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La nuova geografia della salute

Dal welfare territoriale alla medicina delle 4P

La salute non è più la semplice assenza di malattie, ma un equilibrio dinamico di benessere totale. Questo concetto, introdotto dall’OMS segna il passaggio definitivo dal vecchio modello biomedico (focalizzato solo sul corpo) al moderno modello biopsicosociale. Oggi l’individuo è visto come un sistema complesso: la sua qualità della vita dipende strettamente dall’interazione tra fattori biologici, stati psicologici e determinanti ambientali. Elementi come la crisi climatica, i tassi di inquinamento e la struttura del contesto urbano non sono più contorni, ma componenti cruciali che definiscono e influenzano direttamente lo stato di benessere quotidiano. I determinanti di salute rappresentano l’insieme dei fattori personali, socio-economici e ambientali che condizionano lo stato di benessere di un individuo o di una comunità. La salute non dipende esclusivamente dal patrimonio genetico, ma viene plasmata da molteplici strati di influenza interconnessi tra loro. I determinanti di salute sono l’insieme dei fattori personali, socio-economici e ambientali che influenzano il benessere di una persona. Questo sistema si sviluppa in strati interconnessi, partendo da un nucleo centrale biologico e non modificabile composto da età, sesso e genetica. Sopra questa base agiscono gli stili di vita individuali, come l’alimentazione e l’attività fisica, che sono a loro volta condizionati dalle reti sociali e dal supporto della comunità. Più all’esterno si trovano le condizioni strutturali di vita e di lavoro, tra cui l’istruzione, l’alloggio, l’occupazione e l’accesso ai servizi sanitari, i quali incidono solo in minima parte sulla mortalità complessiva. L’ultimo livello globale comprende le condizioni economiche, culturali e politiche del Paese, che determinano il livello di inquinamento e le disuguaglianze. In conclusione, la salute è il risultato di un ecosistema complesso in cui il contesto sociale ed economico conta spesso molto più della biologia e della medicina. Fra i determinanti di salute il genere rappresenta un determinante fondamentale di salute, poiché influenza l’insorgenza delle malattie, la gestione clinica e l’accesso alle cure mediche. L’Organizzazione Mondiale Della Sanità definisce il genere come l’insieme di parametri sociali, ruoli e comportamenti attribuiti a uomini e donne, distinguendolo dal sesso biologico. Fino alla prima metà degli anni Novanta, la medicina considerava i corpi femminili come semplici varianti dell’anatomia maschile, ignorando le profonde differenze biologiche e l’impatto delle dinamiche sociali sul genere. La moderna medicina di genere supera questo limite storico per garantire diagnosi e terapie personalizzate, muovendosi in perfetta sinergia con la medicina delle 4P: un modello proattivo che mette la persona al centro di una rete di tutele basata su quattro pilastri interconnessi.

La dimensione predittiva apre questo percorso focalizzandosi sulla mappatura del potenziale rischio di sviluppare patologie prima dell’insorgenza dei sintomi, sfruttando la digitalizzazione dei dati sanitari, il sequenziamento del DNA e i biomarcatori. Su questa base interviene la componente preventiva, che definisce strategie mirate e stili di vita individualizzati per evitare la comparsa delle malattie o bloccarne l’evoluzione sul nascere. La cura diventa così strettamente personalizzata, superando il vecchio principio dell’efficacia standard per rimodellare ogni terapia sulle specifiche caratteristiche biologiche, genetiche e di genere del singolo paziente, ottimizzando i risultati e riducendo gli effetti collaterali.

A legare insieme l’intero sistema interviene infine la dimensione partecipativa, che trasforma il rapporto asimmetrico tra medico e paziente in un’alleanza terapeutica. Il cittadino cessa di subire passivamente le decisioni cliniche e diventa un partner attivo che co-produce la propria salute insieme alle reti di supporto e alle istituzioni del territorio. Questo approccio bio-psico-sociale si scontra tuttavia con una transizione demografica senza precedenti. A livello locale, il sindaco di Bologna Matteo Lepore ha recentemente lanciato l’allarme sulla tenuta del sistema assistenziale cittadino, che si trova a gestire circa 19.000 anziani non autosufficienti, minacciando l’autonomia della popolazione più fragile.

