di Pierrick Hamon
L’articolo di Antonio Cantaro pubblicato nell’ultimo numero di LAB[1]ha il merito di rifiutare letture manichee del conflitto israelo-palestinese. Ricorda utilmente che il massacro commesso da Hamas il 7 ottobre 2023 non può essere dissociato dal suo contesto storico: il blocco di Gaza, lo scacco degli accordi di Oslo, l’occupazione della Cisgiordania, la colonizzazione e le violenze commesse da dei coloni protetti dall’esercito israeliano. Denuncia egualmente, a ragione, la deriva teocratica, messianica e suprematista d’una parte dell’establishment israeliano, come pure la tendenza a rendere lo stato di Israele moralmente intoccabile. E’ anche del tutto legittimo diffidare di una rappresentazione idealizzata della causa palestinese. L solidarietà col popolo palestinese non può arrivare a minimizzare i crimini di Hamas né ad ignorare le contraddizioni della società palestinese e le responsabilità in erti governi arabi.
Ma l’analisi diviene discutibile quando stabilisce quasi una simmetria tra «israelismo» e «palestinismo», presentati come due fanatismi o due simulacri di una medesima «religione politica». Da un lato c’è uno stato dotato di un esercito estremamente potente, che occupa dei territori, prosegue la colonizzazione e beneficia del sostegno delle principali potenze occidentali, soprattutto degli Stati Uniti; dall’altro, un popolo privo di stato, di sovranità e, per gran parte di esso, dei diritti elementari. I fanatismi esistono nei due campi, ma le situazioni e le responsabilità evidentemente non sono equivalenti. La «radicalizzazione reciproca» non abolisce né i rapporti di forza né il diritto internazionale, e non permette di collocare sullo stesso piano la politica di uno stato occupante e la solidarietà verso una popolazione occupata e oggi devastata.
Antonio Cantaro ritiene che per una parte della sinistra occidentale Israele sarebbe divenuta il simbolo del «male assoluto»: colonialismo, suprematismo, imperialismo occidentale e militarismo mondiale. Dei discorsi semplicisti esistono sicuramente. Ma questi concetti rinviano a realtà tragiche: l’estensione e la crescente brutalità della colonizzazione della Cisgiordania, gli spostamenti forzati, l’impunità accordata ai coloni, le dichiarazioni suprematiste di responsabili israeliani e il sostegno militare occidentale. Denunciarli non è demonizzare Israele, e tantomeno gli Ebrei.
L’antisemitismo è una realtà certo persistente e pericolosa, che dev’essere combattuta senza debolezze, anche quando compare in certe mobilitazioni filo-palestinesi. Ma assimilare all’antisemitismo le manifestazioni di solidarietà con i Palestinesi, l’antisionismo, la critica al governo israeliano o la denuncia della guerra contro Gaza costituisce una manipolazione estremamente pericolosa e sempre più frequente. Essa tende a sottrarre uno stato alla critica politica e indebolisce considerevolmente la necessaria lotta contro l’antisemitismo vero. Il tentativo in atto anche in Francia di introdurre questa confusione in un prossimo progetto di legge deve turbare ancora di più.
E’ anche eccessivo ridurre la mobilitazione per Gaza a una ricerca di legittimità morale, a una compassione poco esigente o ad una messinscena identitaria adatta ai socials. Certe manifestazioni possono comportare questa dimensione, ma molto deriva da un’indignazione sincera davanti alle decine di migliaia di morti, alla distruzione di un territorio, alle espulsioni massicce di popolazione e all’impotenza delle istituzioni internazionali. Manifestare, boicottare o innalzare una bandiera palestinese può costituire uno dei rari momenti lasciati ai cittadini per tentare di far pressione sui propri governi.
L’idea secondo la quale la sinistra occidentale da di Gaza la sua unica lotta non corrisponde molto alla realtà. Una gran parte della sinistra europea rimane, al contrario, esitante, divisa o silenziosa. Parecchi governi hanno continuato a sostenere Israele malgrado l’ampiezza delle distruzioni, mentre la Spagna si segnalava come un’eccezione per la fermezza e il coraggio della sua posizione.
In questo contesto, pensare ce un articolo che critica il «palestinismo» procurerà al suo autore numerosi nemici sembrerebbe un pochino presuntuoso. Quelli che denunciano senza ambiguità la politica israeliana si assumono oggi probabilmente più rischi politici e mediatici di chi critica i presunti eccessi di solidarietà con i Palestinesi.
La vigilanza di Antonio Cantaro nei confronti di ogni sacralizzazione identitaria è legittima, ma non deve condurre a una falsa equidistanza. Si può condannare senza riserve i crimini di Hamas, combattere l’antisemitismo, riconoscere il diritto di Israele ad esistere e rifiutare ogni essenzialismo riguardo al popolo israeliano, ma nello stesso tempo considerare che l’urgenza è di mettere fine alla distruzione di Gaza, all’occupazione e alla colonizzazione. Non si tratta di scegliere un fanatismo contro l’altro. D’altra parte non è questa l’intenzione di Antonio Cantaro, che si mostra lui stesso critico nei confronti del governo israeliano.
Un problema però rimane: perché la denuncia del «palestinismo» occupa oggi un tale spazio, mentre non veniva affatto formulata con lo stesso vigore prima del 7 ottobre, mentre i Palestinesi di Gaza subivano già il blocco e quelli della Cisgiordania affrontavano occupazione, espulsioni, umiliazioni quotidiane e violenze da parte dell’esercito e dei coloni? Questa differenza non rende falso l’intera argomentazione, ma ne modifica necessariamente la portata.
Gli eccessi degli uni non giustificano evidentemente quelli degli altri. Ma il dialogo ha come presupposto la menzione esplicita dei crimini e delle dominazioni, senza essenzializzare i popoli, né neutralizzare la realtà in nome di un equilibrio astratto.
[1] In https://www.labpolitiche.it/palestinismo-e-israelismo/ .

