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Spazi della valorizzazione finanziaria e luoghi del vivere collettivo

Uno sguardo alla territorialità

“Lo spazio non è mai neutro: è sempre prodotto, sempre politico”

Henri Lefebvre, La production de l’espace, 1974

La città contemporanea vive una contraddizione ontologica, da un lato spazio della concentrazione della ricchezza, della valorizzazione finanziaria, dell’innovazione e dell’attrazione di capitali. Dall’altro della crisi dell’abitare, dell’erosione dei legami comunitari, della privatizzazione dello spazio pubblico e della crescente difficoltà di riproduzione della vita quotidiana. La metropoli – per riprendere D. Harvey, S. Sassen, N. Brenner – è insieme laboratorio e campo di battaglia delle trasformazioni del capitalismo. Che nella fase attuale si configura come rentier capitalism (B. Christophers), incardinato su finanza e rendita.

Esiste un paradosso costitutivo nella città del capitalismo avanzato, produce simultaneamente l’eccesso e la mancanza, l’iperconnessione e l’isolamento, la valorizzazione dello spazio e il suo svuotamento di senso. Questa condizione, che condensiamo nella formula “città ipermoderna”, è il prodotto di un regime di accumulazione che ha fatto del territorio il proprio incubatore privilegiato.

Lo spazio urbano è uno dei principali ambiti di assorbimento della ricchezza, in cui il surplus finanziario abbandona l’incorporeità e si consolida in immobili, alla ricerca di ulteriore valorizzazione attraverso la rendita. Non si costruisce per abitare ma per produrre asset. Non si restaura per conservare ma per inglobare bellezza.

In costante tensione tra funzione d’uso – il radicamento storico, l’abitare, la socialità – e funzione di scambio globalizzata. Una transizione che produce una profonda crisi della territorialità, intesa come luoghi di senso e di determinazione delle condizioni del vivere da parte delle comunità (C. Raffestin).

La competizione trasforma la città in dispositivo di attrazione di risorse economiche, di investimenti immobiliari, turisti, studenti, eventi. In cui anche i luoghi della vita collettiva vengono coinvolti e spesso travolti. Mentre il capitale finanziario può spostarsi in attimi, le persone no. Quando un quartiere viene valorizzato, i residenti originari vengono espulsi, ma quando la rendita si satura sposta altrove le proprie mire lasciando dietro di sé una città svuotata del suo milieu sociale. In aperta antitesi con il diritto alla città.

Bologna è molto interessante per la verifica di queste premesse. Una città con una storia politica e civile densa, celebrata come modello emblematico di welfare urbano, coesione sociale, civismo, redistribuzione. Fondato sull’originaria determinazione antagonista e che in seguito il successo economico dei sistemi locali postfordisti aveva consolidato, nonostante le aporie interne, come laboratorio dell’efficienza del socialismo municipale, come acclarazione di buona politica e amministrazione. Come si inserisce la Bologna attuale nella dicotomia tra spazi della valorizzazione e luoghi della comunità che il rentier capitalism scatena?

Identità urbana in bilico tra memoria e competizione

L’eclissi del milieu originario del socialismo municipale è avvenuta per erosione progressiva. La trasformazione del partito egemone ha comportato non solo una ridefinizione ideale e programmatica con l’adesione acritica al paradigma neoliberista, ma la riconfigurazione delle reti sociali e culturali che sostenevano quella rappresentazione. Le cooperative trasformate in grandi imprese della distribuzione, assicurative, ora anche nella fisionomia di colosso bancario. I luoghi delle appartenenze svuotati. L’amministrazione con linguaggio e logica di governo che deve più al new public management che alla tradizione di sinistra.

Cosa rimane? Alcune pratiche culturali, la musica, il cinema, la vocazione intellettuale che si esprime nell’attività universitaria e in alcune fondazioni private di qualità. Sopravvive in spicchi di socialità nelle periferie, in reti informali, esperienze associative spontanee, centri sociali, produzioni artistiche indipendenti, che hanno scarso riconoscimento quando non aperta contrapposizione. Si è spenta insomma la dialettica che cercava di interagire con le diverse componenti e fatica a strutturarsi una nuova cultura urbana vitale, stretta nella tensione tra una memoria appassita e un mercatismo corteggiato e blandito.

