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Per gli accidenti della vita, io ho sostenuto l’esame di terza media lo stesso anno in cui l’ha fatto mia madre, e ho questo ricordo di me che la sera dopo cena vedo la mamma sparecchiare il tavolo della cucina e poi fare i compiti, perché non aveva completato l’obbligo. Le 150 ore furono per lei la ragione di un orgoglio, anzi no, del recupero di una forte identità personale. Non è che le servisse a molto quel diploma di terza media, però mi ricordo la percezione che lei ebbe di una conquista che le era in qualche modo dovuta, che le era stata sottratta. Poi, per la cronaca, all’esame andai molto meglio io, ma questo è un dettaglio del tutto irrilevante. La cosa importante in quell’anno fu l’esame che sostenne questa giovane mamma di trent’anni, che aveva lasciato la scuola in anticipo.

Ci sono dei libri che agiscono per ciascuno di noi – non gli stessi per tutti – un po’ come delle bussole. Tu li leggi, poi magari li rileggi anche a distanza di qualche tempo, persino di anni. Sono quei testi che orientano il modo di leggere il tempo e la storia. Se voi lo chiedete a me, per esempio, ci sono due saggi che io ho letto nel corso degli ultimi decenni e che hanno avuto il ruolo di bussola nel farmi comprendere il capitolo della storia in cui eravamo immersi.

Uno è un breve ma bellissimo saggio di Tony Judt “L’ordine guasto del mondo” e l’altro è un testo un po’ più corposo e impegnativo di Luciano Gallino, che si chiama “Finanzcapitalismo”. L’intreccio di queste due letture per molti versi schiude delle porte, ti aiuta a comprendere che cosa è stata la trasformazione, delle politiche di governo nel cuore dell’Occidente negli anni ’90 e negli anni zero. Anche il libro di Piergiorgio Ardeni “Le classi sociali in Italia oggi” è a suo modo una bussola, perché se trent’anni fa, ma anche 20 o 15, a sinistra si fossero studiati i processi che vengono descritti con il rigore con cui lui li propone, alcune cose forse sarebbero andate in maniera un po’ diversa.

Penso sia un saggio prezioso per diverse ragioni. Ne indico due in particolare: perché contiene una ricostruzione analitica di come la società è cambiata ma le classi sociali sono rimaste, nel senso che esistono anche se in una composizione profondamente diversa del passato. L’altra ragione è nell’ultima parte, dove quella sfera analitica si proietta in una dimensione più politica, e lo fa giustamente incalzando limiti e subalternità della sinistra di governo degli anni ’90 e degli anni zero. Lì certamente c’è lo studioso, l’economista, il sociologo, ma anche l’intellettuale civile impegnato nella presa di coscienza di quali siano stati quei limiti. Io direi che la somma di queste due componenti del saggio costituisce un contributo prezioso di un intellettuale assai cosciente che troppo a lungo teoria e prassi hanno imboccato sentieri divaricati.

Quando questo accade non è mai un bene, soprattutto per la sinistra. Di fronte a un  grande mutamento sociale degli ultimi trenta anni almeno, si è posta con alcuni limiti strutturali che hanno inciso sulla sua identità e la sua cultura di governo. Il primo di questi limiti direi che è stato di carattere ideologico nel leggere la globalizzazione. Ricordo alcune espressioni di Blair e di Clinton nei primi anni ’90. La globalizzazione era vista come una tendenza incontenibile della storia, sia pure con i suoi squilibri, il che suggeriva al pensiero progressista di rinunciare a disegni di trasformazione, anche non particolarmente radicale, per adeguarsi a quello che alla fine era dal nostro punto di vista un minimo sindacale. Ecco dunque le finalità della sinistra accantonate, messe da parte le ambizioni e i disegni di una trasformazione più radicale degli assetti di potere, delle strutture sociali e delle forme della produzione, dell’accumulazione, del profitto, della redistribuzione stessa. Si trattava al più di correggere le storture più gravi di quel modello, smussando un po’ gli angoli delle disuguaglianze più estreme. L’altro limite, più legato all’atto di nascita del Partito Democratico, è stato pensare che nella rappresentanza politica del mondo del lavoro, la distinzione di classe sostanzialmente fosse una articolazione da archiviare.

