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La sinistra del futuro. Intervista ad Achille Occhetto

Achille Occhetto è stato l’ultimo segretario del PCI e il primo del PdS. La proposta di cambiare il nome del partito venne da lui enunciata il 12 novembre 1989, nella sezione di un quartiere popolare di Bologna (“Svolta della Bolognina”).
Quest’anno ha pubblicato “Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia” (Passigli, 2026). Abbiamo intervistato “Akel” non tanto come protagonista di un passaggio fondamentale della storia della sinistra, ma piuttosto come teorico di un “ecosocialismo” del futuro.

G. L’umanità sta vivendo un terribile salto nel buio: il crollo dell’ordine internazionale, il rischio della guerra nucleare e, sullo sfondo, la crisi climatica e l’avvento del capitalismo del controllo. Eppure tanti non colgono questo cambio di fase ed invitano a non drammatizzare, perché comunque non c’è alternativa. Chi sono questi che tu chiami “filistei” o “scettici blu”?

O. Sono coloro che di fronte alle novità nefaste introdotte da Trump si sono limitati a dire che anche prima c’era la prepotenza e il potere pervasivo delle grandi corporazioni e la violazione delle leggi internazionali. In modo filisteo si è cercato di nascondere che eravamo di fronte a un salto di qualità, a una frattura profonda con il passato della nostra esperienza democratica che richiedeva l’individuazione dei processi molecolari di indebolimento della efficacia della democrazia stessa che hanno lasciato un vuoto, riempito da una rivoluzione dall’alto che non si configura come una parentesi e che ci impone di ripensare la democrazia e la stessa idea di sinistra. Perché c’è un dato oggettivo imposto alla riflessione dalla nuova natura del dominio dei padroni del calcolo, degli algoritmi e dal manifestarsi di una inedita e pervasiva potenza tecno-finanziaria: la velocità dei processi, la loro natura sovranazionale e ultra-planetaria in contrasto con la loro stessa alleanza politica con i nazionalismi populisti utilizzati come grimaldelli, con l’unico fine di distruggere tutte le regole e tutti i controlli e in primo luogo quello scrigno delle libertà civili e dei diritti sociali che è l’Europa.

G. Nel tuo libro “Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia” tu osservi: “Libertà ed eguaglianza sono state, nella tragedia del Novecento, colpevolmente disgiunte sia dalla destra che dalla sinistra”. Perché una parte così vasta della sinistra era disponibile a rinviare la libertà a dopo la mitica estinzione dello Stato?

O. Una parte rilevante della sinistra, nella giusta critica ai limiti della libertà formale, ha ritenuto che la libertà sostanziale, quella fondata sull’eguaglianza, potesse, almeno transitoriamente, affermarsi attraverso la limitazione delle libertà delle persone, attraverso una necessaria dittatura della maggioranza. Idea, in parte, comprensibile nella immediata fase rivoluzionaria, ma che successivamente si è cristallizzata, nel cosiddetto marxismo-leninismo-stalinismo, nella struttura permanente di uno Stato che, al di là della sua mitica estinzione, si è consolidato su basi decisamente illiberali.

La luce ci viene da Amartya Sen là dove privilegia la capacità di fare quelle cose che si ritiene che abbiano un valore in rapporto «all’effettiva libertà della persona di fare o essere ciò che ritiene valga la pena fare o essere», cioè del «nostro essere liberi di stabilire cosa volere, cosa investire di valore e cosa decidere di scegliere».

Quello che un tempo è stato chiamato “il regno della libertà” deve uscire dalle nebulosità utopiste del “sol dell’avvenire” per poggiare su solide basi strutturali in cui si fondono pensiero e azione attraverso la grande alleanza tra scienza e politica.

In una visione sperimentale e processuale del cammino delle idee socialiste, il “regno della libertà” non si presenterebbe mai come una sorta di “paradiso laico” in cui si acquietano i contrasti e finisce la storia, ma si configura come un’idea limite, un continuo spostamento verso l’alto dell’asticella, dove la libertà farà sempre i conti con la “necessità”, con i “condizionamenti” che ne determinano il movimento e i suoi stessi limiti.

