“E ancora chiediamo perdono” è il titolo del volume scritto da un operatore sanitario dell’UNICEF a Gaza, Loris De Filippi. L’autore lo ha dedicato ai bambini di Gaza, bambini che rischiano di saltare su bombe inesplose, che soffrono la fame, che non possono più camminare, ed anche “ a quelli che non conosceremo mai, perché siamo arrivati troppo tardi”[1]. È un libro che offre una lezione di umanità, una testimonianza che rivela la quotidianità di una tragedia impensabile che nessun governo del mondo ha saputo, o voluto, fermare.
Infermiere di formazione, Loris De Filippi da trent’anni lavora in contesti di crisi, di guerre ed emergenze sanitarie. Ha collaborato con Mèdicins Sans Frontières, di cui è stato presidente, e con UNICEF, WHO, UNFPA e WFP; dalla Siria ad Haiti, al Bangladesch, in America Centrale, in America Latina. Nel prologo chiarisce che per anni ha scritto solo per denunciare una crisi, mai per raccontare se stesso. Gaza invece gli ha imposto questa eccezione.
A Gaza non erano ammessi giornalisti stranieri, non è stato possibile raccontare quanto accadeva, filmare, far conoscere la realtà che il mondo non doveva sapere. “Ci sono stati solo silenzi e censure. E quando il silenzio diventa assoluto, chi cura deve anche testimoniare”[2].
L’unico modo per mostrare cosa realmente è avvenuto – e ancora accade – a Gaza, è stato allora di raccontarlo in un libro.
La funzione di Loris nella missione a Gaza era di sostenere le terapie intensive pediatriche e neonatali, che occorreva far funzionare anche nei momenti critici, quando l’elettricità mancava e l’aria era irrespirabile, tra le corse contro il tempo dentro reparti al collasso e neonati tra la vita e la morte. Era il modo di proteggere il futuro di Gaza, perché, scrive Loris, saranno i bambini salvati di Gaza, tra trent’anni, a negoziare la pace, “la pace che noi non abbiamo saputo costruire”[3].
A Gaza i veicoli d’aiuto sono stati bloccati. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Givr sostiene che gli aiuti umanitari siano deviati in modo sistematico, e quindi ogni concessione di aiuti deve essere subordinata a controlli molto severi. Questa è anche la posizione del governo di Netanyahu, che lo afferma pubblicamente per giustificare l’interruzione totale degli aiuti. È stato imposto un sistema centralizzato gestito da una organizzazione che non può essere considerata indipendente: la Gaza Humanitarian Foundation[4].
“Ma questo sistema – precisa De Filippi – è intrinsecamente disumano.” Perché gli aiuti non raggiungono i quartieri assediati e ci sono solo due punti di distribuzione per un milione e mezzo di persone che non hanno mezzi di trasporto. Le conseguenze sono devastanti. Migliaia di persone rischiano di finire sotto bombardamenti e sparatorie, restando senza riparo e senza acqua per ore. Così la gente muore per sfamarsi.[5]
“C’è qualcosa di atroce – commenta Loris De Filippi – nella visione di uomini in fila per ricevere la vita da chi gliel’ha tolta…Hannah Arendt avrebbe parlato di banalità del male, di quel punto in cui l’obbedienza sostituisce la coscienza e l’uomo diventa ingranaggio.”
Gli operatori umanitari, molti dei quali con esperienze in altre zone di guerra come la Siria, l’Afghanistan o il Sud Sudan, hanno affermato che quanto hanno potuto vedere a Gaza supera quello che avevano visto altrove. I dati raccolti nei loro registri tra agosto 2024 e febbraio 2025 da settantotto tra medici e infermieri provenienti da ventidue ONG dagli USA al Canada, dal Regno Unito ai paesi europei parlano chiaro.
Il volume racconta quello che i media non sono stati autorizzati a mostrare: la crudeltà e l’efferatezza degli attacchi scatenati dall’IDF contro la popolazione civile nella striscia di Gaza.
