La guerra in Ucraina continua a rappresentare il più grave conflitto armato in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, e, al di là di quelli che saranno i suoi immediati sviluppi, sta contribuendo a ridefinire gli equilibri globali. La crescente cooperazione tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord evidenzia la formazione di nuove convergenze strategiche alternative all’ordine occidentale. Parallelamente, l’Europa sta riscoprendo la centralità della sicurezza e della difesa, mentre gli Stati Uniti, pur con qualche ambiguità, continuano a considerare il conflitto ucraino come parte di una complessiva competizione tra democrazie e potenze autoritarie. La pace in Ucraina, quindi, e soprattutto le modalità con cui verrà prima o poi conseguita, non determineranno soltanto il destino di un paese aggredito, ma costituiranno anche un precedente fondamentale per il sistema internazionale del XXI secolo, influenzando la credibilità della deterrenza, il rispetto delle frontiere e il futuro delle relazioni tra le grandi potenze.
A oltre quattro anni dall’invasione russa del febbraio 2022, il conflitto mantiene le caratteristiche di una guerra di logoramento nella quale la capacità industriale, economica, tecnologica e demografica delle parti conta più delle manovre operative e della strategia militare propriamente detta. Nel corso del 2025 e della prima metà del 2026 le forze russe hanno mantenuto l’iniziativa strategica in diversi settori del fronte orientale; pur senza conseguire sfondamenti decisivi, Mosca ha continuato a registrare graduali progressi territoriali, grazie alla superiorità numerica delle proprie forze, alla crescente produzione bellica e alla capacità di sostenere elevate perdite umane. L’Ucraina ha risposto puntando sulla qualità tecnologica, sull’impiego massiccio di droni e sull’integrazione tra intelligence occidentale e sistemi d’arma avanzati. Grazie a queste risorse, e agli aiuti ricevuti, Kiev ha esteso la guerra in profondità sul territorio russo, colpendo aeroporti militari, depositi logistici, raffinerie e infrastrutture energetiche a centinaia di chilometri dalla linea del fronte; operazioni, queste, di rilevanza non solo militare ma anche psicologica, poiché riducono la percezione di invulnerabilità del territorio russo e costringono Mosca a destinare risorse significative alla difesa interna. Con le continue innovazioni tecnologiche e tattiche, la guerra è diventata un laboratorio militare senza precedenti, nel quale sistemi autonomi, guerra elettronica, missili a lungo raggio, droni e capacità cyber svolgono un ruolo più che rilevante. Nonostante ciò, il conflitto rimane sostanzialmente bloccato. Le capacità offensive di entrambe le parti risultano insufficienti a conseguire una vittoria strategica definitiva, mentre i costi umani ed economici si fanno sempre più pesanti. Se nelle primissime fasi del conflitto la prospettiva di una decisiva vittoria militare appariva ancora plausibile, da almeno tre anni la realtà del campo di battaglia suggerisce uno scenario nel quale nessuno dei contendenti sembra in grado di poter sconfiggere l’avversario; e quel che è peggio è che nonostante l’evidente e comune incapacità di vincere con le armi, nessuno sembra in grado di poter imporre unilateralmente le condizioni per un avvio di negoziati, o almeno per l’instaurazione di una di tregua; lo stallo militare corrisponde pertanto a un parallelo stallo diplomatico.
