Da molti anni il tema delle classi è sparito, per così dire, dal dibattito scientifico, e anche da quello politico e pubblico. Per questo, a cinquant’anni dall’uscita del famoso saggio di Paolo Sylos Labini, pubblicato da Laterza, che nel ’74 per la prima volta fece una fotografia della società con i numeri della struttura sociale italiana, lo stesso editore mi propose di pubblicare “Le classi sociali in Italia oggi”. Perché non provi – mi disse – a vedere come sono cambiate le cose? Naturalmente sono cambiate tantissime cose, ma Sylos si pose il tema non solo importante di qual è la nostra professione, ma di come viene generato il reddito di cui disponiamo. Questa è una cosa fondamentale che andava anche un po’ oltre l’analisi delle classi di quel tempo. Ha senso parlare di classi sociali oggi, non per quello che detto un recensione del Sole 24 ore del mio libro Le classi sociali in Italia oggi, secondo la quale mi aveva mosso la “nostalgia”. Così, sono partito dalle definizioni. La fondamentale definizione che utilizza Sylos Labini, che non era né comunista né marxista, è proprio quella di Marx, che dice in definitiva ciò che fa la differenza è la proprietà dei mezzi di produzione, come si diceva con il linguaggio del tempo. Questo vuol dire, in parole semplici, che c’è chi ha i soldi per mettere in piedi un’attività e chi è pagato per fare quell’attività. Questa è la differenza fondamentale che origina il conflitto distributivo, perché chi paga dice: “Io guadagno 10 per questa attività e ti pago 5”, e quello che viene pagato risponde: “No, io voglio di più, perché tu devi prenderti il 5 che rimane? Voglio almeno 7”. Il conflitto distributivo è qualcosa di ineliminabile in una società capitalistica, ma anche in una società non capitalistica, perché in definitiva si tratta sempre del prezzo del lavoro, anche in un’economia centralizzata.
Poi, certo, come notò successivamente Max Weber, che pure era un liberale, questa definizione andava bene, ma c’era un elemento importante nella società moderna che era il ceto, cioè il reddito. Due persone con professioni diverse possono avere lo stesso reddito, o fare lo stesso lavoro e ricavare due redditi diversi. Dal ceto deriva poi lo status nella società. Oggi questi sono elementi che si sono un po’ persi. Ma pensate fino agli anni ’70 qual era lo status di un dottore, di un professore, di un medico della mutua, di un insegnante.
Che cosa è successo all’Italia da Sylos Labini in avanti? Allora Sylos fu molto criticato, ma il suo libro per i tempi fu quasi un bestseller: vendette 150.000 copie. Ci fu un grande dibattito a sinistra perché in sostanza Sylos metteva in discussione quello che era stato il dogma dell’analisi marxista, che alla fine si sarebbe andati ad una semplificazione della società, in cui sarebbero rimasti solo la borghesia e il proletariato. Invece quello che è cresciuto è stato il ceto medio, la classe media impiegatizia.
È vero, i coltivatori diretti si sono ridotti, ma, il peso della classe media è complessivamente cresciuto di molto. E quindi è con questo che dobbiamo fare i conti. Da un punto di vista politico si diceva che la classe media fosse sempre stata un po’ ambigua. È vero che prevalentemente è a tutti gli effetti è una classe di lavoro dipendente, ma è piccola borghesia, perché guarda alla borghesia come stile di vita e non solidarizza invece con la classe operaia e il proletariato. Ma che cosa è successo da quegli anni in avanti? L’Italia nel dopoguerra era passata dall’essere paese agricolo-industriale a paese industriale-agricolo. Ma nel frattempo si espanse di molto il terziario, cioè tutte le attività commerciali, i trasporti, la pubblica amministrazione, la scuola, la sanità. E l’espansione del terziario porta naturalmente ad un’espansione della classe impiegatizia. È vero che ci sono gli operai anche nel terziario (ad esempio, gli operai dell’Enel), ma è soprattutto la classe impiegatizia che si allarga. Nel ’71, la classe operaia era il 45% della forza lavoro. Dieci anni dopo era già calata, ed è continuata a calare, mentre continuava ad espandersi la classe impiegatizia.
C’è un altro aspetto importante da tenere presente: in tutti questi anni, dal dopoguerra fino agli anni ’80 e anche ’90 in parte, aumenta il reddito, per tutti. Aumenta il reddito, il che si traduce nel fatto che migliora il tenore di vita per grande parte della popolazione. Al punto che già negli anni ’80 si comincia a parlare della borghesizzazione della classe operaia: anche gli operai hanno l’automobile, la televisione, fanno le ferie.
Tutto questo porterà la sinistra a ritenere di vivere in una società in una società dove la classe operaia andava sparendo, e nella quale diventavano tutti classe media. Come disse Tony Blair, “The class war is over“, la guerra di classe è finita, perché non c’è più motivo di un conflitto distributivo. Il conflitto sociale aveva portato a una diversa distribuzione del reddito e a un miglioramento delle condizioni di lavoro. Abbiamo ottenuto le 8 ore nel 1970 – non secoli fa – e le ferie, la previdenza, lo Statuto dei lavoratori, tutte cose che per noi sembrano acquisite. Ci siamo arrivati grazie al movimento operaio, non perché gli imprenditori fossero generosi, ma perché c’era stata una lotta vinta in buona parte dal movimento operaio. Ci furono il sindacato, i partiti che portarono queste istanze in Parlamento, benché il Partito Comunista non fosse al governo. Ma c’era una spinta a favore del cambiamento.
