Image

Recensione a Simona Lembi, L’8 marzo spiegato a mio figlio

Come insegnante di Liceo vorrei sottolineare l’importanza di affrontare in modo sistematico con i nostri giovani i temi proposti nel testo: va trasmessa la consapevolezza delle conquiste raggiunte dalle donne, della fatica di tali conquiste e di quanto ci sia ancora da rivendicare e realizzare.

Il testo parte da due date: la prima, l’8 marzo, è la Giornata Internazionale della donna, data che affonda le radici agli inizi del secolo scorso nelle riunioni delle donne socialiste e ufficialmente fissata dall’Onu nel 1977; la seconda è il 10 marzo 1946, data del provvedimento che riconosce alle donne in Italia il diritto a candidarsi, dopo il diritto di voto sancito dal Decreto Bonomi nel febbraio dello stesso anno. Le donne voteranno infatti alle amministrative nei mesi successivi, la prima città che andrà al voto sarà Bologna il 24 marzo. E poi torneranno a votare il 2 giugno per la scelta tra monarchia e repubblica e per l’Assemblea costituente.

Queste due date fondamentali, esito di una lunga lotta, sanciscono l’ingresso delle donne nello spazio pubblico come cittadine ovvero – riprendendo il titolo di un libro della nostra maestra, la storica Anna Rossi-Doria, Dare voce al silenzio – il passaggio dal silenzio alla parola, e dalla parola alle leggi, ai servizi, alla trasformazione della società. Le donne sono da sempre state relegate nello spazio privato dell’òikos, della casa quindi nello spazio della famiglia, della riproduzione e della cura. Questo è il regno della natura, della biologia quindi della necessità, dell’assenza di libertà. E per tale ragione le donne hanno da sempre subito il divieto di accesso allo spazio pubblico della polis, della politica, luogo della libertà, e quindi della capacità di autodeterminarsi.

Ora, l’esclusione delle donne non è stata una dimenticanza ma il fondamento della costruzione dell’idea di cittadinanza che ha nell’uomo il suo paradigma, la sua norma.

Le donne sono state intrappolate in una disuguaglianza funzionale all’affermazione di un certo tipo di potere: gerarchico, verticale, escludente e quindi esclusivo e violento.

La lotta per il suffragio e per l’ingresso nella sfera pubblica come cittadine non vollero essere solo l’aggiunta di una metà del genere umano ma invece la critica al falso universalismo da cui derivava l’esclusione delle donne. Fu quanto cercò di fare Olympe de Gouges con la sua Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina del 1791 tenendo insieme uguaglianza e differenza.

La lotta per il voto fu quindi lotta per l’uguaglianza dei diritti e per l’affermazione della propria identità come cittadine; e fu lo strumento per trasformare, ristrutturare il campo politico, culturale e simbolico. Lo spazio pubblico andava perciò decostruito e ricostruito.

Le donne volevano entrare nella sfera pubblica non come “corpo separato” ma come corpo capace di produrre nuove interpretazioni di quella stessa sfera pubblica e cercando nuove soluzioni a problemi strutturali e sociali.

Vorrei sottolineare un aspetto importante che Lembi mette in luce più volte. Il voto fu una conquista non una concessione. Proprio in questa mancata consapevolezza emerge il problema della trasmissione dei saperi delle donne e della ricostruzione storiografica di tali questioni. Il caso italiano è emblematico: dall’Unità al fascismo si susseguirono venti tentativi di ottenere il voto, tutti bocciati. Il fascismo fece poi passare l’idea che le donne mai avessero lottato per il voto, tornando così ad essere nell’immaginario collettivo solo “madri e mogli devote”, “angeli del focolare”.

C’è voluta la scelta di entrare nella Resistenza, nei Gruppi di Difesa della Donna insomma la mobilitazione collettiva dopo il luglio 1943 per giungere alla conquista del voto.

Questo lungo e faticoso percorso viene affrontato nel libro seguendo quattro snodi cruciali che mi paiono centrali.

Il primo è la questione della lotta per il voto come conquista di cittadinanza, di identità che dal punto di vista simbolico rappresenta l’infrazione di antichi e moderni divieti. Pensiamo solo a Rousseau che riserva alle donne il ruolo di compagne e di madri dei futuri rivoluzionari ma escluse dall’educazione pubblica.

Il secondo punto affronta il tema delle battaglie per l’accesso alle professioni, all’università, al lavoro, contro il gap salariale e la segregazione di genere in determinati settori produttivi e sottopagati. Ma sempre relativamente al lavoro, centrale risulta la questione del rapporto tra lavoro retribuito e lavoro di cura non riconosciuto sul quale, però, tutto il lavoro retribuito si regge.

Il terzo nucleo concettuale affrontato è quello della denuncia della violenza contro le donne quale fenomeno sistemico, risultato di relazioni diseguali tanto dal punto di vista materiale che simbolico. Per affrontare tali questioni sono necessarie parole nuove -e ancora ecco tornare il tema del “Dare voce al silenzio”- come femminicidio, femicidio; e nuovi strumenti come i Centri antiviolenza. Servono, insieme a tutto ciò, un cambio politico e culturale se pensiamo che lo stupro in Italia è reato contro la persona e non contro la morale solo dal 1996; e se pensiamo anche, quale esempio estremo di questa violenza e al suo intreccio strutturale con il potere, al caso Epstein oggi.

Quarto tema trattato è quello delle cosiddette policy ovvero le politiche attive di trasformazione della società: dalla stagione delle deleghe (Bologna fu la prima amministrazione con il Sindaco Dozza nel 1956 ad istituire una delega “ai problemi della donna, assistenza e beneficenza”) a quella delle “Azioni positive” fino alla stagione dellEmpowerment e del Mainstreaming, ovvero della trasversalità delle politiche di genere nelle politiche pubbliche, sotto la spinta del contesto internazionale (Città del Messico, 1975; Nairobi, 1985; Pechino, 1995). E infine il passaggio ai Gender Equality Plan ovvero ai Piani per l’Uguaglianza di cui Bologna è stata pioniera negli ultimi anni che chiedono alla istituzioni di interrogarsi sull’impatto di genere delle proprie politiche in ambiti tradizionalmente considerati neutri e di farlo in modo continuativo.

Nuovi spazi da attraversare si aprono, nuove questioni culturali, simboliche e politiche si fanno urgenti: sono quelle che interrogano il ruolo degli uomini sul tema della condivisione del lavoro di cura e che si traducono, ad esempio, nel riconoscimento dei congedi di paternità.

Queste le questioni affrontate dal libro per capire la posta in gioco.

In copertina: dettaglio di Simona Lembi, L’8 marzo spiegato a mio figlio, Edizioni Pendragon, 2026

Recensione a Simona Lembi, L'8 marzo spiegato a mio figlio | Lab Politiche e Culture