La Grande Divergenza
Col termine Grande Divergenza l’intellettualità europea già dal ‘700 ma, soprattutto da fine ‘800 fin vero la fine del ‘900, si arrovellò sul come mai la differenza di prosperità e crescita tra Cina ed Europa, era esplosa a danno della Cina, sovvertendo tutte le narrazioni dei secoli precedenti sulla prosperità e ingegnosità cinesi.
Il tema della Divergenza fu introdotto da Adam Smith, nella Ricchezza delle Nazioni, nel 1776, quando, quasi per caso, notò che il livello dei salari cinesi era alto, magari anche più di quello inglese, aggiungendo però che quello che conta davvero non è il livello del salario, ma il suo tasso di crescita, mettendo il dito su quella piaga che poi verrà chiamata la Grande Divergenza, cioè la crescita continua della differenza tra le economie europee in continuo sviluppo e l’economia cinese stazionaria.
Ma è dalla fine del ‘900 che le acque hanno cominciato ad agitarsi , in quanto c’è chi ha cominciato a chiedersi se non si stia aprendo una nuova Grande Divergenza, ma nell’altra direzione: a danno dell’Europa. Se, sempre seguendo Smith, non sia adesso il reddito pro-capite europeo ad essere stagnante e quello cinese crescente. Come titola il sociologo Arrighi: “Smith [si è trasferito] a Pechino”.
Smith, peraltro aveva individuato con precisione due aspetti cruciali dell’inizio di quella fase iniziale di crescita esplosiva della produzione e del reddito, che un altro economista, Rostow, chiamerà il decollo.
Fattori del primo Decollo inglese.
Il primo fattore è la trasformazione del lavoro da artigianale a industriale. Il primo tipo è un’attività che punta al compimento di un lavoro con la produzione di un oggetto, formato dall’artigiano, attraverso il controllo costante dell’attività (pensiamo a un soffiatore di vetro, o a un vasaio). Lavoro industriale è invece la trasformazione dell’attività, in vista di un fine, in semplice sequenza di gesti che muovono corpi nello spazio, della cui finalità chi agisce può essere del tutto ignaro (ne vediamo storicamente l’approdo nella catena di montaggio fordista, e plasticamente nei Tempi Moderni di Chaplin). Un secondo aspetto fu l’accumulazione del capitale, come chiave dell’espansione continua della produzione, basata sul progresso tecnico continuo (assoluta novità, rispetto ai lenti e discontinui progressi tecnici dell’artigianato nei tempi pre-moderni; ricordiamo che Smith a proposito del passaggio al lavoro industriale, parla di aumento della produttività di 240 volte, 24.000%). Progresso tecnico continuo messo in moto dal fatto che a partire dalle caratteristiche del lavoro industriale si rese possibile la sostituzione di lavoro umano con meccanismi (cioè macchine)come mai era stato possibile prima. Come disse Marx, il lavoro artigianale non è una base per lo sviluppo del capitalismo. Solo la sua trasformazione in industriale permette l’esplosione produttiva cui siamo testimoni dal ‘700 in poi.
Ma c’è un secondo fattore senza il quale il decollo non sarebbe stato possibile. Attraverso un lungo processo che, a partire dalla Riforma monetaria di Carlomagno, passa per l’introduzione e sviluppo di strumenti di pagamenti (tratte, giroconti, etc.) che permettono (soprattutto dal 1200 in poi) la riduzione dell’uso del metallo nei pagamenti (anche la ripresa di coniare monete in oro permette di risparmiare l’argento, più usato, ma anche limitato); lo sviluppo di istituzioni finanziarie, le grandi banche mercantili toscane, veneziane e poi genovesi.
