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Gli intellettuali e dove trovarli

Dove sono gli intellettuali? Qualcuno sostiene, non senza qualche argomento, che oggi sembrano essere “evaporati”. A ben guardare però, se riferendosi a Dio il catechismo pre-conciliare della Chiesa Cattolica recitava: “in cielo, in terra e in ogni luogo”, sembra che anche noi potremmo adottare la stessa espressione per riferirci oggi agli intellettuali: è vero infatti che di tanto in tanto, qua o là, sembrano essere evaporati, ma nello stesso momento ricompaiono altrove più numerosi (e magari petulanti) di prima.

È legittimo però domandarsi come ai nostri giorni si configuri il rapporto tra questa categoria e il resto della popolazione: “intellettuali e popolo” sarebbe però un’espressione che richiama prepotentemente, per assonanza, il titolo di uno scritto di Alberto Asor Rosa risalente alla metà degli anni ’60, e che all’epoca ebbe una grande risonanza: Scrittori e popolo. Allora dovremmo chiederci: gli scrittori sono (tutti) intellettuali? E solo gli scrittori? E dovremmo attenerci ancora alle suggestioni di Asor Rosa? Insomma, in effetti dovremmo chiederci chi sono questi “intellettuali” e poi cosa intendiamo quando parliamo di “popolo”.

Gli intellettuali, come è stato messo in luce da Gramsci (e sottolineato da Togliatti il quale, promuovendo la pubblicazione di excerpta dai Quaderni del carcere nell’immediato dopoguerra, per il volume a loro dedicato scelse opportunamente il titolo “Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura”) hanno una funzione decisiva nel favorire e stabilizzare il radicamento, nei settori decisivi di ogni società, dei modelli culturali che garantiscono la sua coesione attraverso l’identificazione dei singoli con la collettività. Per la verità, Gramsci, da buon marxista, più che alla coesione sociale pensava all’accettazione della subordinazione, ma nella realtà i due concetti finiscono per convergere sulla stessa situazione di fatto.

In quasi tutte le società pre-moderne, comprese quelle occidentali, una parte decisiva di questo compito è stato assolto dalle classi sacerdotali, a partire dagli sciamani fino alle più complesse burocrazie religiose e para-religiose (penso, ad esempio, ai mandarini cinesi): non a caso, perché in quei tipi di società le mitologie delle varie religioni fornivano spiegazioni del “mondo”, regole di vita, forme di gratificazione, luoghi comuni con cui rendere riconoscibili i discorsi quotidiani. Ma quasi dappertutto in questo compito i sacerdoti sono stati affiancati, e spesso contrastati, da personaggi emersi spontaneamente dai vari strati della popolazione (sia dominanti che subalterni), che hanno proposto rielaborazioni e arricchimenti di miti sia di origine laica che religiosa: aedi e rapsodi, cantori di chansons de gestes, giullari e trovatori, maschere popolari e narratori picareschi, praticanti di culti anti-establishment come quelli dionisiaci in Grecia o i carnevali nel mondo cristiano medievale e proto-moderno. Tutti costoro hanno svolto un ruolo decisivo nell’organizzazione della cultura (nel senso sopra indicato), e quindi li possiamo legittimamente arruolare tra gli “intellettuali”. Nella moderna e post-moderna società borghese secolarizzata un ruolo analogo lo vanno svolgendo ogni giorno tutte le disparate figure del mondo dell’informazione e dell’intrattenimento: giornalisti e scrittori, sceneggiatori e registi per il cinema e per la TV, personaggi vari del mondo dello spettacolo, divulgatori scientifici; ma naturalmente un contributo massiccio in questa direzione lo danno tutti gli operatori della formazione, in particolare gli insegnanti, ma anche operatori sociali e tutti i professionisti che si rapportano essenzialmente con persone.

Va sottolineato però che, mentre nelle società pre-moderne questa funzione era svolta con un indirizzo ideale sostanzialmente unitario (anche l’eventuale “controcanto” era funzionale alla conferma dell’indirizzo generale), la caratteristica delle società modernizzate è proprio l’emergere di una pluralità di indirizzi ideali, spesso tra loro in conflitto. E questo ha costituito un’insostituibile fonte di ricchezza culturale, ma ha anche prodotto (e continua a produrre) effetti destabilizzanti sulla coesione sociale nei diversi contesti. Non a caso tutti gli scrittori politici, dall’antichità fino a Rousseau e ai rivoluzionari giacobini compresi, avevano considerato l’emergere di diversi “partiti” come una malattia del sistema politico; come mai invece dal XIX secolo in qua gli ordinamenti che hanno preso atto della modernità hanno dapprima accolto e poi addirittura valorizzato il pluralismo politico e culturale, fino a considerarlo la caratteristica specifica della democrazia liberale? E quale ruolo hanno avuto gli intellettuali in questa trasformazione?