Compito del nuovo secolo dovrebbe essere quello di leggere in modo sincronico le tre sacre parole scritte sulle bandiere della Rivoluzione francese, avendo a cuore la solidarietà e la cooperazione versus la competizione selvaggia. Tutto sta andando nella direzione opposta: oggi si presenta come sempre più problematico il tema della dittatura democratica, cioè di quella dittatura della maggioranza – idea nata a sinistra – che si può permettere di calpestare le libertà individuali e collettive, e che ha aperto la strada al populismo. Non possiamo tuttavia nasconderci che i germi della dittatura democratica sono stati coltivati in campo democratico e rivitalizzati dal moderno mondo dell’informazione con l’orgia leaderista.

G. Invochi “un’Europa ecumenica che non si limiti a rappresentare l’Occidente un rinnovato scontro di civiltà”. Mi sembra che per te l’Europa sia ancora l’erede della tradizione illuminista, cioè del primato della conoscenza critica e della scienza.

O. Certamente, ritengo che l’Europa sia potenzialmente l’erede della tradizione illuminista, non solo del primato della conoscenza critica e della scienza, ma anche delle regole e della legge. Tuttavia questa eredità deve essere onorata da una azione politica coerente con quei principi. Attitudine dalla quale siamo ancora lontani perché l’Europa stessa è minata dai nazionalismi e populismi interni.

Per uscire dal baratro in cui stiamo precipitando la strada giusta da percorrere non è quella di vagheggiare un  ritorno a un mondo antico che non esiste più, bensì quella di contrapporre al disordine fondato sui rapporti di forza tra le grandi potenze imperiali che, a tenaglia, da Est a Ovest, muovono contro l’Europa, una rinnovata idea di ordine internazionale. Questa dovrebbe essere la missione storica di un’Europa unita, per davvero dotata da una sua autonomia strategica, tra l’altro non contro gli Stati Uniti ma a sostegno di quell’altra America che si sta battendo contro la deriva autoritaria impostagli da Trump.

Il momento per l’Europa è drammatico, direi esistenziale. Lo tsunami trumpiano l’ha scagliata in un mare tempestoso in cui non può limitarsi a galleggiare. Se non vuole annegare deve dotarsi, oltre a tutti gli altri temi sociali ed economici, di una propria politica estera e di un proprio esercito, facendosi la più convinta sostenitrice di una rinnovata governance mondiale in cui sia abolito il diritto di veto, riconsegnatele i poteri di intervento nelle crisi già previsti dalla Carta fondativa dell’Onu e mai implementati, per affidarle, come è avvenuto per lo Stato dentro i confini delle nazioni, il “monopolio della forza” per ciò che concerne il rispetto della legalità internazionale, sottraendo tale funzione alle “alleanze militari”, eliminando alle radici il ricatto atomico con la messa al bando di tutte le armi di distruzione di massa e muovendo verso il disarmo bilanciato.

In sostanza invoco un’Europa ecumenica, che non si presenta come un nuovo impero tra gli imperi, ma che rafforza la sua potenza con un suo esercito, per usarla in favore di una visione, per l’appunto illuminista e pacifica, delle relazioni tra i popoli e gli Stati. Volta a contrapporre alla attuale logica di potenza il ripristino delle leggi e delle regole della convivenza internazionale. In sostanza, un’Europa che mette la sua forza non per concorrere alla criminale corsa al riarmo ma per battersi, come dicevo, per la riapertura del disarmo bilanciato e controllato e della messa al bando di tutte le armi di distruzione di massa

Vasto programma, si dirà. Sì, ma solo l’utopia del possibile è il faro che indica la direzione e illumina i passi intermedi.

G. In questo libro e anche in altri precedenti, inviti a ridefinire la sinistra, aprendo un dibattito pubblico su una strategia politica che definisci “ecosocialista”. Quali dovrebbero essere le forze sociali interessate a una trasformazione di questo genere?

