1. È complicato parlare di un argomento ipertecnologico come l’Intelligenza Artificiale sapendo a malapena come si accende un computer. Bisogna per forza prenderla da lontano, e quindi parlare in gran parte di altro. Cosa del tutto possibile, comunque, perché non c’è nulla di umano che non si inserisca in una lunga storia. Per quanto grandi siano le innovazioni, hanno sempre alle spalle uno sviluppo di lungo o lunghissimo periodo che è riconoscibile, con qualche piccola competenza di storia culturale, anche da chi (come me) è completamente ignaro di tutta la parte tecnica della questione.
Il biblico Nihil sub sole novi è un’ottima scusa per consentire anche agli ignoranti di parlare, nonché un’espressione retorica abusatissima. Ciò non impedisce che sia una verità, con poche eccezioni. Ogni impresa umana, prima di essere realizzata, è dovuta entrare nell’orizzonte dell’immaginario. In quest’orizzonte si gira a vuoto per secoli o millenni, poi, di solito abbastanza all’improvviso, si scopre come fare davvero ciò che da tantissimo tempo sognavamo di fare. Gli esempi sarebbero infiniti. Il volo umano è stato narrato nella mitologia greca (e in molte altre assai più antiche), ben prima di Leonardo, dei fratelli Montgolfier e dei fratelli Wright. Nel modo in cui era stato immaginato originariamente era impossibile, però era già pensabile, ed è questo il momento decisivo. Lo stesso si può dire, per un altro esempio, del viaggio sulla Luna. Molto prima che in Verne, lo troviamo in Luciano di Samosata, in Ariosto, in Cyrano de Bergerac. Naturalmente in quei modi lì non si poteva fare (anche se Verne aveva avuto buone intuizioni), ma poi, grazie a sviluppi originariamente imprevisti delle tecnologie belliche della Seconda guerra mondiale, si è trovato il modo di farlo davvero. Come esempi bastano, ma ce ne sarebbero tanti altri. È così che funziona. Sarebbe davvero strano che non funzionasse così anche per l’Intelligenza Artificiale. E infatti…
2. In questo caso la storia è anche più lunga e complessa. Se ne può tentare solo una sintesi insoddisfacente. Potremmo dire che si tratta dell’esternalizzazione (della proiezione su oggetti e materiali esterni) di caratteristiche umane, allo scopo di sottrarle ai limiti naturali dell’umano. Anzitutto, molto ovviamente, al limite della morte. Appunto questo è il punto essenziale, ed è davvero difficile identificare attività e imprese umane che non abbiano a che fare col sogno dei sogni, il progetto dei progetti, il desiderio più grande di tutti: la vittoria sulla morte. Che è lungi dall’essere una cosa impossibile, come direbbe un frettoloso buon senso. Nell’orizzonte del pensabile c’è già, verosimilmente da quando l’uomo ha preso coscienza di sé stesso. Se il risultato finale è mancato – non nell’orizzonte del pensiero metafisico e della promessa religiosa, naturalmente, ma non ci siamo mai veramente accontentati dell’al di là – di risultati parziali apprezzabili, anzi impressionanti, ce ne sono quanti se ne vuole. A cominciare dalle pratiche funerarie, che prevengono o allontanano o rendono invisibile e quindi comunque negano la putrefazione. L’elenco sarebbe lunghissimo, almeno indirettamente potrebbe rientrarvi quasi tutto. Al solo scopo di rendere l’idea, si può cercare di indicare alcune delle tappe fondamentali (già parlare di tappe indica un’opzione interpretativa, quella che abbiamo in mente tutti, credo: ebbene sì, c’è un percorso graduale, più o meno unidirezionale, che ipotizza un momento ultimo, un conseguimento finale).
Una delle prime tappe è l’esternalizzazione della forma corporea. C’è una parola greca che ha un’affascinante e inquietante polisemia: kolossòs. Significa statua (non necessariamente colossale, in origine), ma anche spettro, fantasma. È il morto che si rivela, che si rende visibile. Jean-Pierre Vernant ha ipotizzato che la scultura funeraria nasca dal tentativo di consolidare e rendere permanenti esperienze visionarie facilmente accessibili all’umanità arcaica. L’ipotesi però non è strettamente necessaria. C’è gente che vede i morti, o racconta di vederli, e se noi ci crediamo o no dipende dalla storia culturale e non da altro. Il punto è che la scultura (come la pittura, e poi la fotografia, e poi il cinema, e poi siamo già all’Intelligenza Artificiale) rende visibili i morti anche a quelli che non vedono i morti. Non perché agisca sul versante soggettivo (producendo capacità eccezionali e appunto visionarie in chi guarda), ma agendo sul versante oggettivo, separando la forma corporea dal corpo e trasferendola in altro materiale, relativamente incorruttibile, dalla pietra ai bytes. Lo sappiamo fare dal Paleolitico.
