Il testo curato da Piero Ignazi su Marco Pannella, a dieci anni dalla morte del leader del Partito Radicale, vede nel sottotitolo una vera e propria dichiarazione d’intenti: dimostrare che per Pannella la politica fosse una lotta continua, non una mera scalata sociale o personale verso il successo ma una successione di battaglie e rivendicazioni volte a migliorare le proprie e le altrui condizioni; non un mestiere, ma la vita stessa. Per farlo il testo unisce le voci di studiosi di varia natura: politologi come lo stesso Ignazi, storici, accademici, biografi, politici e “colleghi” del Partito Radicale come Massimo Teodori.
Il ritratto di Pannella che ne deriva non ha assolutamente nulla di agiografico, anzi; non è un dipinto spogliato delle brutture, delle contraddizioni, delle scelte sbagliate o delle occasioni perdute. Al contrario, si ragiona su tutto: sul modo innovativo di fare politica di Pannella, sull’uso del proprio corpo e della Costituzione italiana come vettori delle proprie rivendicazioni, sulla personalità carismatica e decisa di un leader che anche quando vedeva diminuire il consenso elettorale non smetteva imporre i propri temi alla pubblica attenzione. Si ragiona anche sulle polemiche che hanno attraversato la vita e l’operato di Pannella, come fanno per esempio Lucia Bonfreschi e Marco Labbate nel saggio “La nonviolenza e l’antimilitarismo”, analizzando le paradossali accuse di militarismo mosse a lui e ai radicali dal Movimento nonviolento integrale (o “storico”) di Capitini per via delle posizioni prese in occasione della Guerra in Iraq o di quella nella ex Jugoslavia.
L’aspetto più importante del libro è sicuramente quello che ruota intorno al nuovo modo di fare politica inaugurato da Pannella; un modo che non aveva niente a che fare con le grandi strutture organizzate o con la forte ideologia di partito (del resto gli esponenti del Partito Radicale potevano possedere più di una tessera e migrare da e in partiti diversi perché sceglievano volta per volta quali battaglie sposare). Una modalità che invece metteva al centro l’individuo e, più in particolare, il corpo dell’individuo, trasformato dalla prassi radicale in strumento di lotta non violenta. Pannella ha usato il proprio corpo come «medium, facendone ora un tazebao, ora un megafono per torrenziali interventi parlamentari; imbavagliandolo per meglio parlare al pubblico televisivo, travestendolo in modi giullareschi dettati, in realtà, da un uso astuto e consapevole dei meccanismi dell’informazione nella società dello spettacolo»[1]. Ne ha poi abusato «in occasione degli scioperi della fame e della sete, dando corpo alla politica radicale attraverso digiuni nonviolenti»[2] invocando attraverso il corpo il diritto, cuore della politica in un Paese democratico. Mettere al centro il corpo e l’individuo è per i radicali un modo per richiamare alla mente che la Costituzione italiana ruota proprio intorno all’inviolabilità della persona. Avendo un’accurata conoscenza del Testo costituzionale (si era laureato in Giurisprudenza all’Università di Urbino) e una forte vocazione alla legalità, non è stato difficile per Pannella applicare come strumenti principali delle proprie battaglie il referendum e la disobbedienza civile. Quest’ultima aveva un’efficacia particolare; nel nostro ordinamento infatti se le Camere approvano una legge incostituzionale, il cittadino può disobbedire alla legge e arrivare a un processo in cui il giudice può decidere di impugnarla davanti alla Corte costituzionale. Per Pannella e i radicali quindi «disobbedire alle leggi non mira a trasgredire alle regole, semmai a cambiarle»[3] senza mai intaccare la base salda della democrazia, anzi, fornendole un’occasione di autorigenerazione.
Il coro di voci nel testo non nasconde poi fatti politici, aneddoti, occasioni mancate e contraddizioni della forte personalità del leader cercando di analizzare tutto il suo operato politico per mostrarne ai posteri i frutti; e, nonostante l’ultimo Partito radicale avesse ben poco a che fare con le battaglie che hanno caratterizzato gli anni delle grandi rivendicazioni (Sessanta, Settanta e Ottanta), si possono prendere in prestito le parole che lo stesso Pannella ha lasciato ai suoi compagni di battaglia su Radio Radicale proprio nei suoi ultimi giorni di vita: «Alla fine abbiamo vinto noi!». Ha vinto e verrà ricordato quel modo di fare politica, quel dare tutto per difendere la propria idea, arrivando addirittura a privarsi, a volte, di cibo e voce, senza mai nuocere e sempre, sempre, nei cardini della legalità e della Costituzione.

In copertina: particolare di Piero Ignazi (a cura di), Marco Pannella. La passione della politica, Roma, Viella, 2026
[1] Piero Ignazi (a cura di), Marco Pannella. La passione della politica, Roma, Viella, 2026, pp 12-13
[2] ibidem
[3] Ivi, p 16