All’origine di questo processo c’è il trionfo, verificatosi tra il ‘600 e il ‘700, di quel nuovo tipo di sapere che chiamiamo scienza moderna, la quale è andata di giorno in giorno demolendo la visione del “mondo” precedentemente condivisa e sostenuta dai vecchi intellettuali pre-moderni, e in tal modo ha provocato la secolarizzazione della cultura europea. Tra il ‘700 e l’800 si è determinata quindi una scissione culturale tra le grandi masse popolari, ancora immerse nella cultura gestita dal vecchio tipo di intellettuali (clero e professionisti antiquati: quelli che Gaetano Salvemini chiamerà “avvocaticchi”, sopravvissuti fin dentro il ‘900), da un lato, mentre dall’altro lato emergevano nuovi ceti (quel terzo stato teorizzato da Siéyès) da cui provenivano gli illuministi. Questo nuovo tipo di intellettuali però non si rivolgeva alle masse popolari e non metteva al centro dei suoi interessi la politica e la gestione della società: si limitava (e non era impresa da poco!) a secolarizzare la cultura.

Una cultura secolarizzata peraltro era proprio quello che serviva agli intellettuali del nuovo secolo, il XIX,  segnato da un evento di proporzioni epocali: la rivoluzione industriale, destinata a incidere assai più di quella francese sull’evoluzione della modernità. Lo sviluppo dell’industria ha provocato la massiccia urbanizzazione di masse contadine trasformate in operaie: quindi la rottura del loro legame con la cultura e gli intellettuali tradizionali, e il loro abbandono al degrado materiale e al disorientamento culturale nelle nascenti città industriali. Ma quello sviluppo ha prodotto anche la formazione di un nuovo ceto urbano di professionisti addetti all’industria (ingegneri e tecnici vari: quelli che Gramsci chiamerà “intellettuali organici” rispetto alla classe operaia) ma anche di addetti ai servizi: nasce qui il cosiddetto terziario, destinato a comprendere anche insegnanti e operatori sociali e culturali vari. E’ questo insieme di nuovi ceti (operai e borghesi) che costituisce il “popolo” interlocutore specifico per degli intellettuali che hanno assorbito la lezione dell’Illuminismo.

A questo punto si produce nelle società in via di modernizzazione un’articolazione destinata a durare fin quasi ai giorni nostri. Da un lato abbiamo masse contadine e borghesia agraria ancora immerse nella cultura pre-moderna gestita dagli intellettuali tradizionali, e in linea di massima ancora estranee alla dialettica politica: questo settore sarà continuamente eroso lungo gran parte dell’800 e i primi decenni del ‘900, e finirà per essere inglobato nella politica solo in una società industriale pienamente compiuta (in Italia, col miracolo economico degli anni ’50, mentre negli USA ciò era avvenuto dopo la prima guerra mondiale). Questa società agraria tradizionale all’epoca poteva fornire ispirazione a utopie anti-moderne, elaborate anche da grandi intellettuali come Tolstoj.

Nel frattempo nelle città (dove si svolgeva sostanzialmente la dialettica politica) c’erano da un lato masse operaie culturalmente e socialmente degradate (pensiamo alla descrizione della classe operaia inglese, all’epoca la più avanzata, dovuta ad Engels, alla Parigi di Victor Hugo, e poi alla Chicago studiata dai primi sociologi urbani, ma anche alle iniziative di don Bosco e dei suoi salesiani nelle nascenti città industriali italiane); dall’altro lato c’era la piccola borghesia urbana destinata a diventare, in prospettiva, il settore numericamente dominante delle società industrializzate. All’interno di questo settore si sviluppavano molte figure professionali che svolgevano un lavoro intellettuale: insegnanti, giornalisti, operatori sociali, professionisti terapeutici e forensi. Ma queste figure (quelle che Bourdieu chiamerà “intellettuali di secondo rango”) per poter esercitare la funzione d’integrazione culturale delle masse subalterne (coesione sociale e/o accettazione della subordinazione) non disponevano più dei punti di riferimento culturali dei loro predecessori nelle società pre-moderne. Le mitologie e le pratiche tradizionali, religiose e laiche, si erano dissolte nel calderone della città industriale.