La carenza di investimenti da parte del governo centrale riduce le risorse e il personale disponibili, trasformando la gestione della cronicità in una vera emergenza locale. Per evitare il collasso delle strutture è necessaria una revisione critica dei vecchi modelli ospedalieri, che vanno sostituiti con una reale integrazione tra politiche sanitarie, sociali e di prevenzione nei quartieri. In questo scenario complesso, il terzo settore assume un ruolo politico e operativo determinante, agendo direttamente nelle comunità per colmare i vuoti istituzionali e costruire un welfare di prossimità flessibile e radicato nel territorio.

Il modello assistenziale e sanitaria per gli anziani: una fotografia

Il preoccupante scenario del progressivo invecchiamento della popolazione impone una radicale riscrittura delle politiche urbane e del welfare nazionale. A lanciare l’allarme sul numero crescente di anziani non autosufficienti è il sindaco Matteo Lepore, che guardando alle proiezioni dei prossimi decenni evidenzia il rischio concreto di un incremento esponenziale della popolazione anziana a fronte di una costante contrazione della fascia giovanile. Questo squilibrio strutturale, secondo il primo cittadino, non rappresenta più una semplice statistica ma una vera e propria emergenza sociale ed economica, capace di mettere in crisi la tenuta dei servizi pubblici, il sistema sanitario e l’attrattività stessa dei territori.

Il modello bolognese per l’assistenza agli anziani rappresenta un sistema integrato che coordina la gestione tra l’Azienda USL di Bologna e i servizi sociali comunali, con lo scopo di potenziare le cure a casa e migliorare il benessere dei cittadini over 65 attraverso iniziative dedicate. Questa rete punta fortemente sulla domiciliarità per evitare ricoveri ospedalieri impropri, monitorando le fragilità e sfruttando strumenti tecnologici. Tra le prestazioni principali si distingue l’Assistenza Domiciliare Integrata, che unisce interventi medici e sociali per i pazienti non autosufficienti ed è attivabile esclusivamente dal medico di base. Per garantire una continuità di cura efficace nel post-ricovero ed evitare interruzioni assistenziali, il sistema si avvale delle Dimissioni Protette, che fanno da ponte tra le strutture ospedaliere e il territorio.

Recentemente la cura a domicilio dei pazienti più complessi si focalizza sull’attività del Team delle Cure Intermedie, frutto della collaborazione tra l’Azienda USL e il Policlinico Sant’Orsola. Questo servizio pubblico offre consulenze a distanza o visite geriatriche dirette entro settantadue ore, ma richiede la prescrizione del medico di base, di un reparto ospedaliero o del responsabile di una struttura socio-sanitaria, escludendo la prenotazione autonoma tramite CUP. Le prestazioni rientrano nel Servizio Sanitario Regionale e risultano gratuite o soggette a ticket. Quando la permanenza a casa non è sostenibile, l’accesso alle Case Residenza per Anziani (ex RSA) avviene tramite una lista unica con criteri universalistici, coinvolgendo anche realtà del terzo settore.

Il supporto si estende ai caregiver familiari mediante sportelli informativi, pacchetti di assistenza e percorsi di sostegno psicologico che, pur utili, richiedono l’integrazione con altre strutture diurne per coprire l’intera gestione quotidiana. In questo ambito operano i Centri Diurni, che accolgono gli anziani durante il giorno offrendo pasti, socializzazione, stimolazione cognitiva e cure leggere prima del rientro serale in famiglia. Esistono inoltre strutture specializzate per le demenze e servizi integrativi specifici che accolgono l’intera coppia composta dalla persona affetta da deterioramento cognitivo e dal suo familiare di riferimento. Nonostante la rete dei servizi i bisogni restano non del tutto soddisfatti, ed anzi le esigenze legate all’alto numero di anziani non autosufficienti incrina il sistema dell’assistenza sociosanitaria.