Il punto cruciale di questo processo è che questo sganciamento dei mezzi di pagamento dalla limitatezza fisica del metallo (per quanto ne arrivi dalle Americhe, le transazioni da liquidare aumentano più in fretta), fa sì che il suo uso corrente si limiti sempre più, e sempre di più ne finisca nelle camere blindate delle banche centrali; al punto che, agli inizi del ‘900, Keynes scriverà che l’oro è ormai un relitto barbarico. E’ questa flessibilità finanziaria sistemica che ha permesso, dal 700 in poi, il finanziamento delle varie ondate di crescita, prima inglese, poieuropee, ma ora globali, che si sono avvicendate.
Per quanto in diverse parti del mondo orientali, strumenti creditizi fossero noti e usati, non si è mai sviluppato in quelle aree un sistema così complesso e flessibile, né sistemi bancari centralizzati (che in paesi come Germania, Russia e Italia, sostituirono il ruolo dei mercati finanziari, come sviluppati nei paesi anglosassoni) né ha mai soppiantato l’uso corrente del metallo nei sistemi di pagamento. Si può quindi, forse, parafrasando Marx: la circolazione monetaria metallica non è una base sufficiente per lo sviluppo del capitalismo.
Il Decollo pan-Europeo
Fu a partire dal primo decollo europeo, quello inglese di metà ‘700, che poi seguirono i vari decolli europei ed extra-europei, ma pur sempre di paesi o europei o paesi derivati dall’espansione mondiale europea. Poi seguirono la Francia, gli Stati Uniti, da circa metà ‘800 la Germania e altri paesi del Nord, la Russia, cui poi si unirono Canada e Australia, l’Italia si aggiunse solo nei primi del’900. Cioè un gruppo di paesi che si possono chiamare collettivamente la Piattaforma europea (con una caratteristica che fece meditare poi Max Weber. Erano soprattutto paesi o totalmente o in gran parte protestanti). Situazione concreta e stato d’animo comune che meritò a questo periodo il nome di Belle Epoque.
Ma oltre a questa situazione, per così dire, ‘interna’ ai paesi europei, la grande espansione tecnica ed economica configurò una situazione mondiale probabilmente mai vista prima, nonostante la formazione di imperi estesissimi in tutte le parti del mondo anche nei secoli e millenni precedenti. Mai infatti un’area (anche se non un solo paese), in modalità stranamente conflittuale ma anche convergente, aveva avuto un dominio politico così esteso. A fine ‘800, a prescindere da aree interne inesplorate, solo l’Impero Ottomano (già in crisi da tempo) Cina e Giappone, tra i paesi di peso e che ancora oggi sono tali, erano indipendenti, per quanto avessero dovuto subire l’imposizione di trattati commerciali umilianti (comincia infatti a metà ‘800 il secolo che in Cina chiamano Secolo dell’umiliazione).
La cosa colpì. E spinse a una riflessione, anche perché il processo, nella forma di una dominanza politica di vari paesi europei sulla gran parte del globo era esploso in gran parte solo a partire da fine ‘600. E’ solo colla fase di crescita della seconda rivoluzione industriale, e quindi del progresso tecnico scientifico incorporato nei sistemi d’arma che appare anche una superiorità militare, oltre a quella economica.
La Grande Divergenza, non solo con la Cina, ma si può dire col resto del mondo, è un fatto la cui percezione esplode quasi improvvisamente nell’opinione pubblica europea verso fine ‘800, e sarà Max Weber, pur non usando questo termine, a incominciare una meditazione sul tema.
Max Weber e lo Spirito del capitalismo (europeo)
Max Weber aveva già iniziato la sua riflessione sull’origine del capitalismo, nel quadro di discussione storiografica tedesca sull’origine del capitalismo stimolata dall’ascesa del movimento socialdemocratico che facevano riferimento al Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels. In questo lavoro essi affermano che il motore del movimento storico sta nel movimento dei rapporti che gli uomini intrattengono tra loro e le cose, nella produzione e nel consumo. E che questo nucleo strutturale è anche cruciale per modellare le entità sociali che vi vengono costruire intorno.
