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Difendo il Liceo Classico

Perché iscriversi nel 2026 ancora al Liceo Classico? Perché rivolgersi al passato, mentre tutti ci spingono verso un futuro in cui “andare al massimo”, adorando come un totem collettivo tecnologie e velocità?

Il Manifesto dei Futuristi nel 1909 prometteva di distruggere la Nike di Samotracia, di bruciare i Musei, di uccidere “il chiaro di luna” per sostituirlo con un “ode” al rombo dei motori. Scompariva allora un mondo (poco dopo vi sarebbe stata l’ultima carica di un reparto di cavalleria) e partiva la rincorsa alle mitragliatrici, ai sommergibili ed agli aeroplani: anche la guerra sembrava aver fretta, eppure ci s’impantanò nella più triste e lunga logorante trincea.

Dopo l’Unità, il nostro ordinamento scolastico aveva posto su di un trono il Liceo Classico, al vertice di una piramide socio-culturale, che poi sarebbe stata confermata e rafforzata nel ventennio dal filosofo Giovanni Gentile in veste di Ministro della Pubblica istruzione (fino al 1929 conservò quella bella dizione). Questo sistema fortemente gerarchico ha retto nel secondo dopoguerra e, pur scalfito dalle proteste “egualitarie” sessantottine, ha sostanzialmente parato i colpi fino agli inizi di questo secolo.

Poi, per diversi anni, si è assistito alla “venerazione” di un nuovo totem: il Liceo Scientifico, che invece per decenni era stata la “seconda scelta” per quelle classi sociali medio-alte in funzione dei successi universitari. Per le altre opzioni, ormai diventate un mare magnum, ha sempre contato l’idea del titolo “finito” che avrebbe potuto consentire l’immediato accesso alla vita lavorativa. Intanto, lo Scientifico oggi è presentato come il “top” per i giovani abbienti, desiderosi di farsi strada negli ambiti universitari più alla moda e più disparati. Dicono che lo Scientifico risponda meglio agli imput di questa frenetica società globalizzata, sempre interconnessa, proiettata verso “magnifiche sorti e progressive”. Anzi, qualsiasi scelta scolastica, sarebbe più indicata per affrontare le sfide odierne: ogni indirizzo è “futurista”!

Il Classico è una scelta residuale, “putritudine archeologica” per dirla alla Marinetti. Inoltre, ci si aspetterebbe di trovare qui asserragliati (come soldati giapponesi su isole del Pacifico, a guerra ormai finita) tra questi banchi gli ultimi romantici, i figli di famiglie agiate ma retrograde. Invece, posso testimoniare che attualmente gli iscritti provengono dalla piccola borghesia e da ceti operai in misura ben più consistente di quanto ci si potrebbe immaginare: ora diversi allievi frequentano il Classico, pur avendo genitori non laureati.

Ritorno, quindi, al quesito dell’incipit per proporre alcune riflessioni. In un’epoca tanto votata alla velocità, diviene un utile esercizio “spirituale” dedicare delle ore all’elogio della lentezza. La traduzione di un brano greco o latino, se fatta senza l’ausilio di strumenti avanzati per la riduzione o addirittura l’annullamento di tempo e difficoltà, predispone ad un esercizio fondamentale: allenare il libero pensiero ed esercitare l’autonomia in campo culturale. Trascorrere delle ore solitarie in compagnia dei grandi del passato, può essere l’antidoto all’omologazione ed alla rinuncia ad una fisionomia individuale. Al Classico (più che altrove) è ancora possibile, per dirla con Bacone, sentirsi dei nani sulle spalle dei giganti. Qui, ovviamente incontrando il giusto corpo docenti, si può percorrere i “più deserti campi a passi lenti e tardi” intessendo un dialogo con Petrarca o immedesimarsi in Ettore quando è costretto a salutare per l’ultima volta la moglie ed il figlio, prima di affrontare una morte certa per mano di Achille. E, se qualcuno ritiene che non si curi a sufficienza il polo della Matematica – Fisica e Scienze, lo invito a frequentare aule dove semmai sono proprio il Greco ed il Latino a “vedersi” sacrificare in virtù di un tentativo di restare ad ogni costo al passo dei tempi.

Nella mia carriera ho insegnato quasi in ogni tipo di Istituto e ho seguito allievi di ciascuna delle cinque province della Campania: posso dire, senza tema di smentita, di aver dato sempre l’anima per ottenere il meglio dagli alunni, ma ovunque ho incontrato sia grano che loglio. Non c’è differenza in questo tra le varie tipologie d’Istituto e non c’è nemmeno necessità di creare nuovi indirizzi in continuazione. In conclusione (ma forse varrebbe la pena tornare sull’argomento), la scuola italiana è di sicuro in crisi sotto molteplici punti di vista, ma non è certo il Liceo Classico l’anello debole della catena.

Difendo il Liceo Classico | Lab Politiche e Culture