Crisi della sanità a Bologna

La sanità pubblica a Bologna attraversa una grave crisi strutturale. Questa situazione mette sotto forte pressione i principali poli ospedalieri della città metropolitana, dal Policlinico Sant’Orsola all’Ospedale Maggiore. Le istituzioni locali e i sindacati denunciano un progressivo cedimento del sistema. Questo declino è causato da un mix di sottofinanziamento nazionale, carenza cronica di personale e aumento dei costi gestionali. I fenomeni sono davanti agli occhi di tutti: la fuga del personalecostringe i lavoratori a turni stremanti: gli infermieri e i medici abbandonano progressivamente le strutture pubbliche per via del carovita, degli stipendi non adeguati e di carichi di lavoro diventati insostenibili. Solo l’AUSL di Bologna registra continue dimissioni volontarie, lasciando reparti chiave (come le terapie intensive e le chirurgie) in forte carenza di organico. È nota la problematica delle liste d’attesa.I tempi per visite specialistiche ed esami diagnostici mostrano continui arretramenti con il ricorso alle visite private per chi può pagarle, mentre si allargano anche nel campo della salute le differenze sociali. Intanto la medicina privata si concretizza anche nelle diverse assicurazioni private fortemente sostenute dai progetti della destra.  Anche i Pronto Soccorso,le aree di emergenza del Sant’Orsola e del Maggiore registrano attese che superano regolarmente le 8-11 ore per i codici meno gravi. Il sistema sanitario della Regione Emilia-Romagna ha completato un percorso di forte risanamento finanziario, riducendo drasticamente il disavanzo fino a prevedere il pareggio di bilancio nel 2026. Nel consuntivo 2024 si registrò un passivo significativo pari a 194 milioni di euro. Il Consuntivo 2025 si è chiuso con un disavanzo ridotto a 54 milioni di euro, un dato nettamente migliore rispetto alle stime prudenziali iniziali che ipotizzavano un passivo di 70 milioni mentre il preventivo 2026 presentato dalla giunta regionale punta ufficialmente al pareggio, azzerando il trend negativo degli anni precedenti. 

Il recupero dei conti è stato ottenuto attraverso una progressiva razionalizzazione della spesa sanitaria e un’inversione della crescita dei costi. I bilanci regionali rimangono tuttavia sotto forte pressione a causa di fattori macroeconomici precisi, come l’aumento dei costi per beni sanitari: i farmaci innovativi, i dispositivi medici e antibiotici di ultima linea, i rincari energetici e investimenti crescenti nei comparti di digitalizzazione, l’informatica, l’formazione e l’Impatto sui bilanci dei rinnovi contrattuali legati al personale sanitario. Questa riorganizzazione si è resa necessaria per rispondere all’accelerato invecchiamento della popolazione, all’aumento delle cronicità e alla necessità di riassorbire i deficit di bilancio emersi con l’inflazione e l’aumento dei costi di gestione.

Dunque il nuovo modello di assistenza per gli anziani in Emilia-Romagna nel 2026 si concentra sul potenziamento delle cure domiciliari, l’integrazione sociosanitaria territoriale e la proroga tecnica del sistema di accreditamento (il riconoscimento e la conseguente convenzione con strutture private). L’obiettivo principale è garantire la continuità dei servizi e la sostenibilità economica in una fase di transizione tra i fondi PNRR e le nuove riforme nazionali della non autosufficienza. Assumono, dunque, un’importanza strategica le Case della Comunità, il welfare di prossimità e la domiciliarità. Importanti i PUA, ossia punto unico di accesso sociosanitario. Un altro aspetto riguarda il potenziamento ADI, ossia un incremento delle ore di assistenza domiciliare integrata per favorire la permanenza a casa dei soggetti fragili. Problematica la progettazione per l’Integrazione con i MMG (medici di famiglia), si richiede maggiore sinergia operativa tra Infermieri di Famiglia/Comunità e Medici di Medicina Generale. Sui caregiver ci si orienta ad un Focus regionale sulla “cura che tiene”, con l’introduzione di nuove tecnologie (app e dispositivi domotici) per alleggerire il carico di lavoro dei familiari.

Riflessione sul modello pubblico di accesso ai servizi: il caso dell’assistenza agli anziani a Bologna

Il presente contributo intende stimolare una riflessione critica sul modello di welfare e sui servizi dedicati alla popolazione anziana nel territorio di Bologna. Le problematiche e gli approcci qui illustrati vengono proposti come elementi di dibattito, senza che ciò implichi una totale o parziale condivisione delle singole proposte da parte di chi scrive. I temi sollevati, tuttavia, pongono l’accento su un sistema che appare oggi economicamente insostenibile, specialmente se rapportato alla transizione demografica in atto. È indubbio, infatti, che l’attuale modello di accesso, per quanto fondato sul principio universalistico, rischi di non reggere l’impatto numerico di una platea sempre più vasta di anziani non autosufficienti. Il progressivo invecchiamento della popolazione, a fronte di una contrazione delle coorti più giovani, impone la ricerca di paradigmi finanziariamente più sostenibili per il futuro. Di seguito un’analisi non dettagliata, ma significativa, dei nodi fondamentali da risolvere.