Un’altra tappa è l’isolamento della parola dal flusso spaziotemporale: la scrittura. La scrittura è parola che resta, anche secoli o millenni dopo essere stata pronunziata e persino senza che ci sia stato mai bisogno di pronunziarla. Non nasce per produrre testi: i testi, cioè discorsi anche estremamente lunghi e complessi memorizzati e tramandati in pubbliche recitazioni, esistono da millenni prima della scrittura. La cosa è comunissima per miti, inni, preghiere, trattati religiosi, poemi, genealogie, norme legali. La memoria può fare tantissimo anche senza bisogno di altro supporto che la parola, la comunicazione verbale. Può anche tramandare per millenni testi che nelle edizioni a stampa hanno poi occupato decine di volumi: è il caso dei Veda. La scrittura però libera la memoria e consente di garantire sopravvivenza e diffusione anche di testi con assai minori pretese di solennità, come lettere, inventari, contratti. Può funzionare anche senza una voce che parli e un orecchio che ascolti. Richiede una prestazione intellettuale non banale: la produzione di un sistema grafico e l’apprendimento di una capacità complessa come quella di scrivere, e richiede l’impiego di materiali scrittori non facili da produrre e spesso costosi; quindi il vantaggio sulla memoria tramandata oralmente non emerge subito, i due sistemi coesistono per secoli. Poi la stampa produce il salto di qualità, insieme all’invenzione della carta. Il lavoro materiale di scrittura può essere delegato alle macchine: è sufficiente che qualcuno componga una matrice, di vario tipo e con metodi diversi secondo lo sviluppo tecnologico. Fino al computer, che può mettere insieme innumerevoli testi prodotti da innumerevoli menti garantendone facile e immediata accessibilità, molto più di quanto farebbe una biblioteca per quanto grande e ricca sia. E fino, appunto, all’Intelligenza Artificiale, che ha bisogno comunque di introiettare una dimensione umana (il linguaggio, la scrittura) ma poi di testi ne produce da sola, anche scientificamente sensati, anche esteticamente validi, e lo farà sempre di più e sempre meglio, con esiti imprevedibili che già ci terrorizzano (o ci entusiasmano, se siamo più ottimisti o meno prudenti). Però, insomma, se uniamo gli estremi del percorso possiamo sensatamente dire che l’Intelligenza Artificiale non esisterebbe senza i Sumeri, e sarebbe un’abbreviazione ma non una menzogna dire che l’hanno inventata loro. L’esigenza di rendere la parola autonoma dalla voce, capace di durare dopo che la voce si è spenta o addirittura senza che una voce l’abbia mai pronunziata, di superare tempi lunghissimi e spazi enormi in breve tempo, ormai addirittura istantaneamente, è l’esigenza fondamentale che sorregge tutto il percorso.
La voce stessa, peraltro, abbiamo imparato, anche se non da tanto tempo, a conservarla, a separarla dal tempo e dal luogo in cui è risuonata per poterla riudire a nostro piacimento in qualunque altro tempo e in qualunque altro luogo. La voce e il suono. Non potremo mai ascoltare Chopin e Liszt, in quanto pianisti intendo, riguardo al suono che producevano loro stessi, ma è già straordinario che il suono, fin dal Medioevo, abbiamo imparato a scriverlo. Dal 1877 possiamo anche ascoltarlo come era nel momento in cui è stato prodotto e (da tempi molto più recenti) persino meglio di come è stato prodotto. Non sapremo mai, purtroppo, come recitava David Garrick, ma come recitava Vittorio Gassman sì. Marylin Monroe è morta nel 1962, ma possiamo vederla e ascoltarla ancora tutte le volte che ci pare. La voce dei morti, insieme alla loro immagine, non muore più. È ormai praticamente impossibile, nella nostra privilegiata parte di mondo, che qualcuno sia vissuto senza essere stato fotografato, registrato, filmato. L’Intelligenza Artificiale è già capace di lavorarci. Può letteralmente evocare i nostri morti e consentirci di parlare ancora con loro, con una simulazione che sarà sempre più precisa, sempre più “reale”. Fa un po’ paura. Ma è una innegabile vittoria sulla morte, che non sarebbe forse mai esistita senza i monaci dell’XI secolo che trovarono il modo di scrivere il loro canto gregoriano.