Purtuttavia, si comincia a parlare di possibile pace. Paradossalmente, questa volontà sembra di poterla vedere da parte russa, benché alle proprie condizioni, forse perché Mosca è stanca della lunga “operazione speciale” e dei danni conseguenti. La Russia, però, non la chiede formalmente; la chiedono, invece, l’Ucraina e l’Europa, benché entrambe sembrino non volerla nei fatti, anche perché condizionate dal modo in cui hanno interpretato e descritto il ruolo di ciascuno dei contendenti: l’Ucraina, “difensore dell’Europa e dei valori della democrazia”; la Russia, “nemico designato dell’Europa e concreta minaccia per i paesi dell’Unione”. Naturalmente, nessuna delle due affermazioni è vera: è infatti l’Europa (e in certa misura l’America) che difende l’Ucraina, mentre la Russia, che pur ha deciso di regolare militarmente una serie di questioni che hanno la loro origine negli ultimi trentacinque anni, non intende minimamente attaccare l’Europa, se non da questa minacciata, non essendo ciò nei propri interessi, non appartenendo quest’ipotesi al proprio retaggio storico, se non in circostanze e periodi limitati e altrimenti caratterizzati, e non volendosi mettere apertamente contro la NATO, la quale, nonostante i noti segnali di crisi interna, ancora esiste. Siamo probabilmente nella fase delle schermaglie iniziali; forse gli attori di questa tragedia lanciano dichiarazioni reboanti e massimalistiche, ma si stanno auspicabilmente preparando a un dialogo entro il quale smussare gli angoli e realizzare ipotesi concrete. La questione di fondo, tuttavia, non è tanto il compromesso che metterà fine ai combattimenti, ma quale tipo di pace possa essere realisticamente raggiunta in modo da disegnare per l’Europa un quadro di stabilità e sicurezza di lunga durata. La risposta a tale interrogativo non riguarda soltanto Ucraina e Russia, coinvolgendo piuttosto l’intero sistema di sicurezza europeo, il ruolo della NATO, la stabilità del Mar Nero e, più in generale, il futuro equilibrio geopolitico del continente.
Dal punto di vista russo, la guerra è ormai inserita in una più ampia competizione strategica con l’Occidente, e le richieste di fondo avanzate dal Cremlino per una possibile pace riflettono questa impostazione. La prima richiesta riguarda il riconoscimento della sovranità russa sui territori occupati e successivamente annessi, inclusa la Crimea; per Mosca tale questione è considerata non negoziabile e rappresenta uno degli obiettivi principali dell’intera operazione militare. La seconda richiesta concerne la neutralità dell’Ucraina; la leadership russa continua a considerare l’eventuale adesione di Kiev alla NATO una minaccia diretta alla propria sicurezza nazionale; di conseguenza, qualsiasi accordo dovrebbe escludere formalmente l’ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza Atlantica. Vi è inoltre, nelle visioni russe, una dimensione più ampia che riguarda la sicurezza europea: il Cremlino punta a ottenere una revisione degli assetti strategici consolidatisi dopo la fine della Guerra Fredda e a riaffermare il proprio ruolo come attore indispensabile nella definizione dell’ordine continentale. Le posizioni ucraine si collocano all’estremo opposto, e il principio fondamentale rimane quello della piena integrità territoriale dello Stato. Per Kiev, una pace giusta dovrebbe prevedere il ritiro delle truppe russe dai territori occupati e il ripristino dei confini riconosciuti a livello internazionale. Parallelamente, il governo ucraino considera essenziale ottenere garanzie di sicurezza in grado di impedire il ripetersi di future aggressioni. L’esperienza maturata dal 2014 in poi ha infatti dimostrato, agli occhi degli ucraini, l’insufficienza delle semplici assicurazioni diplomatiche (va però ricordato che i paesi europei tutori degli accordi di Minsk furono i primi a tradire il ruolo di garante che era stato loro assegnato, senza dimenticare che la stessa Ucraina non ha gestito in perfetta buona fede i seguiti di quegli accordi). Da qui la ricerca di meccanismi più robusti, che potrebbero assumere la forma dell’adesione alla NATO oppure di accordi vincolanti con gli Stati Uniti e con i principali paesi europei, tali da costituire di fatto una sorta di difesa collettiva analoga a quella prevista dall’articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord. L’Ucraina ritiene inoltre che qualsiasi processo di pace debba includere, a spese della Russia, programmi di ricostruzione, compensazioni economiche e responsabilità per le violazioni del diritto internazionale commesse durante il conflitto.