A questo punto trova uno spazio sconfinato davanti a sé una nuova categoria, quella degli intellettuali maîtres à penser: gli eredi degli enciclopedisti francesi, degli illuministi scozzesi e dei proto-romantici tedeschi da un lato, e dall’altro gli scienziati orientati a proporre letture dell’universo (come Laplace) e dell’umanità (come Darwin) radicalmente alternative rispetto a quelle tradizionali; mentre dal canto loro molti altri intellettuali inauguravano l’alleanza simbiotica tra scienza e tecnologia destinata a produrre, alla lunga, l’odierna Silicon Valley.

Questi nuovi maîtres à penser hanno finito per fornire ricco materiale, sul quale si è formato anche un pensatore come Karl Marx: figlio assai più degli enciclopedisti, di Smith e Ricardo nonché di Darwin, che non di quel confusionario proto-romantico di Rousseau (contrariamente a quanto hanno pensato diversi marxisti italiani nel 900). E Marx, corredato dalla cultura positivistica ma reso mobilitante dal nuovo mito della rivoluzione proletaria, è diventato di gran lunga il principale maître à penser dell’intellettualità occidentale, di primo e secondo rango, fra ‘800 e ‘900.

Da qui proviene un nuovo ceto di intellettuali, nato con l’esperienza della Comune di Parigi (1870) e la Prima Internazionale e finito con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS: gli intellettuali di partito, tra cui i “rivoluzionari di professione”.

Senza il lavoro quotidiano, oscuro ma decisivo, di tanti intellettuali “di secondo rango” di origine piccolo-borghese, che si sono dedicati alla strutturazione delle organizzazioni in cui la classe operaia industriale andava esprimendo la sua soggettività (sindacati e partiti politici), non si sarebbe sviluppato quello che chiamiamo movimento operaio, e che direttamente o indirettamente ha influenzato in misura decisiva tutti gli eventi di quei cento anni di storia. Quando, nel dibattito pubblico, oggi ci si lamenta del fatto che siano venuti meno i partiti politici, e quando ci si commuove al ricordo di personaggi molto amati come Enrico Berlinguer, in realtà si assume un atteggiamento “passatista” che in altri tempi si sarebbe qualificato come “reazionario”: si rimpiange un passato che non può tornare. E gran parte di quella che oggi si auto-denomina “sinistra” e si proclama progressista, in realtà è caratterizzata proprio da questo tipo di riflesso culturale. In effetti, quello che una volta era il rimpianto per il “buon tempo antico” coltivato dalla borghesia conservatrice, è diventato (con altre parole ma con analogo senso) il refrain dei salotti bempensanti liberal, educatamente “democratici”, e anche molti intellettuali di primo piano e studiosi di scienze sociali vicini alle grandi confederazioni sindacali non si peritano di esprimere pubblicamente il rimpianto per la catena di montaggio e l’operaio-massa: un mondo che a partire dagli anni ’80 del ‘900 non c’è più, e non può tornare.

E dal loro punto di vista (reazionario) hanno ragione. La classe operaia industriale affondava le sua radici nella realtà di fabbrica, e in tal modo acquisiva la consapevolezza di operare sul fronte avanzato del “progresso” dell’umanità: era questo a permetterle di passare dall’essere “classe in sé” all’essere “classe in sé e per sé”, e quindi potenziale classe dominante alternativa (dittatura del proletariato), come giustamente teorizzava Lukàcs. Per questo l’operaio sociale vagheggiato dal mio vecchio amico Toni Negri, dove si ritrovano insieme riders, pizzaioli, inservienti di supermercato, badanti e raccoglitori di pomodori, non ha nessuna speranza di prendere il posto dell’operaio di fabbrica in vista di un’ipotetica rivoluzione proletaria. Anche questi ultimi sono proletari, hanno solo delle catene da spezzare; ma non controllano alcun ganglio decisivo della struttura sociale, come accadeva all’operaio industriale.

