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Per un salario minimo sociale in Canton Ticino

di Marco Silvani e Fabrizio Sirica

Tantissime pagine di teoria macroeconomica keynesiana hanno dimostrato che anche in una economia aperta al resto del mondo – e quindi all’interscambio di beni e servizi – l’impatto sulla crescita economica indotto da un aumento del potere di acquisto dei consumatori è fortemente significativo. Vi è, infatti, una parte del consumo che è indipendente dal reddito (i beni di prima necessità) ed una che è sensibile alla variazione del reddito e misurata dalla propensione marginale al consumo. Quest’ultima non espleta completamente la sua “forza” in quanto, soprattutto nelle fasi recessive, le famiglie tenderanno a risparmiare e/o a rinviare soprattutto le spese in beni e servizi strumentali (auto, elettrodomestici, soggiorni vacanze, etc.).

In questo sintetico quadro teorico trova spazio il ruolo fondamentale delle politiche espansive come strumento efficace alla ripresa attraverso gli aiuti alle imprese ed alle famiglie. Soffermandoci sulle famiglie ritroviamo molti esempi concreti quali il bonus del governo Renzi ai percettori di certi livelli di reddito (il valore totale della manovra corrispose a circa lo 0,4% del PIL italiano) ed il variegato menù di bonus del governo Meloni che si è disperso in molteplici rivoli senza un deciso contributo alla crescita. Nel dispiegamento degli effetti di questi aiuti bisogna infatti considerare la capacità reddituale aggiuntiva di questi bonus stante anche l’incapacità del consumatore di prevedere il suo livello di reddito futuro.

In conclusione la cosiddetta “bonus economy” si sta rivelando inefficace, costosa dal lato del bilancio pubblico e parzialmente iniqua sotto l’aspetto distributivo perché l’importo del bonus prescinde dal livello del reddito. Ed è un contributo “una tantum” che mette in pace la coscienza dei governanti ma non incide sul potere di acquisto delle famiglie.

Occorre focalizzare l’attenzione sugli interventi strutturali non solo per migliorare le condizioni reddituali ma anche, e soprattutto, per cercare di eliminare le ingiustizie sociali ed economiche legate al fenomeno del sottoproletariato. Ciò significa dare corpo al significato di salario minimo soprattutto in Italia in quanto uno dei pochi paesi europei a non aver adottato una legge al riguardo. Esistono due scuole di pensiero al riguardo: la prima, preferita dal mondo sindacale, è di fare riferimento a quanto viene sancito nei contratti collettivi di lavoro dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative (le altre sigle minori si devono allineare); la seconda è di passare attraverso una legislazione che fissi specificamente il salario orario minimo. Quest’ultimo dovrebbe anche essere declinato all’interno delle diverse categorie professionali (ad esempio turnisti) e distinguendo i lavori usuranti.

Questa seconda opzione ha forza non solo di valere erga omnes ma di essere il risultato sia di un confronto con le associazioni imprenditoriali sia di un percorso di approvazione parlamentare.

Orientarsi decisamente verso il salario orario minimo comporta anche la fissazione di valori monetari che siano anche attrattivi soprattutto per i giovani che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro. Ed a questo riguardo si deve dimenticare il riferimento ai 9 euro e riformulare livelli che comportino un reddito mensile netto (quindi dopo le tasse) di almeno 1500 euro.

Come vedremo dopo, l’esempio fornito dal Canton Ticino è un modello cui ispirarsi in quanto nasce da una matrice ideologica di sinistra ma pragmaticamente conduce all’obiettivo finale senza generare effetti collaterali negativi

L’esperienza del Canton Ticino rappresenta, infatti, un caso particolarmente interessante nel perché dimostra come l’introduzione di un salario minimo possa essere il risultato di un percorso istituzionale e concertato tra parti sociali, organizzazioni economiche e forze politiche.

L’iniziativa popolare del Partito Socialista Ticino “per un salario minimo sociale”, poneva al centro una realtà sempre più evidente: la presenza di migliaia di lavoratrici e lavoratori che, pur svolgendo un’attività a tempo pieno, non disponevano di un reddito sufficiente per vivere dignitosamente. Il fenomeno dei cosiddetti “working poors” è particolarmente accentuato in Ticino a causa della pressione salariale esercitata da un mercato del lavoro fortemente esposto alla concorrenza internazionale e caratterizzato da una significativa presenza di manodopera frontaliera, utilizzata dal padronato per abbassare i salari a livelli insostenibili per chi vive in Ticino.

L’iniziativa ha avuto il merito di portare il tema al centro del dibattito pubblico e di creare le condizioni per una discussione approfondita sul rapporto tra competitività economica e dignità del lavoro. Il confronto politico che è seguito è stato intenso, poiché una parte del mondo imprenditoriale temeva che l’introduzione di un salario minimo legale potesse compromettere la competitività di alcuni settori a basso valore aggiunto e incidere negativamente sull’occupazione.

Proprio per evitare una contrapposizione sterile tra esigenze sociali ed economiche si è sviluppata un’importante fase di negoziazione che ha coinvolto i partiti politici e le organizzazioni rappresentative dell’economia. Da questo confronto è nato un controprogetto che ha consentito di mantenere fermo il principio fondamentale – nessuno deve lavorare a tempo pieno e rimanere povero – introducendo al contempo meccanismi di applicazione graduale e con la possibilità di derogare provvisoriamente qualora si dimostri perdite di posti di lavoro.

L’aumento sarà graduale ma estremamente significativo, per alcuni settori si tratta di un incremento del 8.4% del salario, soldi che fanno la differenza alla fine del mese, che permettono di vivere e non sopravvivere, fissando un argine invalicabile al dumping salariale (fenomeno molto presente nei cantoni confinanti con la zona EURO). Come la letteratura dimostra, l’aumento del salario minimo ha un effetto anche sulle classi salariali appena più elevate, in quanto aumenta la competitività e il rapporto di forza del lavoratore.

L’insegnamento che emerge dal caso ticinese è che il salario minimo non deve essere interpretato come un’imposizione ideologica, bensì come uno strumento di politica economica e sociale capace di correggere distorsioni del mercato del lavoro. Ancora più importante è il metodo seguito: un’iniziativa popolare ha avuto la forza di aprire una discussione, ma il risultato finale è stato raggiunto attraverso il dialogo tra istituzioni, rappresentanze dei lavoratori e organizzazioni economiche. È proprio questa combinazione tra spinta riformatrice e capacità di costruire compromessi che rende l’esperienza ticinese un modello degno di attenzione anche per il dibattito italiano.

In conclusione, l’obiettivo deve essere perseguito con molto pragmatismo, evitando scontri tra le parti sociali scontri che impediscono la ricerca di una soluzione di reciproca soddisfazione, e basato su un percorso temporale di breve-medio periodo. In questo contesto è estremamente importante definire il livello di partenza (nel Canton Ticino è intorno ai 21 franchi lordi all’ora che significa poco più di 22 euro). Tale valore non è certamente sopportabile dall’economia italiana ma, parimenti, un livello di 9 euro appare assolutamente inadeguato.

Il senso di responsabilità dovrà abbracciare le parti sindacali e padronali per una soluzione condivisa.

In copertina: © Fabrizio Uliana, La finestra di fronte (2003)

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