Il significato del termine
Sia pure con molto ritardo rispetto ad esperienze in ambito europeo, la rigenerazione urbana è entrata ormai in modo pervasivo nella pratica urbanistica nel nostro Paese.
Peraltro sono numerose e convinte anche le posizioni a sostegno da parte del mondo scientifico e professionale. L’AUDIS-Associazione Aree Urbane Dismesse ha presentato la “Carta AUDIS sulla rigenerazione urbana” (2008) e successivamente il “Manifesto AUDIS” (2013); l’INU nel corso della XIV edizione di “Urbanpromo” (2017) ha presentato “Dieci proposte per la rigenerazione urbana”; il CNAPPC- Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori ha lanciato il “Piano Nazionale per la Rigenerazione Urbana Sostenibile” (2018).
E la pubblicistica in merito è ormai molto ampia.
Tuttavia, malgrado questa ampia convergenza di interessi scientifico-professionali e di pratiche, permane una carenza di fondo che inficia la possibilità di radicale cambiamento del modo di fare urbanistica tramite la rigenerazione urbana.
Mi riferisco al fatto che nella pratica corrente il termine rigenerazione urbana viene usato di frequente in maniera impropria, sovrapponendolo o confondendolo con tipologie di interventi come ristrutturazione urbanistica, ristrutturazione edilizia, restauro e altri ancora, da tempo esistenti e regolamentate.
Ora se parlando e praticando la rigenerazione urbana intendiamo interventi della stessa natura di quelli già esistenti, non si comprende quale sia la necessità di introdurre un nuovo termine. Il punto è che si tratta di una cosa molto diversa di cui non è stato ancora individuato il campo di definizione e, quindi, la latitudine operativa.
Per capire meglio: la ristrutturazione edilizia di un edificio residenziale, o la ristrutturazione urbanistica di un isolato urbano, o il restauro di una chiesa sono interventi importanti ma non sono rigenerazione urbana perché in esito all’intervento quell’edificio, quell’isolato e quella chiesa mantengono il loro genere originario.
Al contrario, la rigenerazione urbana è l’intervento su un oggetto urbano finalizzato a modificare il genere originario che è stato dismesso per conferirne uno diverso, con diversi “caratteri peculiari e distintivi”.
Da questo punto di vista la confusione è massima come si vede esaminando il quadro delle leggi regionali che attribuiscono alla rigenerazione urbana gli obiettivi più diversi: dal riuso edilizio, al decoro urbano, al contenimento dell’uso del suolo, alla biodiversità, alla sostenibilità ecologica, alla tutela dei centri storici, all’housing sociale, alla mobilità urbana, alla conversione energetica e altro ancora. In pratica tutto quello che si può fare in campo urbanistico e nel governo del territorio, il che rende del tutto evanescente la norma. Per di più ciascuna delle Regioni ha legiferato in modo autonomo, cosicchè siamo in presenza della evidente stortura di altrettante definizioni diverse di rigenerazione urbana.
E la situazione non è migliore a livello nazionale dove il DDL/29 “Disposizioni in materia di rigenerazione urbana” – inizialmente (2022) presentato scrivendo che “una definizione condivisa dell’espressione rigenerazione urbana, purtroppo, ancora oggi non esiste” – sia nelle finalità che nelle definizioni introduce la materia in modo onnicomprensivo e farraginoso, senza cogliere l’aspetto essenziale del cambiamento di genere dell’oggetto su cui interviene. [1]
Ne restano inficiate anche alcune indicazioni condivisibili, come l’introduzione del Piano nazionale per la rigenerazione urbana, della Programmazione comunale della rigenerazione urbana e del Fondo nazionale per la rigenerazione urbana.
Il patrimonio dismesso
Per quanto riguarda gli oggetti di pertinenza della rigenerazione urbana sono della più diversa specie e dimensione: aree industriali, opifici, caserme, stazioni ferroviarie, chiese, centrali elettriche, colonie marine, miniere, cave, impianti sportivi e altre cose ancora, che nel loro insieme costituiscono un patrimonio enorme dal punto di vista quantitativo.