E come mai quest’ultimo da punta di diamante del progresso sociale si è trasformato in ceto residuale arroccato nella difesa di posti di lavoro continuamente erosi? Qui Karl  Marx avrebbe potuto insegnare qualcosa ai dirigenti dei partiti di ispirazione socialista, e quindi in Italia soprattutto del PCI, e di quelli che hanno cercato di prenderne il posto. Ma ciò avrebbe presupposto che quei dirigenti ne avessero davvero interiorizzato l’insegnamento. E invece, ancora oggi, almeno quelli che ne hanno memoria storica (penso ad esempio a Bersani e a Bertinotti, recentemente intervistati in argomento su questa Rivista), parlano di svolta della Bolognina e di sinistra attuale senza mai fare riferimento alla teoria marxiana dello “sviluppo delle forze produttive”.

Marx aveva capito che in tutte le società lo sviluppo delle tecnologie produttive determina mutamenti nelle tipologie, nelle caratteristiche e nella quantità dei prodotti, e quindi nei consumi e nelle strutture sociali e culturali: cioè che esso è il motore della storia. Esso infatti aveva dato luogo alla nascita della classe operaia industriale, e il suo ulteriore sviluppo avrebbe finito per entrare in contraddizione insanabile con la subordinazione degli operai al capitale, e quindi avrebbe fatto esplodere la rivoluzione.

Marx aveva colto nel segno individuando il motore della storia; ma non poteva prevedere che proprio questo sviluppo delle forze produttive, dando vita alla società post-industriale, avrebbe disarmato la classe operaia. Ed è quello che è avvenuto tra gli anni ’70 e gli ’80 e che i dirigenti della sinistra hanno mancato completamente di analizzare, mentre invece quel fenomeno tagliava l’erba sotto tutti i partiti di ispirazione socialista, che occupavano quasi per intero l’area della sinistra.

La svolta della Bolognina ha evitato al PCI una lenta agonia, ma è avvenuta senza alcuna analisi seria della situazione e delle prospettive, e le odierne interviste succitate ne costituiscono ulteriore testimonianza. La sinistra già comunista è semplicemente uscita di scena (tranne qualche brandello ostinato, che ha subito l’agonia di cui sopra) lasciando tutto lo spazio a due nuovi attori spregiudicati, completamente privi di una cultura paragonabile a quella di cui era portatore il movimento operaio. E senza un apporto significativo da parte degli intellettuali di rango (quelli di partito, gli ex-rivoluzionari di professione, si sono semplicemente estinti, almeno dalle nostre parti).

Il primo di questi attori è stato (e tuttora resta) il quotidiano “La Repubblica”: una brillantissima operazione mediatica trasformata in operazione politica dal suo inventore Eugenio Scalfari, uomo di formazione autenticamente liberale ma dotato di grande carisma personale.  E il carisma difficilmente convive col liberalismo.

Facendosi forte di quella sua formazione, che gli consentiva di aggirare il lutto per la vittoria del capitalismo e la fine del socialismo, costui ha cercato di sposare l’anima liberal dei vincitori: l’America bostoniana, l’Europa francofortese ma soprattutto bruxellese (europeismo generico), i valori universalistici della Carta di S. Francisco, il tutto condito (anacronisticamente) in salsa antifascista al canto di “Bella ciao!” (canzone che non ha nulla a che fare con la Resistenza: noi comunisti degli anni ’50 la ignoravamo completamente, e l’abbiamo sentita cantare solo alla fine degli anni ’60). Agli orfani e alle vedove del ’68 e del mito della rivoluzione proletaria è stata offerta in cambio questa melassa culturale, che peraltro ha il pregio di essere “rispettabile”, formalmente “democratica” e soprattutto adatta a conservare tutti i privilegi di chi ce li ha. Ma tant’è! Il partito di Repubblica di fatto ha finito per gestire la sinistra italiana a partire dal dopo-Bolognina e dalla vicenda giudiziaria di “mani pulite”.

Già, “mani pulite”! Quel momento ha dato occasione alla nascita trionfale del partito dei Procuratori della Repubblica, quello che da decenni determina buona parte dell’agenda politica in questo Paese esercitando a discrezione l’iniziativa dell’azione penale (tutti sanno perfettamente, e gli stessi Procuratori in privato lo ammettono tranquillamente, che l’obbligatorietà dell’azione penale sancita dalla Costituzione è materialmente impossibile: quindi viene sistematicamente sostituita dalla discrezionalità) e stabilendo un filo diretto con un’informazione giornalistica corriva.