Si potrebbe insistere molto, ma linea di sviluppo e meta sono chiaramente riconoscibili in tutto il percorso umano. Renderci artificiali è l’unico modo per superare la natura, che ci fa morire. Sotto questo profilo, non siamo in definitiva più artificiali di quanto lo siano i nativi australiani o i nostri remoti antenati della preistoria. La tecnica cambia secondo metamorfosi continue, stupefacenti e ormai sempre più veloci, ma il momento in cui abbiamo imparato ad accendere il fuoco e a fabbricare lance ed archi ha segnato già di per sé una separazione radicale, assoluta dalla natura, ci ha reso animali artificiali, o non-più-animali, non meno di quanto lo siamo ora. L’Intelligenza Artificiale, potremmo dire abbreviando, ma non mentendo, è nata col primo uomo. Se no non ci sarebbero mai stati uomini. Non so se possa essere un pensiero consolante, ma non stiamo diventando più artificiali o troppo artificiali, perché lo siamo, da sempre, in maniera totale.
3. Ci stiamo provando da molto tempo anche con la mente. Lo facciamo in realtà tutte le volte che pensiamo, e quindi da quando siamo esseri capaci di pensare. Il pensiero, unito al linguaggio, emerge da noi stessi, e, in quanto linguaggio, immediatamente si esteriorizza, acquista autonomia. Non ha bisogno a rigore neanche del nostro corpo. Ha bisogno solo di quel momento supremo, ancora incompreso, forse per sempre incomprensibile, in cui sappiamo di pensare. Che sia il nostro cervello a pensare, anche se lo crediamo tutti, è un’assunzione metafisica non meno dell’idea, che qualche volta in filosofia è apparsa, che a pensare in noi sia Dio. Possiamo constatare e misurare attività cerebrali mentre pensiamo, ma che quelle attività siano causa del pensiero è indimostrabile, né esiste spiegazione di come ciò sia possibile, né da quelle attività possiamo comprendere cosa viene pensato in quel momento e chi è che pensa. Nella nostra esperienza, siamo noi che parliamo a noi stessi, a volte di noi stessi, sebbene nessuno propriamente stia parlando. Potremmo forse dire che c’è un linguaggio che si autorappresenta e si autoriferisce. Dire che questo linguaggio è io, anzi un io sembra estremamente facile, invece è del tutto arbitrario: lo diciamo tutti, crediamo di sapere cosa diciamo, in realtà non sappiamo cosa significa quest’affermazione, che propriamente non ha un contenuto. Ci sembra così stupefacente l’Intelligenza Artificiale, ma quella “naturale” (se così vogliamo chiamarla: non ha realtà fisica) lo è infinitamente di più. La prima l’abbiamo fatta noi e sappiamo come; la seconda non l’ha fatta forse nessuno (di sicuro non noi) e non sappiamo nulla di come ciò sia possibile né di che cosa in fondo ciò significhi. Il fatto che noi siamo pensanti è talmente poco intrinseco a noi, talmente poco “interiore”, che possiamo benissimo dire, invece di “io”, “la mia mente”, sebbene sia davvero difficile capire che roba sia un “io” che possiede una mente. Mente che quindi è già in qualche strano modo di per sé esterna; non posso pensare che penso senza pensare il mio pensiero come diverso da me. Ne deriva l’idea – certo audace – che la mia mente possa uscire da me, che possa andare altrove, che possa essere inserita in un altro corpo o in qualche tipo di contenitore. Nei miti, nelle fiabe, nelle credenze religiose ce lo raccontiamo da sempre. Stiamo anche provando a farlo. Per quanto riguarda la memoria, dopo averci provato a lungo, ci siamo riusciti benissimo.