E’ evidente, fin dal titolo, che il lavoro di Weber è una risposta a questa tesi, rovesciandola; ma anche mantenendo il rapporto tra mondo spirituale e materiale, per così dire; un rapporto, che nessuno, prima di Marx, aveva mai ritenuto pensabile, e che Weber non revoca.
Secondo Weber, l’uomo europeo moderno, nel quadro del cristianesimo, si trova da solo davanti al problema della sua salvezza eterna, in quanto il Protestantesimo (in particolare quello calvinista) ha cancellato l’intermediazione ecclesiale (confessione e assoluzione dai peccati, nella Chiesa Cattolica Romana). La risposta a quest’assenza scelta nel Protestantesimo, secondo Weber, è quella della costruzione di un metodo rigoroso di condotta quotidiana, che dia al singolo quantomeno segni della sua salvezza, attraverso il successo nelle imprese quotidiane, e di cui il successo economico (in quanto benedetto da Dio) è un segnale cruciale. Da cui la sua tesi dell’ascesi intramondana del Protestantesimo come chiave per la formazione delle personalità ispirate dallo Spirito del capitalismo; che quindi appare come il motore profondo dell’emersione dell’economia capitalistica stessa.
Questa tesi, pubblicata nel saggio L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, del 1904-05, è però per Weber solo il punto di partenza di una riflessione amplissima su tutte le grandi forme religiose mondiali, che saranno l’oggetto di una sua grandiosa opera successiva, Saggi sulla Sociologia delle Religioni, di cui Weber pubblicò solo il primo volume dedicato alla Cina (Taoismo e Confucianesimo), mentre i volumi dedicati a Buddismo, Induismo e Giudaismo furono pubblicati postumi. Delle forme ‘religiose’ cinesi e indiane è detto che non pervengono a un metodo di condotta. E del Giudaismo, nonostante le vicinanze col protestantesimo, vien detto che manca di ascesi sistematica.
In altri termini, si tratta dell’estensione ai mondi non-europei, nonché di conferma, attraverso un enorme lavoro di ricerca e analisi delle fonti, della tesi iniziale sull’etica protestante come la radice ultima dello spirito capitalistico, e di conseguenza della radice fondamentale della sua assenza. Così Weber rispondeva con largo anticipo alla domanda sulla Grande Divergenza che sarà formulata molto più tardi.
Entra Needham
Quando l’enorme lavoro di ricerca di Weber vede la pubblicazione, come prima risposta al quesito non proposto esplicitamente della divergenza tra mondo europeo e altri mondi, la situazione sta però già cambiando.
Se all’opinione pubblica alto-borghese dell’800 parigino e londinese, questa differenza poteva apparire solo come una mancanza di civilizzazione, nei primi decenni del ‘900 si incomincia ad articolare l’idea che la differenza non è tra civilizzazione e sua mancanza. E comincia una grande ricerca per comiciare a capire i mondi altri da quello europeo, a partire da loro stessi. In quest’epoca nasce, infatti, come nuova disciplina, l’Antropologia culturale
Pur partendo da altre premesse, il lavoro di John Needham (Londra, 1900, Cambridge, 1995) si iscrive in questo nuovo orientamento generale. Needham è un importante bio-chimico di Cambridge con una estrema curiosità per la storia delle conoscenze scientifiche pre-moderne. Dopo una prima ricerca sull’antichità egiziana va in Cina, e vi risiede parecchi anni, incominciando a raccogliere ampi materiali sulla storia sia delle varie modalità di pensiero cinese nei millenni precedenti, sia sullo sviluppo delle tecniche e delle conoscenze naturali ad esse collegate.
