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Iran: una guerra che non libera, una lotta che non si è mai fermata

La lotta del popolo iraniano non è iniziata oggi. E forse questo è proprio quello che spesso non si comprende. Non è iniziata con le proteste degli ultimi anni, né con la morte di Mahsa Amini.

È iniziata molto prima. Subito dopo la rivoluzione del 1979, quando le persone hanno capito che quella promessa di libertà si stava trasformando in un’altra forma di oppressione.

Da allora, generazioni di donne e uomini hanno continuato a lottare. Per la libertà, per la giustizia, per una vita dignitosa.

Quello che vediamo oggi non è un nuovo inizio. È la continuazione di una storia lunga. In Iran non è mai finita. È diventata più silenziosa, ma non meno reale.

Oggi la repressione continua, più violenta che mai: arresti, privazioni dei beni, condanne, torture, esecuzioni.

Persone che spariscono. Famiglie che non sanno dove sono i loro figli, o se sono ancora vivi. Costrette a cercare tra i cadaveri rinchiusi nei sacchetti i corpi dei propri cari. Talvolta perfino a pagare per il proiettile che li ha uccisi.

Tra loro ci sono studenti, lavoratori, donne. E sempre più spesso ragazzi molto giovani. Il carcere è diventato uno dei luoghi dove questa lotta si consuma ogni giorno.

Nelle piazze, la repressione è stata altrettanto dura. Migliaia di persone sono scese in strada negli ultimi mesi — si parla di decine di migliaia — per chiedere cambiamento, diritti, libertà. La risposta è stata immediata: arresti, violenza, spari diretti, uccisioni.

Non sono solo numeri. Sono vite, famiglie, storie che si interrompono o cambiano per sempre.

E sono anche un segnale chiaro: nonostante tutto, una parte della società iraniana continua a esporsi, a rischiare, a non accettare il silenzio.

Eppure, qualcosa è cambiato.

La società iraniana non è più quella di prima.

Lo si vede nei gesti quotidiani, nelle scelte, nel modo in cui soprattutto le donne e i giovani stanno ridefinendo i limiti imposti.

Questo cambiamento però non è uniforme.

C’è chi resiste, chi ha paura, chi resta legato al sistema.

È una società complessa, e raccontarla come un blocco unico sarebbe un errore.

La guerra e il rafforzamento del potere

Questa fase è iniziata verso la fine di febbraio, con gli attacchi condotti da Stati Uniti e Israele che hanno colpito diverse aree dell’Iran.

L’obiettivo dichiarato era colpire e rallentare il programma nucleare iraniano, considerato da Washington e Tel Aviv una minaccia per la sicurezza regionale e globale. Un programma che, allo stesso tempo, non è mai stato dimostrato in modo definitivo avere finalità militari. Per alcuni, anche tra gli iraniani fuori dal Paese, si è affacciata l’illusione che questi attacchi potessero indebolire rapidamente il sistema. Quattro giorni, si diceva. Forse pochi di più.

Dunque la liberazione è stata ridotta a possibile effetto collaterale. Ma non è andata così.

La guerra non si è fermata. Si è allargata.

È diventata una spirale.

Le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump hanno reso esplicito un elemento che spesso resta sullo sfondo: gli interessi strategici ed energetici.

Si è parlato apertamente della possibilità di controllare il petrolio iraniano, pretendere il possesso dell’ uranio arricchito, arrivando a citare luoghi chiave come l’isola di Khark, da cui passa una parte fondamentale dell’export del Paese.

Non si parla più solo di sicurezza o di diritti.

Si parla di interessi: energia, controllo, equilibri globali.

E quando questi interessi entrano in gioco, la guerra cambia natura. Non è più qualcosa che “finisce in pochi giorni”.

Diventa qualcosa che si prolunga. Che si alimenta.

E che intrappola tutti.

Inoltre, la guerra può rafforzare proprio quel potere che il popolo cerca di cambiare.

Può ricompattare un sistema che prima mostrava crepe evidenti, trasformando la paura in consenso e il dissenso in tradimento.

