Marco Furfaro, 46 anni, deputato dal ‘22, è membro della Segreteria nazionale del Partito Democratico con delega alle iniziative politiche, Welfare e contrasto alle diseguaglianze.
La sua biografia politica ne fa una delle espressioni più esplicite del nuovo corso dem targato Elly Schlein. Come la segretaria non si è formato nel Pci o nella Dc, o in altri partiti della prima repubblica. Lui viene dall’attivismo civico, passa per Sel, della cui segreteria nazionale fa parte al tempo di Nichi Vendola segretario, poi per il Campo Progressista di Giuliano Pisapia, quindi per la Rete Futura con Laura Boldrini. Infine approda al Pd con Zingaretti segretario. Di qui stringe una liaison politica forte con la Schlein, ancora non iscritta al partito, e alle primarie del ’23 ne sostiene la candidatura vincente alla Segreteria Nazionale.
Marco, ricorderai bene che nel ’23 il vecchio gruppo dirigente del Pd “non vide arrivare” la Schlein. Viceversa voi del suo gruppo dirigente vedevate bene crescere il consenso verso quel volto nuovo, che “bucava il video” e attraeva una fetta consistente di elettori di sinistra scoraggiati. Ed ora, fino al giorno prima del 22 e 23 marzo scorsi, nessuno, ivi inclusi gli osservatori dei media, i sondaggisti e i dirigenti dei partiti, aveva visto arrivare la marea di giovani che è poi accorsa alle urne decretando la salvezza della Costituzione. Tu te lo aspettavi? E in queste proporzioni? La verità.
Che ci fosse una rabbia generazionale profonda lo sentivamo. Lo sentivamo nelle piazze e nelle migliaia di eventi realizzati, lo percepivamo sui social. Sapevamo che chi ha venti, venticinque o trent’anni e vive con contratti a scadenza, affitti impossibili e salari indecenti percepisce la Costituzione come l’ultima trincea. Ma il 61% tra gli under 35, quella marea lì, sarei disonesto a dire che me l’aspettavo. È stata più grande di noi. E questo è il punto: quando le persone percepiscono l’importanza di una battaglia, si presentano. Ed è un segnale bellissimo che un testo scritto quasi 80 anni fa sia stato difeso soprattutto dai più giovani. Toccherà a noi meritarci la loro fiducia ogni giorno.
E come siete riusciti ad intercettare questo potente fiume carsico del No, invisibile in superficie? Come siete riusciti a stabilire un dialogo con i giovani?
Dicendo loro la verità: una magistratura imperfetta ma indipendente dalla politica conviene a tutti, ma soprattutto a chi è più debole. Una giustizia in mano al governo serve solo a chi il potere ce l’ha già. Ma il merito più grande è dei ragazzi stessi, che si sono organizzati dal basso, hanno studiato il quesito, hanno convinto i loro coetanei. Il PD ha accompagnato un’onda, non l’ha generata. Il nostro compito adesso è trasformare questo dialogo in proposte concrete, altrimenti quella fiducia evapora.
Adesso tocca al Pd e al Campo Largo chiarire la vostra proposta alle nuove generazioni. Ci puoi dire tre provvedimenti urgenti da proporre subito?
Tre cose, subito. Primo: salario minimo legale. Chi lavora e resta sotto la soglia di povertà vive in un Paese che ha smesso di funzionare. Secondo: un grande piano casa per i giovani, perché oggi un ragazzo spende gran parte dello stipendio per un monolocale o per una semplice stanza fatiscente. Alla Camera ho depositato una proposta di legge che prevede un miliardo l’anno per l’edilizia residenziale pubblica, il recupero di decine di migliaia di alloggi sfitti, nuove residenze universitarie e un fondo di garanzia per chi non riesce a pagare l’affitto. Terzo: assumere medici e infermieri nella sanità pubblica, abbattere le liste d’attesa, fermare la fuga dei professionisti. Sono provvedimenti che si possono fare domani mattina. Se il governo avesse la stessa urgenza nel rispondere ai bisogni che ha avuto nel manomettere la Costituzione, sarebbero già legge.
Il Mezzogiorno ha contribuito in maniera determinante alla difesa della Costituzione. Puoi giurarci che il Pd combatterà con le unghie e con i denti contro l’autonomia differenziata? Ritieni che ci siano le condizioni per battere la destra anche sulla devolution?
C’è un filo nero, nerissimo, che lega la riforma della giustizia e quella dell’autonomia differenziata: scardinare la Costituzione, sempre a discapito di chi già oggi è più fragile. Approvare la riforma Calderoli significa spezzare ulteriormente il Paese. Significa che la qualità della tua scuola, del tuo ospedale, del trasporto che prendi per andare a lavorare dipenderà da dove sei nato. È il contrario della Repubblica disegnata dalla Costituzione, dove i diritti fondamentali devono essere garantiti ovunque allo stesso modo. La Corte Costituzionale ha già dichiarato incostituzionali pezzi fondamentali di quella legge. E noi continueremo a combatterla senza se e senza ma. Al Governo mi sento di dire una cosa semplice: l’arroganza non premia. Questo referendum dovrebbe averglielo insegnato.
Oltre ai giovani e al Mezzogiorno, quali lezioni per la sinistra dal voto referendario? Quali le nuove sfide che dovete ora affrontare come sinistra italiana nel vostro insieme?