La svolta, da curiosità personale a impresa ufficiale, avviene nel 1941, quando il governo cinese, preoccupato che l’invasione giapponese della Manciuria dal 1937 in poi, possa avere conseguenze gravi sulla conservazione del patrimonio culturale cinese, chiede aiuto al governo inglese che, infatti, manda Needham per organizzare la ricerca e la conservazione di quanta più documentazione possibile, cosa che farà in qualità di direttore del Sino-British-Science Co-operation Office in Chongqing, dal 1942 al 1946.
Nel 1948 iniziò a progettare il lavoro di esposizione e ordinamento dei materiali.
Il frutto del suo lavoro, intrapreso insieme a molti studiosi cinesi cominciò ad essere pubblicata nel 1954 con il titolo Science and Civilisation in China, e al 2008 consisteva di 27 volumi (in vita pubblicati 14). Il lavoro, di per sè è enorme e importantissimo per la conoscenza del mondo cinese. Ma ha attirato attenzione e discussioni per due temi che lo stesso Needham ha sviluppato, a partire dalla massa di materiali raccolti.
Forse il più noto è il Needham Paradox, che si chiede come mai, nonostante l’ampiezza di conoscenze naturali cinesi, la scienza moderna non sia sorta in Cina. Inoltre, verrà formulato il Needham Puzzle, che si chiede come mai il capitalismo non sia sorto in Cina nonostante ne esistessero, secondo Needham, le pre-condizioni: un’economia monetaria, un certo ruolo fiscale dello Stato, una certa mobilità del mercato del lavoro, grandi mercanti (con un qualche ruolo finanziario) e, soprattutto, un ventaglio di tecniche (artigianali) più ampio ed efficiente dei livelli raggiunti nell’Europa pre-decollo (come riconosceva in qualche modo anche Adam Smith).
Nella parte iniziale si è cercato di mostrare come siano stati all’opera aspetti, come il passaggio da lavoro artigianale a lavoro industriale, e lo sviluppo di un sistema finanziario molto articolato e flessibile, fondamentali nel decollo europeo; fattori di cui le ricostruzioni storiche delle economie extra-europee, mostrano poche tracce.
Ma la discussione sulla tesi di Needham si sviluppò, portando molti importanti contributi alla conoscenza in particolare della Cina, anche se non solo, in quanto avveniva sullo sfondo di una nuova Divergenza. Infatti nei Trenta gloriosi (i primi trent’anni post-bellici) si era assistito a una crescita costante e importante delle economie industrializzate, cui però non aveva fatto riscontro una crescita nella grande area di paesi come si diceva allora ‘in via di sviluppo’. La domanda del perché questo potesse succedere infuriò, ed ebbe una molteplicità di risposte sulle cause economiche e politiche.
E quindi il Paradosso di Needham aiutava a porsi domande e cercare risposte sulle premesse lontane della situazione presente.
Il Decollo cinese (e altri decolli)
Ma la discussione cambiò tono quando il mondo cambiò.
Dai primi duemila, la discussione intorno a Needham e la Cina aveva già sott’occhio il fenomeno nuovissimo dell’impetuoso decollo cinese nei ’90 del ‘900 e che fin dai primi 2000 si vedeva che stava puntando a una rincorsa ben più ravvicinata rispetto alla crescita e ai livelli tecnologici di punta dei paesi di vecchia industrializzazione. La discussione cedeva il passo a una nuova visione che confrontava l’impetuosa nuova crescita di paesi precedentemente in difficoltà con la relativamente bassa crescita dei paesi di vecchia industrializzazione.
Escono prima il libro di Pomeranz, La Grande Divergenza, che dà il nome alla discussione stessa, anche retrospettivamente. Poi il testo di Arrighi, Smith a Pechino, testiche, entrambi, in qualche modo, interpretano la lunga divergenza come una pausa tra le capacità economiche e tecnologiche pre-moderne, in particolare cinesi, la cui interruzione si deve all’irruzione occidentale in quei mondi, cui sta seguendo la ripresa del filo del discorso interrotto.
In realtà era successo tutt’altro.
