di I-Dialogos (Ariel Français, Pierrick Hamon, Jean-Claude Mairal, Silvana Scarponi)
Docente universitaria, scrittrice e poetessa israeliana nata al Cairo nel 1933, Ada
Aharoni è fondatrice e presidente di IFLAC World Peace (Forum international pour
la littérature et la culture de la paix). L’IFLAC è un’organizzazione creata nel 1999
per promuovere l’avvicinamento tra i popoli attraverso la letteratura, le arti e
l’educazione. In questa intervista – pubblicata anche in inglese, ebraico, arabo e
italiano – ripercorre la propria storia personale e, in qualità di attivista per la pace,
affronta la necessità del dialogo tra israeliani e palestinesi (e non solo), nonché il
contributo della società civile alla costruzione della pace. Mentre, dopo gli eventi
del 7 ottobre 2023, continuano terribili massacri a Gaza e in Cisgiordania, prosegue
la sua battaglia coraggiosa e difficile, condivisa con movimenti come “A Land for
All” e con attivisti palestinesi.
I-Dialogos: Professoressa Ada Aharoni, lei è nata al Cairo, in una famiglia ebraica che
ha lasciato l’Egitto alla volta della Francia prima di arrivare in Israele. In che modo
questa storia personale, che ha attraversato diversi paesi, lingue e culture, ha
alimentato il suo impegno a favore della pace?
Ada Aharoni: Sono nata al Cairo e sono cresciuta in un mondo multiculturale.
Quando gli ebrei d’Egitto furono espulsi dal Paese dopo la creazione dello Stato di
Israele nel 1948, arrivammo in Francia; tuttavia, desideravo aiutare Israele, che
all’epoca aveva appena due anni. Fin dai miei primi anni di vita, ho vissuto a contatto
con lingue, religioni e culture diverse. In seguito, l’esperienza di lasciare l’Egitto, di
vivere in Francia e infine di trasferirmi in Israele mi ha insegnato qualcosa di
fondamentale: l’identità non deve necessariamente erigere muri tra gli esseri umani.
Al contrario, le nostre diverse identità possono arricchirci.
Ho anche imparato personalmente cosa significhi perdere la patria e ricominciare la
vita da capo. Questa esperienza mi ha resa profondamente sensibile ai temi dello
sradicamento, della paura, del rifiuto e del desiderio di sicurezza e appartenenza, sia
per gli ebrei che per i palestinesi e per tutti i popoli. Mi ha convinta che la pace non
si possa costruire negando la storia o la sofferenza dell’altro. Dobbiamo imparare a
conoscere le narrazioni reciproche, anche quando sono dolorose e contraddittorie.
Questa consapevolezza ha guidato, per tutta la vita, il mio lavoro di scrittrice,
ricercatrice e attivista per la pace.
I-Dialogos: Lei ha fondato l’IFLAC (Forum international pour la littérature et la culture
de la paix) e, in qualità di accademica, ha attribuito alla letteratura, alla cultura e alla
musica un ruolo fondamentale nell’opera di costruzione della pace. Cosa possono
rendere possibile, quando il dialogo politico si è di fatto interrotto?
Ada Aharoni: Ho fondato l’IFLAC nel 2000 perché credo che i soli accordi politici
non possano creare una pace duratura. Dobbiamo anche creare una cultura della
pace. La letteratura, la poesia, la musica e le arti possono raggiungere luoghi che i
discorsi politici spesso non riescono a toccare. Una poesia può farci percepire la
sofferenza di qualcuno che ci è stato insegnato a considerare un nemico. La musica
può avvicinare le persone senza chiedere prima quale sia la loro nazionalità,
religione o opinione politica. L’11° Congresso mondiale dell’IFLAC per la pace,
svoltosi il 22 settembre 2026, è stato dedicato alla pace attraverso la musica e alla
memoria di Yehudi Menuhin, che aveva incarnato lo straordinario potere universale
della musica. Quando il dialogo ufficiale si interrompe, il dialogo umano deve
proseguire. Scrittori, musicisti, educatori, donne, giovani e organizzazioni pacifiste
possono mantenere i ponti finché i leader politici non saranno pronti ad
attraversarli.
