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Recensione ad Elena Kostioukovitch, Tradurre Umberto Eco

A metà libro, Elena Kostioukovitch – traduttrice in russo di tutte le opere di Umberto Eco, Premio Grinzane Cavour 2003 e Premio del Presidente della Repubblica Italiana 2007 – riporta il testo della ‘Preghiera del traduttore‘. Ne parleremo più avanti.

Stiamo parlando del suo ultimo lavoro, “Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni”,  La nave di Teseo, pag. 365, Milano 2026. Non solo un saggio sulle teorie e tecniche della traduzione applicate al caso concreto, ma un racconto della storia recente della Russia e dell’Europa e un’impressionante catena di riferimenti letterari, quasi una guida alla formazione di una biblioteca. E poi la disamina della sfida epocale portata ai traduttori ‘umani’ dall’AI . E tanto altro ancora, secondo il peculiare procedere narrativo dell’autrice, in parte mutuato dal ‘suo’ autore prediletto e già praticato in “Nella mente di Putin” (2022) e in “Kyiv. Una fortezza sopra l’abisso” (2025), per lo stesso editore. Laddove autobiografia, aneddotica, storia, dialogo con i grandi e i minori della letteratura, analisi critica e geopolitica, semiotica  e filologia sono annodati in una rete stupefacente. Una sorta di puzzle le cui tessere, incastonate l’una nell’altra, diventano immagine unitaria e racconto coerente. Che è la cifra propria dell’autrice.

La Preghiera del traduttore, dicevamo. San Girolamo, traduttore in latino della Bibbia dall’ebraico e dal greco, la celeberrima Vulgata editio, è il patrono cristiano dei traduttori. A lui cento anni fa si rivolgeva il poeta Valéry Larbaud con queste parole: “Eccellente Dottore, Luce della Santa Chiesa, beato Girolamo. Sto per intraprendere un compito pieno di difficoltà e, da questo momento, ti supplico di aiutarmi con le tue preghiere, affinché io possa tradurre quest’opera nello stesso spirito in cui fu  composta“.

Larbaud raccomandava di recitarla ogni volta che si cominci una nuova traduzione. Elena Kostioukovitch, l’avrà recitata spesso. Chissà, di certo ne ha condiviso il concetto: lavorare ‘avec l’esprit même dans lequel il a été composé.

Il problema del traduttore sta tutto qui, riprodurre l’esprit dell’opera originaria. Qui non c’è traduttore gestito dalla AI che possa competere con la sensibilità del traduttore umano.

Kostioukovitch ci racconta la fatica e il metodo di capire e di rendere nella lingua di destinazione  l’esprit dell’autore. Il traduttore deve non solo conoscere le due lingue e cultura, quelle di origine e quelle di arrivo, ma deve entrare letteralmente nella vita e nell’anima della fonte. E per farlo, lei di Umberto Eco ha rivissuto l’infanzia, i suoi giocattoli, i libri che circolavano in casa, le sue letture, gli studi, i viaggi e i valori. Dalla formazione giovanile fino alle ultime ore. Con lui ha condiviso lunghe frequentazioni, amicizie, trasferte e confronti. In pubblico e in privato.

Si ha l’impressione che, traducendo i testi di Eco, sia andata estraniandosi da se stessa in una sorta di dissociazione dalla propria identità per assumere quella del professore.

Ci permettiamo a tale riguardo di suggerire all’autrice, parafrasandola, di aggiungere al suo breviario di preghiere quella propria dei monaci benedettini ai tempi de “Il nome della rosa”: “Fa risuonare la tua voce in me, buon Maestro, abitami, perché il mio cuore, la mia mente e la profondità della mia anima imparino a comprenderti e ad amarti“.

È questo il segreto del traduttore, rendere nella lingua di arrivo le denotazioni, le connotazioni e le evocazioni alle quali ogni singolo lemma della lingua di origine rimanda. E non solo le parole. La sintassi, ovviamente, la fonetica, il ritmo, l’ordine tipografico, finanche gli odori che si respirano nell’opera-sorgente vanno resi alla fruizione del lettore d’arrivo.

