Colui che,ostinatamente, cercasse ancora una “veduta panoramica” dei due laghi mitici dei Campi Flegrei, i laghi di Lucrino e di Averno, un tempo uniti da un varco, dovrà costui necessariamente inerpicarsi su di un’altura da cui ancora si vedono le due calme distese di acqua dolce dispiegarsi luminose di fronte ad un monte detto “nuovo”. Questo monte, appunto, decise di sgorgare dalla terra, in un solo giorno pare, a fine 1500, in piena epoca rinascimentale … Così la geologia decide di sconvolgere la prospettiva storica…
SIC VOLVERE PARCAS. (1)
La fertile terra dei Campi Flegrei, da sempre tanto rovente, attrasse così tanto Virgilio, il poeta sapiente, e per i napoletani un santo “mago” (intendi miracoloso), che in essa pose il centro della sua concezione del mondo, che bizzarramente potremmo definire “apocalittico – risorgimentale”, il suo Acheronte ed i suoi campi Elisi, il suo alfa ed il suo omega.
Si credeva che l’Averno, il luogo da cui si tengono lontani gli uccelli per le esalazioni sulfuree (dal greco a-ornos: senza uccelli)nella sua profondità fosse collegato con il mondo di chi ha già vissuto: da loro ci si attendevano direttive sapienti.
SIC VOLVERE PARCAS.
Virgilio da questo mondo è caparbiamente attratto e potremmo dire “illuministicamente illuminato”, cercando un “disvelamento”.
Il poeta mantovano si addentra nei pressi del lago Averno in una foresta antica ed impenetrabile che egli definisce “selva opaca”(2) (Dante riproporrà la metafora nell’incipit della “Commedia”), dove la Sibilla gli ingiunge di trovare, scortato da colombe, il “ramo d’oro”, che, come vedremo in seguito, è l’alloro, pianta che, se masticata, può indurre un sonno profondo e che è necessaria per scendere nella profondità del lago e dunque all’ Ade.(3).
L’eroe troiano, al primo approdo burrascoso in Italia nella greca Cuma, si rende subito conto di trovarsi in un “cratere” attivo, crogiuolo di arcaiche civiltà…
Intorno al 37 A.C. (presumibilmente data in cui inizia la composizione del poema) i romani avevano già fatto di Cuma, definita colonia della “magna Grecia”, il bacino interno del porto Julius a Bacoli: dal mare, attraverso un varco che dava nel vicino lago Lucrino passavano derrate ed armi. Tutt’intorno avevano costruito ville ed impianti termali, essendo il luogo, allora come oggi, dotato di acque e fanghi benefici e terapeutici. (Concedendoci una piccola divagazione viene in mente che a questa cultura terapeutica si sono opposti nei secoli, tentando di sradicarla, sia la scuola medica Salernitana sia la Chiesa, ritenendo le cure termali, oggi così apprezzate, frutto di idolatria magica).
Ma il lago d’Averno non è possibile abbracciarlo con un solo sguardo…
Se dall’ampia veduta sull’altura il lago può sembrare uno specchio azzurro intorno al quale si intravedono rovine ricoperte da muschi e canneti (si tratta del così detto tempio d’Apollo), e vi si immaginano narcisi ed asfodeli, a voler passeggiare sulle ombrose rive le visuali mostrano scorci inaspettati, dove altre leggende si rincorrono e si intrecciano, indicando altri assai utili percorsi di pensieri, che il poeta Virgilio ha profondamente colto, ricucendo il
caleidoscopio culturale che la neo-greca città di Cuma aveva assorbito e conservato.
Sui bordi del Lago d’Averno Virgilio ha posto la dimora della Sibilla Cimmeria che erroneamente è stata confusa con la Sibilla Cumana, che pure aveva un suo antro, ufficializzato, ma meno antico. L’antro della Sibilla Cimmeria non è l’antro della Sibilla Cumana.
Il così detto antro della Sibilla a Cuma, come ha decretato Amedeo Maiuri (4), pur essendo indicato come dimora magica di una profetessa immortale (e a quali condizioni meriterebbe altro racconto), era in effetti una galleria militare e di difesa, un lungo tunnel scavato nel tufo dell’acropoli, con una caratteristica sezione a trapezio, antica e sapientissima tecnica costruttiva per dare stabilità alla roccia prevenendo movimenti sismici.
Non ci si deve meravigliare del fatto che nei Campi flegrei esistessero ben due culti sibillini, perché questa figura leggendaria di Sibilla era già al tempo di Virgilio un mito universale e sincretico, che ha in ogni tempo ispirato tanti artisti con raffigurazioni che sempre la vedono sfuggente e maestosa ad un tempo (dall’arte arcaica passando per antichi affreschi alle le opere di Michelangelo, Raffaello, l’Apollo e Dafne del Bernini …).
Virgilio, spinto dalla suggestione letteraria, si rifà ad una tradizione orale molto antica, richiamandosi fra l’altro ad Omero per il racconto che Odisseo piangendo fa ai Feaci (ed Enea per parte sua farà a Didone). Ovidio successivamente, nelle “Metamorfosi”, parlerà del paese dei Cimmeri, paese del sonno profondo (5).
Il punto è che Virgilio parla di una Sibilla ispirata da un Apollo non così contrapposto al dio Dioniso, come nella concezione dell’Olimpo Romano: di una Sibilla che attraversa la “trance”, che prima di proferire alcuna profezia “sciama” come le api. Sembra che ad essa si conferissero caratteristiche proprie di una divinità matriarcale, connessa alla rinascita ed alla nutrizione.