I-Dialogos: Di fronte alla sofferenza di entrambi i popoli, e oggi in particolare a quella
dei palestinesi, come far sentire il dolore di ciascuno senza cancellare quello
dell’altro? Dove vede oggi possibilità concrete di dialogo?
Ada Aharoni: La prima regola della pace è molto semplice: la sofferenza di un popolo non deve
mai cancellare quella di un altro. La sofferenza palestinese deve essere ascoltata
pienamente e umanamente. Anche la sofferenza palestinese deve essere ascoltata
pienamente e umanamente. Non possiamo costruire la pace chiedendo all’uno o
all’altro popolo di dimenticare i propri morti, le proprie paure, i propri traumi o la
propria storia.
La situazione rimane estremamente difficile. Le Nazioni Unite hanno segnalato nel
settembre 2026 che, nonostante il cessate il fuoco a Gaza iniziato nell’ottobre 2025,
persistono violenze e gravi problemi umanitari e politici, mentre anche le condizioni
in Cisgiordania sono peggiorate. Allo stesso tempo, l’ONU continua a sostenere la
creazione di due Stati sovrani, Israele e Palestina, che vivano fianco a fianco in pace
e sicurezza
Per me, uno Stato palestinese pacifico accanto a Israele deve rimanere una
prospettiva, con una sicurezza reale per israeliani e palestinesi, e un quadro politico
in cui nessuna delle due parti cerchi la distruzione dell’altra. Il dialogo dovrebbe
iniziare ovunque sia ancora possibile: tra educatori, donne, giovani, scrittori, artisti,
ricercatori, municipalità, organizzazioni della società civile e movimenti pacifisti. Non
possiamo aspettare che i governi trovino un accordo prima che gli esseri umani
ricomincino a parlarsi.
I-Dialogos: Il vostro impegno va oltre il Medio Oriente. Come reagite alle guerre e alle
tensioni in Ucraina e Russia, in Sudan e nella Repubblica Democratica del Congo?
Perché il dialogo sembra ormai impossibile? In che modo le Nazioni Unite possono
ritrovare il loro ruolo autentico?
Ada Aharoni: Ciascuna guerra ha la sua storia e le proprie circostanze. Dobbiamo
evitare di presumere che una sola formula possa risolverle tutte. Tuttavia, esiste un
pericolo comune: quando le società si convincono che la forza sia l’unico linguaggio
compreso dalla controparte, il dialogo diventa quasi impossibile. La paura, il lutto, la
propaganda e l’odio approfondiscono la frattura. Il dialogo non significa
capitolazione. Non implica nemmeno la rinuncia al diritto internazionale o alla
giustizia. Significa mantenere aperta una via attraverso la quale la violenza possa
finalmente cessare. Le Nazioni Unite rimangono dunque indispensabili, ma hanno
bisogno di essere rafforzate e riformate. Proseguono le discussioni sulla riforma del
Consiglio di Sicurezza, in particolare riguardo alle richieste di istituire un sistema più
rappresentativo, trasparente, responsabile e attento a tutti i membri dell’ONU. Vorrei
vedere le Nazioni Unite diventare molto più efficaci nella prevenzione, agendo prima
che scoppino i conflitti e non principalmente dopo la morte di migliaia di persone.
Dedichiamo risorse immense alla preparazione della guerra. L’umanità deve
imparare a investire seriamente nella preparazione della pace.
I-Dialogos: L’11° Congresso mondiale dell’IFLAC propone una legge mondiale
contro la guerra. Può sembrare utopistico, se non addirittura ingenuo. Come
potrebbe questa idea trasformarsi in qualcosa di più di una semplice dichiarazione di
principio? Quale sarebbe il primo passo concreto?
Ada Aharoni: Quasi tutti i grandi progressi dell’umanità sono stati definiti utopistici
prima di diventare realtà. Un tempo la schiavitù era considerata inevitabile. Anche il
colonialismo era considerato inevitabile. In molte società, il diritto di voto alle donne
era ritenuto irrealizzabile. Perché la guerra dovrebbe essere l’unica istituzione che
l’umanità non ha nemmeno il diritto di immaginare di poter superare?