Quando tutti noi abbiamo sdegnosamente preso le distanze da Fukuyama perché la sua previsione sulla fine della storia (dopo lo scioglimento dell’URSS) si stava mostrando clamorosamente fallace, non abbiamo tenuto conto abbastanza del fatto che in realtà, con le strategie della globalizzazione e del multilateralismo, si era dato il via a un processo di riduzione dello spazio di autonomia della politica attraverso una catena di trattati internazionali tendenti a giuridicizzare la politica: una serie di spazi tradizionalmente riservati alla decisione politica venivano predefiniti con norme del diritto internazionale, la cui applicazione sarebbe spettata a organismi giurisdizionali privi di legittimazione democratica. In poche parole: più potere ai giudici!

Peraltro i giudici (quelli colti, e non solo preparati tecnicamente) sanno benissimo che la funzione giurisdizionale implica inevitabilmente una dimensione politica. Lo ha sostenuto a chiare lettere e ripetutamente (nelle svariate edizioni della sua “dottrina pura del diritto”) il pontefice massimo del positivismo giuridico novecentesco: Hans Kelsen; e lo dichiarò esplicitamente nel corso del congresso di fondazione dell’Associazione Nazionale Magistrati (1965)  Adolfo Beria d’Argentine, destinato a essere un leader della magistratura associata. La norma infatti non regolamenta un caso particolare bensì una fattispecie, una generalità di casi possibili; Il giudice invece si trova di fronte proprio il caso particolare, e deve decidere quale norma applicarvi; per far questo è costretto a qualificare giuridicamente il caso (cioè a “rubricarlo”), e questa operazione implica una valutazione di merito che non è regolata dal diritto ma discende da modelli culturali interiorizzati: in questo senso si può dire che è politica.

Il processo di giuridicizzazione della politica, dal canto suo, ha comportato la costruzione di fattispecie per natura piuttosto vaghe, che lasciano quindi al giudice (quello delle corti internazionali, ma anche quello italiano) un largissimo spazio di discrezionalità, introducendo così di fatto un potente fattore di squilibrio tra i poteri dello stato nei singoli contesti politici.

In questa situazione gli intellettuali tutti (di primo e secondo rango), dopo aver cessato di schierarsi dalla parte della classe operaia in vista di un’imminente rivoluzione (sperando così di diventarne surrettiziamente “organici”) si sono schierati a favore del perbenismo liberal (che non ha niente di propriamente liberale, ma è tendenzialmente totalitario), della “osservanza delle regole” (quella che una volta era la parola d’ordine dei conservatori duri e puri) e del diritto internazionale (dimenticando che per natura le sue norme sono effettive solo fino a quando gli stati decidono di farle funzionare). Di fatto oggi la congiuntura internazionale (ossia i rapporti di forza reciproci tra grandi e medie potenze) spinge tutti gli attori mondiali che contano a bypassare quelle norme, e la protesta degli intellettuali e delle “anime belle” lascia il tempo che trova.

Per concludere, al nostro tempo gli intellettuali che lavorano per favorire la coesione sociale e l’accettazione dello status quo, il loro lavoro lo fanno con una certa efficacia. A dimostrarlo basterebbe il fatto che, in un’epoca di demistificazioni e demitizzazioni a oltranza, siano riusciti a radicare profondamente tra gli italiani, come mito fondativo della nostra convivenza, il testo della vigente Costituzione. Con tutti i suoi pesanti limiti, questo mito è meno peggio di altri, e quindi contentiamoci!

Quelli che invece sembrano essere proprio evaporati sono gli intellettuali con la maiuscola, quelli che dovrebbero costituire coscienza critica e non faziosa, intellettualmente onesta, dell’opinione pubblica, quelli capaci di onorare il liberalismo inteso come spazio di confronto spregiudicato: come facevano i sofisti nel mondo classico, e che per fortuna sono riusciti a lasciare qualche traccia del loro contributo nonostante il tentativo di oscuramento totalitario massicciamente operato da Platone. Se oggi ce n’è ancora qualcuno, speriamo che riesca a bucare l’oscuramento totalitario praticato nei loro confronti dall’attuale sistema dei media.

In copertina: Monique Safford, “Colette Elderly” (2000), olio su pannello

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