La crisi del modello CRA: costi, liste d’attesa e nodi assistenziali

Oggi i costi complessivi per le Case Residenziali per Anziani (CRA) superano i 550 milioni di euro, determinando un progressivo aumento delle rette a carico delle famiglie e un rapporto costi/benefici che appare sempre più inefficiente. Lo testimoniano le lunghe liste d’attesa, che spesso differiscono l’accesso fino a situazioni di tale gravità da configurare l’istituzionalizzazione quasi come un intervento di cure palliative per pazienti con prognosi infausta.

Attualmente, circa l’80% dei ricoveri riguarda persone affette da demenza — come patologia prevalente o in comorbilità — la cui gravità ha ormai compromesso ogni spazio di autonomia, manifestandosi frequentemente con severi disturbi del comportamento. Tale quadro evidenzia una netta preponderanza del bisogno sanitario, una deriva che rischia di snaturare la finalità originaria delle CRA, nate come strutture a forte impronta sociosanitaria.

Oltre l’istituzionalizzazione: soluzioni intermedie e abitare condiviso

Secondo molti, per evitare che la rigidità del modello attuale ne comprometta la sostenibilità, è fondamentale progettare soluzioni intermedie tra il domicilio e la struttura residenziale classica. Tra queste, emergono le forme di edilizia pubblica a gestione mista tra nuclei familiari e operatori professionali, integrate in un più ampio sistema di welfare di comunità capace di preservare la qualità della vita nel tessuto sociale d’appartenenza.

In quest’ottica, cresce l’interesse verso modelli di cohousing specificamente progettati per persone non autosufficienti. A differenza delle esperienze già diffuse — in particolare in Lombardia — per anziani autonomi, queste formule devono coniugare la condivisione abitativa con un sistema strutturato di assistenza sociosanitaria e di tutela. L’obiettivo primario è duplice: prevenire il ricovero inappropriato in CRA e garantire al contempo un ambiente di vita di tipo familiare.

Dal punto di vista della sostenibilità economica, l’analisi di buone pratiche già sperimentate in altri contesti suggerisce la definizione di un nuovo mix di risorse. Sebbene il contributo delle famiglie rimanga una componente da considerare, il peso finanziario a carico della pubblica amministrazione deve necessariamente essere rimodulato e alleggerito.

La de-istituzionalizzazione e la critica al burocratismo

Il forte carattere sanitario assunto dalle CRA impone una profonda revisione dei modelli gestionali. In tal senso, la letteratura sociologica sulle residenze per anziani non autosufficienti da tempo denuncia il rischio di spersonalizzazione dell’ospite, proponendo il superamento del modello ospedaliero e istituzionale. La sfida lanciata dagli esperti è quella di trasformare o superare queste strutture da “luoghi di transito o contenimento” a veri e propri spazi di vita, relazione e socialità. Al momento il peso della gravità sanitaria nega questa aspirazione. Qui vi è il nucleo del problema, perché da una parte la gravità dello stato di salute fa prevalere la gestione sanitaria di fine vita sull’assistenza sociosanitaria, che dovrebbe essere alla base delle CRA.

Parallelamente, si registra una forte critica verso l’eccessivo burocratismo che irrigidisce l’erogazione dei contributi economici alle famiglie, come gli assegni di cura, vincolati a criteri amministrativi stringenti. Le associazioni dei caregiver rivendicano una maggiore autonomia nella gestione delle risorse, da destinare in modo flessibile anche a soluzioni di sollievo o a formule di semi-residenzialità autogestite.

Prospettive per l’agenda politica locale

Tutti questi nodi problematici si impongono come prioritari nell’agenda del prossimo mandato amministrativo. Vi è la consapevolezza che il consolidato modello emiliano-romagnolo stia perdendo la sua compatibilità con le risorse economiche destinate all’organizzazione sanitaria; una criticità che rimarrebbe irrisolta anche laddove si raggiungesse un livello di investimenti in sanità pari al 7,5% del PIL, sulla falsariga del modello tedesco.

