Il regista Massimo Battistella, nel realizzare il docu-film “Dom”, si è avvalso di un linguaggio cinematografico profondamente innovativo, attualissimo in questo triste tempo. Assistiamo quotidianamente a “scontri di civiltà” affrontati con l’incosciente e malvagio uso di armi di distruzione di massa. Il film propone, all’opposto, il pensiero di una bambina innamorata della vita, a cui la guerra voleva negare il futuro.
Mirela Hodo, oggi una quarantenne residente a Rimini, viveva come bambina di dieci anni a Sarajevo durante l’assedio nel 1992, che fu l’inizio della disgregazione della federazione jugoslava, così vicina eppure così lontana dalle sponde dell’Adriatico italiano. La bimba trovò accoglienza e rifugio in Rimini, ma, dopo trent’anni ha avuto l’impellente bisogno di ritessere il suo vissuto. Così ha proposto di “montare” documentari dell’epoca con i suoi vividi ricordi, nell’intenzione di narrare tutta un’altra storia, la perdita del senso di umanità e del valore della vita umana.
Il docu-film, nella cinquina dei Nastri d’argento, ha aperto la sezione delle Notti alla mostra del cinema di Venezia quest’anno. Ha ben visto la Kama Production, ed il produttore Riccardo Biadene, investendo un piccolo capitale in speranza, facendoci conoscere cosa possa rappresentare per una bambina di dieci anni il violento sradicamento. Attraverso le parole e lo sguardo della protagonista Mirela, attrice nel ruolo di sé stessa, si riflette sul viaggio come ricerca.
Proiettato a Sarajevo, in pochi mesi il film ha anch’esso viaggiato molto: in Italia è stato visto a Rimini, Roma, Venezia alla Mostra, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Genova, Trieste… Arrivato a Napoli proseguirà con proiezioni a Palermo e Cagliari.
Il docu-film dunque narra in modo totalmente nuovo la dura visione delle rovine prodotte dalla globalizzazione delle guerre. Niente a che vedere con la concezione romantica che pure nelle rovine cercava di rintracciare e di narrare un accaduto storico. Un verbo ora molto in voga, sicuramente derivato dalla attuale rovinosa gestione dei rifiuti nel mondo, è “intombare”: dopo le guerre si vogliono seppellire i ricordi più fastidiosamente complessi di tanti popoli. Eppure, il figlioletto della protagonista Mirela sogna, e racconta alla madre di un raggio di luce tra le rovine, alla vigilia del suo solitario viaggio.
Mirela, per la prima volta dopo trent’anni, ha l’impellente bisogno di rivedere la “sua” Sarajevo lasciata a dieci anni, perché prova dolore, angoscia e addirittura sensi di colpa, per quello che vive come un volontario abbandono della sua “Heimat”. Analogamente al termine tedesco, Dom infatti vuol dire “patria” nel senso di casa, luogo di una comunità di linguaggi, affetti e continuità di ricordi.
Eppure Mirela ha vissuto l’infanzia nell’orfanotrofio “DomBjelave”, senza contatti con la famiglia ed in particolare con la madre che lei, una volta a Sarajevo, cerca grazie a un numero di telefono, che la segreteria dichiara “momentaneamente non raggiungibile”.
Mirela crea lo splendido montaggio del film, apre delicatamente le porte e fa entrare il cinema nella sua vita, nei suoi sguardi e nell’insieme di sguardi che il cinema produce con il proprio linguaggio.Ma, grazie a lei ed alla sua consapevolezza, il cinema entra nella vita senza nessuna concessione artefatta al meccanismo cinematografico. È come se Milena delicatamente si appropriasse della macchina da presa per introdurre, con la “sua” realtà ed il “suo montaggio”, oltre ogni soggettiva ed ogni realismo, la sua verità di protagonista.
La seguono con passione il produttore, la sceneggiatrice e co-regista Chiara Barbo, la psico-drammaturga Lisa Pazzaglia ed il regista.Dopo la visione qualcuno nel pubblico ha detto che una sequenza importante faceva ricordare la scena madre indimenticabile della fuga del ragazzo nel film di Truffaut I Quattrocento colpi. Si tratta di una piano sequenza trasmesso dai telegiornali di allora: si vedevano centinaia di bambini inseguire gli autobus che dovevano trasportare in Italia gli orfani di Sarajevo… Non tutti riuscirono a partire, e questo è ancora vissuto come senso di colpa che pesa sul cuore di Mirela che sta cercando di elaborare il lutto per la madre che l’ha abbandonata. Non può fare a meno di domandarsi incessantemente: “E’ stato migliore il destino di chi è partito o di chi è restato?”
Come ne “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman, Mirela si riappropria a poco a poco, nel viaggio di andata, della “sua” lingua, della “sua” musica, dei balli della “sua” infanzia, del caffè alla turca che noi italiani scoprimmo allora, mentre loro scoprivano la moka. Era un’adolescente, e tutto ciò le apparteneva pienamente.
Il pubblico in sala a Napoli era composto da persone legate da profonda amicizia, talvolta da matrimonio, a coetanei provenienti dalla Bosnia, per noi italiani meta di turismo e contatto imprescindibile con l’Europa dell’est. Allora si accolsero con rispetto e curiosità gli amici dell’est, senza pietismi.
La Neretva, fiume carsico, famoso per le sue acque verde smeraldo ed il suo eco-sistema limpido e delicato, attraversa Mostar, un’altra città bosniaca: le due sponde, prima della guerra, erano congiunte da un magnifico e monumentale ponte cinquecentesco di costruzione turca. Ebbene quel ponte fu distrutto a metà. Così le madri che partorivano a Mostar est non potevano afferire alle cure dell’ospedale di Mostar Ovest…! Una ginecologa napoletana allora si trasferì a Mostar per farle partorire presso il proprio domicilio e il Cerchio dei popoli, un network di associazioni pacifiste,organizzò un convegno sull’assistenza domiciliare, innovativa prassi assistenziale. Alla fine del convegno a Napoli le donne di Mostar est e Mostar ovest mi regalarono (ero la referente tra l’associazionismo de Il Cerchio dei Popoli e l’ente locale da cui dipendevo) un pregevole dipinto che raffigura il ponte diroccato che cerca l’altra riva con un arcobaleno. Questo dipinto non parla solo alla parete di casa mia, ma guida il mio cuore e la mia coscienza. A Sarajevo si vive ancora in un’estrema povertà, e Mostar è ancora contesa tra serbi e bosniaci.
In quel periodo io organizzavo l’Ufficio Rom e patti di cittadinanza del Comune di Napoli, ufficio creato perché affluirono in città dall’ex Yugoslavia 3000 profughi. E tra quelli che sfuggirono al nazionalismo, ai massacri in Bosnia, agli stupri di massa su base etnica che seguono sempre ogni guerra, ci fu una gran numero di gitani slavi. Vivono ancora oggi nelle discariche italiane, i così detti campi rom, dove muoiono senza carta d’identità e senza nome, cioè solo col patronimico.
La colonna sonora del film mi ha evocato ricordi intensi e molto personali, legati al fatto che a Napoli in quegli anni si diffuse la conoscenza e la moda delle musiche balcaniche, con i loro arcaici ritmi dispari. Io ebbi modo di frequentare in particolare il gruppo ‘Il Tiglio’. La musiche che accompagnano alcune scene del film sono appunto balcaniche, ma anche romagnole, e c’è pure la zingaresca Jovana Jovanka. Sono eseguite da una fisarmonica, strumento tipico dei migranti, facile da portare quando si deve fuggire.

