Articolo tratto da “La Fionda”, 23 maggio 2026
Per me pari sono. Simulacri, entrambi, di dimenticate religioni politiche. Mi farò dei nemici tra i miei amici, alcuni tra questi mi toglieranno il saluto, altri – con calcolata sufficienza – ignoreranno. Sono vecchio, me ne farò una ragione. Ma la “linea rossa” è stata da troppo tempo superata: tacere è complicità. Ken Loach non vuole stare in silenzio, ma nemmeno io posso di fronte alla notte dell’amato regista in cui tutte le vacche sono nere.
Federico Bonadonna sostiene in un intenso ed acuto post che istraelismo e palestinismo sono diventati due forme speculari di “religione politica” (https://www.facebook.com/share/p/1DdL4txapE/?mibextid=wwXIfr). Di quella politica che ha smesso di organizzare e mediare tra interessi e programmi e si “limita” a costruire frontiere d’odio che impediscono qualsiasi possibilità di mediazione. Israelismo e palestinismo, un precipitato di quella “radicalizzazione reciproca perfettamente funzionale alla logica digitale contemporanea: indignazione permanente, semplificazione emotiva, tribalismo identitario, performatività morale”. Concordo. Ma la qualificazione di “religioni politiche” conferisce a palestinismo e israelismo una patente e un’aureola di nobiltà che non meritano.
La storia alla rovescia
Siamo oltre la logica binaria del conflitto, dell’agonale conflitto tra amici e nemici posta da Carl Schmitt a fondamento del suo (pur opinabile) “politico”. Siamo alla violenza “sans form” che ha sempre meno a che fare tanto con i termini reali della questione istraelo-palestinese quanto con la sua struttura simbolica. Palestinismo e israelismo, due dei fanatismi dei nostri giorni. Una roba prevalentemente occidentale che alimenta una crescita esponenziale di islamofobismo e antisemitismo. Non servono indagini. Lo ha fatto capire benissimo, ancora una volta, Ken Loach al recente festival di Cannes quando ha apoditticamente affermato che “quando assistiamo allo sfruttamento, l’oppressione, la ricchezza senza limiti e la povertà disperata, guerre e crimini di guerra, e, diciamolo chiaramente, al genocidio di Israele contro i palestinesi, non possiamo stare in silenzio” (https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cinema/2026/05/20/loach-a-cannes-davanti-al-genocidio-del-palestinesi-non-si-puo-stare-in-silenzio_28c04bf1-0056-4b98-81fa-95e154ee86c0.html).
La storia alla rovescia. Pochi tra gli esponenti del pur variegato mondo della sinistra aveva, ancora nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, messo in discussione che la storia degli ebrei e quella degli “altri” avevano molto in comune. Che l’emancipazione dei primi era iniziata con la Rivoluzione francese e con l’affermarsi dei principi illuministi in Europa e nel mondo. Che il sionismo moderno, che aveva portato alla nascita di Israele, affondava le sue origini nella cultura politica della Seconda Internazionale. D’altronde, all’inizio del XX secolo il socialismo dell’Est europeo aveva autorevoli esponenti e dirigenti fra gli intellettuali ebrei e, dagli anni Trenta, gli ebrei e la sinistra avevano condiviso la lotta contro un nemico terribile combattendo contro il nazifascismo e contro le persecuzioni culminate con la Shoah (A. Tarquini, La sinistra italiana e gli ebrei. Socialismo, sionismo e antisemitismo dal 1892 al 1992, Bologna, Il Mulino, 2019).
Palestinismo. Simulacro e dispositivo identitario
Il palestinismo della sinistra occidentale non è nato con la “Flotilla”. Ma mentre sino a qualche decennio il palestinismo era un “sentiment” alimentato da una precisa narrazione storica, politica e geopolitica (la lotta di liberazione nazionale di un popolo) oggi quel legame è andato perduto. Israele, per il palestinismo contemporaneo, non è uno Stato concreto, geograficamente e istituzionalmente determinato, attraversato da conflitti interni, tensioni, paure collettive, contraddizioni strategiche. Israele è solo il simbolo del Male assoluto: colonialismo, suprematismo, imperialismo occidentale, militarismo globale. Una spiegazione a tutto tondo della tragedia palestinese. È questa – ahinoi – la chiave per capire l’odierna popolarità del palestinismo, le ragioni del suo ‘trasversale’ successo. Poco esigente intellettualmente, poco esigente politicamente: la solidarietà comprata a buon mercato, al buon mercato della compassione.
