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Tradurre non è tradire

La traduzione delle opere letterarie italiane in arabo come ponte tra le sponde del Mediterraneo

Nel 1991, una versione pirata in arabo de Il nome della rosa di Umberto Eco iniziò a circolare al Cairo con un titolo decisamente provocatorio: Al-jins fil-Kanisa, letteralmente “Sesso in chiesa”. La copertina mostrava una chiesa nella parte inferiore e un volto femminile ammiccante nella parte superiore, in un’operazione editoriale che si presume fosse dettata da esigenze di marketing (Fig. 1).

In questa reinterpretazione grottesca di uno dei testi più influenti della narrativa Novecento[1], un traduttore egiziano rimasto anonimo trasformò il complesso labirinto semiotico e filosofico costruito da Eco in un racconto a sfondo erotico. Attraverso l’eliminazione dei passaggi teorici, filosofici e critici che costituiscono l’ossatura dell’opera, e la conseguente enfatizzazione di alcuni marginali elementi di sensualità presenti nel testo originale, questa versione finì per deformarne radicalmente il significato. Il risultato fu un testo profondamente alterato, che suscitò tuttavia grande curiosità, fino a diventare quasi leggendario, al punto che lo stesso Eco iniziò a cercarne una copia.[2]

Questo episodio, per quanto singolare, è altamente emblematico delle dinamiche complesse e stratificate che caratterizzano la traduzione tra le due sponde del Mediterraneo. Tra logiche di mercato, circolazioni non autorizzate e inattese intersezioni culturali, la traduzione dall’italiano all’arabo si configura infatti come uno spazio incerto, attraversato da tensioni semantiche e tutt’altro che neutrale. Attraverso le parole di Ahmed Somaï, autore nel 1991 dell’unica traduzione autorizzata in arabo de Il nome della rosa (Fig. 2), questo saggio intende restituire la complessità del tradurre oggi dall’italiano all’arabo, inteso non come semplice trasferimento linguistico, ma come pratica culturale situata, negoziazione di significati e dispositivo di mediazione tra sistemi simbolici differenti.

La storia delle traduzioni italiane in arabo affonda le sue radici alla fine del XVIII secolo, quando la riapertura dei contatti tra il mondo arabo e l’Europa diede avvio a un intenso movimento di scambi culturali e traduttivi. In quel contesto di risveglio intellettuale, gli studiosi arabi maturarono la convinzione che la vitalità della letteratura dipendesse anche dalla sua capacità di mantenere un dialogo costante con altre tradizioni culturali. Tuttavia, le rotte principali di accesso alla cultura europea passavano quasi esclusivamente attraverso il francese e l’inglese, lingue che, per ragioni storiche e coloniali, avevano già consolidato un ruolo privilegiato nei processi di mediazione culturale in età moderna.[1] Di conseguenza, nonostante un sottile ma malcelato risentimento da parte di alcuni ambienti intellettuali italiani, furono proprio queste lingue a fare da ponte: attraverso di esse il pubblico arabo entrò in contatto per la prima volta con la letteratura italiana, spesso in forma filtrata, mediata, talvolta profondamente trasformata. Solo in una fase molto più tarda, a distanza di quasi due secoli, l’interesse per la lingua italiana iniziò a fiorire in modo più autonomo e sistematico nel mondo arabo, aprendo la strada a un rapporto traduttivo diretto e più consapevole. Fino ad allora, francese e inglese non furono semplicemente strumenti di mediazione, ma veri e propri canali obbligati, corridoi culturali attraverso cui la letteratura italiana poté affacciarsi, per la prima volta, sul panorama editoriale e giornalistico arabo.

Nel secolo successivo, l’interesse per la letteratura italiana rimase in gran parte latente, affiorando solo in rare ma prevedibili eccezioni, come la Divina Commedia di Dante Alighieri e Il Principe di Niccolò Machiavelli. Fu proprio quest’ultima opera ad essere oggetto, nel 1913, di un interessante confronto con la figura e il pensiero dello storico e filosofo Ibn Khaldun sulle pagine della rivista egiziana al-Hilal. In questa fase, la stampa rappresentava il principale veicolo di diffusione delle nuove idee della Nahda, il rinascimento arabo che contribuì a ridefinire profondamente il panorama culturale della regione.

Riviste come al-Hilal non erano semplici strumenti informativi,ma veri e propri crocevia intellettuali, nei quali circolavano traduzioni dirette di articoli da diverse lingue e si intrecciavano prospettive culturali eterogenee. Già nel 1896, la stessa rivistaoffriva ai suoi lettori, colti e curiosi, un profilo dettagliato di Dante Alighieri e della sua produzione letteraria, segnando uno dei primi momenti di incontro tra la tradizione italiana e il pubblico arabo moderno.[2]

Negli anni Venti, l’importante rivista al-Muqtataf, pubblicata a Beirut, dedicò una serie di articoli all’analisi delle possibili influenze sulla Divina Commedia, da parte del celebre poeta arabo al-Ma’arrî (973-1057) e della sua Epistola del perdono, nella quale è narrato un suggestivo viaggio ultraterreno. Sebbene la maggior parte degli studiosi contemporanei tenda ad escludere un’influenza diretta, le affinità tra l’opera dantesca e la tradizione escatologica islamica continuano ancora oggi ad alimentare un vivace dibattito critico. Un dibattito che attraversa epoche e discipline e che testimonia, ancora una volta, la profondità e la persistenza del dialogo intellettuale tra le due sponde del Mediterraneo.