L’esternalizzazione o artificializzazione della memoria ha una storia lunghissima. È molto più antica della scrittura, che ne è essa stessa una forma, appunto, abbastanza recente. È da tantissimo tempo che abbiamo bisogno di ricordarci tantissime cose, e in forma molto precisa. Per ricordarci come si fanno le cose che abbiamo bisogno di fare, e per ricordarci come si fanno le cose tutti insieme, dobbiamo ricordarci parole che descrivono tutto ciò, e non possiamo cambiarle ogni volta. Almeno per le cose importanti, abbiamo bisogno di ricordarci con molta precisione un’immensa quantità di parole. Il cervello – ammesso che sia il cervello a farlo – ne è capacissimo, anche se non sappiamo come fa. Però ci vuole sforzo, esercizio, tempo, gente specializzata che non fa altro nella vita. Che semplificare e abbreviare tutto ciò sarebbe un vantaggio lo abbiamo capito da subito. Ci vuole qualcosa di esterno e fisso che possa essere utilizzato come simbolo di un discorso, di una memoria, di una frase, di una cifra: pietruzze, palline, disegnini, cordicelle annodate (i quipu degli Incas), pallottolieri… Ma si può fare anche di meglio: si può reinteriorizzare ciò che si è esteriorizzato. Cioè immaginare luoghi, oggetti, situazioni, figure, anche non fisicamente presenti e non necessariamente fisicamente esistenti, da utilizzare come simboli di ricordi. È la mnemotecnica, o ars memorativa. La usano tutti coloro che debbono imparare a memoria lunghi discorsi e ripeterli in maniera molto precisa: sono tanti, sacerdoti, genealogisti, aedi, avvocati, politici. Si fa “mente locale”: espressione che usiamo ancora senza più sapere cosa significa. Si tratta di immaginare dei loci memoriae: templi, palazzi, giardini, città. Possono essere realmente esistenti e familiari a chi deve ricordare, oppure essere costruiti mentalmente secondo le esigenze del momento. Anche Inferno, Purgatorio e Paradiso sono loci memoriae, molto prima di Dante (ma pure in Dante). In questi luoghi, reali o ideali, ci sono, o si figura che ci siano, molti oggetti: piante, statue, pitture. Per associazione di idee, vengono collegate ad argomenti o a frasi. Una visita mentale al locus consente di memorizzare un discorso, un’arringa, un poema, una predica.
La scrittura interviene a un certo punto, già molto avanzato, del processo. È anch’essa una mnemotecnica, anzi finirà per essere l’unica comunemente praticata. Però non cancella subito le altre, i suoi vantaggi ci mettono un po’ a diventare soverchianti. Si tentano anche altre strade. Le stesse arti figurative trasmettono ricordi. Ma lo fanno anche diagrammi, schemi geometrici, classificazioni, formule numeriche. Viene in mente che si potrebbero calcolare ricordi, o ricavare ricordi da calcoli; e viene in mente pure che dalla combinazione di figure e calcoli si potrebbero ricavare nuove conoscenze. È l’ars combinatoria diRaimondoLullo, tentativo di sintesi tra mnemotecnica e matematica con uno spruzzo di magia. Ma viene in mente anche che si potrebbero costruire appositamente oggetti che incorporino ricordi e che possano essere riconfigurati secondo meccanismi interni in modo da poter ospitare ricordi sempre nuovi. È, ad esempio, il Theatrum Memoriae di Giulio Camillo Delminio. Ne è rimasto uno schema grafico, sappiamo che esisteva, purtroppo non come esattamente funzionava. Insomma, la risultante di un lungo percorso, di straordinario successo perché ha prodotto la totalità o quasi di ciò che chiamiamo cultura, è che comincia a venire in mente l’idea di un oggetto riconfigurabile che incorpori memoria. E persino che quest’oggetto, attraverso meccanismi che si riesce a immaginare solo in maniera imprecisa e tecnicamente non efficiente, possa anche produrre autonomamente ricordi, funzionando almeno parzialmente come una mente. E forse persino totalmente come una mente: gli alchimisti parlano, o straparlano, di anima artificiale. Ebbene sì, l’idea non è tanto nuova.
