1. Giovani ebrei a Nonantola
Il 17 luglio 1942, giunge a Nonantola, a pochi chilometri da Modena, un gruppo di quaranta ragazze e ragazzi ebrei in fuga dal Terzo Reich, con una decina di accompagnatori/trici adulti/e. Dopo meno di un anno, nell’aprile del 1943, si unirà ad essi un altro gruppo di trentatré ragazze/i e bambine/i ebrei jugoslavi, per lo più di Sarajevo[i].
Il motivo della convergenza di questi giovani esuli a Nonantola, borgo agricolo sede di una delle prime fondazioni benedettine dell’Italia settentrionale, è la presenza di Villa Emma – nata come imponente residenza estiva di una facoltosa famiglia modenese, a fine Ottocento, e da tempo disabitata – e di Gino Friedmann, sindaco del paese fino al 1926 e rappresentante modenese della Delasem, l’organizzazione ebraica di soccorso ai profughi istituita nel 1939[ii]. In quegli anni, infatti, l’Italia è meta di numerosi ebrei dai paesi occupati dai nazisti, in quanto, pur se discriminati e internati, non sono qui in pericolo di vita. Nel caso delle ragazze e dei ragazzi giunti a Nonantola, poi, si verifica una circostanza eccezionale di cui non esiste eguale: pur essendo ebrei stranieri, ottengono un’autorizzazione ufficiale del Ministero dell’Interno all’ingresso in territorio italiano come normali residenti, non soggetti a misure restrittive di internamento.
Per gli appartenenti al primo gruppo, Nonantola è una tappa di un viaggio durato alcuni anni, che li ha visti fuggire dalla Germania e dall’Austria naziste, attraverso l’Europa in guerra, diretti in Palestina che raggiungeranno soltanto al termine del conflitto. Sorpresi a Zagabria dall’invasione italo-tedesca, sono infatti costretti a deviare nella Slovenia annessa all’Italia, dove soggiornano per un anno in un castello di caccia tra i boschi, non lontano da Lubiana, finché l’approssimarsi degli scontri tra l’esercito italiano e i partigiani locali non consiglia di cercare un’altra sistemazione, Nonantola appunto, dove il gruppo è bene accolto dalla popolazione locale con cui intreccia presto rapporti economici ma anche amicali.
I nonantolani infatti, nonostante la propaganda razzista, sono incuriositi da questi stranieri; ne percepiscono la sofferenza, il distacco dalle famiglie, la precarietà delle vite e questo genera in molti un moto di simpatia, che in alcuni casi diventa familiarità o vera e propria amicizia, anche grazie al ruolo di mediazione assunto da due personalità eminenti del paese: il medico condotto Giuseppe Moreali e il parroco di una frazione e insegnante nel seminario annesso all’abbazia, don Arrigo Beccari.
2. La vita a Villa Emma
La comunità di Villa Emma si organizza come una sorta di achsharà,[iii] dove si alternano studio e formazione al lavoro manuale e agricolo, con il coinvolgimento in quest’ultima di contadini e artigiani nonantolani. Non mancano le tensioni interne dovute a divergenti atteggiamenti pedagogici tra gli accompagnatori del gruppo, sionisti di ispirazione socialista, sostenitori di un modello educativo democratico e responsabilizzante che prevede la partecipazione attiva dei ragazzi e delle ragazze, e i rappresentanti della Delasem, che assumono la direzione della comunità, più inclini a un’organizzazione gerarchica e autoritaria. È comunque indubbio che la Delasem investa moltissimo in questo esperimento; non solo provvedendo al mantenimento del gruppo, ma anche trasferendo progressivamente a Nonantola funzioni, dal magazzino agli uffici, e personale.
Intanto i ragazzi e le ragazze imparano un po’ di italiano, vengono talvolta ospitati da famiglie del posto o da famiglie ebraiche modenesi, condividono parte del loro tempo libero con i coetanei nonantolani, con cui si trovano a nuotare al fiume, a giocare a calcio, alle feste di paese; nell’estate del 1943, una ventina tra i ragazzi più grandi lavora per qualche settimana alla cantina sociale, mentre alcune ragazze vanno a imparare il mestiere da una cestaia. Don Beccari e il dottor Moreali incontrano e ospitano spesso gli adulti del gruppo, con cui scoprono affinità, dal comune antifascismo alla passione pedagogica dell’uno e per la musica dell’altro.