In questo scenario, diventa inevitabile ridiscutere i criteri di accesso alle CRA, specialmente per quei soggetti che dispongono di risorse economiche e di reti familiari tali da poter attivare autonomamente percorsi di cura privati. In questo percorso di transizione, le Case della Comunità, grazie alla loro intrinseca natura territoriale, possono finalmente giocare un ruolo chiave attraverso il Punto Unico di Accesso (PUA). Esse rappresentano lo snodo ideale per realizzare una reale integrazione tra la dimensione sociale e quella sanitaria, mettendo in rete le risorse della comunità (Case di quartiere, volontariato, parrocchie, associazioni del terzo settore) per salvaguardare e promuovere la qualità della vita delle persone anziane non autosufficienti.

Il ruolo della comunità nel nuovo welfare

Con la crisi del Welfare State, che ha faticato a mantenere quegli obiettivi di universalità che storicamente lo legittimavano, il rischio concreto è diventato l’azzeramento dello stato sociale, ridotto ormai a minimi interventi assistenziali per i ceti più marginali. A questa deriva si contrappone il welfare di comunità, che rappresenta un cambio di paradigma in cui la tutela della salute e il benessere sociale non sono più delegati esclusivamente allo Stato o ai singoli professionisti, ma diventano una responsabilità collettiva condivisa da tutti gli attori del territorio. In questo modello, la comunità smette di essere un target passivo di interventi assistenziali e si trasforma nel soggetto attivo della cura, capace di generare risposte flessibili, prossime e personalizzate.

Il divario tra il vecchio modello statale, caratterizzato da un’assistenza calata dall’alto, e quello comunitario, strutturato dal basso, si misura attraverso l’adozione di concetti radicalmente nuovi. Si parla innanzitutto di un welfare relazionale, ovvero di un sistema profondamente basato sull’interdipendenza e sulle relazioni interpersonali. A questo si affiancano i processi di coprogrammazione e coprogettazione, che promuovono il coinvolgimento attivo di cittadini, enti locali e Terzo Settore per decidere insieme come rispondere ai bisogni emergenti. Diventa poi strategica l’integrazione socio-sanitaria, una logica che unisce le cure mediche al supporto sociale e psicologico all’interno dei medesimi spazi. Infine, l’intero impianto si fonda sul principio di prossimità, un approccio che si appoggia a realtà fisiche tangibili come le Case della Comunità per garantire ai servizi un accesso immediato e radicato nel territorio.

All’interno di questo ecosistema, la cura assume una dimensione sociale e diffusa attraverso l’attivazione di ruoli e attori ben definiti. In prima battuta, le reti informali costituite da vicini di casa, familiari e volontari formano la prima vera barriera di protezione, capace di combattere l’isolamento, monitorare le fragilità e intervenire nelle necessità quotidiane. A questo livello si unisce il protagonismo del Terzo Settore, dove cooperative, associazioni e imprese sociali mobilitano risorse umane ed economiche che il settore pubblico da solo non riuscirebbe a garantire. In questa cornice si inserisce l’integrazione di professionisti di prossimità come l’Infermiere di Famiglia e di Comunità, che opera direttamente sul territorio per intercettare i bisogni prima che si trasformino in emergenze ospedaliere. L’efficacia della cura passa anche attraverso la rigenerazione degli spazi e il welfare culturale, integrando l’uso di piazze, centri civici e attività culturali come veri strumenti per migliorare il benessere psicofisico della popolazione.

In questo panorama, i quartieri e i relativi uffici di rete svolgono una funzione autentica e fondamentale per la vita partecipativa del territorio. Tuttavia, per rendere pienamente efficace questo modello, si rende necessaria una profonda riforma dei quartieri stessi, i quali devono essere maggiormente interconnessi tra loro e con l’amministrazione centrale, venendo finalmente dotati di poteri reali e concreti.

Le case di comunità

Più volte citate in questo articolo, abbisognano di una definizione chiara. Sulla carta esse dovrebbero essere strutture socio-sanitarie di prossimità nate per avvicinare i servizi di cura e prevenzione ai cittadini. Finanziate a livello nazionale dal PNRR, fungono da punto di riferimento unico e gratuito per l’assistenza primaria, alleggerendo al contempo il carico sui Pronto Soccorso per i casi non urgenti. 

