Alcune significative antiche ville vesuviane si trovano, in linea d’aria, vicine. Hanno ospitato personaggi illustri, a cominciare dal toscano ministro Bernardo Tanucci, di cui finora non si è forse parlato abbastanza. Qualcuno altro, anzi, è rimasto sconosciuto, condannato ad una secolare e tragica damnatio memoriae per aver partecipato alla Massoneria o per essere stato amico e/o seguace delle idee del Tanucci, troppo contrarie, per il tempo, al sacro binomio “trono e altare”, intoccabile per tanti storici moderati e conservatori.
La prima villa si trova a San Giorgio a Cremano, vicino a Napoli ed a Portici. E’ quella di Bernardo Tanucci, ministro di Carlo III, poi superministro e tutore di Ferdinando IV allorché il re Carlo si trasferisce in Spagna. Infatti l’aretino Tanucci, che aveva casa nei pressi del Palazzo reale di Napoli, per stare anche d’estate vicino al sovrano, prima (nel 1740) prese in fitto una casa a San Giorgio (Santo Jorio), poi nel 1771 acquistò, con i soldi della moglie Ricciarda Catanti, una villa con vigna e giardino, ove trascorrerà, fino alla sua morte (1783), diversi mesi all’anno. Una villa certamente più modesta rispetto a ville vicine, come villa Vannucchi o villa Bruno, ma ben rappresentativa del carattere del Tanucci, sobrio, poco mondano e desideroso di esercitare il potere per servire gli altri non per arricchirsi.
Tanucci, infatti, dice che “è contento del suo casino in questo suburbano di S. Jorio: passeggio per il giardino e vigna mia; leggo…Le sere passo giocando al Tresette con un Cappellano mio prete, con un Cappuccino Cappellano di mia moglie e con un prete della Campagna” (G. Alagi, Bernardo Tanucci a San Giorgio a Cremano, Centro Studi “Giorgio La Pira”, 2000, 76 e 77).
L’altra villa vesuviana è quella della nobile famiglia d’Aquino di Caramanico, oggi Vannucchi, di cui fu proprietario quel Francesco Venanzio d’Aquino, principe di Caramanico (un paesino sulle montagne abbruzzesi), capo di una importante Loggia massonica. Si dice che il principe fosse anche intimo ed amante della moglie di Ferdinando IV, la Regina Maria Carolina d’Austria, la quale, in una prima fase, si circondò di riformatori, economisti, geografi e uomini illuminati, come il giurista e filosofo Gaetano Filangieri, principe d’Arianiello e di Satriano, il cui nome, con il riferimento al “diritto alla felicità” presente nelle sue opere, è legato alla stessa Costituzione americana.
Ma tornando alla vendicativa e sessualmente esuberante sovrana Maria Carolina d’Austria, divenuta amante del principe di Caramanico, non tutti sanno che la Regina, invaghitasi successivamente del famoso ammiraglio Acton, fece subito allontanare da Napoli Francesco VenanziodiCaramanico e lo fece nominare vicerè di Sicilia, ove morì: promoveatur ut amoveatur!
Nella vicina Pollena Trocchia, a poca distanza in linea d’aria, si trova un’altra villa, appartenuta prima alla famiglia Vespoli e poi ai marchesi Cappelli, i cui esponenti, per motivi ed in tempi diversi, sono stati in stretto contatto con il Tanucci e i sovrani borbonici. Contatti favoriti sicuramente dalla vicinanza alla Reggia di Portici, che i Borbone si fecero costruire, a metà Settecento, acquisendo un suolo ed un fabbricato appartenente proprio alla famiglia dei principi di Caramanico.
A parte quindi gli incontri ufficiali a Corte e quelli nelle rispettive ville, signori e nobildonne si incontravano tra loro e con la stessa regina Carolina pure in altri luoghi, come quelli destinati alla passeggiata ed alle chiacchiere pomeridiane.
Nelle sue lettere agli amici – una vera “finestra aperta sul piccolo mondo cortigiano di Portici – l’erudito Giacomo Martorelli (ospite per le vacanze autunnali nella casa del parroco di Portici), cita spesso, ad esempio, lo “struscio” sul vialone della famiglia Caravita, sempre affollato da dame, nobili, servi, carrozze e talvolta dalla sovrana con le sue dame di compagnia.
Si sa che sia la presenza dei sovrani a Portici, sia quella di altri importanti uomini di governo, residenti nelle ville vesuviane, spinsero poi altri personaggi, non meno nobili o importanti, a costruire le loro ville sullo stesso territorio “oltre il fiume Sebeto”.
I proprietari di queste ville sono stati protagonisti di grandi cose, ma anche di rivalità profonde, tradimenti coniugali, pettegolezzi e intrighi… non tanto diplomatici. A partire dalle imprese, nobili e meno nobili, di re Ferdinando e della regina Carolina.