Appare smarrita l’identità urbana come progetto politico collettivo, come visione condivisa di cosa dovrebbe essere la città e per chi. Al suo posto la promozione turistica ha costruito un’identità sostitutiva che non è innocente. È una forma di patrimonializzazione che sceglie di valorizzare gli elementi dell’identità locale commercializzabili, lasciando nell’ombra quelli più complessi e genuini.

La personalità precedente rimane come blasone del passato e cerca conferma nella formula “città progressista”. Per molti versi suggestiva e desiderabile, tanto più nel panorama italiano attuale, che però non tiene conto una cittadinanza insoddisfatta e in subbuglio che ne denuncia le contraddizioni sui temi ecologici, del verde, delle nuove edificazioni. Un numero straordinario di comitati di cittadini consapevoli e colti, non solo giovani, un valore sociale che andrebbe coltivato, protesta contro decisioni che non tengono conto dell’ambiente. Chiede più verde ma vede abbattere alberi maturi e si sente sbeffeggiato da alberelli in vaso condannati a morte su piastre d’asfalto roventi. Reclama il contenimento del consumo di suolo, responsabile delle emergenze climatiche e idrogeologiche, e constata che la legge regionale in materia, dopo nove anni dall’approvazione, si è tradotta in nuove ingombranti costruzioni. Vorrebbe maggiore riconoscimento allo spazio pubblico e ne vede l’erosione. Un’atmosfera che andrebbe accolta come ricchezza culturale e politica, ascoltata con maggiore empatia e non contrastata con l’algido dirigismo della Bologna d’oggi o con l’invio della polizia in tenuta antisommossa a scorta delle betoniere.

Che sulle politiche ambientali, sia di mitigazione che di adattamento, Bologna sia in ritardo, o addirittura in contrasto, è opinione diffusa, ma non entro nel merito e rimando alle pagine dedicate a questo tema in un altro capitolo di questo fascicolo (cfr. Ugo Mazza).

I cantieri e la mobilità locale sono al centro dell’attenzione e di un diffuso mugugno, che non  è tuttavia del tutto ostile. Riconosce che “Bologna Città 30” e la realizzazione dei lunghi attraversamenti su rotaia, nonostante il disagio, sono state scelte politiche d’avanguardia di mobilità sostenibile, che è sperabile rispondano alle aspettative. Interventi destinati a modificare la metrica spazio-temporale della città, e il modo in cui i cittadini si orientano nel proprio territorio – che è requisito primario della relazione tra uomo e ambiente e quindi della vivibilità. Ci vorrà tempo di scoperta e di riconfigurazione dei comportamenti prima di leggerne i vantaggi.

Tutto ciò tuttavia stride con l’incoerenza del progetto di allargamento del passante autostradale, addirittura contro le (in)decisioni nazionali. Un tentativo impossibile di conciliare la decarbonizzazione con l’implementazione degli assi infrastrutturali del fossile e della logistica pesante, anziché promuovere con vigore una programmatica transizione al ferro e difendere la città dall’inquinamento.

Rimane sulle spalle dell’amministrazione il problema dei collegamenti con l’aeroporto e della rumorosità dei sorvoli. Il people mover si è rivelato la giostrina che molti avevano preconizzato, inutile, costosa e anche un po’ ridicola. Rispetto al collegamento ferroviario che pure era possibile e in linea con le funzionalità di uno scalo che si dichiara internazionale.

Rarefazione dei luoghi della comunità e crisi dello spazio pubblico

I luoghi della comunità – il bar di quartiere, il circolo Arci, la biblioteca di rione, la bottega artigiana – non sono soltanto servizi. Sono presidi civili, luoghi dove le reti di prossimità si formano e si mantengono, dove la sociabilità del quotidiano costruisce il capitale sociale che alimenta il milieu.

Un contesto che è fortemente eroso nella Bologna d’oggi. I circoli ricreativi e politici hanno visto diminuire iscritti e attività e sono in gran parte scomparsi. Le sale cinematografiche di quartiere sono quasi tutte chiuse. I luoghi autogestiti di ritrovo giovanile sono stati chiusi in maniera autoritaria, o emarginati in periferie estreme, in conflitto con l’amministrazione locale che nella loro presenza vedeva un problema di ordine pubblico più che una risorsa in grado di produrre innovazione culturale dal basso. Togliendo così luoghi di aggregazione alle fasce giovanili, che ora si riversano nei rari spazi disponibili non a pagamento, dove la loro esuberanza finisce per generare disagio.

