanti la redazione del Mattino; nelle immense caverne della Napoli sotterranea, la tipografia con le lynotipes e gigantesche bobine di carta. Tutto al centro della città, sotto l’imponente Galleria Umberto.
Scrive Massimiliano Amato, storico e giornalista: “Avere in tasca l’Unità a Napoli e in Campania fin dagli anni Cinquanta, quelli eroici della redazione del “palazzo dei giornali” dell’Angiporto Galleria frequentata da dirigenti politici, intellettuali e scrittori del calibro di Giorgio Amendola, Giorgio Napolitano, Gerardo Chiaromonte, Ermanno Rea, Mario Alicata, Renato Caccioppoli, Luigi Compagnone, Luigi Cosenza, Maurizio Valenzi, Luigi Incoronato, Vittorio Viviani e altri, significava fare parte di un popolo in marcia che, attraverso l’azione delle forze democratiche e progressiste – il PCI in primo luogo, ma anche il sindacato, i socialisti e dal 1969 i movimenti organizzati dalla estrema sinistra – si sentiva parte di un grande processo di trasformazione sociale, civile, economica e culturale”.
Una redazione, ma anche un cenacolo di espressioni alte della cultura, dell’arte, dell’accademia, delle professioni. Io e Andrea Geremicca “vestivamo alla marinara”. Francesca Spada, giornalista di punta, fascinosa moglie del caporedattore Renzo Lapiccirella, donna colta e sensibile, è stata la protagonista di un’altra opera di Rea, Mistero Napoletano. Enzo Striano, responsabile dello sport, che narrava con stile innovativo da fine scrittore, autore tra l’altro del capolavoro Il Resto di Niente, storia della Rivoluzione Napoletana del 1799 e di Eleonora Pimentel Fonseca, mi accolse con simpatia e curiosità. Poche serrate domande: “Che libri hai letto e leggi? Che sport fai?”. “Pallone e corsa, sport popolari….”. Proviamo.
Scattò l’arruolamento: ero un cronista de l’Unità. In tasca tessera con foto. Era il 1953. Mi ritrovai a 18 anni in prima pagina nazionale a firmare da “inviato” un Roma-Napoli 0-0 quando le trasferte erano feste pop; all’inaugurazione dell’Olimpico con Italia-Ungheria; a seguire e scrivere di Fausto Coppi nel vincente volo d’airone sull’Agerola nel Giro della Campania; a raccontare i mondiali di lotta greco-romana che si svolgevano a Napoli, dominati dagli atleti del blocco sovietico e dunque rimbalzati, via Unità-Roma. anche nei Paesi dell’Est. E poi a sostituire Striano. Stipendio, 15.000 mensili.
Allora e in particolare all’Unità, si aveva fiducia nei giovani. La cosa più imbarazzante era dare il “tu” impattando Giorgione Amendola, peraltro sempre bonario e cordiale, all’algido e spocchioso Alicata, ai “grandi compagni “che passavano in redazione.
Poi cambiano vite, passioni impegni. Ma se, come per molti, la coerenza è valore primario e identitario sempre saldo, resta non solo il ricordo ma la tensione e l’impegno per un futuro diverso e migliore. Quando c’era l’Unità è libro da leggere e da tenere caro. I racconti riconducono il suono solitario del sassofono di Danilo Sepe.
Finisce il concerto di sirene, boati e rumori della fabbrica e in giorno triste, con aria senza vita e colori, si diffonde solitario, dal vuoto arenile di Bagnoli l’Internazionale, che accompagna l’ uscita dell’ultimo TIR con gli ultimi pezzi dell’acciaieria. Finisce così anche il “concerto quotidiano” dell’Unità ricordato come un grande “romanzo d’amore”, un sottofondo di tante voci che diventa un coro affiatato, trascinante, possente. Certo, pensieri e riflessioni, ma niente Nostalgia, come il titolo di un’altra significativa opera di Ermanno Rea.
Ha ragione ed è da condividere Luca Bottura, che nell’asciutta e incisiva prefazione scrive : “C‘è nostalgia di futuro” .

In copertina: dettaglio di “Quando c’era l’Unità. La storia vista dal giornale fondato da Antonio Gramsci”, 2026, Strisciarossa