Una vera e propria corrente strutturata di traduzione si afferma soltanto a partire dagli anni Cinquanta, quando il traduttore egiziano Hassan Othman introduce Dante Alighieri al grande pubblico arabo attraverso una traduzione diretta dall’italiano della Divina Commedia, pubblicata in tre volumi. Si tratta di un momento di svolta significativo, in cui la mediazione linguistica indiretta lascia progressivamente spazio a forme più dirette di confronto tra le due tradizioni letterarie.

Secondo Ahmed Somaï, traduttore e studioso della letteratura italiana in ambito arabo, gli autori italiani maggiormente tradotti in questa fase iniziale sono, ancora una volta, quelli già consacrati sulla scena internazionale attraverso versioni francese e inglese, come Alberto Moravia e Luigi Pirandello (A. Somaï, comunicazione personale, 3 maggio 2025). In questo senso, anche laddove il contatto diretto con il testo sembra consolidarsi, continuano a operare, in filigrana, le traiettorie culturali tracciate altrove.

Per inquadrare invece il fenomeno in una prospettiva più recente, è utile richiamare alcuni dati quantitativi. Tra il 1970 e il 2010, 199 opere di narrativa italiana sono state tradotte in arabo, come rivelato da un’indagine condotta nel 2012 nell’ambito del programma Mapping of Traslation in the Euro-Mediterranean.[3] Un numero sostanzialmente comparabile a quello delle traduzioni dall’arabo verso l’italiano nello stesso periodo, osserva l’arabista Chiara Comito, che parla a questo proposito di una sorta di “pigrizia traduttiva” su entrambe le sponde del Mediterraneo negli ultimi decenni.[4] Al di là delle cifre, tuttavia, è forse ancora più significativo interrogarsi su ciò che viene tradotto. La selezione dei testi, lungi dall’essere un processo neutrale o puramente tecnico, è infatti modellata da una costellazione di fattori ideologici, politici, economici, commerciali, culturali e, non di rado, anche personali.[5] In questo senso, essa contribuisce a mettere in luce la natura situata e storicamente determinata, del lavoro del traduttore, inteso non come semplice intermediario linguistico, ma come mediatore attivo, partecipe nella costruzione e circolazione del senso. Per comprenderne più da vicino questo ruolo, il caso della prima traduzione realizzata da Somaï nel 1985 può offrire un esempio emblematico della genesi di tali mediazioni.

In una recente comunicazione, Somaï ha rivelato che la scelta della sua prima traduzione non ricadde casualmente sulle Fiabe italiane di Italo Calvino, la celebre raccolta di circa duecento fiabe trascritte dall’autore in italiano a partire da diverse tradizioni dialettali della penisola. “Alcuni lettori arabi”, ricorda Somaï, “soprattutto tunisini, potevano ritrovare nei Racconti popolari italiani corrispondenze con i propri racconti tradizionali, in particolare perché Calvino indicava in nota chi aveva raccontato per primo il racconto, il titolo originale in dialetto e la sua provenienza, spesso riconducibile a narrazioni popolari chiaramente presenti anche nelle Mille e una notte”. Una scelta, sottolinea il traduttore, che apriva la strada a forme di indagine antropologico-comparativa, consentendo di mettere in dialogo i repertori fiabistici tunisini e italiani attraverso un confronto tra il corpus locale e le Fiabe italiane di Calvino (A. Somaï, comunicazione personale, 3 maggio 2025).

Lungi dall’essere un unicum, il resoconto del traduttore mette in luce le connessioni ancora poco esplorate tra due mondi che, pur nella loro distanza, condividono affinità sorprendenti: entrambi attraversati da una forte pluralità dialettale, da infinite frammentazioni regionali e da elementi condivisi del patrimonio culturale. In questi spazi liminali, le sfide della traduzione si moltiplicano, soprattutto quando si naviga tra due culture e la traduzione non riguarda soltanto la lingua, ma l’intero universo di significati che essa veicola.