Elena Kostioukovitch traduceva mentre l’autore-fonte era vivente. E non si trattata di un mero narratore. Umberto Eco è stato un pilastro della semiotica contemporanea e uno studioso e teorico delle traduzioni. Il cimento dell’autrice è stato perciò da vertigini. L’autore era lì, vigile, scrupoloso, severo analista della resa dei suoi testi. In russo come in tedesco, in spagnolo, inglese o francese. Si sceglieva da sé i suoi traduttori  e con loro stabiliva un confronto serrato.

In particolare nel caso di Eco i cinque traduttori di sua fiducia furono, oltre che alla Nostra per il russo, Burkhart Kroeber per il tedesco, Jean-Noël Schifano per il francese, Imre Barna per l’ungherese ed Helena Lozano Miralles per lo spagnolo.  I Fab Five, la sua ‘setta’, scherza Elena K. Scontato che tra di loro si sviluppasse una complice amicizia. Quasi una connivenza. E un team di negoziatori. E sì, perché, come vedremo, i Fab Five non furono dei meri esecutori delle indicazioni del professore, più di una volta si trovarono a contrattare con lui le soluzioni più idonee da adottare.

Ma torniamo indietro negli anni. Come si ‘presero’ Eco e la Kostioukovitch? Tutto cominciò a Trieste nel 1992.

Lei, nativa di Kyiv da famigla russa, poi trasferitasi a Mosca e Leningrado, studiosa e traduttrice stimata anche nelle alte sfere della nomenklatura, membro della potente Unione degli Scrittori, astuta aggiratrice della rigida censura sovietica, acquisì inediti spazi di libertà ai tempi della perestrojka. Al punto da ottenere l’agognato passaporto proprio in quella temperie, quando le maglie del controllo sovietico si allargarono. Così fu chiamata a partecipare il 27 e 28 ottobre del ’92 a Trieste al primo convegno della storia dell’editoria europea dedicato al confronto tra autori e traduttori. ‘Autori e traduttori a confronto‘ , questo il titolo del convegno organizzato dalla Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori. Elena, a soli 44 anni, si trovò a discutere “da pari a pari” con quelli che sarebbero poi diventati i Fab Five di Eco. E gli autori chiamati a dialogare con loro furono proprio Umberto Eco e Claudio Magris.

Fu allora che capimmo come si stesse rivoluzionando il ruolo del traduttore. Non più esecutore invisibile o copista di lusso, ma ‘fiancheggiatore’ con il nome, con la faccia, chiamato ad abitare lo stesso territorio culturale dell’autore“. Co-autore dunque.

Da quel giorno quegli autori e traduttori non si lasciarono più. Lettere, fax, email, telefonate e frequentazioni private tennero in vita uno dei rapporti più fecondi della storia letteraria italo-russa ed europea. Rapporto non fatto di compiacente adulazione, piuttosto di verace dialettica tra personalità autonome e libere.

Un esempio di ‘negoziazione tra Elena Kostioukovitch e Umberto Eco.

Il Professore, a proposito della frase “Credevo fossi morto in Libia nel 1911” ne ‘Il pendolo di Foucault‘, dice ai traduttori che non è indispensabile indicare la Libia. “Si può essere disperso a Gettysburg, a Verdun, a Borodino ..” insomma in una qualsiasi località del paese della lingua di arrivo. Lei non ci sta: “Io mi ribellavo allora, e mi ribello oggi. In traduzione si può aggiungere quasi tutto, ma non il proprio ‘colorito locale. Altrimenti, il lettore finirà per chiedersi, e a buon diritto, se nel testo di origine Umberto Eco faccia davvero menzionare ai suoi protagonisti, poniamo, Borodino“.