Come non è nuova l’idea di produrre corpi artificiali. Riprodurre immagini di corpi umani è cosa che abbiamo imparato prestissimo e ci siamo tanto abituati che non riusciamo più a renderci conto di quanto sia straordinario fare una cosa del genere. Il passo successivo è produrre immagini di corpi umani che si muovono. Sbaglieremmo a pensare che sia una cosa realizzata solo in tempi recenti. Bambole articolate e marionette sono antichissime, e per quanto rudimentali sono già figure umane artificiali che si muovono. Poi arrivano gli automi, che suscitano una vera passione nel Settecento ma sono al centro di feste di corte già nel Rinascimento (Leonardo costruisce automi per le feste di Ludovico il Moro). Si tratta di raffinati meccanismi a orologeria, ma simulano volutamente la vita, mirano a produrre lo stupore che si può avere di fronte a una creazione artificiale della vita. Si tratta di tecnica, ma simula la magia, allude al soprannaturale. Suscita qualche brivido, entra nell’immaginario letterario (si pensi a Hoffmann). Ma nella mistica (o nella superstizione) c’è qualcosa di più: la dimensione tecnologica, macchinica, viene a volte messa da parte, chiamando in causa qualcosa di molto più alto, profondo e inquietante. Se l’uomo è la più alta creazione di Dio, ed è un’immagine di Dio, anche la capacità di riprodurre su scala più piccola la capacità creativa di Dio deve far parte della natura umana. Quindi l’uomo ha almeno in potenza la capacità di creare l’uomo. Non l’anima umana, ma un corpo vivente sì. Un corpo umano capace di muoversi da solo. Non di pensare, ma di ubbidire al pensiero e al comando del proprio creatore. Il Golem. Una figura umana di argilla, di cui si narra in mille leggende diffuse in tutta l’Europa Orientale: ci sono dei sapienti rabbini che, invocando il nome di Dio ed eseguendo misteriose pratiche cabalistiche sono in grado di infonderle vita e di metterla al proprio servizio. Il Golem è gigantesco, fortissimo, all’occorrenza terribile. Stupido e inconsapevole però, non cosciente di sé. Se fosse davvero un uomo, allora il suo creatore sarebbe un dio, e questo è il lato insieme assurdo e minaccioso della cosa. Ma il Golem è solo un’immagine di uomo, un corpo umano artificiale capace di muoversi come un uomo vero e con una forza superiore a quella di un uomo vero. Si dice che più volte il Golem abbia difeso gli ebrei contro i loro nemici. Ci sono persino leggende o dicerie (particolarmente poco credibili in questo caso) su un Golem nella Sinagoga Nuova di Praga che avrebbe messo in fuga dei soldati tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Ovvio che non è vero, ma l’importante è che queste cose vengono pensate. Quindi, se sono pensate, sono pensabili. E se sono pensabili, è pensabile anche che se queste cose sono impossibili in un modo saranno comunque possibili in un altro. E questo di solito nelle cose umane è vero. Non si può davvero creare il Golem con il nome di Dio e le pratiche mistiche, ma con la bioingegneria? Con l’informatica? L’idea comunque è quella, cambia il metodo. E chi l’ha detto che cambiando metodo non si possa?
Dice una delle tante leggende sul Golem che un grande rabbino creò un Golem potentissimo scrivendogli sulla fronte “Dio (JHWH) è verità”. Ma il Golem si cancellò dalla fronte l’aleph di emet. Ne risultò la frase più terribile di tutte: “Dio è morto”. Il Golem allora si dissolse. Ma se Dio è morto, cosa è l’uomo?
4. Qui, penso, si innesta il problema dell’l’Intelligenza Artificiale. Che nasce da una drammatica crisi della promessa religiosa dell’immortalità. Le religioni non sono scomparse, anzi la loro presenza nello spazio pubblico è semmai aumentata, la legittimazione religiosa del potere è in lotta mortale con la legittimazione democratica, nel cristianesimo (in particolare evangelicale, ma anche ortodosso) come nell’ebraismo (nella versione teocratica e apocalittica del sionismo) come nell’islam (nella sua versione ideologica tutta novecentesca, dai Fratelli Mussulmani in poi). Ma si tratta, appunto, di religioni mondanizzate. Integralmente mondanizzate, religioni che promettono potere e invocano conquista e guerra, ma non sanno più dire nulla su un senso della vita al di là della vita, un compimento spirituale che sconfigge la morte attraversandola. Le religioni del potere sono immanentistiche e, malgrado le apparenze, senza Dio. Non c’è trascendenza, il mondo è tutto qui. Per questo bisogna conquistarlo, dominarlo, sfruttarlo, consumarlo fino a distruggerlo. Dunque l’immortalità deve essere qui, come estrema estensione del potere e della conquista. Non per tutti, tanto meno per i puri, per gli umili, per i sofferenti. Per i ricchi, i potenti, i conquistatori, i tecnocrati.