La lezione è chiara: quando si gioca di squadra, si vince. Ed è quello che i nostri militanti ci chiedono da sempre: unità. La sfida adesso è trasformare il fronte del No in un’alternativa di governo credibile: con un programma condiviso, con una proposta che parli alla vita quotidiana delle persone e di speranza. La destra è in crisi, la verità è che si detestano l’uno con l’altro e che a unirli è solo la spartizione del potere. Tocca a noi dimostrare che siamo pronti a governare.
C’è una correlazione tra il voto referendario e l’articolazione della società digitale?
Sì, lo dimostra la partecipazione dei giovani. E il paradosso è che ha prodotto l’effetto contrario a quello sperato dalla destra. Negli ultimi mesi abbiamo visto un’offensiva senza precedenti: fake news, contenuti generati con l’intelligenza artificiale, vere e proprie campagne di disinformazione: Rogoredo, Garlasco, famiglia nel bosco, Carola Rackete, stupratori, pedofili. Ma è successo qualcosa che evidentemente non avevano previsto: i più giovani, che in quegli spazi digitali ci vivono, hanno riconosciuto l’operazione e l’hanno respinta. Chi pensava di manipolare il consenso con le bugie si è ritrovato davanti una generazione che sa leggere, verificare e distinguere la propaganda dalla realtà. È una delle lezioni più belle di questo referendum.
Dal tuo punto di osservazione “sociale” — ci riferiamo alla tua storia personale di impegno nel volontariato — il disagio del precariato, le povertà vecchie e nuove e l’insufficienza dei servizi socio-sanitari hanno pesato sul voto referendario il cui quesito era apparentemente estrinseco alle problematiche sociali?
Ha pesato eccome. Chi ogni giorno fa i conti con stipendi da fame, ospedali al collasso, asili nido inesistenti sa benissimo cosa significa toccare la Costituzione: significa togliere un altro pezzo di protezione a chi ne ha già troppo poche. Chi vive nella precarietà ha una sensibilità quasi fisica per i propri diritti: sa che quando la politica mette le mani sulla Carta, il conto lo paga sempre chi sta in basso. A maggior ragione se chi governa pensa di rendere i magistrati più sensibili alle influenze della politica.
E la situazione geopolitica internazionale, tanto caotica quanto irta di pericoli, ha inciso nella formazione della coscienza politica degli italiani inducendoli a scegliere la difesa della Costituzione democratica piuttosto che fare un primo passo verso una deriva autoritaria?
Partiamo da un dato: la maggioranza degli italiani ha votato nel merito e ha bocciato una riforma sbagliata. Questo va detto con chiarezza, perché la narrazione della destra secondo cui il No sarebbe stato solo per pregiudizio è falsa e irrispettosa verso milioni di cittadini che hanno studiato il quesito. Poi, certo, in un momento in cui il mondo è attraversato da guerre e tensioni senza precedenti, gli italiani hanno visto con i propri occhi come questo governo gestisce le crisi: dal ministro della Difesa bloccato a Dubai e quello degli Esteri che scopre i bombardamenti dal telefono. Questo spettacolo ha reso ancora più evidente che affidarsi a questa classe dirigente per riscrivere la Costituzione sarebbe stato un azzardo imperdonabile. Meglio Nilde Iotti e Piero Calamandrei o Delmastro e Bartolozzi?
Sulle nostre pagine da tempo ci interroghiamo sulla scissione tra partito, intellettuali organici e classe operaia determinatasi in qualche modo con la svolta della Bolognina. Senza stare ora qui a chiedersi se quella scelta fu felice o no, sta di fatto che il Pd oggi non è “il” partito della classe operaia o più genericamente del lavoro dipendente, pur se ne rappresenta ampi strati. Se dovessi pensare — e certamente lo starai facendo da tempo — alla sinistra degli anni Trenta, su quale settore della società la vedresti prioritariamente incardinata? Quali settori della società postindustriale e digitale sono quelli ai quali la sinistra deve elettivamente rivolgersi? O bisogna tornare alla centralità del lavoro dipendente?
La centralità del lavoro resta il cuore, ma il lavoro oggi ha mille forme. Il rider che pedala sotto la pioggia, centinaia di migliaia di professionisti che sono false partite IVA a causa di datori di lavoro spregiudicati e avidi, l’infermiera che copre tre turni, il creativo digitale pagato in visibilità, i lavoratori sfruttati a 3 o 4 euro l’ora. La sinistra deve parlare a tutto il lavoro (dipendente, autonomo, intermittente) e riconnetterlo a un’idea di dignità comune. Poi ci sono i nuovi fronti: la transizione ecologica e digitale, la formazione, la riduzione dell’orario di lavoro per liberare il tempo di vita vera delle persone. La sfida è costruire un’alleanza sociale larga, che tenga insieme chi lavora in fabbrica e chi lavora da casa, chi ha il contratto e chi non ce l’ha. Se parliamo solo a un pezzo, perdiamo il tutto. Sinistra è non lasciare indietro nessuno.
Uno slogan per la campagna elettorale politica prossima ventura, la sintesi della promessa della sinistra alla società italiana. Vuoi provarci?
Il diritto di essere felici.

