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Europa dei popoli

Nei documenti ONU il continente europeo comprende 44 Stati divisi in cinque regioni, una delle quali, l’Europa orientale, comprende anche la Russia. Dunque 44 Paesi e 44 Stati fanno ‘ufficialmente’ parte dell’Europa. Ma secondo il Calendario Atlante De Agostini sono in realtà oltre 50, così anche per l’Atlante Geopolitico Treccani. Al momento di questi solo 27 fanno parte dell’U.E.  Dunque, i confini geografici e culturali del vecchio continente non coincidono con quelli dell’Unione Europea. È un grave errore, quando si parla dell’Europa, alludere alla sola U.E.

Quando l’armata di Putin invase l’Ucraina poco meno di cinque anni fa, tra le tante voci della propaganda moscovita, si elevò forte quella di Dugin, per il quale da Lisbona a Vladivostok c’è una sola identità culturale, che ‘deve’ diventare unità geo-politica. Cominciando a non frammentare il Russkiy Mir, il mondo russofono e che compartecipa della medesima memoria storica. Quindi annettendo alla Grande e alla Bielo Russia l’Ucraina, la ‘Piccola Russia’. Non pochi esponenti della sinistra occidentale, di quella italiana in particolare, ne hanno ripreso con diversi accenti il concetto di fondo. Sarebbe la NATO l’ostacolo principale al sogno dell’unità politica dello spazio geo-culturale dell’Europa. Un ostacolo da abbattere; o quanto meno da ridimensionare.

Ma la questione non è se sia auspicabile l’Unione politica dell’Europa vasta, quella dei 44 o dei 50. Essa non solo è auspicabile, ma, qualora si realizzasse, rappresenterebbe una portentosa realtà geopolitica planetaria. Ricca e potente. Forse anche stabilizzatrice dell’ordine mondiale. Il problema non è se arrivarci, ma come. 

Nel corso della storia ci hanno provato per la via militare Pietro il Grande e Caterina di Russia, Napoleone Bonaparte, Hitler e Stalin. Provocando le più cruente guerre che l’umanità abbia conosciuto. Senza altri risultati che i massacri e le distruzioni. Ci sta provando ora, da quattro anni e mezzo a questa parte, ancora una volta per via militare, Vladimir Putin. E ancora una volta invano.

Nell’ultimo quarto del secolo scorso ci si stava provando per via pacifica. Con lento progredire certo, però con efficacia. L’OSCE, in particolare, stava facendo la sua parte e, a cavallo tra i due secoli, si erano aperti canali di dialogo molto interessanti tra l’UE, la NATO e la Federazione Russa. Al punto che ad inizio anni duemila lo stesso Putin chiedeva l’adesione della Federazione Russa all’UE. Poi è prevalso il richiamo della foresta imperiale, con il corollario della demonizzazione dell’Occidente. Fine della pace e guerra. Ennesima guerra in Europa.

Perché la sinistra euroccidentale mantiene una posizione ambigua in questa ‘storia’, spesso trincerandosi dietro il paci-disarmismo? Occorre fare un salto nel Novecento. Il secolo in cui, dopo la sua gestazione nel seno dell’Ottocento, è nata la sinistra così come la intendiamo oggi. Il travagliato parto fu il ‘17.

La Rivoluzione Russa e il comunismo sovietico sono stati per l’intero Novecento il riferimento ineludibile della sinistra europea. Di tutta la sinistra, di chi aderiva senza remore alla Terza Internazionale e di chi ne prendeva le distanze. Questi ultimi, vuoi ‘da destra’, in chiave socialdemocratica, vuoi ‘da sinistra’ in chiave antistalinista. L’Unione Sovietica, oltre che per le sue concrete politiche verso l’Occidente – finanziamenti ai Partiti Comunisti e sostegno armato ai movimenti antifascisti, dalla Guerra di Spagna alla Resistenza italiana – di per sé, per il solo fatto di esistere, diede coraggio alle classi operaie di tutto il vecchio continente favorendone l’emancipazione sociale e politica.