3. Un episodio di resistenza civile
Questi legami di amicizia diventano fondamentali quando, all’indomani dell’8 settembre, gli ebrei capiscono di non essere più al sicuro e si rivolgono a Moreali e a don Beccari in cerca di un aiuto che finirà per coinvolgere una parte significativa della popolazione locale, dando luogo a uno dei primi episodi di resistenza civile che si ricordino: una parte del gruppo viene nascosta nel seminario, mentre gli altri e le altre trovano rifugio presso famiglie nonantolane. Intanto si progetta la fuga nella neutrale Svizzera, che avverrà con successo nel giro di poco più di un mese, anche grazie a un ulteriore aiuto fornito dalla popolazione, che procurerà al gruppo il necessario per il viaggio, dai documenti ai cappotti.
Terminata la guerra, quasi tutti i componenti la comunità di Villa Emma, che avevano perso il resto della famiglia inghiottita dalla Shoah, si stabiliscono in Palestina. Quando all’inizio degli anni Sessanta, lo Yad Vashem avvia il riconoscimento dei “Giusti fra le Nazioni”,[iv] i ragazzi e le ragazze di Villa Emma si ricorderanno del soccorso ricevuto a Nonantola e faranno conferire già nel 1964 l’onorificenza a don Beccari e al dottor Moreali. Alcune/i di loro torneranno più volte a Nonantola, per far visita alle famiglie con cui avevano intessuto legami più stretti, e ancor oggi i loro discendenti visitano il paese nei momenti chiave della vita, per esempio in occasione del matrimonio.
4. La difficile costruzione della memoria
Stupisce che a fronte di un episodio così eccezionale, che ha permesso a un intero e numeroso gruppo di ebrei di salvarsi, per di più ufficialmente onorato dalla riconoscenza di chi a quel gruppo apparteneva, siano stati scarsi e tardivi i segni di una memoria pubblica nel territorio nonantolano. Ciò è forse avvenuto anche perché, dopo la partenza dei ragazzi di Villa Emma, Nonantola ha vissuto i drammatici mesi del fascismo repubblicano e della lotta partigiana, nel corso dei quali gli stessi protagonisti del soccorso prestato ai ragazzi di Villa Emma hanno continuato a operare in condizioni sempre più difficili, fino all’arresto nel novembre del 1944 di don Beccari.
Possiamo fare nostra l’osservazione di Elena Pirazzoli, quando scrive: «La vicenda di Villa Emma, analogamente ad altri casi di accoglienza, protezione e salvezza all’interno di un evento traumatico, non è stata oggetto dell’attenzione memoriale e museale rivolta invece alle vicende dall’esito tragico. Se ricordare ciò che è terribile appare necessario, la memoria del bene compiuto sembra sciogliersi negli aspetti fluidi dell’esistenza, quelli che non necessitano di essere fermati, ricordati, commemorati».[v]
Solo nel 40° anniversario della Liberazione, uno dei quattro bassorilievi bronzei del monumento alla Resistenza creato dall’artista locale Angelo Borsari porta la vicenda di Villa Emma nello spazio pubblico nonantolano. Bisognerà però aspettare la metà degli anni Novanta, nel contesto di un’accresciuta sensibilità, in Italia e in Europa, verso lo sterminio degli ebrei e le azioni dei “Giusti”, perché un giovane sindaco, Stefano Vaccari, dia un nuovo rilievo pubblico alla vicenda, andando a incontrare ufficialmente gli ex ragazzi e le ex ragazze in Israele e ospitandone poi un folto gruppo a Nonantola; inoltre, con una decisione lungimirante, promuove una ricerca che, affidata allo storico tedesco Klaus Voigt, permetterà di ricostruire in maniera documentata la storia dei “ragazzi di Villa Emma”[vi].