La forza di queste strutture risiede nella multidisciplinarietà, poiché al loro interno lavorano in équipe medici di medicina generale, pediatri, infermieri di famiglia, specialisti, psicologi e assistenti sociali. L’organizzazione sul territorio dovrebbe seguire il modello Hub e Spoke, dove le strutture Hub rappresentano i centri principali aperti 7 giorni su 7 e coordinano le sedi Spoke, che sono più piccole e attive 6 giorni su 7. I servizi offerti vanno ben oltre le visite e gli esami di base, includendo la continuità assistenziale dell’ex guardia medica, le vaccinazioni, gli screening e il supporto fondamentale per la gestione delle patologie croniche. 

Un’esperienza concreta ed unica nella città di Bologna

Alla fine della scorsa amministrazione il quartiere Navile di Bologna promosse un bando per lanciare un gruppo di lavoro costituito da cittadini del territorio per agire sul tema della salute in stretta correlazione con l’apertura della Casa di salute, oggi casa della comunità. Nasce così il gruppo di lavoro casa della comunità Navile (GDL).

Attivo dal 2018 nel monitoraggio della salute territoriale, il Gruppo di lavoro Casa della Comunità Navile (GdL) promuove una visione partecipativa e pluralista della sanità locale, fondata sul dialogo costante con istituzioni e professionisti. Forte dell’esperienza maturata e del recente dibattito territoriale, il GdL presenta una proposta organizzativa e operativa per rinnovare le strategie di promozione della salute nel territorio.

Tra il 2019 e il 2020, il gruppo ha avviato un percorso partecipativo volto a una conoscenza critica di questa realtà e dell’articolazione dei servizi sociosanitari della zona. Questo lavoro ha permesso di sviluppare proposte concrete per rendere l’offerta sociosanitaria più adatta alle caratteristiche e ai bisogni della popolazione residente, confluite poi in un documento ufficiale che il Consiglio di Quartiere ha adottato nel luglio del 2020 tramite un Ordine del Giorno.

La prima grande innovazione proposta riguarda l’istituzione di un Board per ogni Casa della Salute. L’idea di questo strumento orizzontale nasce per garantire il coinvolgimento e l’integrazione dei professionisti, assicurando al contempo la presenza attiva di cittadini e associazioni. Il Board ha il compito fondamentale di collegare la struttura al proprio territorio attraverso la lettura dei bisogni specifici, promuovendo così una vera e propria co-progettazione dei servizi insieme alla comunità.

In secondo luogo, si evidenzia la necessità di un forte investimento sull’accoglienza. Questo obiettivo si realizza attraverso la formazione specifica per gli operatori sociali e sanitari, l’introduzione di figure interamente dedicate all’orientamento dell’utenza e una maggiore cura degli spazi di attesa. Parallelamente, si punta al miglioramento dell’accessibilità linguistica e alla realizzazione partecipata di un vademecum sperimentale che contenga le linee guida per l’accesso ai servizi.

Un altro pilastro centrale è l’investimento sull’integrazione professionale sanitaria e sociosanitaria, che mette al centro i Medici di Medicina Generale e i Pediatri di Libera Scelta. Per attivare questa sinergia si prevede la creazione di gruppi di lavoro compresi tra medici di base, specialisti e professionisti del sociale, finalizzati a un’analisi condivisa dei bisogni del territorio anche insieme ai pazienti e alle realtà aggregative locali. Si prevede inoltre la sigla di protocolli per favorire la prescrizione medica di attività sportive e di socializzazione (cosiddetta prescrizione sociale), la formazione di volontari e realtà del terzo settore che fungano da antenne sulla comunità, e l’aggiornamento dei professionisti su temi innovativi come il budget di salute e la medicina di genere.

Infine, le proposte investono sul rilancio del servizio del consultorio, considerato essenziale per adeguare il sistema sanitario e sociale alle nuove esigenze di prevenzione e cura della comunità. L’obiettivo è quello di superare il tradizionale supporto limitato al periodo della gravidanza, accompagnando le persone lungo tutto l’arco della vita e intercettandone i bisogni direttamente nei loro contesti quotidiani.