Non esiste un censimento di questo patrimonio che dia informazioni sulla sua consistenza, ma utilizzando fonti diverse è stato possibile ricostruire un quadro d’insieme per tipologia degli oggetti dismessi:
- le aree industriali assommano complessivamente a circa 9.000 Kmq, pari al 3% della superficie dell’intero territorio nazionale; i corrispondenti fabbricati sono circa 130.000
- gli edifici e i complessi edilizi di varia destinazione sono 750.000
- le chiese e i complessi religiosi 20.000
- gli impianti sportivi 25.000
- gli edifici e i siti militari1.800
- le reti ferroviarie assommano a 1.600 Km e le stazioni sono 1.700
- le miniere sono 3.000 e le cave 14.000.
E’ di questoenorme patrimonio che si deve occupare la rigenerazione urbana e per farlo ènecessario averne una conoscenza adeguata che contenga i principali dati informativi, testuali e cartografici: situazione catastale, tipologia funzionale pregressa, estensione superficiale, volumetria, destinazione urbanistica, stato di conservazione, vincoli preordinati. Senza un tale supporto conoscitivo la rigenerazione urbana resta non solo male interpretata ma anche praticata senza adeguati supporti.
Un modello di riferimento significativo è quello realizzato dalla Regione Lombardia che ha costruito una banca dati consultabile on-line nella quale sono presenti 754 schede relative a tutte le aree e i manufatti dismessi esistenti nel territorio regionale, in ciascuna delle quali si trovano le informazioni utili a caratterizzare l’area nella prospettiva di un suo diverso utilizzo. [2]
Anche la Regione Emilia Romagna si è mossa in questa direzione nell’ambito della “Disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio” che prevede la formazione di un “Albo degli immobili resi disponibili per la rigenerazione urbana”, affidandone l’esecuzione ai Comuni chedevono predisporlo e aggiornarlo, dotandolo di appositielaborati cartografici. [3]
E’ evidente che per dare seguito a questa indicazione i Comuni – in particolare quelli di piccola dimensione – necessitano di adeguati supporti tecnici e finanziari, ragione per la quale non sono molti quelli che si sono attivati in questo senso. Come caso straordinario va segnalata l’iniziativa del Comune di Bertinoro – un Comune di circa 10.000 abitanti della Provincia Forlì-Cesena – che ha realizzato un proprio Albo Immobili Dismessi affiancato da un documento che delinea una puntuale strategia di rigenerazione urbana. [4]
Il requisito della sostenibilità
Altro aspetto fondamentale della rigenerazione urbana è quello riguardante la sostenibilità, che va considerata come un requisito irrinunciabile nel senso che ove non sia garantito la rigenerazione non va eseguita. I molteplici casi distorsivi che si stanno verificando in alcune grandi città – Milano e Roma in primo luogo – impongono il più rigoroso rispetto di questo requisito che si articola in tre componenti: ambientale, economica e sociale.
Sulla falsariga della “Triple Bottom Line” tracciata da Elkington[5] per le imprese e con i successivi affinamenti in sede europea, è stato messo a punto uno schema relazionale componente-condizione: ambientale = accettabilità; economica = fattibilità; sociale = equità. La loro combinazione da luogo alla sostenibilità. [6]
Va rilevato che per quanto riguarda l’ambiente si è ormai sviluppata una diffusa sensibilità per il tema ed è decisamente solido il sistema normativo di controllo, quindi la condizione di accettabilità può essere ragionevolmente assicurata. Quanto alla componente economica si presenta come una sorta di presupposto, nel senso che se non è assicurata l’intervento non ha modo di essere intrapreso.
Semmai il punto nodale è la ricerca di un equilibrato rapporto tra il soggetto investitore, per lo più privato, e il soggetto promotore, per lo più pubblico.
Assai più complesso è valutare la sostenibilità sociale, al punto che in sede UE è in corso la messa a punto di una Tassonomia sociale finalizzata “a richiedere alle imprese l’individuazione di obiettivi sociali strutturati e comparabili, concepiti in modo simmetrico a quelli ambientali”.[7] E’ un aspetto della questione particolarmente delicato, che richiede oltre all’affinamento di strumenti tecnici la messa a punto di regole di comportamento chiare e verificabili.