C’è al riguardo un evento simbolico. Siamo nel 2008. Il PD ha appena visto nascere il suo nuovo simbolo, si accelera (si è voluta accelerare) la fine del secondo governo Prodi, si va a votare nelle elezioni politiche. Walter Veltroni, il leader di quel nuovo partito, fa una campagna elettorale coraggiosa e fortissima: piazze gremite, un risultato lusinghiero del 34%, vince la destra di Berlusconi. Ma l’aneddoto simbolico, da questo punto di vista, è la composizione delle liste di quel partito, perché in quelle elezioni noi candidiamo nelle liste del Partito Democratico della circoscrizione del Nord-Est non un esponente qualsiasi,  ma un falco della Confindustria, che si chiama Massimo Callaro, e contemporaneamente candidiamo nella circoscrizione del Nord-Ovest il mio amico Antonio Boccuzzi, unico sopravvissuto alla strage della Thyssen Krupp di Torino, con l’argomento rivendicato, esibito, che i loro interessi coincidono.

Non era ovviamente così. Gli interessi del mio amico Antonio Boccuzzi non erano gli interessi dell’impresa Thyssen Krupp, che non aveva investito 800 mila euro nella manutenzione del sistema antincendio dello stabilimento, con  la prospettiva ravvicinata di una sua dismissione e di un trasferimento della produzione altrove. Di fronte ad una contraddizione di questa natura, si ha la plastica rappresentazione di come sia mutato lo status del lavoro come elemento di identificazione anche sotto il profilo sociale. Noi abbiamo progressivamente ristretto la natura del lavoro alla dimensione del reddito, del procacciarsi il salario a fine mese, rinunciando a quella complessa dimensione che era non solo professionale, ma anche esistenziale e culturale, che investiva l’identità del lavoro. Nell’immediato dopoguerra i giornali usavano fare delle inchieste periodiche, delle cose un po’ di colore, di costume. Per esempio chiedevano all’italiano medio che cosa avrebbe fatto se avesse vinto la domenica una grossa somma al totocalcio. E gran parte delle risposte erano di questo genere: “Ah, ma se io vincessi una grossa somma, la prima cosa che farei sarebbe cambiare lavoro, e fare finalmente quello che ho sempre sognato”. Ora, se tu passi davanti ad una rivendita di gratta e vinci, la réclame per comperare lì i biglietti è: “Vinci una grande somma e smetti di lavorare, vai a vivere nei Caraibi”. Mi raccontava anni fa Piero Fassino che sulla Stampa di Torino potevi ancora  incontrare nella pagina dei necrologi “È scomparso Luigi eccetera”, e sotto c’era la qualifica anziano Fiat. Voleva dire che per quarant’anni era stato un operaio della Fiat e andando in pensione gli avevano dato una medaglietta da appuntare alla giacca. Quell’operaio, in quarant’anni a Mirafiori, aveva avuto ragioni di conflitto apertissimo col vertice dell’azienda. Aveva scioperato. Pensate agli anni di Valletta, al controllo punitivo sui militanti sindacali più esposti. Però c’era anche l’elemento dell’orgoglio dell’appartenenza a quella dimensione.

Ricordo l’anno in cui frequentavo uno strepitoso corso di Istituzioni di regia all’Università di Bologna tenuto da Luigi Squarzina. Lui metteva in scena un testo minore di Shaw, Casa Cuorinfranto e ci spiegava perché nei copioni teatrali, in apertura, quando ci sono i personaggi della commedia, si scrive il nome o il cognome, il grado di parentela con altri e poi la professione, perché era un elemento identificativo: “Duncan, virgola, marito di…, virgola, capitalista”. E Squarzina ci spiegò che per le regole della regia il capitalista doveva muoversi in un certo modo, con gesti fortemente perentori.