Tra gli intrighi, le maldicenze e le rivalità di corte si segnalano, in particolare, quelle relative al Tanucci, odiato ed avversato in particolare dalla regina Carolina, non solo per il superpotere che aveva e che esercitava perfino sul re, suo marito (dal 1768 il Consiglio di Reggenza fu sostituito dal Consiglio di Stato, cui partecipò Maria Carolina, ma sempre sotto la guida attenta del Ministro Segretario di Stato), ma anche per il suo diverso orientamento politico-diplomatico, favorevole all’Austria e all’Inghilterra, piuttosto che alla Spagna.
Il Tanucci, tuttavia, era inviso anche a molti altri. In particolare ai religiosi (come i gesuiti), agli ecclesiastici ed ai laici bigotti, antichi e moderni. Come i democristiani di San Giorgio a Cremano, che, influenzati dal Palomba, nel 1964 cancellarono il nome del Ministro e preferirono il nome di De Gasperi sul toponimo che indicava la strada su cui, da quasi due secoli, si trovava la villa del Tanucci.
Ma perché tanta ostilità? Perché Tanucci era anticurialista (contrario ai privilegi feudali del Pontefice romano sul Regno di Napoli), regalista (a favore di un controllo da parte del sovrano anche sulle nomine dei vescovi), filogiansenista, nemico cioè della corruzione e mondanità esistente nel clero e negli ordini religiosi e avverso alla morale gesuitica ed al loro ordine (che contribuì a fare espellere dal Regno di Napoli).
Ad altri non doveva piacere nemmeno il suo rigore morale ed una non dissimulata presunzione, tale da far scolpire, nella chiesa dei Fiorentini a Napoli, sulla poi distrutta lapide sepolcrale, un significativo elogio, cui aspirerebbero oggi molti politici: “In oltre 40 anni di potere non ho mai messo una tassa”!
Nemici dichiarati del ministro Tanucci, dal quale alcuni furono pure indagati, rischiando di essere imprigionati, furono anche i seguaci della Massoneria. In particolare quelli della Loggia Vittoria, di cui era Gran Maestro Francesco Venanzio d’Aquino, principe di Caramanico. Ad essa in un primo tempo aderirono le dame di corte più evolute e la stessa regina Maria Carolina, la quale, con l’aiuto del Caramanico, nel mese di ottobre 1777, riuscì finalmente a far destituire l’odiato Tanucci. Successivamente la regina prese le distanze dalla Massoneria e, come si è detto, anche dal principe di Caramanico, il quale dal 1760 aveva dato vita ad una loggia di rito scozzese, che divenne la più influente del Regno. Il Caramanico fu prima inviato in Francia come ambasciatore (1780), poi in Sicilia come viceré (1786), ove forse fu avvelenato dai nobili locali.
Tanucci non poteva, da parte sua, sopportare gli arrivati ed i raccomandati. Odiava, ad esempio, il marchese genovese Giovan Domenico Berio, amico e protettore di musicisti, scrittori ed artisti come il Canova, il grande scultore che realizzò, nelle fonderie della ex villa Pignatelli di Monteleone), i famosi Cavalli di Bronzo, poi collocati nella piazza antistante al Palazzo reale di Napoli. Tanucci lo accusava di aver comprato due feudi (e quindi il titolo) dal principe Cattaneo di San Nicandro, aio ”ignorante ed amante dei piaceri”, proprietario della bella villa Lucia ancora oggi visitabile in quel di Barra.
Il marchese Orazio Antonio Cappelli, acquistò una particolare benemerenza scrivendo, per conto del Re Ferdinando IV, la lettera di risposta a Pio VI sulla nota questione della Chinea (dal nome della razza del cavallo bianco col quale si accompagnava a San Pietro il famoso e finora troppo poco considerato tributo feudale). Un segno di vassallaggio, dovuto fin dal medioevo dai sovrani napoletani al Pontefice romano, che il Tanucci coraggiosamente contribuì a far abolire. Merita di essere ricordato anche un altro ministro, il marchese Gaetano Brancone, che abitava in una villa a San Giorgio (purtroppo non si sa dove) e fu Segretario di Stato, cioè ministro, per gli Affari Ecclesiastici dal 1737 alla morte, avvenuta nel 1758. Brancone era un personaggio importante per la storia di Napoli nel Settecento. Come il Tanucci, non era tuttavia ben visto dalla Curia e dagli ecclesiastici, perché “fu uno dei più inflessibili anticurialisti”, insomma “uno spirito laico nel secolo dei lumi” (G. Alagi). E sicuramente era perciò anche chiacchierato. Ma non certo allo stesso modo del Tanucci, il quale, nel 1767, addirittura non riusciva, presso la Corte dei Borbone, ad evitare frecciatine e malevoli allusioni al suo difficile carattere nemmeno da parte di Marianna Orenghi,vedova dell’ormai già defunto ex collega ministro Gaetano Brancone.
In copertina: Villa Campolieto