Sarebbe, tuttavia, riduttivo fermarsi a questo. Ci sono ragioni strutturali, “sociologiche”, all’origine dell’ascesa del simulacro del palestinismo. A partire dagli anni ottanta del secolo scorso il potere si è progressivamente concentrato nella “borghesia economica”, nella borghesia che ha il monopolio del denaro e della tecnologia. La “borghesia culturale” ha progressivamente visto diminuire le prospettive di riconoscimento sociale, soppiantate da quelle tecnico-scientifiche e economiche che promettono un più rapido accesso al lavoro e al reddito. Il palestinismo offre a questa borghesia culturale impoverita una nuova forma di legittimazione morale e di riscatto simbolico, un modo per sentirsi ancora depositaria della verità, dell’etica, della giustizia contro il potere tecno-economico che l’ha marginalizzata. Diventa, perciò, “naturale” che il soggetto impotente che possiede un capitale culturale – ma non ha più strumenti per tradurlo in potere – si identifichi con l’oppresso per riscattare, in forma immaginaria, la propria impotenza reale (Roberto Damico, La pagina, 7 ottobre 2025: https://www.facebook.com/61576678634881/posts/mi-%C3%A8-stato-chiesto-cosa-determini-limmenso-successo-del-palestinismo-e). Al prezzo, gravissimo, di funzionare solo come dispositivo per la costruzione di una identità impolitica e antipolitica (la compassione verso i palestinesi) fondata su un meccanismo di appartenenza morale a tutto campo, nel quale la complessità del reale (le responsabilità di Hamas, le ambivalenze interne della società palestinese, l’ambiguità opportunistica delle leadership arabe) viene progressivamente assorbita dalla logica binaria del conflitto tra un Bene assoluto e un Male assoluto. Da qui la percezione dell’attivismo come virtù pubblica in sé, l’indignazione come forma di partecipazione “politica” a bassissimo costo materiale ma ad altissimo rendimento simbolico. Manifestazioni, boicottaggi performativi, campagne social, rituali mediatici e azioni altamente teatralizzate che non hanno come obiettivo principale l’efficacia concreta ma la produzione di appartenenza morale e visibilità identitaria interiormente vissute come pratica emancipatrice. È il capolavoro psicologico del palestinismo: la trasformazione di un sentimento negativo in percezione soggettiva di impegno etico, come perspicuamente osserva Federico Bonadonna.
Israelismo. La “polizza” assicurativa del palestinismo
La garanzia del “successo” emotivo di questo dispositivo in termini di capacità di organizzare appartenenze e mobilitazione collettiva è offerta, su un piatto d’argento, dall’israelismo, il “gemello siamese” del palestinismo. Anche l’israelismo contemporaneo – quello teocratico-messianico che si è impadronito della politica e della società israeliana – non si limita, infatti, a postulare il diritto legittimo di Israele a esistere e difendersi, ma postula una identificazione assoluta e acritica con ogni scelta dello Stato israeliano. Israele smette, così, come la Palestina, di essere una realtà politica concreta e diventa un simbolo metafisico, l’ultima frontiera dell’Occidente democratico contro la barbarie, il terrorismo, l’antisemitismo globale e il caos mediorientale. Da un lato il campo della civiltà, della democrazia, della razionalità occidentale; dall’altro il campo del terrorismo, dell’odio antiebraico e dell’irrazionalità violenta.
L’effetto è una progressiva immunizzazione morale dello Stato israeliano. Ogni critica alle politiche israeliane tende facilmente a essere percepita non come dissenso politico ma come minaccia esistenziale o complicità col nemico. Le violazioni del diritto internazionale, gli eccessi militari, la politica di sterminio dei gazawi, le sofferenze gratuite provocate ai civili palestinesi, il razzismo, il suprematismo e le derive ultranazionaliste interne vengono minimizzate, giustificate o subordinate a una narrazione assoluta della sopravvivenza quando non proprio rivendicate con orgoglio. La sicurezza diventa una categoria totale che assorbe ogni altra considerazione etica e politica. Così come il palestinismo contemporaneo mitizza la Palestina trasformando i palestinesi in vittime assolute fuor da ogni dinamica storica, l’israelismo contemporaneo sacralizza Israele e trasforma anche gli israeliani in vittime assolute, decontestualizzate storicamente. Entrambi i dispostivi condividono la stessa struttura mentale e reciprocamente si sostengono: riduzione della complessità, moralizzazione assoluta del conflitto, costruzione identitaria attraverso il nemico, impossibilità di pensare le contraddizioni interne del proprio campo (sempre Bonadonna, 2026).