Alcuni casi esemplari
I casi di rigenerazione urbana di successo sono ormai numerosi e di grande portata soprattutto in Gran Bretagna, Spagna, Francia e Germania, esaminando i quali si comprende l’enorme potenziale insito nella rigenerazione urbana quando viene praticata in modo corretto.
A Bilbao nell’area delle industrie navali lungo il fiume Nevion dismesse negli anni ’70 a seguito del rivolgimento dei circuiti produttivi, tramite l’accordo tra amministrazioni pubbliche e imprenditori privati si è attivato un processo di rigenerazione durato circa dieci anni che ha costruito una nuova realtà economica, sociale e ambientale per un comparto urbano di significativa importanza per l’intera città. Analogo percorso a Glasgow dove l’area portuale dismessa lungo il fiume Clyde è stata rigenerata in un tempo anche più lungo, circa venti anni, in esito al quale l’ambiente è stato risanato e la città ha assunto una fisionomia del tutto nuova basata sulla cultura, il turismo e i servizi avanzati.
A Parigi, in un’isola sulla Senna, lo stabilimento di automobili Renault e il suo indotto lì situati dagli anni ’20, sono stati dismessi a metà degli anni ’90. Resistendo alla spinta verso la demolizione-nuova edificazione viene avviato un percorso di rigenerazione urbana che porta alla realizzazione sull’isola della Seine Musical, un polo dedicato alla musica di portata internazionale.
A Friburgo, nel Land del Württemberg un caso ancora diverso. Un acquartieramento di caserme francesi della Seconda Guerra Mondiale dismesso viene acquisito nel 1992 dalla locale amministrazione che sulla base di un Master Plan trasforma l’intero complesso nel quartiere Vauban, considerato oggi uno dei casi all’avanguardia dal punto di vista ecologico e della conversione energetica.
Alcuni casi importanti di rigenerazione urbana si possono riscontrare anche nel nostro Paese: il Lingotto a Torino, da fabbrica di automobili a centro polifunzionale; la Bicocca a Milano, da fabbrica di gomme a quartiere; la Montemartini a Roma, da centrale elettrica a museo dell’archeologia industriale e della statuaria romana; la Miniera Serbariu a Carbonia, da centro minerario a Museo del Carbone.
Ma non si può non rilevare che si tratta di episodi sporadici, realizzati in assenza di un contesto normativo e programmatico tale per cui possano essere considerati “esemplari” in una logica di rigenerazione urbana.
Vi è, inoltre, un rovescio della medaglia particolarmente inquietante legato al patrimonio dismesso della cui dimensione abbiamo detto in precedenza, che ha al suo interno una serie di casi eclatanti da considerare vere e proprie ferite aperte.
Mi riferisco, anzitutto, al sito industriale di Bagnoli dismesso dall’Italsider nei primi anni ’90 del Novecento. Da allora la vicenda è stata scandita da negligenze, malversazioni, sovrapposizioni di competenze, sperpero di denaro pubblico e si trova attualmente nelle stesse condizioni di abbandono di partenza. Si tratta di un comparto urbano rilevante per Napoli sia per ubicazione che per dimensioni, per cui il danno emergente per la città è enorme.
Mi riferisco, ancora, alla Elettrochimica di Papigno realizzata all’inizio del secolo scorso in prossimità di una straordinaria emergenza naturalistica come la Cascata delle Marmore. La dismissione avviene progressivamente a partire dagli anni ’70 e attualmente il sito è in uno stato di completo abbandono e degrado che è stato definito una “bomba ecologica”.
Mi riferisco, infine, al caso più paradossale, quello della Liquichimica Biosintesi di Saline Joniche (RC), uno stabilimento per la produzione di bioproteine sintetiche, inaugurato nel 1974 ma mai entrato in funzione per la mancata autorizzazione da parte del Ministero della Sanità. Il sito è attualmente lì in completo abbandono e degrado, compreso il porto appositamente costruito e ora insabbiato.