O. La ragione principale delle attuali difficoltà della transizione ecologica sta nel fatto che non si avvertono strategie politiche ed economiche che rendano visibile come una ecologia sociale, che io chiamo ecosocialista, possa operare verso una coalizione ampia di interessi all’interno di tutto il mondo del lavoro – i lavoratori e le imprese disposte a operare al di fuori del capitalismo predatorio – nella direzione di un nuovo modello di sviluppo. Per ecosocialismo, ma non mi impicco con le parole, intendo una sintesi alta tra questione sociale e questione ambientale al fine di difendere i lavoratori e i più deboli dagli inevitabili costi della transizione green, mettendo mano alle necessarie riconversioni, quelle produttive e quelle delle competenze.

G. Uno dei suggerimenti che dai alla sinistra del presente e del futuro è puntare sulla democrazia economica e la cogestione. Sono questi gli “elementi di socialismo” di cui parlava, ad esempio, Berlinguer?

O. Ho trattato questo tema nel mio precedente libro intitolato “Perché non basta dirsi democratici“. Non c’è dubbio che la democrazia economica e la partecipazione dei lavoratori alla gestione sia una componente fondamentale di quegli elementi di socialismo di cui parlava Berlinguer. D’altronde se invece di tentare di cambiare in modo sconsiderato la Costituzione si incominciasse ad attuarla, troveremmo in essa gli articoli, mai onorati, che muovono verso la realizzazione della pagina ancora intonsa della democrazia economica.

G. Nel tuo libro parli dell’uomo come “un pulviscolo dell’intelligenza universale”. Detto da te, è un’osservazione particolarmente interessante. La fisica moderna ha preso le distanze dal materialismo ottocentesco. Anche tu sei arrivato a una conclusione analoga?

O. Sì, certamente. Il pensiero moderno a partire da Spinoza ha rotto con tutti i dualismi. Nel mio libro ho messo in evidenza che Spinoza, per primo, in una delle più illuminanti pagine di filosofia, ci ha detto che mente e corpo non sono due entità diverse, ma sono due modi diversi di concepire e descrivere la stessa sostanza ed entrambi sono guidati dalla necessità. Da dove viene l’illusione che le nostre scelte siano libere? Deriva dal fatto che ignoriamo le cause complesse che ci hanno portato alla scelta. È una strage concettuale: in un colpo solo Spinoza si libera del dualismo tra spirito e materia, tra anima e corpo, tra res extensa e res cogitans,tra libertà e necessità; infine tra materialismo e idealismo vecchia maniera. E lo fa quando la scienza, ai suoi primi passi, non gli fornisce il necessario apporto probatorio. Ora la scienza ci ha ampiamente fornito le necessarie prove sperimentali.

Mi soffermo anche su una perla che si infila perfettamente lungo la collana dei miei pensieri che ho trovato nello Zibaldone, dove si legge che il puro e semplice caso entra nel sistema primordiale della natura, e che la sua area è molto più vasta di quanto si creda. È noto – dice il Leopardi – quante siano le ricerche che l’uomo deve al puro e semplice caso, concludendo che se «il puro e semplice caso entrava nel sistema primordiale della natura», ciò voleva dire che «ella lo ha calcolato come mezzo necessario…». Pertanto è più facile pensare che noi siamo un piccolo pulviscolo dell’intelligenza, insieme caotica e ordinata, dell’energia universale piuttosto che credere che l’Universo sia sorto per farci fare una bella gita ai laghi in automobile.

G. Grazie per questa intervista. Nella nostra rivista noi dividiamo gli articoli per argomenti (Politiche, Culture, Relazioni Internazionali), ma anche per epoche: prima della Bolognina e dopo la Bolognina. Il tuo pensiero rientra naturalmente nel “dopo Bolognina”, che è l’epoca del presente e del futuro della sinistra.

In copertina: AM Hoch, Portrait of a Man, charcoal on paper, 18 x 12.5 cm (7 x 5 inches), 2026

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