“A fine settembre 2025 la situazione umanitaria resta estremamente critica. Dall’inizio del conflitto si contano 67.074 morti e 169.430 feriti. La fame è ormai diffusa: 459 persone – tra cui 154 bambini – sono morte per denutrizione nelle ultime settimane. Il 58 per cento dei farmaci essenziali è esaurito e gli ospedali riescono ad operare solo a intermittenza”[6].
Prima di partire Loris De Filippi non immaginava che sarebbe stato così vicino alla guerra.
A Gaza non c’è, come per altre missioni umanitarie “una zona protetta…dove tornare la sera, lavarsi, dormire, ritrovare per un attimo la misura del mondo”[7].
In una terra lunga poco più di 40 chilometri si è verificato uno dei più gravi collassi sanitari dei nostri tempi, con gli ospedali diventati luoghi di emergenza estrema e le strutture ospedaliere storiche messe fuori uso. Agli occhi degli israeliani, anche chi soccorre i palestinesi può essere un potenziale nemico e diventa un gazawi, un potenziale bersaglio. Dai racconti e dalle testimonianze di “E ancora chiediamo perdono” emerge il coraggio estremo di tutti coloro che non si rassegnano, nonostante l’orrore e la disumanità quotidiana, e lottano per la vita, per la dignità. Anche portare cibo per gatti dentro Gaza, ad esempio, è un gesto per sottrarsi alla logica della distruzione. “Non è leggerezza, è dignità. Accudire un animale, chiamarlo per nome, è un modo per dire “io non sono solo un numero”[8].
“ Non ho mai visto nulla del genere” ha detto a Loris il suo collega norvegese di Medici senza frontiere, Morten, da lui reincontrato in questa missione. “Ieri notte decine di feriti in poche ore. Bambini con colpi d’arma da fuoco, donne, amputazioni, volti irriconoscibili”[9].
Sono tante le persone che Loris De Filippi ha conosciuto durante la sua permanenza a Gaza: operatori umanitari stranieri e personale sanitario palestinese, medici e infermieri, madri e padri di neonati da curare, di figli feriti, abitanti della Striscia di Gaza che si sono rivolti alle loro cure. Tra di loro c’è Hussam Abu Safiya, il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, che si trova a Beit Lahia, nel governatorato di Gaza Nord.
La città è considerata un feudo di Hamas e per questo è stata duramente colpita dal 2023.
Il 25 ottobre 2024 il cielo sopra la città di Beit Lahia era pieno del ronzio di droni.[10] Un’esplosione colpì e uccise suo figlio Ibrahim di 15 anni, che insieme alla madre e agli altri fratelli stava cercando riparo nell’ospedale Kamal Adwan. Il dottor Hussam Abu Safiya lo aveva visto morire.
Quando il piccolo gruppo di operatori umanitari, tra i quali Loris, arrivarono infine al Kamal Adwan, struttura ospedaliera come molte altre ormai gravemente danneggiata, il dottor Hassam Abu Safiya diede loro il benvenuto. La strategia che Loris e gli altri colleghi gli proposero era di creare una rete di reparti, in più ospedali, in modo che se uno cadeva, gli altri rimasti in piedi potevano sostenere i pazienti. In quella circostanza Loris telefonò alla coordinatrice del team, nella base di Deir al Balah da cui erano partiti, e le disse: “Abbiamo deciso di seguire la struttura, Silvia…ma tutti qui sentiamo che la fine dell’ospedale è imminente. L’assedio sta strangolando i tre ospedali del nord. Questa volta sembra definitivo.”[11]
A novembre e dicembre 2024 infatti arrivarono gli ordini dell’esercito israeliano di far evacuare il Kamal Adwan, che l’esercito israeliano considerava un centro operativo di Hamas. Negli stessi giorni all’ospedale arrivarono anche colleghi indonesiani degli operatori, accompagnati dall’OMS.