Il genocidio suicidario di Israele
Al pari del palestinismo, l’istraelismo non è nato con il governo Netanyahu. Certo, il 7 ottobre 2023 Hamas ha aggredito Israele. C’è una storia a monte, però: Gaza era già una sorta di campo di concentramento a cielo aperto (con l’indifferenza o la complicità degli stati arabi e dell’Egitto sopra tutti), gli accordi di Oslo erano già ampiamente vanificati, la presenza aggressiva di “coloni” (di fatto milizie armate di partito protette dall’esercito) in Cisgiordania aveva già provocato vittime e devastazioni, ed è molto difficile che dei palestinesi, militanti di Hamas oppure no, potessero non sentirsi aggrediti del tutto legittimati ad atti di resistenza o anche di ritorsione. Se poi risaliamo più in là nel tempo, è vero che nella guerra del Kippur gli israeliani sono stati aggrediti dagli egiziani, ma questi erano stati aggrediti dagli israeliani nella Guerra dei Sei Giorni, peraltro dopo aver minacciato gli israeliani di aggressione, avendo subito in precedenza un’aggressione israeliana durante la crisi di Suez, dopo che nella guerra di indipendenza del 1948 otto eserciti arabi avevano aggredito Israele, essendo stata la dichiarazione di indipendenza di Israele considerata da tutti gli arabi come un atto di aggressione neocoloniale, provocata peraltro dal fatto che da generazioni gli ebrei d’Europa erano stati perseguitati o discriminati dovunque fino alla Shoah (L. Alfieri, https://fuoricollana.it/gaza-il-genocidio-suicidiario-di-israele/). Ma l’istraelismo di ieri, al pari del palestinismo dei palestinesi di ieri e della sinistra occidentale di ieri, è altra – ben più mossa – realtà dell’odierno israelismo teocratico-messianico. Lo Stato di Israele è nato come Stato laico, caratterizzato da elementi importanti di socialismo utopico, dichiaratamente binazionale, dichiaratamente bilingue e dichiaratamente plurireligioso e interculturale. Si è trasformato nel corso degli ultimi decenni in uno Stato ebraico, che anzi non è neppure propriamente uno Stato ma la Terra Promessa, destinata da Dio al Popolo Eletto. Proprio ciò che i padri fondatori non volevano, anzi respingevano addirittura con sdegno, e che anche gli ebrei più osservanti rifiutano come blasfemo. Un genocidio suicidario la cui prima vittima è proprio l’idea originaria di ciò che avrebbe dovuto essere Israele (L. Alfieri, 2025 https://fuoricollana.it/gaza-il-genocidio-suicidiario-di-israele/).
Il suicidio politico della sinistra occidentale
Come in un gioco degli specchi, al suicidio di Israele fa da pendant il suicidio politico della sinistra occidentale. Per gran parte di essa – si è impietosamente osservato – sembra oggi esistere una sola battaglia che meriti davvero visibilità: la Palestina. Ma non la Palestina come realtà storica, sociale o geopolitica, bensì come simbolo assoluto, totemico, della sofferenza. Gaza è diventata il paradigma del giusto oppresso. Tutto il resto è rumore di fondo. Così mentre si grida “Free Palestine”, tutte le altre voci vengono silenziate. Le donne musulmane che denunciano violenze sistemiche. Gli omosessuali che fuggono da regimi islamici per non essere uccisi. I dissidenti, i convertiti, i lavoratori sfruttati nei paesi arabi. Per loro, nei cortei, non c’è posto. Né spazio sui cartelli. Sono una dissonanza. Un inciampo. La sinistra europea ha smesso di analizzare. Ha smesso di leggere. E, soprattutto, ha smesso di distinguere. Pressata dal discorso anglosassone, ha abbandonato ciò che di buono ancora conserva il metodo marxista, quello che studia i rapporti di forza, le contraddizioni materiali, la composizione di classe, per adottare un vocabolario moralistico, americanizzato, dove tutto si divide in dominante e dominato, vittima e privilegio, bianco e non bianco. Tutto il resto svanisce. Il problema non è Gaza, ma l’ossessione che le è cresciuta intorno. Un’ossessione che ha colonizzato l’immaginario della sinistra, soffocando altri fronti: lotte femminili, mobilitazioni operaie, richieste di libertà religiosa o laica, diritti civili. Gaza è diventata il feticcio perfetto per chi non vuole più leggere