Convitati al tragico banchetto della guerra, la NATO e l’Unione Europea vi hanno in diversa misura preso parte, e continuano a farlo. L’Alleanza Atlantica ha guadagnato dal conflitto il rafforzamento derivante dall’adesione della Finlandia e della Svezia, il cui ingresso ha modificato profondamente la geografia strategica del Nord Europa, mentre la presenza militare alleata sul fianco orientale è stata notevolmente rafforzata. Per molti paesi europei la guerra ha segnato il ritorno della deterrenza convenzionale come elemento principe della sicurezza continentale; di conseguenza, il conflitto ucraino ha accelerato il processo di riarmo europeo e ha rilanciato il dibattito sulla necessità di una maggiore autonomia strategica dell’Unione Europea. L’Europa si trova quindi oggi di fronte a una duplice esigenza: continuare a sostenere l’Ucraina e allo stesso tempo costruire un sistema di sicurezza capace di garantire stabilità nel lungo periodo; la grande domanda è se i futuri assetti dovranno dipendere da un’arcigna e reciproca deterrenza fra Unione Europea (o comunità atlantica) e Russia, oppure se potranno basarsi su un più ampio disegno in grado di garantire una sicurezza generale che abbracci tutta l’Europa, Russia compresa, in modo inclusivo, collaborativo e mutualmente affidabile. Dal punto di vista geopolitico le opzioni realisticamente disponibili per tentare di avviare un processo di pace, appaiono limitate. La prima consiste in un cessate il fuoco lungo le attuali linee di contatto, accompagnato da negoziati destinati a protrarsi nel tempo; sarebbe una soluzione imperfetta, e non è detto che sia la più facilmente raggiungibile. Una seconda possibilità potrebbe essere la creazione di una zona demilitarizzata monitorata da osservatori internazionali, accompagnata da garanzie multilaterali di sicurezza; scenario che richiederebbe un elevato livello di fiducia reciproca, oggi assente, e forse il ruolo di organizzazioni internazionali, oggi molto deboli. Ancora più difficile appare peraltro un accordo complessivo che risolva immediatamente tutte le questioni territoriali; le posizioni delle parti rimangono infatti troppo distanti e nessun leader politico dispone attualmente del consenso necessario per accettare concessioni significative. Nel medio periodo potrebbe emergere una situazione simile a quella vissuta dalla penisola coreana dopo il 1953: una tregua stabile, pur in assenza di una pace formale; in tal caso il conflitto resterebbe sostanzialmente irrisolto e affidato alla deterrenza reciproca, con tutte le incognite della situazione.
La domanda “che pace per l’Ucraina?”, quindi, deve passare per un ragionamento più generale che investe il futuro assetto di sicurezza dell’intero continente europeo. La soluzione più desiderabile non sembra essere una vittoria totale di una delle parti, che avvierebbe una lunga fase di revanscismi, bensì un compromesso imposto dalla realtà strategica e dai limiti delle rispettive capacità militari. Resta però da definire quale equilibrio possa garantire contemporaneamente la sicurezza dell’Ucraina, la stabilità europea e la prevenzione di nuovi conflitti. Per l’Europa la sfida sarà trasformare una tregua militare, qualora conseguita, in una pace sostenibile; per riuscirvi occorreranno deterrenza credibile, capacità diplomatiche e una nuova architettura di sicurezza coerente rispetto alle necessità di un continente che, dopo il 2022, non è più lo stesso. Al margine di simpatie e retoriche ideologiche, che ostacolano il libero e produttivo pensiero critico e l’avvio di riflessioni pragmatiche, per concludere le guerre servono raziocinio, visione politica, flessibilità, e capacità di riconoscere e rispettare le esigenze dell’avversario, che queste piacciano o meno. Inoltre, la pace non è sempre la stessa; vi sono paci che assicurano lunghi periodi di stabilità, e paci che non fanno altro che preparare nuove guerre. Alla luce di queste considerazioni, facendo la tara a ogni tattica o pretattica negoziale che potrebbe star animando i contendenti, e senza escludere l’ovvia imprevedibilità di ogni trattativa una volta avviata, è forse possibile svolgere qualche considerazione sui principali punti che potrebbero essere inseriti nel quadro di un auspicabile compromesso.