Tutte le sinistre, anche le più critiche verso lo stalinismo, riconobbero all’URSS tale funzione. E furono anti-occidentali. Nella prima metà del secolo a causa dell’egemonia del nazifascismo nell’Euroccidente; nella seconda metà in contrapposizione all’egemonia degli USA nel tempo della guerra fredda.

Per parte sua l’espansionismo russo-sovietico, pur riprendendo le linee della politica estera degli zar, si rappresentava ai popoli euroccidentali sotto le sembianze dell’internazionalismo proletario. La sinistra europea, intrisa di ideologia, vi riconobbe solo l’autorappresentazione internazionalista; non vide e non volle vedere nella politica estera sovietica i tratti di continuità con l’imperialismo zarista. Così per la sinistra l’Occidente in quanto tale diventò il male; e l’URSS il bene, o quanto meno il male minore.

In Italia fu solo col Berlinguer della celebre intervista a Giampaolo Pansa – “mi sento più sicuro stando di qua sotto l’ombrello della NATO” – che nella sinistra italiana cominciò a farsi strada l’idea che l’Occidente democratico e atlantista fosse preferibile agli orrori dello stalinismo. Ma fu un percorso tormentato, conclusosi solo nell’89 con la svolta della Bolognina e l’abbandono del lemma ‘comunista’ dal logo di quello che era stato il principale partito della sinistra marxista europea. Con il corollario delle note scissioni e velleità rifondarole, rievocate su queste pagine da tre numeri a questa parte e che si chiudono proprio in questo numero con l’articolo di Umberto Ranieri.

Eppure ancora oggi il ‘vento dell’Est’ – leggi il neo-zarismo di Putin – trova segmenti della sinistra italiana disponibili a far proprio ogni contenuto della sua propaganda e ad accreditare la tesi di una NATO aggressiva e guerrafondaia al servizio dell’espansionismo USA. Neanche le disinvolte giravolte della propaganda putiniana – un giorno il nemico assoluto sono gli USA e si sollecita l’Europa a liberarsi dalla soggezione all’America; il giorno dopo, intesa con Trump, e gli USA diventano i bravi e gli Europei i cattivi… – scalfiscono le coriacee convinzioni anti-occidentali di una parte non effimera della sinistra italiana, letteralmente succuba della propaganda russa. Russa, non sovietica. Non c’è neanche più l’orpello dell’internazionalismo proletario, ma molti a sinistra sembrano non essersene accorti.

Ma allora, se non dalla parte dell’Est e contro l’Occidente, qual è il posto della sinistra europea oggi? È senza se e senza ma nella trincea difensiva delle libertà civili, sociali e politiche, del welfare, della democrazia parlamentare e dello stato di diritto; cioè in tutto ciò che, con le sue contraddizioni, è rappresentato oggi dall’Unione Europea. 

Valori di solidarietà sociale, di libertà e democrazia. Ce li ha ricordati magistralmente lo scorso 8 giugno papa Leone XIV alle Cortes di Spagna: “…la libertà […] è uno dei doni più preziosi che il cielo abbia concesso agli uomini” – citando Cervantes, e più avanti, a proposito di pace e guerre: “A livello internazionale, la pace richiede coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale” [sottolineature nostre].

L’Europa custode delle libertà e vocata alla pace dunque. E l’Unione Europea dei 27 orientata all’allargamento a Est per via pacifica e diplomatica.

Ma, si insiste a sinistra, l’UE qual è oggi non ci piace. Non è quella che vogliamo, l’Unione dei popoli, piuttosto è l’unione delle banche e della burocrazia. E ci si spinge spesso a chiedere gli Stati Uniti d’Europa, la Federazione dei popoli sotto un unico governo politico, espressione della sovranità popolare. Obiettivo nobile, mobilitante magnifico. Ma allo stato attuale delle cose chimerico.