Lo si vede bene con la Cina, che aveva attuato, da fine ‘800, alcuni tentativi di industrializzazione. Ma che incomincia a mettersi sul percorso con la prima importazione dell’industrializzazione forzata di tipo sovietico dopo il 1949. Questo tentativo si chiuse con la rottura politica tra URSS e Cina, ma lasciò l’eredità di una massa di lavoratori installati nel nuovo ambiente di lavoro industriale. Chiuso un altro lungo periodo di instabilità politica tra i ‘60 e i ’70, la nuova dirigenza, con a capo Den Xiao Ping, instaurò un compromesso con le potenze economiche mondiali, che prevedeva da un lato il permesso di installare grandi complessi industriali nelle aree costiere ma, soprattutto con l’accordo di un sistematico e continuo addestramento ai nuovi livelli tecnologici di maestranze, quadri intermedi e dirigenti. E’ questo apprendimento continuo al cambiamento tecnologico che ha costituito la base per il radicamento della forza lavoro cinese nel nuovo mondo industriale. A questo radicamento interno è poi seguito lo sciame di studenti e studiosi cinesi nelle università occidentali, che ha permesso la complessiva ‘appropriazione’ (con modalità specifiche cinesi, come ripetono sempre i dirigenti cinesi) di quei mondi tecnici e scientifici da cui all’inizio del decollo europeo erano stati esclusi.
E sicuramente va riconosciuta alla dirigenza cinese la grande capacità di essersi messa sulla scia dei paesi con tecnologie più elevate, ‘aver saputo tenere la scia per il possibile sorpasso, oggi molto meno impensabile di quanto si potesse credere pochi decenni fa’.
Conclusione
“Perché la scienza moderna, la matematizzazione delle ipotesi sulla Natura, con tutte le sue conseguenze per la tecnologia avanzata, è cresciuta in modo esplosivo solo in Occidente”, e “non si è sviluppata nella civiltà della Cina”, che pure nei molti secoli precedenti “ era molto più efficiente di quella occidentale nell’applicare le conoscenze naturali ai bisogni pratici”?
Così Needham stesso formulava il suo Paradosso. Eppure, dopo che la grande Divergenza è esplosa con tutte le sue conseguenze, e la sua esplosione ha stupito e innescato una grande discussione, e la Grande Rincorsa del recente decollo cinese ha ugualmente quasi preso di sorpresa il mondo, va tratta la conclusione che forse l’impostazione di Needham era insufficiente.
Il progresso (di conoscenze e di tecniche) di popoli e Stati non avviene, come spesso si pensa, per accumulazione continua e duratura di piccoli vantaggi. La storia fa salti. E le posizioni relative non sono mai garantite.
Quel salto avvenne, per quanto preparato da sviluppi precedenti, nel secolo del decollo inglese, e si diffuse in tutti i paesi europei in senso lato. Ma adesso la situazione si presenta rovesciata per gli europei.
Non vi è dubbio che la Cina abbia saputo sfruttare l’occasione della scelta di un salto globalizzante da parte dei paesi occidentali per innescare un decollo che è andato ben oltre le aspettative iniziali, e ha messo la Cina sulla traiettoria di una competizione per la conquista della frontiera della tecnica mondiale.
Qualcuno ha già fatto i conti, e ha indicato livelli e settori di massicci investimenti necessari in Europa per restare in gara in questo scontro che, inaspettatamente sembra oggi essere limitato ai soli due grandi attori mondiali, USA e Cina. Ma la massa di investimenti previsti dice che gli assetti economici politici creati a Maastricht, con la loro struttura macroeconomica frenante (come sostenuto da Mario Draghi nel discorso di Harvard del 2023) potrebbero rischiare di non consentire lo sforzo necessario. La ripresa di competizione, quindi, sembrerebbe richiedere un loro superamento, per evitare un destino di osservatori paganti (finché si può) della competizione sui livelli tecnologici mondiali di altri giganti.