Ritornando alla proposta di Board della Casa della Comunità va detto che la proposta è sorretta un’evoluzione normativa italiana e della Regione Emilia-Romagna che, dalla Legge 833/1978 a oggi, promuove la partecipazione democratica dei cittadini nella sanità. Il percorso, consolidato dal DM 236/2007 con la creazione delle Case della Salute basate sull’integrazione tra servizi e territorio, ha trovato pieno compimento nel DM 77/2022 legato al PNRR, che ha formalizzato il passaggio alle odierne Case della Comunità come presidi di prossimità guidati da logiche di co-progettazione. Per attuare questa transizione, la regione ha avviato dal 2023 il programma formativo CasaCommunityLab per formare facilitatori.

In piena consonanza con quanto sopra, il Gruppo di Lavoro del Quartiere Navile propone una governance partecipata della salute per superare l’attuale mancanza di potere decisionale, articolando il progetto su due livelli interdipendenti. Da un lato si prevede l’istituzione del Consiglio per la Salute del Navile, un organo assembleare ampio e inclusivo che unisce istituzioni locali, scuole, terzo settore e cittadini per mappare i bisogni, valorizzare le risorse territoriali e contrastare le disuguaglianze eco-sociali oltre i confini della medicina tradizionale. Dall’altro lato si richiede all’Azienda USL, come già detto sopra, la creazione di un Board gestionale per la Casa della Comunità, un’equipe di governo interprofessionale e aperta alle rappresentanze civiche, indispensabile per attuare una reale gestione orizzontale e l’integrazione sociosanitaria. Il Consiglio, coordinato inizialmente dal Gruppo di Lavoro e aperto a successive cabine di regia, raccoglierà le istanze della popolazione basandosi su criteri di capillarità e inclusione, per poi portarle direttamente all’interno del Board attraverso delegati designati, garantendo così una sinergia costante tra i bisogni della comunità e le decisioni organizzative.

I criteri di individuazione dei rappresentanti dei cittadini si basano sul principio di delega e rappresentanza politica e sociale, escludendo l’elezione a suffragio universale diretto del quartiere. Il meccanismo prevede che la popolazione residente esprima le proprie istanze in modo diffuso all’interno del Consiglio per la Salute del Navile, un organo strutturato per garantire la massima rappresentatività demografica, geografica e sociale delle diverse voci del territorio, fungendo da punto di raccolta per assemblee civiche, tavoli e reti locali. Sarà poi lo stesso Consiglio, una volta costituito e funzionante, a definire internamente le modalità specifiche di elezione o nomina, la durata degli incarichi e le regole di ingaggio dei propri delegati. Questo corpo di rappresentanti scelti avrà il compito specifico di sedere all’interno del Board della Casa della Comunità come interfaccia stabile della cittadinanza, portando le priorità emerse dal dibattito pubblico direttamente al tavolo di co-gestione con i professionisti sanitari e i funzionari dell’USL Bolognese.

Naturalmente quanto sopra riportato non è che una sintesi stringata di un lavoro durato otto anni, attraversati anche dalla pandemia da Covid, elemento di ulteriore riflessione per il gruppo di lavoro. In questo contesto mi preme sottolineare l’aspetto relativo ai consultori, tema legato più che mai alla partecipazione delle donne.

Il lavoro del Gruppo di Lavoro si è focalizzato con particolare attenzione sui consultori, istituzioni nate storicamente sulla spinta dei movimenti femminili degli anni Settanta. Queste realtà non sono sorte come semplici presidi sanitari, bensì come esito di profondi processi sociali e politici che hanno ridefinito il rapporto delle donne con il proprio corpo e con il diritto all’autodeterminazione. In origine, i consultori rappresentavano spazi di conquista e di partecipazione politica attiva, dove la voce delle “utenti” incideva direttamente sulla strutturazione dei servizi. Nel contesto attuale, tuttavia, questo legame tra i bisogni espressi e l’organizzazione istituzionale appare indebolito, rendendo urgente una seria riflessione sul loro ruolo.