E non partiamo da zero. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite impone già agli
Stati di risolvere le controversie internazionali con mezzi pacifici e vieta la minaccia
o l’uso della forza in modo incompatibile con la Carta stessa. La Costituzione
giapponese, all’articolo 9, rinuncia esplicitamente alla guerra come mezzo per
risolvere le controversie internazionali.
L’IFLAC propone di spingersi molto oltre nell’applicazione internazionale di questo
principio. Il primo passo concreto potrebbe essere la creazione di un gruppo
internazionale composto da giuristi, diplomatici, studiosi della pace e rappresentanti
della società civile, incaricato di redigere una vera e propria Convenzione mondiale
contro la guerra, per poi cercare il sostegno dei governi e sottoporla alle Nazioni
Unite. Una legge priva di istituzioni è insufficiente. Ecco perché il nostro Piano
mondiale per la pace dell’IFLAC propone anche l’istituzione, in ogni Paese, di
Ministeri della Pace dotati di autorità, risorse e finanziamenti adeguati per prevenire
i conflitti, promuovere la mediazione ed educare alla pace. La pace deve poter
contare su istituzioni, budget e competenze professionali, esattamente come la
difesa.
I-Dialogos: A Metz, Papa Leone XIV ha esortato a rifiutare l’attuale corsa al riarmo
e fare del dialogo una via per la pace. In che modo i cittadini di ogni orientamento
possono unirsi attorno a questo obiettivo e come si possono convincere governi
profondamente contrapposti a dialogare tra loro?
Ada Aharoni: Ho seguito con grande interesse il messaggio di Papa Leone XIV a
Metz, il 28 settembre 2026. Ha invocato un dialogo paziente, coraggio nel negoziare
e la volontà di rinunciare a certe posizioni per il bene superiore della pace, mettendo
al contempo in guardia dall’illusione che il riarmo rappresenti di per sé una soluzione.
Questo è in piena sintonia con quanto sosteniamo all’IFLAC.

La pace non dovrebbe appartenere né a una sola religione né ad un solo partito
politico, né a una sola ideologia. Un cristiano, un mussulmano, un ebreo, un buddista,
un ateo o un agnostico possono tutti mettersi d’accordo su una cosa molto semplice:
i nostri bambini meritano di vivere. E’ il nostro punto di partenza comune.
I governi non si metteranno d’accordo subito su tutto. Il dialogo dovrebbe dunque
cominciare su questioni precise sulle quali un accordo è possibile: la protezione dei
civili, l’accesso umanitario, gli scambi, la cooperazione ambientale, l’educazione, il
commercio, l’acqua, la sanità ed altri interessi comuni. Piccoli accordi possono creare
fiducia. La fiducia può rendere possibile degli accordi più importanti. L’alternativa –
rifiutare di parlare finché tutto non sia concordato – garantisce che niente lo sarà mai.
I-Dialogos: I-Dialogos sta costruendo una rete di corrispondenti in più di 60 paesi.
Perché non associare ad essa delle voci israeliane, palestinesi e regionali? Che
pensate di questa iniziativa ? Potrebbe esserci un partenariato con l’IFLAC?
Ada Aharoni: Sì, credo che esista un terreno naturale di cooperazione tra I-Dialogos
e IFLAC. Una vera rete internazionale di dialogo ha bisogno di voci israeliane e
palestinesi, ma tali voci non debbono limitarsi a ripetere slogan politici. Le persone
devono ascoltarsi a vicenda. Affinché una rete del genere abbia successo, suggerirei
alcuni principi semplici: nessuna incitazione all’odio, nessuna disumanizzazione,
rispetto dei fatti, rispetto del dissenso, pari dignità umana e una reale volontà di
ascoltare qualcosa che forse non si vorrebbe sentire. Anche le donne e i giovani
dovrebbero occupare un ruolo di primo piano in questi dialoghi.
Da 26 anni, IFLAC si adopera per creare legami tra scrittori, ricercatori, educatori,
artisti e Ambasciatori di pace amanti della pace in molti paesi. Sarei molto lieta di
valutare come questa rete e I-Dialogos possano collaborare. Forse I-Dialogos e
IFLAC possono contribuire a dimostrare qualcosa che il nostro mondo diviso deve
riscoprire con urgenza: il dialogo non è una debolezza. Il dialogo è una forma di
coraggio.