Poi arrivò il colpo finale. Una serie di attacchi colpisce l’ospedale: 29 morti, di cui quattro sono membri del personale medico. È il dottor Hussam a farsi avanti per fermare la carneficina. “Ha la camicia bianca macchiata di polvere e sangue, ma la testa alta. Quando lo portano via non è necessaria alcuna violenza. Un militare gli mette una mano attorno a un braccio e lui lo segue senza opporre resistenza. Senza nessun addio”.[12]
Hussam Abu Safiya si trova adesso in una cella di isolamento estremamente piccola, praticamente murato vivo in una cella in cui ha lo spazio appena sufficiente per sedersi, ed è stato vittima di ripetuti abusi in prigionia. [13] Amnesty International ha lanciato un appello a suo favore: https://www.amnesty.it/appelli/gaza-liberta-per-il-dottor-hussam-abu-safiya/.
Loris de Filippi ha lasciato la striscia di Gaza dopo 9 mesi, avendo ultimato la prima parte della missione. Dopo tre mesi di pausa, è tornato a Gaza.
“Sai quale è la cosa più incredibile? gli aveva detto il suo collega Ibrhaim al termine della prima riunione del loro team “Che nonostante tutto noi vogliamo ricominciare. Non importa se gli ospedali sono macerie. Se ci danno anche solo tre incubatrici e un generatore, ricostruiamo. Non ci arrendiamo. Noi restiamo umani”.

In copertina: dettaglio di Loris De Filippi, E ancora chiediamo perdono, 2026, Milano, Mondadori
[1] Una testimonianza da Gaza. Loris de Filippi “E ancora chiediamo perdono” Mondadori editore Marzo 2026 , pag. 3
[2] Ibidem pag. 4
[3] Ibidem
[4] Ibidem pag 158 La GHF nasce all’ inizio del 2025 da una decisione unilaterale di Israele sostenuta da alcuni donatori occidentali, ma la sua struttura racconta un’altra verità: direzione americana, staff misto israele-statunitense, ex ufficiali e contractor che in passato hanno servito nelle forze armate USA o in compagnie di sicurezza private attive in Iraq e in Afghanistan.
[5] Ibidem pagg. 160 161. Secondo fonti incrociate dal 27 maggio 2025 (data di inizio delle operazioni della GHF) all’ottobre 2025 si contano 2615 vittime civili tra coloro che cercavano aiuti presso i siti o lungo i percorsi dei convogli. Nelle due cliniche di Medici Senza Frontiere prossime ai punti GHF sono stati portati 1.380 feriti e 280 cadaveri tra il 27 giugno e il 24 luglio.
[6] Ibidem pagg. 177 -178
[7] Ibidem pag. 11
[8] Ibidem pag. 15
[9] Ibidem pag 179
[10] Ibidem pagg. 89-90
[11] Ibidem pag, 96
[12] Ibidem pag. 117
[13] Il quotidiano indipendente e progressista di Israele Haaretz racconta che le autorità hanno messo in isolamento un medico palestinese, uno dei prigionieri palestinesi più noti al mondo, che era stato già detenuto per 17 mesi senza alcuna accusa formale nei suoi confronti. Parliamo del dottore Hussam Abu Safiya, pediatra e neonatologo arrestato sul posto di lavoro il 27 dicembre 2024 e portato in carcere. La sua detenzione viene prorogata ogni sei mesi. Già prima del suo arresto era diventato un simbolo della sofferenza nella Striscia di Gaza, dopo che suo figlio era stato ucciso. Lui stesso era rimasto ferito ed era però rimasto a lavorare nell’ospedale ormai semidistrutto. https://www.raiplaysound.it/audio/2026/06/Radio3-Mondo-del-10062026-c2138b85-957b-4536-9600-db5002a36b2e.html