5. Davanti a Villa Emma
Nel 2004, nasce la Fondazione Villa Emma, presieduta dallo stesso Vaccari e diretta da Fausto Ciuffi, che, dopo anni di studio, seminari e convegni internazionali, mette finalmente mano al progetto di dare un luogo alla storia. Essendo indisponibile la villa, acquistata da una famiglia di imprenditori locali che ne ha curato il restauro e la utilizza in funzione di rappresentanza, si è immaginato di realizzare un dispositivo memoriale posto di fronte a Villa Emma, su un’area di proprietà della Fondazione su cui sorgevano due casali rurali di scarso pregio. Nel 2018 è stato pubblicato un bando di concorso per un nuovo edificio, vinto dallo Studio Bianchini & Lusiardi Associati di Cremona e, nel 2023, sono iniziati i lavori del luogo che ospiterà finalmente una rappresentazione pubblica della vicenda e si chiamerà Davanti a Villa Emma. La sua collocazione tra la villa e il paese, insieme alle ampie superfici vetrate che lo rendono permeabile, assume un significato simbolico che rinvia agli incontri degli ospiti di Villa Emma con i nonantolani, ai frequenti “andirivieni” tra la villa e il paese. Inoltre, la collocazione di un luogo per la memoria di fronte al luogo della memoria rende evidente il concetto che al passato ci si può sì avvicinare, ma mai immedesimarcisi totalmente; può essere proficuo piuttosto, a partire da quel passato, porsi delle domande su di sé e sull’oggi: «Stare davanti a Villa Emma significa confrontarsi con ciò che è accaduto e trasformare la conoscenza in un processo attivo»[vii].
L’inaugurazione è attesa per l’ottobre 2026 con un allestimento curato dallo studio milanese DotDotDot che prevede il dispiegarsi nel corpo principale dell’edificio di una narrazione della vicenda resa con alcuni elementi interattivi e con una serie di altri accorgimenti studiati per coinvolgere chi lo attraversa, a cui si aggiungono uno spazio destinato a una problematizzazione e universalizzazione della vicenda, poiché si vorrebbe che la visita suscitasse nei/lle visitatori/trici riflessioni sul valore della relazione e della scelta, dell’accoglienza e della solidarietà anche nel tempo presente, e spazi destinati alle attività laboratoriali che saranno proposte alle scuole. Davanti a Villa Emma si presenterà anche come centro di interpretazione del territorio, fornendo mappe e indicazioni che permetteranno di individuare e “leggere” i luoghi del paese e del circondario più significativi per questa storia.
In copertina: fotografia di Villa Emma
[i] La Bosnia-Erzegovina era stata inglobata nello Stato Indipendente di Croazia, nato nel 1941 a seguito dell’invasione italo-tedesca della Jugoslavia e governato dagli ustascia di Ante Pavelic, ferocemente antisemiti.
[ii] Nata dopo lo scioglimento da parte del regime delle organizzazioni preesistenti, la Delasem (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei) sottostava all’Unione delle comunità israelitiche italiane e rispondeva del proprio operato al Ministero dell’Interno. Era presieduta da Lelio Vittorio Valobra, decorato della Prima guerra mondiale e perciò non soggetto alle leggi razziali, e aveva sede a Genova.
[iii] Si tratta di un centro di addestramento principalmente agricolo per preparare gli ebrei europei alla vita in Palestina.
[iv] Yad Vashem è l’ente istituito dal parlamento israeliano nel 1953 per documentare la storia e preservare la memoria della Shoah. Il titolo di “Giusti fra le Nazioni” è conferito a quei non ebrei che rischiarono le loro vite per salvare gli ebrei durante la Shoah agendo in maniera disinteressata.
[v] Elena Pirazzoli, E se non fosse un museo?, https://davantiavillaemma.org/materiali/e-se-non-fosse-un-museo/
[vi] Klaus Voigt, Villa Emma. Jüdische Kinder auf der Flucht. 1940-1945, Berlin, Metropol, 2002; trad. it. Villa Emma. Ragazzi ebrei in fuga. 1940-1945, Milano, La Nuova Italia/R.C.S. Libri, 2002.
[vii] Intervista di Federica Duani a Fausto Ciuffi, Davanti a Villa Emma a Nonantola nasce un luogo che parla di accoglienza,
https://www.internimagazine.it/approfondimenti/interviste/davanti-a-villa-emma-nonantola/.