Poi ci fu l’offensiva neoliberista di cui la sinistra non sembrò accorgersi. Ricordo che Tronti disse: “La terza via non è tra il socialismo reale sovietico e la socialdemocrazia, ma tra la destra e la sinistra”, perché si riteneva superata la lotta di classe. L’offensiva neoliberista fu portata avanti dalle imprese, con l’appoggio dei governi. Cosa chiedevano le imprese? Intanto di mettere a freno la spinta del movimento operaio, e poi deregolamentazione, libertà di assumere e licenziare, la flessibilità, eccetera. Meno stato, privatizzazioni, servizi pubblici privatizzati, liberalizzazione dei prezzi e quindi anche dei salari. Il neoliberismo è stato questo, ma la sinistra guardava indietro, perché si illudeva sostanzialmente che se aveva tenuto “a freno” il capitalismo negli anni della grande crescita, avrebbe continuato a farlo, e fece l’errore di accompagnare questa spinta neoliberista, sia in Europa che in Italia, con varie misure, col pacchetto Treu, ad esempio, favorendo la disarticolazione del mercato del lavoro e della classe operaia. Ricordo sempre quello che disse Landini una volta: “Quando ho cominciato a lavorare, c’erano due contratti, cioè apprendista e lavoratore a tempo indeterminato e tempo pieno”. Invece si sono introdotte nuove forme contrattuali per favorire la flessibilità, tanto che attualmente abbiamo 41 forme contrattuali diverse in Italia. Questo serviva alle imprese per disarticolare il movimento operaio. Poi, certo, c’è stato anche un processo di ristrutturazione industriale, e a questo corrispondeva anche una visione politica.
Con gli anni ’90, le classi spariscono dal radar. Dopo i lavori di Pace e Bagnasco gli studiosi, sociologi e altri, non se ne occupano più. E non se ne occupano più nemmeno i partiti. Anche il PCI, che era il partito della classe operaia, già negli anni ’70 preferiva parlare di classe lavoratrice, perché capiva che stava cambiando la società.
Il Partito Comunista era riuscito a penetrare nel ceto medio – si pensi alla scuola – e a conquistarlo. Ma poi le classi sembrarono sparire, soprattutto quella che avrebbe dovuto produrre la grande trasformazione, il superamento del sistema capitalistico. Allora si aveva ancora un’idea marxista della classe. Persino il Partito Socialdemocratico nel suo statuto parlava di superamento del sistema capitalistico. Invece si comincia a pensare che a questo punto siamo tutti un’unica classe. Dobbiamo allora occuparci delle opportunità, dei diritti, oltre la classe.
Ma non si pensa più che invece le opportunità sono comunque legate ad una condizione sociale (cioè alla classe). Dopo gli anni ’90, all’inizio del nuovo secolo, l’economia italiana smette di crescere e di cambiare nella sua struttura fondamentale, cui si aggiunge la frammentazione del lavoro di cui si diceva. Siamo tornati a una situazione in cui possiamo dire che c’è di nuovo un sottoproletariato. Tutte queste persone che lavorano per le piattaforme sono sottoposte a forme di sfruttamento contro le quali è mancata l’azione di contrasto. Se guardiamo alle classificazioni di Eurostat – che sono fondamentalmente molto simili a quella di Sylos – vediamo che la classe operaia esiste ancora: è un quarto degli occupati. Ed esistono ancora le barriere sociali, perché i figli degli operai non vanno all’università, e quindi non hanno le stesse opportunità dei figli degli avvocati. Non è solo una questione di professione, ma di reti sociali: le classi sono qualcosa di più. Se io sono il figlio di genitori della borghesia milanese, ho molte più opportunità del figlio di operai milanesi, per non parlare di operai di Matera. Quindi la domanda torna a essere: perché le sinistre hanno smesso di occuparsi di queste persone, se un operaio deve pagare le tasse, l’affitto, e usufruire di servizi privatizzati e scadenti. Oggi persino all’università non ci sono più i bidelli. Il personale non docente è contrattato dalle cooperative, naturalmente per spendere un quarto di meno per lo stesso tipo di lavoro. L’economia italiana si è come “ingessata” e questo è un grosso problema, perché non c’è più mobilità sociale, come un tempo, negli anni ’50 – 70. Il grande motore della mobilità sociale era l’istruzione: i figli degli operai andavano a fare gli impiegati, guadagnavano di più e cambiavano classe. Oggi questo non accade più. Se va bene, il figlio di un operaio di Matera si laurea e poi va a fare il barista, oppure se è molto bravo, emigra.
I capitalisti hanno vinto la lotta di classe, come ci ricordava Gallino, e ci hanno fatto credere che ognuno di noi deve essere imprenditore di sé stesso. Però sono rimaste le barriere di classe, e i divari di reddito si sono allargati.
In copertina: dettaglio di Piero Barducci