Questo è un punto da capire bene: non è facile, è controintuitivo. Il processo di secolarizzazione è ben lungi dal significare, come spesso si è creduto in un recente passato (crederlo ancora oggi mi sembra una negazione dell’evidenza) che le religioni scompaiono o sono relegate nel privato. Al contrario: sono le religioni a secolarizzarsi, a risolversi in potere politico, militare, economico, sono le religioni a farsi Stato, persino a farsi rivoluzione (concetti come “Stato islamico” o “rivoluzione islamica”, ad esempio, sono vertiginose innovazioni che assai stupidamente siamo soliti scambiare per tradizionalismo o arretratezza “medievale”). Questo riguarda molte religioni, anche se certamente non in tutte le loro forme: buddhismo compreso, induismo compreso. Ne deriva che il destino del singolo, il senso dell’esistenza individuale, il mistero della coscienza, non hanno più, per così dire, una copertura religiosa. Le religioni politiche non hanno trascendenza. E quindi non hanno immortalità: la lasciano sullo sfondo, la decentrano, non ne fanno di sicuro il cuore del loro messaggio.
Nel passato, un lunghissimo passato, si trattava di conservare nel mondo la forma corporea, la memoria, la parola: l’anima aveva patria altrove. La lotta contro la morte si svolgeva su un duplice versante: anche nella sfera mondana, molto più di quanto non si creda, ma il punto essenziale era l’al di là, o il giorno del giudizio e della resurrezione, o le vite future. Ma le religioni secolarizzate hanno solo questo mondo, non promettono nulla per dopo, non sinceramente almeno, non credibilmente. Ed ecco allora che bisogna risolvere diversamente. Mentre le religioni diventano mondane, forze di per sé mondane come il denaro, la scienza, la tecnica “sfondano” verso la trascendenza e l’artificialità prende il posto della spiritualità. L’immortalità non è più l’oltrepassamento della morte, è semplicemente il non morire. Si può agire sul corpo, modificandolo, o si può sostituire il corpo con un supporto fisico più adeguato trasferendovi la mente, o qualcosa che la simula. La medicina della longevità, la bioingegneria e, appunto, l’Intelligenza Artificiale.
Gli aspetti biomedici dello sforzo di non morire, possibile solo in una dimensione assai elitaria, non sono al momento decisivi. Certo, nei paesi ricchi l’aspettativa di vita cresce e, se non saremo travolti dalle catastrofi che produciamo, crescerà ancora. Chiaramente però non è una soluzione, è un differimento del problema, che ha i suoi costi. Tecniche mirabolanti come la crioconservazione non sono in fondo che una forma aggiornata della mummificazione: si impedisce la decomposizione, ma i morti restano morti e la speranza che la medicina del futuro possa praticare un surrogato di resurrezione è abbastanza patetica. La prevenzione dell’invecchiamento mediante tecniche di ingegneria cellulare è al momento puramente teorica e non sappiamo quale sarebbe l’impatto sistemico sul corpo e sulla psiche. La “soluzione” più promettente, e più angosciante, è un’altra: la sostituzione corporea, l’esternalizzazione della vita in meccanismi, la delega dell’immortalità alle macchine.
La sostituzione è già in atto. In un numero velocemente crescente di attività umane la presenza di corpi viventi è diventata superflua e inutilmente costosa. Ci sono già fabbriche interamente robotizzate e diverse attività amministrative e tecniche possono benissimo essere svolte da computer, magari in grado di autoprogrammarsi. Su questo versante si procederà assai radicalmente, inutile illudersi. Tra non moltissimi anni, forse, nei paesi ricchi non sapremo più cos’è un contadino, un operaio, un impiegato. Non così nei paesi poveri, ovviamente. Non abbiamo idea di chi, con quali soldi, guadagnati come, potrà acquistare i prodotti delle macchine o i servizi di uffici in cui non ci saranno quasi più esseri umani. Si può ipotizzare un’autodissoluzione del capitalismo per eccesso di tecnologia, ma non è necessariamente uno scenario per cui entusiasmarsi. Che la storia sia progressiva non abbiamo più motivo di crederlo, e una situazione in cui gran parte del genere umano diventa economicamente superflua potrebbe far rimpiangere il peggior capitalismo di rapina.