Alla richiesta russa di ottenere tutto il Donbass (Donetsk e Luhansk) più i territori di Zaporižžja e Kherson, e del riconoscimento ufficiale di tutte le annessioni, si oppone da parte di Kiev il diniego di ogni riconoscimento e la richiesta di congelamento sulla linea del fronte, che lascerebbe sotto controllo ucraino una parte del Donbass. Tuttavia, lasciare non riconosciuti territori oramai controllati da Mosca, e lasciare il Donbass diviso fra due bandiere, non farebbe altro che alimentare futuri irredentismi e attriti; una pace raggiunta in questo modo, non farebbe altro che preparare nuove guerre. Concedere alla Russia tutto il Donbass, compresa la parte non conquistata, e riconoscere i territori conquistati, magari con qualche graduazione (soluzioni tipo Corea o Taiwan), sarebbe certamente un passo estremo; ma intanto introdurrebbe una maggiore stabilità; quindi, costituirebbe la base per ottenere concessioni altrettanto forti da parte di Mosca, per esempio, la rinuncia a Zaporižžja e Kherson, e magari una serie di rassicurazioni su altri punti. Il timore che una soluzione del genere possa creare un pericoloso precedente, sarebbe temperato dal principio di tutela delle minoranze russe che Kiev ha in genere oppresso; tale principio non dovrebbe affatto essere messo in discussione, non solo per evitare inneschi più o meno maliziosi per ulteriori conflitti, ma anche perché la tutela delle minoranze fa parte proprio dei valori democratici consolidati che da parte europea si proclamano con forza.
Alla richiesta russa di un’Ucraina neutrale, si contrappone la richiesta di un’Ucraina fortemente armata, altresì con lo schieramento di truppe straniere (anche europee, nella pretesa di Kiev e di alcuni paesi “volenterosi”). Il timore europeo è che un’Ucraina neutrale e non armata oltre livelli da concordare, potrebbe essere preda di nuove aggressioni russe, giacché, si sostiene, non ci si può fidare della Russia. D’altra parte, un’Ucraina militarmente forte e sostenuta da paesi europei, replicherebbe proprio la minaccia percepita dalla Russia per la quale è entrata in guerra; Kiev sarebbe inoltre animata da spirito di rivalsa e dal desiderio di continuare a ricevere aiuti finanziari europei, e adotterebbe molto probabilmente politiche provocatorie volte al recupero di territori o al mantenimento della tensione (al riguardo, bisognerebbe infatti domandarsi se ci si possa fidare dell’Ucraina). La neutralità di paesi europei, va osservato, non è affatto una novità: paesi come l’Austria, la Svezia, la Finlandia, hanno vissuto magnificamente e pacificamente per decenni entro l’orbita occidentale senza che nessuno, men che meno Mosca, ne turbasse i destini; la neutralità ucraina potrebbe essere perciò protetta non da un minaccioso pseudo Articolo 5 del tipo della NATO, ma da concordate e reciproche garanzie da mettere allo studio. Questo compenserebbe il divieto di aderire alla NATO e di mantenere uno status non-nucleare. Nel quadro di questo punto rientrerebbe anche l’eventuale adesione di Kiev all’Unione Europea; indipendentemente dall’opportunità per l’Unione di tale adesione, questo potrebbe essere un prezzo da pagare; ma il prezzo sarebbe più sostenibile con un’Ucraina neutrale, che presenterebbe molto meno rischio per l’Europa rispetto a un’Ucraina forte, armata e vendicativa, in grado di trascinare in guerra l’intera Unione sulla base dell’Articolo 42.7 del Trattato (difesa collettiva).