Oggi emergono infatti nuove fragilità e bisogni inediti, che spaziano dalle carenze nell’educazione sessuale delle giovani generazioni alla scarsa consapevolezza sulle infezioni sessualmente trasmissibili, fino alle crescenti barriere nell’accesso alle cure. A complicare questo scenario interviene la trasformazione di un sistema sanitario sempre più orientato alla logica della prestazione quantitativa a discapito della relazione, un mutamento che rischia di penalizzare la capacità di ascolto e di accompagnamento tipica di queste strutture. Per invertire tale tendenza, diventa fondamentale promuovere una partecipazione che sappia intercettare non solo le donne, ma anche gli uomini, i giovani e le fasce di popolazione più distanti dai servizi tradizionali.

In questo quadro si inserisce una riflessione sulla necessità di avviare un processo di riorganizzazione dei consultori, finalizzato a recuperare l’originaria funzione di accoglienza e a superare la centralità burocratica del CUP. L’obiettivo principale è ripristinare l’accesso diretto per numerose prestazioni legate alla salute femminile e giovanile, valorizzando la figura dell’ostetrica come primo punto di contatto e orientamento. Sebbene questo percorso di cambiamento presenti evidenti criticità operative, legate soprattutto alla carenza di personale e alla complessità gestionale, resta prioritario investire nel confronto costante con il territorio e nel lavoro di squadra, leve strategiche fondamentali per un miglioramento continuo dei servizi. E questo è una parte importante del GDL Navile.

Conclusioni

Questo quadro non ha certamente la pretesa di essere esaustivo dell’intera organizzazione sanitaria, ma si propone piuttosto di evidenziare i nodi cruciali legati alla profonda crisi strutturale che sta investendo il sistema, sia a livello nazionale che nel contesto della nostra realtà cittadina. L’articolo 32 della Costituzione italiana garantisce in modo inequivocabile il diritto alla salute, un principio cardine che la Regione Emilia-Romagna e la città di Bologna continuano a perseguire come un valore fondamentale da applicare nella sua interezza. Tuttavia, il contesto attuale ci pone di fronte a sfide inedite e complesse, poiché la transizione demografica in atto, l’arrivo di nuove popolazioni straniere e il preoccupante aumento delle povertà non permettono più di dare questo diritto per scontato. Al contrario, queste trasformazioni sociali impongono una profonda e collettiva riflessione culturale e politica, necessaria per individuare strategie innovative che rendano il dettato costituzionale un diritto totalmente esigibile, concreto e accessibile a ogni singolo cittadino.

In questo scenario di mutamento, emerge con forza come la partecipazione attiva della comunità sia oggi più che mai intrinsecamente connessa al concetto stesso di democrazia. La partecipazione non rappresenta più un semplice elemento accessorio, bensì la linfa vitale senza la quale le istituzioni democratiche rischiano di ridursi a formule procedurali vuote e prive di un reale legame con il territorio. Di fronte alla crisi della delega politica tradizionale e al progressivo calo dell’affluenza alle urne, il rapporto tra la cittadinanza e i centri di potere si sta ridefinendo attraverso canali alternativi, che superano i confini della sola democrazia rappresentativa per abbracciare forme di coinvolgimento più diretto e decisionale.

È proprio in questa cornice di rinnovamento democratico che si inserisce l’urgenza di avviare una radicale riforma dei quartieri a Bologna, una necessità resa ancora più evidente dall’ottima e approfondita elaborazione portata avanti dal Gruppo di Lavoro sulla Casa della Comunità del Navile. Questo laboratorio di idee ha dimostrato l’efficacia di un percorso condiviso, tanto che in città si è ormai felicemente avviato un articolato processo partecipativo volto a definire la riforma, la quale dovrà trovare la sua piena realizzazione e concretezza nel corso del prossimo mandato amministrativo.

Naturalmente, la situazione complessiva si presenta tutt’altro che semplice e lineare. Questo percorso richiede di mettere alla prova, ancora una volta, la storica resilienza di Bologna, una città che ha sempre dimostrato una straordinaria capacità di adattarsi tempestivamente alle nuove contingenze storiche e sociali. Il carattere resiliente della comunità bolognese si esprime infatti, da sempre, nella sua peculiare abilità di coniugare la tutela delle proprie tradizioni solidali con l’innovazione ecologica e tecnologica, riuscendo nel compito non facile di trasformare le attuali vulnerabilità urbane, economiche e sociali in concrete opportunità di sviluppo e di benessere per il futuro di tutti.

La nuova geografia della salute | Lab Politiche e Culture