La sistemazione logico-concettuale delle sue riflessioni sulle teorie e metodi delle traduzioni si trova nel capitolo quinto, ‘La mia rivoluzionaria teoria, trasformazione vs adattamento‘, una vera lectio magistralis, o se si vuole una dispensa accademica

Provo a spiegarla in breve, contando sull’indulgenza dell’autrice (e di te, lettore che mi stai ora leggendo). La traduzione adattiva è lessico-centrica e source oriented. Il traduttore riproduce nella lingua di arrivo i lemmi d’origine cercando di rispettare al massimo la contestualizzazione data loro dall’autore. Quella trasformativa invece è sintassi-centrica e target-oriented. Qui il traduttore arricchisce la lingua di arrivo con l’insieme dei concetti dell’opera originale, a volte allungando o raccorciandone il testo.

Prendiamo il caso della Bibbia. Lutero la ‘germanizza’  “guardando in bocca al popolo“, traduzione target oriented. In Russia invece prevalse la traduzione adattiva con esiti singolari:

In una società con poca abitudine a capire allegorie e simboli, ogni frase si incideva nella mentalità pubblica come un chiodo, nella sua incompresnibilità letterale, alimentando il misticismo e favorendo la nascita di sette religiose“. Così, nel primo Ottocento, un tale Kotelnikov, accanito lettore della Scrittura, si proclamò novello Giovanni Battista e gridò che lo zar Alessandro I era il nuovo angelo dell’Apocalisse!

Tra le rivoluzioni attraversate dall’autrice la più rilevante o insidiosa, quella che potrebbe mettere in crisi la funzione sociale dei traduttori, è stata l’avvento dei traduttori AI. Che ne sarà della ‘setta’ dei traduttori?

Elena Kostioukovitch  ripercorre le tappe fondamentali del passaggio dai dizionari cartacei alla consultazioe del Web. E poi, dalla mitica Encarta a Wikipedia. “Per traduttori e studiosi – scrive la Nostra – fu come scoprire una grotta del tesoro“. I tempi della ricerca filologica si accorciarono drasticamente. Poi l’arrivo della AI con i translate che in un attimo traducono un testo in qualunque lingua si voglia. Qui lei è categorica. Certo, il traduttore AI è utilissimo per i testi lineari, tipo le ‘istruzioni per l’uso’, o anche per il traduttore letterario umano per farsi una prima idea del testo da trattare. Ma “l’intelligenza artificiale non potrà mai capire se deve agire tramite adattamento o trasformazione. Sono qualità umane l’intenzione e la capacità di scegliere tra le due metodologie di lavoro, assumendosene la responsabilità di fronte ai lettori e allo scrittore, ai quali il traduttore è legato da un doppio vincolo etico“.

La rivendicazione della responsabilità etica del traduttore letterario chiude questo straordinario lavoro. Anche qui, ripercorrendo alcune delle tappe dell’incursione dell’AI nell lavoro dei traduttori.

Ad Arles nel 2008 la ‘setta’ dei traduttori aveva finalmente ‘preso la Bastiglia’. Vi si erano svolte  le XXV Assises de la traduction littéraire, organizzate dall’associazione ATLAS. Il  Manifeste pour la traduction littéraire ivi redatto recitava: “Il traduttore è il primo critico di un libro… un testo tradotto vive indipendentemente dal suo originale“. Di qui la richiesta agli editori di evidenziare già in copertina, insieme a quello dell’autore originale, il nome del traduttore.  Era fatta. Finalmente la dignità di co-autori. Dallo scrivano invisibile al co-autore dichiaratamente presente, caratterizzato da una voce pubblica, da un’etica dichiarata e da una dignità autoriale.

Poi, nel giro di un quindicennio: “I traduttori automatici hanno fatto strage per farsi strada, e subito dopo di loro, a passi pesanti da gangster, senza alcuna pietà per i vinti, è entrata nel nostro piccolo mondo l’intelligenza artificiale (presumibilmente) onniviscente“.

In copertina: dettaglio di Elena Kostioukovitch, “Tradurre Umberto Eco mentre scoppiano le rivoluzioni”, 2026, Milano, La nave di Teseo

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