La perdita dei luoghi della comunità ha conseguenze che vanno oltre il piano sentimentale o del decoro. La vitalità di una città dipende dalla qualità dei suoi spazi informali di incontro, quando questi scompaiono si indebolisce la capacità dei cittadini di costruire solidarietà e di agire collettivamente. Lo spazio pubblico è il luogo costitutivo della democrazia, dove i cittadini si incontrano come eguali, il conflitto si esprime, l’identità collettiva si forma e rinnova. La sua erosione non è dunque soltanto una questione urbanistica, è una questione politica fondamentale.

E’ in atto da tempo il progressivo ribaltamento del principio ordinatore dello spazio pubblico. Da un canto le piazze dei centri commerciali che simulano la socialità pubblica in aree sotto controllo privatistico. Dall’altro la colonizzazione dello spazio collettivo del centro storico da parte dalla ristorazione privata, con dehors che limitano la percorribilità pedonale. Spazi espropriati alla cittadinanza.

Bologna, pur con indicatori medi relativamente favorevoli rispetto a altre città italiane, manifesta segnali di crescente diversificazione socio-spaziale. Disuguaglianze che si dilatano tra centro e periferie, tra aree altamente valorizzate e aree marginalizzate, tra popolazioni mobili e popolazioni radicate, tra proprietari e affittuari, tra soggetti integrati nell’economia cognitiva e lavoro povero urbano. Accanto ai lavoratori altamente qualificati, i “talenti” che cerchiamo di attrarre, crescono segmenti occupazionali fragili nei servizi a bassa retribuzione del turismo, della logistica, del delivery. Le lotte sindacali hanno reso visibili le condizioni di questi comparti di lavoro intensificato, precarietà, invisibilità sociale, insoddisfazione, senso di ingiustizia, rancore.

Bologna insomma si presenta come città relativamente ricca ma stratificata, frammentata in segmenti sociali e territoriali distinti.

Il turismo come estrattivismo urbano, la rendita come motore di esclusione

Il turismo di massa nelle città d’arte estrae valore simbolico, storico e estetico intaccando coesione sociale, equità e diritto all’abitare. Un fenomeno che ha portato alla riconfigurazione funzionale di Bologna, modificato la struttura ricettiva e commerciale. Un tipo di turismo di breve durata, concentrato spazialmente, a alto consumo di risorse urbane, bassissimo impatto redistributivo in attività sottopagate e divaricazione dei rendimenti economici a favore dei proprietari che possono fruire di rendita.

La proliferazione di appartamenti destinati a locazione breve ha riscritto la mappa della disponibilità abitativa e prodotto lo svuotamento dalla funzione residenziale delle aree centrali. Anche la topografia commerciale del centro è profondamente cambiata, ai negozi di vicinato si sono sostituiti esercizi per visitatori, omologati a quelli presenti in ogni città turistica. Un fenomeno di retail gentrification che rende la trasformazione irreversibile, scomparsi i servizi per la vita quotidiana il quartiere cessa di essere abitabile. Il centro storico sta percorrendo questa traiettoria, si sta spopolando. Una graduale riduzione del patrimonio urbano a sfondo iconografico consumabile.

Bologna ha costruito la propria attrattività turistica attorno a due immagini complementari ma in qualche misura antitetiche. La prima è estetico-monumentale, il sistema dei portici, le torri, il reticolo medievale. Frutto delle rielaborazioni medievaleggianti ottocentesche di Alfonso Rubbiani per un verso e dell’acribia per la conservazione dell’eredità storica collettiva di Pier Luigi Cervellati dall’altro. La seconda, più crassa, è gastronomica, Bologna capitale del cibo. I tortellini e gli ‘spaghetti alla bolognese’ come brand globale. Due immaginari che non producono turismo culturale nel senso alto del termine, semmai esperienziale e consumistico, che attraversa la città come fosse un parco tematico.