Questa visione è stata a lungo nel bagaglio non soltanto culturale, ma politico della sinistra. Il declino del modello produttivo del nostro Paese è anche figlio della perdita di queste dimensioni dell’appartenenza del lavoro. L’indicatore della produttività del sistema economico è fermo da 25 anni, come spiega Pierluigi Ciocca, e non abbiamo più grandi imprese che investono nell’innovazione. Le grandi industrie sono statisticamente quelle che occupano almeno 10.000 dipendenti. Fino a qualche anno fa in Italia ne erano sopravvissute cinque, che rispettivamente producevano automobili, pneumatici, occhialeria, cioccolata e abbigliamento combinato alle vendite autostradali: quindi FCA, Pirelli, Luxottica, Ferrero, Benetton. Ora, al netto del fatto che non tutte sono rimaste italiane (Luxottica è diventata francese, Pirelli cinese), di questi prodotti di altissima eccellenza, come occhiali in titanio e cioccolata di qualità, nessuno aveva una ricaduta tecnologica che producesse filiere a catena, in grado di produrre una modernizzazione del nostro sistema. E noi abbiamo vissuto un declino anche perché abbiamo rinunciato a tutti i settori che potevano avere un effetto di traino. È mitica la vicenda del primo personal di Olivetti, che viene fatto in Italia, a Ivrea, ma lo sacrifichiamo perché investiamo sulla chimica, poi sulla telefonia mobile, infine rinunciamo a tutto questo. Oggi l’Italia è un paese che certo ha eccellenze sotto il profilo manifatturiero, ma l’incapacità di produrre innovazione tecnologica e quindi qualifiche di alto profilo, anche sotto il profilo dell’investimento formativo. Questo ha determinato il declassamento complessivo del nostro mercato del lavoro.

Diciamo che, rispetto alla tradizione marxista e non solo, quella che è venuta a mancare progressivamente è stata un’identità sociale. La quadratura del cerchio poi è avvenuta sul terreno politico-istituzionale, quando, dopo il collasso del sistema politico dei primi anni ’90, che avrebbe richiesto una capacità fortissima di ricostruire un presupposto di rappresentanza di nuovi soggetti, anche a sinistra è prevalsa l’idea che la priorità fosse invece garantire la stabilità dei governi. Il problema è rimasto assolutamente aperto. Se guardiamo alla proposta di nuova legge elettorale avanzata dalla destra, il combinato disposto tra la crisi dell’identità sociale e quella della rappresentanza ha finito con il produrre un risultato che noi abbiamo lungamente rimosso. Io mi permisi di parlarne nell’ultimo congresso, perché ero convinto che fosse il tema che noi dovessimo affrontare, e cioè come è stato possibile che dal 2008 al 2022 noi abbiamo perso (noi PD, non la sinistra) nelle urne 6 milioni di voti. Siamo un partito che perde 6 milioni di voti in una manciata d’anni e che non si ferma un istante a riflettere  su chi sono e dove si va a ricostruire un rapporto con quei 6 milioni. Mi pareva una rimozione imperdonabile, che poi aveva a che vedere con una fragilità della nostra democrazia, che si traduceva a sua volta in un tasso di astensione oramai patologico e potenzialmente drammatico.

Una democrazia con partiti fragili è una democrazia che soffre. Ma una democrazia senza elettori è una democrazia che muore. Allora l’esito è stato una cattiva interpretazione del concetto di merito, una rimozione prematura del conflitto tra capitale e lavoro che non è scomparso, una perdita di ancoraggio a fasce sociali soprattutto giovanili, anche a livello di linguaggio. Questo ha finito con il relegare la sinistra storica ad un ruolo a lungo apparso di sostanziale conservazione, con un ultimo corollario, o paradosso, che mentre si elevava la nuova classe media a soggetto motore dell’economia e dello sviluppo, la grande crisi del 2008-2012 la colpiva sotto la cintura, producendo un processo di impoverimento. Quello che chiamiamo declassamento, mi pare si sia tradotto in un sentimento di rancore sociale, di rifiuto della politica. Una certa retorica anche strumentale sulla “sinistra della ZTL” ha trovato qui a lungo un terreno fertile, da cui hanno preso le mosse spinte populiste, capaci di aggregare disillusi perché disamorati, abbandonati ad un destino che non avevano scelto. Chi è sopravvissuto meglio in tutto questo non è chi – come accadeva prima – aveva investito anche con fatica sacrificio in una formazione qualificata e di lungo periodo, ma chi aveva avuto la sorte benigna di ereditare una casa di proprietà in centro storico.