Quando Enea la osserva nella “possessione”ne ha timore e la prega di parlare in maniera “inoppugnabile” (6). Ma la Sibilla, mangiando una foglia di alloro che induce la “trance” (dolorosa come i dolori di un parto) non può narrare perché alla sua mente si presentano e si fondono nello stesso tempo due verità contrapposte. La sua parola non può essere solo “udita”, ma deve essere vista come vissuto, vista in maniera sacrale. La visione è tanto forte da chiedere di essere “incisa” come segno e non come parola, e i segni sono gli “scritti” più antichi dell’umanità.
Il suo dio profetico non le impone di uscire dall’ambito delle leggi naturali, poiché gli dei arcaici non possono creare qualcosa dal nulla. Così la Sibilla guida all’esperienza, consiglia ed ordina contemporaneamente, infondendo quel senso di umiltà che si deve provare di fronte ad una scoperta, un’emozione che si prova quando emerge nella mente la richiesta della soluzione di un problema. (l “eureka” pitagoriano).
La Sibilla cerca umilmente la verità: richiama la figura Omerica di Cassandra, pacifista, inascoltata perfino dal suo popolo che la nomina “profetessa di sventura”, come si legge in Eschilo (7).
L’alloro, il ramo d’oro che dopo l’esperienza della discesa nel mondo dei morti, coronerà per sempre il capo del poeta e vate Virgilio, è simbolo di verità e preveggenza. Il culto solare ed Apollineo diventa a questo punto motivo di Illuminazione, guarigione, rinascita e pace.
Virgilio, vissuto in un periodo storico squassato da guerre civili, ha molto viaggiato e visto: nella Roma che stava per divenire imperiale si inviavano gli intellettuali ad investigare i vari culti delfici di terre conquistate, per raccogliere i versi oracolari delle tante culture.
Così Virgilio amò Troia, la patria d’altri, la città distrutta.
Se non ci si vuole limitare ad abbracciare con un solo sguardo il profondo lago d’ Averno, passeggiando intorno ad esso, nei tanti inserti delle sue sponde, si incontreranno miti e leggende molteplici, diverse: che sono, colte dalla poesia, sostanze “volatili”, ma patrimoni preziosi di tutta l’umanità, sempre dotate di pensieri ed insegnamenti. Sono questi gli “uccelli” che sorvolano il lago d’Averno.
La possessione, dice a noi Sibilla, è un’esperienza forte, forse anche molto dolorosa, ma invita a conoscere sé stessi.
Chi è purtroppo totalmente coinvolto nella battaglia, dice Sibilla, non vede la verità. Lei dice che è doveroso essere in grado di porsi al di fuori dell’orizzonte culturale del proprio impero e immedesimarsi nei popoli definiti “barbari”, costretti a sottomettersi da sempre agli dei del vincitore. (lei magari discendente di una schiava di Giulio Cesare…).
Perfino la sapienza dei greci fu considerata barbara dai Romani che avidamente però la studiavano: finirono per definirla la fanciullezza dell’umanità…
Vi è nel “fanciullo” sognato da Virgilio e già cantato nelle Egloghe, poi nel Poema (8) la speranza di un mondo di pace. Così parlò Sibilla dello sconfitto popolo troiano.
Sulle rive dell’Averno, dove vive l’Orco infernale, oggi giovani artisti hanno aperto “il giardino dell’Orco” dove da anni raccontano fiabe ai bambini,sostenendo, ad esempio con G.B.Basile, che… l’Orco non è poi così cattivo, anzi… talvolta… regala piante di mortella… (9).
Come non ricordare il giardino del “Gigante egoista” della fiaba di Oscar Wilde?
In copertina: Canne al vento, oche a parlamento. © Foto di Rino Vellecco
NOTE
- Celebre locuzione latina tratta dall’ Eneide di Virgilio, libro I, verso 22.
- Eneide,VI,vv,179-182.
- Ibid ,vv,136-148.
- Maiuri Amedeo-Passeggiate Campane-Rusconi Sant’Arcangelo di Romagna,1990
- Ovidio, Metamorfosi Libro XI,vv,592, 605.
- Eneide,VI,vv,42-155
- Eschilo, Agamennone,vv,1072 -1331.
- Virgilio Bucoliche, libro IV.
- G. Battista Basile, Pentamerone, I giornata, primo racconto,fiaba “L’Orco”.
BIBLIOGRAFIA .
A.A.V.V Storia arte e cultura della Campania-Teti editore-Torino 1976
Bachelard Gaston-La poetica della reverie-Bari 1972-Edizioni Dedalo
Bachelard Gaston-L’intuizione dell’istante e la psicanalisi del fuoco-Dedalo 1973-
Colli Giorgio-Apollineo e Dionisiaco- Milano-Adelphi 2010
De Simone Roberto-Il segno di Virgilio-1982-Napoli-Edizioni Stampa et Ars.
Gimbutas Marija-Il linguaggio della Dea-Vicenza-Neri Pozzi Editore-1997
Maiuri Amedeo-Passeggiate Campane-Rusconi Sant’Arcangelo di Romagna,1990
Kilito Abdelfattah-L’occhio e l’ago-Ed. Il melangolo-Genova 1994.
Pizzorno Bianca-Parlare a Vanvera-Milano-Mondadori-1989.
Ramondino Muller-Dadapolis-Torino-Einaudi-1989
Veroli Luisella-Prima di Eva-ed.La vita felice-Milano 2000
Wolf Christa-Cassandra-Roma 1985-Edizioni e/o
Wolf Christa- Medea-Roma 1996-Edizioni e/o.
Si ringrazia la Dott. Irene Veglione per i preziosi suggerimenti bibliografici e per la guida sapiente nel territorio Flegreo.