 Saltata la connotazione più espressiva della personalità urbana, quella della convivialità e del buon vivere, fondati sul genius loci frutto dell’interazione sociale e dell’atmosfera colloquiale, l’identità diventa neutra, trasparente. In una città storicamente segnata dalla presenza di esperienze culturali diversificate, centri di dibattito e proposta, questa sterilizzazione assume un valore simbolico forte, una Bologna uniformata a canoni globali e incapace di elaborare una propria originale grammatica della complessità, culturalmente afona.

Espulsione dei residenti, crisi dell’abitare e politiche pubbliche

La questione abitativa è il punto in cui il conflitto di classe si cristallizza in forma spaziale, cito Harvey. Il diritto alla città, e qui cito Lefebvre, è il diritto a non essere espulsi dal luogo in cui si vive, a non essere trattati come variabile del mercato immobiliare, è il diritto a progettare e decidere la configurazione del proprio territorio.

A Bologna la pressione sul mercato degli affitti ha raggiunto livelli critici. Con il progressivo scivolamento delle fasce di reddito medie e basse verso le periferie e i comuni limitrofi. Di fronte a questa emergenza, le politiche pubbliche soffrono di un’inadeguatezza che non è solo strutturale – patrimonio di edilizia residenziale pubblica (ERP) del tutto inadeguato – ma concettuale. Il Piano Casa nazionale appena varato approfondisce questo iato, privatizza il poco ERP e finanziarizza l’housing sociale (ERS), nuova frontiera di conquista dei fondi immobiliari che, in crisi il mercato del lusso, si reinventano “capitale paziente”, in grado di attendere ritorni più lenti purché certi. Sotto il cappello di questo Piano sono ora possibili tutte le scorribande sinora impedite dalle leggi vigenti – Scalera ad esempio, a.d. di Invimit protagonista ideatrice del Piano, ha già puntato la carabina sui Prati di Caprara, su cui ipotizza Social e Staff Housing per medici, infermieri, operatori sanitari, che per carità hanno diritto alla casa ma non in un polmone ecologico cittadino. Se non cambiano i paradigmi attraverso cui affrontare le questioni urbane rimarremo in balia di decisori eteronimi.

Le politiche del Comune di Bologna sono interessanti ma di limitata efficacia, esse stesse artefici di un’antinomia, vogliono contemporaneamente attrarre investimenti e contenerne gli effetti sociali. La rendita alla fine prevale e la divaricazione tra interessi privati e città pubblica si approfondisce. Agiscono a valle di un processo guidato dal mercato finanziario e immobiliare e finché la rendita turistica supera quella abitativa, i proprietari hanno interessi concreti a fruirne. Finché i fondi di investimento immobiliare possono operare senza vincoli, anzi incoraggiati, il mercato produrrà esclusione, ingiustizia spaziale.

Si potrebbero almeno potenziare gli strumenti fiscali che sono nella potestà delle amministrazioni locali, di cattura delle plusvalenze implicite alla valorizzazione (i cosiddetti oneri di urbanizzazione). L’incremento di prezzo delle costruzioni nuove o rigenerate, supera infatti di gran lunga la sommatoria dei costi – che comprendono anche i profitti dei costruttori. Incamera infatti i vantaggi economici derivati dall’infrastrutturazione del territorio – strade, servizi, ecc. – operata dalle amministrazioni in investimenti che costituiscono beni comuni e vanno garantiti e manutenuti nel tempo. Spetta alle politiche locali ripartire le plusvalenze generate dalle concessioni edilizie in maniera più equa a favore del patrimonio collettivo. Una direzione praticata da molte città straniere che in questo modo provvedono alla città pubblica (R. Camagni, C. Gibelli).

Si potrebbe intervenire sulle tante abitazioni private inutilizzate (8-9 milioni a livello nazionale; 13-15mila a Bologna), una incongruenza madornale di fronte alla volontà degli immobiliaristi di rispondere alla crisi abitativa con nuove costruzioni. Il tentativo in questa direzione che Bologna sta sperimentando, l’affitto civico, temo sia destinato a scontrarsi con rendimenti offerti non concorrenziali e con i timori e le inerzie dei proprietari.