L’UE è un’associazione tra Stati sovrani, tutti iper-prudenti rispetto alla prospettiva di devolvere le proprie competenze ad un’entità politica sovraordinata. Sei Stati membri dell’Unione sono addirittura delle monarchie. Quale disponibilità possono mai avere gli attuali Stati sovrani sottoscrittori dei Trattati dell’Unione, a rinunciare alle proprie prerogative sovrane? La strada che porta all’Unione dei Popoli è lunga e irta di ostacoli. E non si dimentichi che venti anni fa il “Progetto di Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europa”, approvato dalla Conferenza Intergovernativa, fu bocciato dal popolo della Francia e del Belgio. Giusto perseguire l’orizzonte dell’Europa dei popoli. Con tenacia e realismo. Ma senza infantili fughe in avanti, con juicio.

Da certa sinistra si critica anche l’odiata, maledetta burocrazia di Bruxelles. E certamente ci sono incrostazioni procedurali e poteri impropri nella burocrazia europea. Ma accidenti, la convivenza degli Stati sovrani europei si fonda sul rispetto delle regole. Ad esse – direttive e norme europee cogenti verso tutti gli Stati membri – si arriva attraverso organi elettivi, quali il Parlamento e il Consiglio d’Europa, il più delle volte per iniziativa della Commissione Europea. Una volta varate tali normative, chi può e deve vigilare sul loro rispetto se non una burocrazia indipendente da ogni Stato peculiare e da singole forze politiche del Parlamento europeo? Non c’è bisogno di ricordare la lezione di Max Weber sulla burocrazia indipendente come garanzia di efficienza, universalità e imparzialità dell’azione di governo. Una sinistra europea non asseconda le invettive antiburocratiche dei populismi e sovranismi che pullulano nella nostra Europa. Piuttosto agisce concretamente per riformare la burocrazia di Bruxelles nel segno di maggiori trasparenza, efficienza ed efficacia.

Infine sulla NATO. Essa nacque nel ‘49, notoriamente per volontà degli USA, che avevano un duplice scopo:

  • Evitare il riarmo della Germania, dell’Italia e dei loro alleati del ventennio, impegnandosi essi contestualmente a garantire la difesa dell’Europa occidentale nel tempo della guerra fredda;
  • Evitare di essere trascinati in nuove guerre a causa di eventuali azioni dei Paesi euroccidentali. Dunque l’art. 5 del Trattato, per il quale la NATO si configura come alleanza rigorosamente difensiva. I suoi Stati membri sono tenuti a intervenire in soccorso ad un partner aggredito, ma non hanno alcun obbligo a intervenire a fianco di uno che aggredisca uno Stato terzo. Detto tra parentesi: è esattamente il motivo per il quale, a dispetto delle requisitorie di Trump, la NATO non è intervenuta in IRAN.

Questa è la realtà giuridica e fattuale della NATO. E ora che, con Trump, gli USA se ne stanno defilando, può la sinistra essere ostile insieme a quello che della NATO resta, alle spese per la nostra difesa autonoma e ostile a qualsiasi programmazione strategica militare europea? Senza trascurare che la NATO ha avuto comunque il grande merito di formare nel tempo un comando militare unitario, con una gerarchia e procedure di comando condivise. Esperienza questa ineludibile anche nell’ipotesi eventuale della formazione di una difesa europea autonoma.

Concludendo, la sinistra deve battersi per l’unione politica dello spazio geo-culturale europeo? Certo che sì, a patto però che in tutti i Paesi vigano le libertà civili, sociali e politiche oggi vigenti nei 27. E che tutti accettino di subordinare le linee della loro politica estera alla difesa della pace e del rispetto del diritto internazionale, utilizzando lo strumento delle cooperazioni rafforzate.

In copertina: A. M. HOCH, On/Off/Record, oil on canvas, 56 x 84 inches, 1992

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