Una considerazione conclusiva
Dall’attenta osservazione di questi casi eclatanti e degli analoghi sparsi in tutto il territorio nazionale dovrebbe partire la riflessione sul modo di fare urbanistica e governare il territorio nella logica della rigenerazione urbana.
E’ evidente che il tema ha alle spalle una condizione di livello sovraordinato: la mancanza di una politica urbanistica all’altezza delle caratteristiche attuali del sistema insediativo del nostro Paese, dalle grandi città ai centri minori.
Come sappiamo, e come sempre si lamenta, l’urbanistica italiana continua ad avere come riferimento la Legge 1150/42, una legge pensata per un mondo che nulla ha a che vedere con quello attuale. La successiva Legge Ponte (L.765/67) non ha mai raggiunto l’altra sponda e la situazione è stata ulteriormente deteriorata dalla Legge 3/2001 con la devoluzione alle Regioni delle competenze in materia urbanistica, che ha dato vita ad un florilegio di situazioni normative diverse prive di un riferimento unitario.
Quello che occorre è una Legge Urbanistica adeguata alle rinnovate condizioni del contesto economico, sociale e ambientale del Paese e capace di ricomporre un quadro unitario del territorio nazionale e delle sue diversità. E’ un auspicio espresso da tempo e da più parti, ma l’attesa appare ormai messianica.
Nel frattempo l’urbanistica sembra aver perso memoria dei due principali caratteri costitutivi sui quali è stata fondata: l’appartenenza pubblica e la dimensione etica. Il governo della città è un diritto-dovere della pubblica amministrazione che lo deve esercitare nell’esclusivo interesse dei cittadini, avendo particolare attenzione alle fasce sociali più deboli.
Se, al contrario, l’interesse che prevale è quello di una parte – imprenditoriale, professionale, politica, personale – la città non può che subirne dei danni. E’ ciò che accade nelle nostre città dove, contro ogni tendenza in atto, continua a dominare la logica della espansione urbana. Non è così ovunque e si deve rispetto per le situazioni in cui ciò non accade, ma è così in misura assolutamente prevalente e la condizione delle nostre città ne è lo specchio: inquinamento dell’ambiente, accumulo dei rifiuti, degrado delle periferie, centri storici soffocati, paralisi del traffico, mancanza di sicurezza.
E’ in questa fase di incerta transizione che la rigenerazione urbana potrebbe svolgere il ruolo di attivatore di un radicale cambiamento nel modo di pensare le città: non più espansione, non più consumo di suolo, non più deterioramento dell’ambiente, non più degrado edilizio, sostituiti dalla messa in gioco del patrimonio urbano esistente, per manutenere, ristrutturare, riqualificare, restaurare quello in uso e rigenerare quello dismesso.
Una strada possibile è quella di ripartire dal citato DDL/29, riscrivendone completamente le finalità e le definizioni.
Riferimenti bibliografici
Questioni generali
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Bianchi A., Placidi B., Rigenerare il Bel Paese. La cura di un patrimonio dismesso e sconosciuto, Rubbettino, 2021
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Centro Studi Malfatti, Lo stabilimento elettrochimico di Papigno, in “Cronache urbanistiche del web e dintorni”, INU, marzo 2017
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[1] DDL S. 29, Misure per la rigenerazione urbana, Testo congiunto attualmente assegnato alla 8^ Commissione del Senato.
[2] Regione Lombardia-Geoportale della Lombardia, Aree dismesse 2008/2010
[3] Regione Emilia-Romagna, Disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio, L.R. n. 24/2017
[4] Mambelli, T., La costruzione partecipata dell’albo degli immobili dismessi, Comune di Bertinoro, 2024
[5] Elkington, J., Towards the sustainable corporation: win-win-win business strategies for Sustainable Development, in “California Management Review, n. 36, 1994
[6] In Bianchi A., Placidi, B., Rigenerare il Bel Paese, Rubbettino, 2021
[7] Alessandria, F., Tassonomia e sostenibilità sociale, in “La Fenice Urbana”, n. 5-6, dicembre 2025
In copertina: Foto di Caio Fernandes su Unsplash