All’estero ci sono buoni esempi. La legge di bilancio francese 2026 autorizza i comuni a aumentare nelle aree a alta tensione abitativa la tassa annuale, “Taxe sur la vacance des locaux d’habitation”, dal 17 al 30 per cento dopo un anno di sfitto, dopo due anni l’aliquota può salire fino al 60 per cento, gli introiti destinati alle casse comunali. Anche a Bruxelles mantenere una casa sfitta per più di 12 mesi costituisce una violazione punita da una sanzione amministrativa che aumenta negli anni. Suggestioni per un’agenda nazionale della sinistra che i sindaci potrebbero promuovere.

Una politica dell’abitare realmente alternativa richiederebbe un forte investimento nel patrimonio pubblico, la regolazione incisiva degli affitti brevi, limiti alla speculazione fondiaria, fiscalità redistributiva, nuove forme di cooperazione abitativa, il riconoscimento della casa come diritto sociale.

Ma il tema cruciale riguarda l’idea di città. Il limite fondamentale delle politiche attuali risiede nell’illusione di poter curare gli effetti patologici del libero mercato immobiliare senza metterne in discussione le modalità. Finché la rigenerazione avrà come obiettivo l’attrattività di fondi finanziari, la città è destinata a essere un portafoglio di investimenti mentre i bisogni collettivi verranno confinati in un ruolo di secondo piano.

La finanziarizzazione dello spazio: alberghi e studentati, l’immobiliare come asset

A Bologna la finanziarizzazione è visibile in forme diverse e convergenti. E’ in corso la proliferazione di nuovi grandi alberghi nel centro storico e nelle aree periferiche riqualificate. Operatori internazionali e fondi di investimento hanno acquistato immobili storici o stanno edificando imponenti e sgraziate architetture ricettive nelle aree di trasformazione, spesso con il supporto di incentivi volumetrici e fiscali. Una concentrazione di capitale immobiliare nelle mani di operatori finanziari estranei alla città, che non hanno alcun interesse allo sviluppo locale.

Il fenomeno degli studentati privati merita un’attenzione particolare. I grandi operatori internazionali hanno identificato Bologna come mercato a alto potenziale espansivo per l’elevato numero di studenti stranieri e comunque con buone disponibilità economiche (con una selezione per censo di cui Unibo sembra compiaciuta!). Studentati che si presentano con una veste di utilità sociale come risposta alla domanda di alloggio studentesco, ma sono un prodotto finanziario con logica estrattiva. Rappresentano la mercificazione estrema dell’abitare e un oltraggio al diritto allo studio nel cui nome vengono sollecitati. Non solo non risolvono il problema dell’alloggio studentesco, ma lo aggravano contribuendo all’aumento dei canoni.

Un fenomeno internazionale di colonizzazione finanziaria delle città universitarie che dovremmo considerare con maggiore consapevolezza critica. Numerose strutture sono già operative, molte in fase di costruzione e progettazione. Offrono una nuova formula di ospitalità alberghiera, un palese ossimoro rispetto alle finalità dichiarate. Non si tratta infatti di semplici hotel, ma veri e propri sistemi multifunzionali, pensati per far convivere studenti, smart worker, professionisti, turisti. Complessi residenziali autoreferenziali che nell’offerta dei servizi, a pagamento, tendono a sostituirsi a ruoli e spazi propri della città. Enclave autonome dalle funzionalità urbane che non portano vantaggi neppure commerciali (A meno che non consideriamo positive le forme di occupazione in mansioni di servizio spesso sottopagate e precarie).

A chi giovano? Siamo certi che le ricadute sul territorio siano favorevoli alla città e non solo agli investitori? Che non si curano dell’isola di calore acuita da queste mastodontiche costruzioni, delle notti tropicali, della salute e del benessere dei cittadini.

La finanziarizzazione dello spazio bolognese si manifesta anche nei progetti di trasformazione delle aree dismesse, aree ferroviarie e ex caserme rinaturalizzate dal lungo abbandono, in cui la valorizzazione immobiliare viene privilegiata alla trasformazione in spazio ecologico pubblico. I piani urbanistici prevedono quote di edilizia di mercato che finanziano, in parte, quote di edilizia convenzionata. E di fatto subordinano la libera fruizione alla rendita privata a cui lasciano il controllo dell’agenda urbana. Sempre più decisioni strategiche coinvolgono partnership pubblico-private, fondazioni, operatori immobiliari, gestori finanziari. Quale margine rimane per le scelte collettive e la partecipazione democratica che vada oltre le ritualità oggi normate dalla governance?