Naturalmente in tutto questo un peso la diversa logica dell’accumulazione tipica di questo tecnocapitalismo, che concentra picchi di ricchezza smisurata e smodate speculazioni e concentrazioni di potere in un numero ristretto di società. Nel 1914 Henry Ford nell’arco di una nottata decise di aumentare il salario dei suoi operai da 2 dollari e 50 a 5 dollari l’ora, e lo motivò, contro altri azionisti con la necessità di fidelizzare quegli operai all’azienda e di favorire anche un incremento del potere d’acquisto di quei salari. Nel 2023 sei società nel mondo in un anno solare accumulano capitali per oltre 400 miliardi e profitti per 88 miliardi di dollari. Quelle stesse società, nello stesso anno solare, licenziano 260.000 dipendenti. Cioè si spezza la logica che a lungo nella cultura economica avevamo concepito come tratto portante di un modello di capitalismo in salute, per cui l’incremento del fatturato e dei ricavi portava di per sé un incremento dei tassi occupazionali.

La classe operaia vedeva nei partiti della sinistra un mezzo per il superamento della sua condizione. Nella cultura politica del PCI, partito in cui mi sono formato io, gli operai non erano soltanto un bacino di consenso elettorale, ma erano considerati a pieno titolo un un soggetto storico, portatore di una visione capace di esprimere il governo del Paese. Mi sembra d’impazzire quando, da almeno trent’anni, ogni volta che c’è una tornata elettorale che non va bene, partecipo alla riunione della Direzione del mio partito, si alza uno o una e va al microfono per dire: “Prendiamo atto di questo risultato. Adesso dobbiamo tornare a parlare con gli operai “. Questa è la sanzione della sconfitta culturale. Nel partito in cui mi sono formato io non avevi bisogno di tornare a parlare con gli operai, non solo perché era scontato che avevi sempre parlato con loro, ma perché erano parte costitutiva del tuo modo di essere partito. Gli operai erano parte costitutiva delle tue classi dirigenti. Una piccola parte la portavi in Parlamento, perché rappresentavano gli interessi di quel pezzo di società che tu ti candidavi a rappresentare.

Tornare a pensare le classi vuol dire tornare ai fondamentali, sapendo che la destra che abbiamo di fronte non è la versione aggiornata di quella liberista degli anni 90 e degli anni zero. Anche nel linguaggio che utilizzano, non li sentirete mai evocare processi di liberalizzazione, o di privatizzazione. Era un’altra destra, quella di Chirac, di Merkel, di Aznar, di Reagan, di Thatcher. Questa è una destra diversa per impianto culturale. Tramite i suoi principali ideologi, come Peter Thiel, teorizza esplicitamente il superamento di tutti i monopoli statali, che significa la moneta, la sicurezza, la giustizia. È una destra che parte dall’antiparlamentarismo più gretto del secolo alle nostre spalle, e teorizza la concentrazione del potere nelle mani di pochi uomini di talento. Essi debbono poter esercitare il potere oltre i perimetri della legge, in una logica che è incompatibile con i valori della libertà individuale e i principi della democrazia. Non è nulla di originale:  è una destra inquietante e pericolosa non solo perché esprime un pazzo alla presidenza degli Stati Uniti, ma perché rispolvera le teorie reazionarie degli anni ’30 del vecchio secolo. Dentro questa destra c’è un pezzo di Leo Strauss e un pezzo del Carl Schmitt dello stato di eccezione, che presuppone l’utilizzo della violenza come strumento di regolazione dei conflitti sociali. È una destra con un’anima repressiva, che si candida non solo a restare alla guida dell’Italia, ma che aspira l’anno prossimo a conquistare l’Eliseo, dopo che questo giovane presidente è riuscito nell’opera, non facile, di distruggere la quinta Repubblica di De Gaulle del 1958 e di incrinare l’union sacrée, il patto repubblicano, e che nel 29 vedrà le elezioni in Germania dove la formazione neonazista è accreditata di un consenso impensabile anche soltanto una manciata di anni fa.

Tutto questo rende molto importante il passaggio elettorale del referendum, che riguarda sette articoli della Carta Costituzionale. Ora non so come andrà a finire, ma al di là del merito, può essere il segnale che si può invertire una tendenza. E mai come questa volta le elezioni politiche dell’anno prossimo in Italia saranno decisive anche per gli assetti dell’Europa, perché nel momento in cui dovesse venire a mancare all’asse franco-tedesco (su cui si è retto il processo di integrazione) un paese fondatore come il nostro, ci troveremmo in una terra incognita, in balia di una destra particolarmente aggressiva e pericolosa. Questa è la responsabilità che noi oggi dobbiamo assumerci.

In copertina: dettaglio di Piero Barducci, Marx, Lenin, Robocop (2025)

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