I-Dialogos: Potrebbe aiutarci a individuare dei referenti di I-Dialogos in Israele e,
magari, degli interlocutori palestinesi o membri della rete IFLAC? Quale prima
iniziativa congiunta proporrebbe? Cosa pensa di movimenti come «Una terra per
tutti»?
Ada Aharoni: Sì. Sarei lieta di aiutare I-Dialogos a entrare in contatto con persone
adatte in Israele e con membri della rete internazionale IFLAC, e incoraggerei
vivamente la partecipazione di costruttori di pace palestinesi in qualità di partner
paritari nel dialogo. Preferirei non fare nomi in modo affrettato. L’importante è
individuare persone che accettino sinceramente il dialogo, la non violenza e la dignità
di entrambi i popoli.
Come prima iniziativa congiunta, propongo un dialogo israelo-palestinese per la pace
IFLAC–I-Dialogos, magari online, che riunisca un ristretto gruppo di israeliani,
palestinesi e voci internazionali impegnate per la pace. Invece di iniziare chiedendo:
«Chi è il colpevole?», potremmo partire da un’altra domanda: «Cosa dobbiamo fare
ora affinché i nostri figli non ereditino questa guerra?»

Esistono già iniziative israelo-palestinesi che meritano di essere esaminate
nell’ambito di un simile dialogo. Ad esempio, “Una terra per tutti” si presenta come
un movimento congiunto israelo-palestinese e propone due Stati sovrani all’interno
di un’unica patria condivisa, caratterizzata da cooperazione, libertà di movimento e
istituzioni comuni. I vari movimenti pacifisti propongono assetti politici differenti.
Piuttosto che stabilire a priori quale formula rappresenti la soluzione, ritengo che il
dialogo debba esaminare quali elementi concreti possano favorire il riconoscimento
reciproco, la sicurezza, la libertà, l’uguaglianza e la convivenza pacifica.
I-Dialogos: Ci sono altri punti che le sembtano importanti e che vorrebbe tratatre in
conclusione?
Ada Aharoni: Si. Vorrei concludere con il messaggio centrale del nostro XI
Congresso mondiale dell’IFLAC per la pace; la guerra dev’essere vietata, La pace
mondiale è possibile. Ma la pace non arriverà da sola. Per questo all’IFLAC
abbiamo elaborato un Piano mondiale di pace concreto, fondato su quattro idee
centrali:
Donne e uomini alla guida insieme. Le donne devono godere di una
rappresentanza paritaria, in particolare di una partecipazione del 50% negli ambiti
in cui vengono prese le decisioni politiche e di pace più importanti.
Per troppo tempo l’umanità ha organizzato la guerra in modo grandioso e la pace in
modo del tutto insufficiente. Sappiamo costruire eserciti, alleanze militari e sistemi
d’arma. Ora dobbiamo impegnarci con la stessa serietà nella costruzione della
pace. Ecco perché accolgo con favore I-Dialogos e qualsiasi iniziativa sincera che
crei ponti tra i popoli. Il grande compito che ci attende non consiste soltanto nel
porre fine a una guerra; si tratta di creare un mondo in cui l’umanità impari
finalmente a risolvere i propri conflitti senza ricorrere alla guerra.
È questa la sfida alla quale ho dedicato la mia vita, e continuo a credere che
possiamo vincerla.
Una legge mondiale contro la guerra. Sviluppare il diritto internazionale affinché
la guerra venga sempre più delegittimata e sostituita da meccanismi pacifici e
vincolanti per la risoluzione delle controversie.
Ministeri della Pace in ogni Paese. Istituzioni governative solide, professionali e
adeguatamente finanziate, dedicate alla prevenzione della guerra e alla costruzione
della pace.
Un’Alleanza mondiale per la pace. Unire le organizzazioni pacifiste e la Comunità
internazionale dei popoli amanti della pace (IPLC), affinché le numerose voci che si
levano a favore della pace si trasformino in una potente forza globale.