Bisogna inoltre sottolineare come sempre più incombente la platform economy, le piattaforme di delivery, di mobilità condivisa e di servizi urbani che ridisegnano le geografie del consumo e dello spostamento secondo logiche proprietarie. A cui vanno aggiunte, sul piano metropolitano, le grandi catene della logistica. La finanziarizzazione non riguarda dunque il solo centro urbano ma l’intera articolazione metropolitana in cui il suolo viene impermeabilizzato con cemento e asfalto per assecondare la circolazione delle merci globali, creando colossali conglomerati per lo stoccaggio delle merci, a bassissimo valore aggiunto sociale e altissimo impatto ecosistemico.

Digitalizzazione, disciplinamento e securitizzazione dello spazio

La città della tarda modernità è caratterizzata da digitalizzazione pervasiva, iperconnessione, individualizzazione dei comportamenti e continua riconfigurazione delle relazioni tra fisico e virtuale. Siamo continuamente connessi, esposti a stimoli, individualizzati e simultaneamente integrati e controllati entro flussi globali.

La città non è più solo spazio fisico, le infrastrutture digitali costituiscono una seconda e sempre più determinante dimensione urbana. Tracciamento digitale, IA applicata alla gestione urbana, controllo biometrico, estremizzano la governamentalizzazione foucaultiana.  Il digitale non è un semplice supporto tecnico, diventa una componente ontologica della città.

Un quadro in cui possiamo inserire il fenomeno che M. Davis ha definito militarizzazione dello spazio urbano, la progressiva securitizzazione dei luoghi pubblici attraverso videosorveglianza, ordinanze comportamentali, recinzioni, barriere. Il dato più allarmante in questa fase è la svolta autoritaria che ha spostato il conflitto sociale dal versante della libertà di espressione e rivendicazione al piano dell’ordine pubblico da disciplinare e punire.

Le ordinanze anti-bivacco, le norme sull’uso dell’alcol nelle aree pubbliche, le restrizioni all’utilizzo notturno di piazze e parchi rispondono a una logica che rispecchia il timore delle classi medie per la promiscuità sociale, la preferenza per spazi ordinati, prevedibili, frequentati da persone simili per reddito e stile di vita. Il risultato è uno spazio pubblico che espelle i suoi utenti più scomodi e si trasforma in muta scenografia. Da un lato la domanda di sicurezza e decoro di residenti e commercianti, dall’altro la difesa dello spazio pubblico come luogo inclusivo e tollerante delle differenze.

Non si tratta di scegliere tra ordine e caos, si tratta di decidere chi ha il diritto di stare in città e a quali condizioni. Requisiti tra cui vanno inscritti i diritti fondamentali – abitazione, lavoro, sanità, istruzione – in grado di garantire la dignità di partecipare da eguali alla vita urbana e così diventare cittadinanza, non mero aggregato di individui. Sta alle politiche locali trovare i modi per appianare incomprensioni e contrasti acuiti dalle disparità e dalle ingiustizie.

Verso il diritto alla città: appunti per un’agenda critica

Le dinamiche oggi osservabili a Bologna non sono anomalie locali. Si inscrivono nelle trasformazioni del capitalismo redditiere contemporaneo. Tuttavia la specificità storica e simbolica della città rende tali processi particolarmente significativi e urgente l’affrontarli. Bologna continua a evocare l’idea di una città diversa, più egualitaria, più politica, più reattiva, più pubblica. E ha la forza culturale e civile per rendere credibile l’idea di “città progressista” e la venatura sociale che le è sottesa. Non va però ingannata, non si accontenta di brand strategy, chiede fatti non narrazioni.

I sentieri per questo percorso non sono inesistenti. La tradizione civica, la presenza di movimenti sociali attivi consapevoli e la qualità della vita culturale costituiscono risorse che vanno valorizzate. Che rischiano di essere sprecate se non trovano sbocco in una visione politica capace di nominare con chiarezza e affrontare i conflitti in gioco, tra rendita e redistribuzione, tra turismo e abitare, tra valorizzazione finanziaria e riproduzione sociale.

Compito della critica è rendere visibili queste fratture. Compito della politica è affrontarle.

Spazi della valorizzazione finanziaria e luoghi del vivere collettivo | Lab Politiche e Culture