il mondo, ma solo farne teatro. La coerenza ha smesso di contare. Conta l’identità simbolica. E l’allineamento. E non si tratta solo di collettivi universitari. Anche amministratori pubblici alimentano questo allineamento. A Bologna, il sindaco Matteo Lepore ha fatto esporre la bandiera palestinese sulla facciata del Comune, in solidarietà con Gaza. Un gesto forte, simbolico, capace di orientare l’immaginario civico. la sofferenza palestinese diventa l’unica degna di visibilità pubblica. Le altre più complesse, meno codificabili, restano invisibili. Che tutto ciò avvenga proprio a Bologna, città simbolo della sinistra italiana, democratica, antifascista, rende il gesto ancora più emblematico. Come se quella storia, la capacità di discernere, di leggere le contraddizioni, di evitare i riflessi automatici fosse stata cancellata. O peggio: rovesciata. La sinistra che un tempo avrebbe smascherato questa dinamica, oggi la asseconda. Non per tradimento, ma per smarrimento. Ha scambiato l’analisi con l’indignazione. La strategia con il posizionamento morale. Ha dimenticato che il marxismo non è una religione dell’innocenza, ma uno strumento per comprendere e trasformare i rapporti di dominio: tutti. Anche quelli esercitati in nome dell’anti-sionismo. Si dimentica che i popoli arabi non sono soltanto vittime da rappresentare, ma soggetti politici, con idee e conflitti reali, spesso contro i loro stessi governi, religioni, movimenti armati. La sinistra che fa dell’occupazione israeliana il prisma unico della giustizia ha perso contatto con la realtà. Perché nessun conflitto ha diritto alla centralità ideologica. La dialettica non è un hashtag. È un processo reale fatto di contraddizioni, di forze che si scontrano, di popoli che agiscono, spesso al di fuori del nostro campo visivo. Mentre ci accapigliamo su chi sia più vittima, la realtà si muove: regimi si consolidano, movimenti si radicalizzano, rivoluzioni svaniscono nel silenzio. La sinistra che ha smesso di leggere la società non parla più a nessuno. E la società, semplicemente, smette di ascoltarla. (C. Dal Monte 2025, https://www.israele.net/come-gaza-ha-sequestrato-la-sinistra-occidentale-lombra-lunga-della-palestina-su-una-sinistra-che-ha-smesso-di-pensare).
Ho provato dopo lo scellerato 7 ottobre, nelle colonne del web magazine che dirigo, a richiamare l’attenzione su questa deriva suicidaria della sinistra italiana. Inutilmente, sono stato anzi guardato con sospetto. Non nego le mie responsabilità per l’ingenuo titolo che allora scelsi – Israele in testa – per il mio contributo. Ma non rinnego la sostanza di quanto allora scritto nel sommarietto. La Palestina in Testa, Israele in Testa. I palestinesi nel Cuore, gli ebrei nel Cuore. Per noi, ‘marxo-gramsciani’, si chiama “quistione”. Questione ebraica, questione israelo-palestinese. Ovvero, del ritorno della politica, della ragione, del diritto. Contro ogni demonizzazione assoluta dell’altro, del nemico (A. Cantaro, 2023, https://fuoricollana.it/israele-in-testa/). Nessun buonismo e falsa equidistanza, perché, come sottolineavo nella parte centrale dello scritto, all’arrogante ignoranza dei sostenitori di Israele nel respingere ogni confronto tra Israele e altri casi di colonialismo di insediamento (settler colonialism) fa da paio l’arrogante incomprensione della storia da parte di chi dice di voler supportare senza sé e senza ma la causa palestinese. Un caos concettuale e politico che ostacola la nostra capacità di operare costruttivamente per una messa in forma del conflitto israelo-palestinese. Un conflitto non metafisico, ma storico, sociale, politico, geopolitico. Perché nessuno è colpevole e innocente per sempre, perché nessuno è aggressore è aggredito per sempre, perché nessuno è buono e cattivo per sempre (L. Alfieri, 2025 https://fuoricollana.it/gaza-il-genocidio-suicidiario-di-israele/). Tacere di questa eterna verità – mio amato Ken Loach – è una forma di complicità. Con i, più o meno consapevoli, seminatori d’odio dell’odierno “teatro” del conflitto assoluto.
https://www.lafionda.org/2026/05/23/palestinismo-e-israelismo/