Se la traduzione implica inevitabilmente ostacoli linguistici, per Somaï la difficoltà più rilevante assume una forma meno intuitiva: quella della semplicità. Per il traduttore tunisino forte di quarant’anni di esperienza, rendere in arabo il linguaggio colloquiale italiano rappresenta un’impasse che è prima ancora esistenziale che linguistica. Tale difficoltà deriva da una caratteristica strutturale della lingua araba che potrebbe non essere immediatamente evidente per il lettore. Nei paesi presi in analisi, infatti, sebbene la lingua letteraria sia la medesima per tutte le realtà nazionali, la lingua parlata si articola in una molteplicità di varianti profondamente differenti tra loro. Tradurre il linguaggio quotidiano e il registro familiare pone dunque il traduttore di fronte a un dilemma cruciale: «O lo traduci in arabo standard oppure», osserva Somaï, «in dialetto tunisino, ma allora chi potrà leggerlo?» (A. Somaï, comunicazione personale, 3 maggio 2025). In quest’ultimo caso, infatti, il pubblico risulterebbe inevitabilmente circoscritto a un orizzonte nazionale, sollevando non solo questioni di leggibilità ma anche, e in misura crescente, di circolazione e sostenibilità editoriale del testo.

Finora, nell’affrontare temi quali il mercato editoriale, la mediazione culturale e l’adattamento linguistico, il tema centrale di questo saggio, la traduzione, è rimasto in parte sullo sfondo. In conclusione, è dunque opportuno tornare all’esempio evocato all’inizio del percorso. Nella prefazione alla traduzione araba de Il nome della rosa, Somaï accompagna il lettore arabo direttamente al cuore dell’atto traduttivo, mettendo in evidenza quelle intersezioni necessarie che non si fondano su asimmetrie impalpabili, spesso segnate da rapporti di predominio culturale, ma su autentiche e reciproche convergenze. Nella “nota del traduttore” posta in apertura del volume, egli scrive: «(…) Sebbene gli eventi del romanzo sembrino non avere alcun legame con il mondo arabo-islamico, il suo protagonista Guglielmo da Baskerville riconosce la saggezza degli studiosi arabi e il loro ruolo nella trasmissione di questa conoscenza all’Europa medievale, quella stessa conoscenza che ha gettato le basi del Rinascimento europeo»[6].

Tralasciando tropi riduttivamente orientalisti e orientandosi verso una prospettiva fondata sulla reciprocità tra le due culture, Somaï offre al lettore strumenti efficaci di resistenza all’essenzialismo culturale che talvolta offusca le connessioni profonde che attraversano le molteplici sponde del Mediterraneo. Attraverso l’esplorazione di queste liminalità effimere, diventa possibile riscrivere e rinegoziare paradigmi culturali apparentemente fissi, favorendo un dialogo intellettuale e umano capace di fare emergere prossimità altrimenti inimmaginabili.

Nota: Ahmed Somaï è uno scrittore, traduttore e professore tunisino di lingua e letteratura italiana moderna e contemporanea. Nel 2024 ha vinto il prestigioso Sheikh Zayed Book Award per la sua traduzione critica in arabo del libro Scienza Nuova del filosofo italiano Giambattista Vico.

Bibliografia

  • Avino, M. (2001). La traduzione letteraria dall’italiano all’arabo fino alla vigilia della Seconda Guerra mondiale. Il Traduttore Nuovo, LVI, 53–66.
  • Eco, U. (2020).  Ism al-wardah [Il nome della rosa] (A. Somai, Trad.)  Hirm al-ḥikmah. (Opera originale pubblicata nel 1980)
  • Transeuropéennes, & Anna Lindh Foundation. (2012). A mapping of translation in the Euro-Mediterranean region

[1] Avino, M. (2001). La traduzione letteraria dall’italiano all’arabo fino alla vigilia della Seconda Guerra mondiale. Il Traduttore Nuovo, LVI, 53–66.

[2] Ibidem

[3] Transeuropéennes, Anna Lindh Foundation. (2012). A mapping of translation in the Euro-Mediterranean region. 

[4] Comito, C. (2017, Gennaio 16). Elena Ferrante tradotta in arabo è un’ottima notizia per la cultura. Internazionale. https://www.internazionale.it/notizie/chiara-comito/2017/01/16/elena-ferrante-arabo

[5] Selmi, M. (2011). Traduzioni in lingua araba di testi della letteratura italiana del Novecento. Problemi linguistici e culturali [Tesi di dottorato, Università degli studi di Padova]. https://tesidottorato.depositolegale.it/static/PDF/web/viewer.jsp 

[6] Eco, U. (2020). Ism al-wardah [Il nome della Rosa] (A. Somai, Trans.)  Hirm al-ḥikmah. (Original work published 1980), traduzione personale.


[1] La classifica dei cento libri considerati i migliori del XX secolo è stata stilata nel 1999 sulla base di un sondaggio condotto dal quotidiano francese Le monde.

[2] Berni, S. (2023). È venuta alla luce “Sesso in convento”: l’edizione pirata in arabo de “Il nome della rosa” di Umberto Eco. Cacciatoredilibri. https://www.cacciatoredilibri.com/finalmente-e-venuta-alla-luce-sesso-in-chiesa-ledizione-pirata-in-arabo-de-il-nome-della-rosa-di-umberto-eco/

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