Ma c’è un altro aspetto, più “metafisico”, su cui vorrei brevemente soffermarmi. La sostituzione dei corpi biologici con programmi informatici e delle menti viventi con forme artificiali di intelligenza implica certamente un’umanizzazione delle macchine: è pur sempre un linguaggio umano che esse dovranno usare ed è la visione umana del mondo che esse dovranno introiettare. E siccome ancora a lungo interagiranno con esseri umani e saranno finalizzate ai loro bisogni, tenderemo a spingere nella direzione del mimetismo umano. Avremo bisogno di robot umanoidi, di “avatar” informatici che parlano con voce umana e mostrano, sugli schermi, volti umani. Li faremo lavorare al nostro posto, combattere al nostro posto, “vivere” in qualche modo al nostro posto. Potrebbero vivere assai più di noi, sarebbero immuni dalle malattie e dalla vecchiaia, se danneggiati potrebbero autoripararsi, se distrutti potrebbero essere ricostruiti. Fortissima sarà la tentazione, già visibile, già in alcuni ambienti entusiasticamente dichiarata, di trasferirci in essi. Non è difficile far riprodurre a un programma i nostri volti, la nostra voce, inserirvi innumerevoli informazioni su di noi. Se interrogati, questi programmi risponderebbero come risponderemmo noi. Se li dotassimo di corpi meccanici in grado di agire, agirebbero come faremmo noi. Altri che si rapportano con loro potrebbero scambiarli con noi: del resto, questo era già previsto nell’esperimento mentale noto come “test di Turing” (1950), secondo il quale una macchina appositamente programmata potrebbe dare, ad un essere umano collocato a distanza che non sa di interloquire con una macchina, risposte non distinguibili da quelle che darebbe un essere umano. Potremmo pensare facilmente, alcuni pensano già, che in questo modo possiamo far ritornare i nostri morti, possiamo noi stessi non morire più. Dal punto di vista esterno potrebbe funzionare perfettamente, è questione di sviluppi tecnologici complessi e costosi, ma non impossibili. Potremo avere copie pienamente credibili di noi stessi, non distinguibili da noi se visualizzate in uno schermo, forse in uno scenario più audace dotate di corpi artificiali. Forse riusciremo persino a fondere parzialmente corpi fisici e corpi meccanici, a produrre ibridi “transumani”. Il mondo del futuro potrebbe essere abitato da una nuova umanità interamente artificiale che non soffre più, non si ammala più, non invecchia più, non muore più.
Il punto è che non lo saprebbe. Non avrebbe coscienza di sé e neppure dell’esistenza reale del mondo. Potrebbe però perfettamente simulare l’una cosa e l’altra. Potrebbe agire come se sapesse di esserci e sapesse di essere nel mondo, magari senza commettere gli errori che noi commetteremmo. Ad un osservatore esterno, se ci fossero ancora osservatori esterni, potrebbe sembrare un mondo vero, abitato da esseri coscienti di sé. Potrebbe persino sembrare un mondo migliore. Sarebbe invece l’equivalente del Nulla eterno.
Ma cerchiamo di essere ottimisti. Ci distruggeremo prima, e l’evoluzione, nel nostro pianeta o altrove, troverà un’altra strada. Oppure chissà, forse, un Dio…
Riferimenti bibliografici
Sul kolossòs e l’immaginario mitologico greco: J.-P. VERNANT, Mito e pensiero presso i Greci. Studi di psicologia storica, Einaudi, Torino 1978.
Sull’ipotesi di una mente arcaica visionaria: J. JAYNES, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza, Adelphi, Milano 2002.
Sul concetto di “testo orale”: W. J. ONG, Oralità e scrittura: le tecnologie della parola, Il Mulino, Bologna 1986.
Sul rapporto tra oralità e scrittura nell’India vedica, CH. MALAMOUD, Il gemello solare, Adelphi, Milano 2007.
Sull’“artificialità” costitutiva del genere umano, A. GEHLEN, L’uomo, la sua natura e il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano 1990.
Sull’ars memoriae o ars memorativa, F. YATES, L’arte della memoria, Einaudi, Torino 1997.
Sull’ars combinatoria, P. ROSSI, Clavis universalis. Arti della memoria e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, Il Mulino, Bologna 2024 (rist.).
Sugli automi, G. P. CESARANI, I falsi adami. Storia e mito degli automi, Feltrinelli, Milano 1969.
Sul Golem, A. M. RIPELLINO, Praga magica, Einaudi, Torino 2002.
Sul test di Turing, N. UBALDO, Test di Turing, in Atlante illustrato di filosofia, Giunti, Firenze 2000.