La richiesta russa di revoca delle sanzioni progressivamente comminate e di altre misure restrittive ai danni di Mosca, unitamente al rifiuto di sostenere le spese della ricostruzione, cozza contro l’indicazione euro-ucraina di compensazione dei danni di guerra e di uso degli asset russi congelati come leva per i risarcimenti. Tuttavia, l’impegno a levare gradualmente le sanzioni in coerenza con lo sviluppo dei negoziati, e a non imporre a Mosca l’esclusività delle spese di ricostruzione, unitamente all’ipotesi di riprendere normali rapporti economici, sarebbe una leva potentissima per ottenere concessioni favorevoli da una Russia certamente in difficoltà.
Quelle svolte sono solo riflessioni di massima, soggette alla reciproca volontà di pace o, viceversa, a quella di indebolire o far crollare l’avversario, alla capacità di tenuta di tutte le parti, alle incognite e alle opportunità della vera trattativa ove dovesse davvero cominciare. Certo, alcune indicazioni appaiono disarmoniche rispetto all’”irrinunciabilità dei valori” in genere proclamata: riconoscere annessioni, concedere territori, limitare (del resto con compensazioni) la piena sovranità e l’integrità territoriale di uno stato, non riflettono i criteri di una “pace giusta”. Esse, comunque, non sono da prendere necessariamente alla lettera, l’intenzione essendo quella di suggerire l’opportunità di un cambio di registro e di una riformulazione di paradigmi, nonché di lasciare a entrambe le parti qualche risultato salva faccia che possa attenuarne l’intransigenza; non intendono, inoltre, sminuire l’importanza dei valori democratici, i quali sono certo importantissimi, ma se rigidamente, retoricamente, e talvolta ambiguamente concepiti a fronte di un’esigenza di pace, sono forieri non di cessazione, ma di continuazione dei conflitti, oppure della costruzione di tregue instabili e pericolose. Qui si propone piuttosto di riflettere su come giungere a una pace che, pur attraverso necessari compromessi, sia foriera di stabilità. E sembra di poter venire al nodo fondamentale di tutta la vicenda. Dal momento dello scioglimento dell’URSS, la Russia chiede di avviare in Europa un’architettura di sicurezza che comprenda e riconosca le esigenze di tutti; il nodo è questo, e da qui si dovrebbe cominciare. Quest’obiettivo sarebbe dopotutto nell’interesse comune dei paesi europei. Si tratterebbe di un percorso lungo, difficile ed estremamente articolato; ma proprio da una generale intesa, onesta, condivisa e sottoposta a controlli e mutue garanzie fra le parti, potranno provenire le assicurazioni reciproche di pace, stabilità e collaborazione economica; e proprio in essa tutti, Ucraina compresa, potranno intravedere un orizzonte di pace e di crescita, entro il quale i contrasti verrebbero limati e le ostilità sfumerebbero a seguito delle convenienze economiche e commerciali.
Naturalmente, se lo scopo di Kiev e dell’Europa non fosse quello della pace, ma quello dell’”affermazione della giustizia” (ripristino dell’integrità territoriale dell’Ucraina, danni di guerra a carico della Russia, vittoria totale e completa…), ed eventualmente quello del crollo della Russia, allora basterebbe semplicemente continuare la guerra. In altri tempi, Menelik, re d’Etiopia, proclamava che “…se il re d’Italia manda un esercito contro di me, io lo vincerò; se ne manda due, vincerò anche quelli; se ne manda un terzo, Dio deciderà di noi”. Quella volta, Dio decise in favore dell’aggredito; ma non è detto che le cose vadano sempre così. L’Europa, che ha scelto di schierarsi così apertamente con uno dei contendenti, nessuno dei quali fa parte dell’Unione Europea, e che così facendo ha tradito la vocazione di pace e di equilibrio coltivata nei decenni passati, che culminò nel Processo di Helsinki, dovrebbe riflettere a questo: una pace frutto di compromessi, anche amari, ma in grado di durare a lungo (si vis pacem para pacem), sarebbe sempre meglio della continuazione del conflitto o di una pace densa di incertezze, che preparerebbe nuove guerre (si vis bellum para pacem).
In Copertina: Foto di Yohan Marion su Unsplash