In questo scenario, la guerra non è mai solo una conseguenza: spesso diventa uno strumento.

Per spostare l’attenzione, coprire responsabilità, consolidare posizioni di potere che altrimenti sarebbero più fragili.

E ancora una volta, il prezzo lo pagano le persone comuni.

Gli attacchi colpiscono sempre più spesso anche infrastrutture fondamentali.

Non solo obiettivi militari, ma reti energetiche, impianti, sistemi da cui dipende la vita quotidiana.

Significa città senza elettricità. Ospedali che smettono di funzionare. Acqua che non arriva più.

Ma non è solo una questione di emergenza immediata.

La guerra sta spingendo il Paese verso una crisi economica sempre più profonda. Un’inflazione che molti descrivono come tra le più gravi mai viste nell’ultimo secolo. I prezzi aumentano rapidamente.

Il lavoro si perde.

Le attività si fermano.

E per molte persone non esiste alcuna forma reale di sostegno economico. Questo significa che sempre più famiglie scivolano verso la povertà.

E sempre più persone si trovano davanti a un rischio reale di fame. Anche questo è guerra.

Non solo le bombe. Ma una pressione lenta, costante, che svuota la vita delle persone giorno dopo giorno.

Ultimamente sono emerse segnalazioni sul coinvolgimento di ragazzi molto giovani, anche intorno ai 12 anni, in attività legate alla sicurezza, come posti di blocco o supporto logistico, mettendo in grave pericolo la loro sicurezza.

Non è la prima volta che in Iran si vede qualcosa del genere: durante la guerra contro l’Iraq, migliaia di adolescenti furono mandati in prima linea, spesso in nome del patriottismo.

Oggi la situazione è diversa, ma il richiamo è troppo forte per essere ignorato.

Quando anche i più giovani vengono coinvolti, vuol dire che qualcosa si sta spostando in modo profondo. E non è un segnale rassicurante.

Allo stesso tempo, vediamo il coinvolgimento di milizie straniere, allargando la crisi al livello regionale e non solo.

Anche fuori dall’Iran, le letture sono spesso semplici.

C’è chi pensa che basti una pressione esterna più forte, o un intervento militare più ampio, per cambiare tutto.

Ma non esiste una risposta semplice.

E non esiste una posizione unica nemmeno tra gli iraniani.

C’è chi rifiuta qualsiasi intervento esterno, perché sa che questo porta la distruzione del Paese senza portare vera libertà.

Ma c’è anche chi, dopo anni di repressione, pensa che forse sia l’unica via possibile. Anche l’opposizione riflette questa complessità.

Ci sono idee diverse sul futuro, su come arrivarci, su chi possa rappresentare una fase di transizione. Figure come Reza Pahlavi vengono viste da alcuni come un possibile punto di riferimento, da altri con molta diffidenza.

Nel frattempo, dentro il Paese, tutto è più difficile.

Internet viene oscurato. Le comunicazioni si interrompono.

Il silenzio che arriva fuori non è assenza di protesta. È isolamento.

E il mondo, poco alla volta, guarda altrove, soprattutto nel trambusto della guerra, i diritti umani vanno spinti sempre di più in margine.

A questo punto, la domanda diventa inevitabile: cosa si può fare? Non esistono soluzioni facili.

Ma alcune cose sono chiare.

Una guerra più ampia non sarebbe una soluzione.

Porterebbe più morte, più distruzione, e rischierebbe di rafforzare il potere invece di indebolirlo.

Dopodiché servirebbe solo ai guerrafondai: chi per distrarre l’opinione internazionale dai propri crimini altrove, chi per coprire un passato oscuro, chi per restare al potere ancora per qualche tempo.

Allo stesso tempo, ignorare quello che accade non è un’opzione. Sostenere il popolo iraniano significa prima di tutto non dimenticarlo.

Significa difendere i diritti umani, dare voce ai prigionieri, chiedere accesso all’informazione. Significa non imporre soluzioni dall’esterno, ma creare le condizioni perché gli iraniani possano decidere da soli il proprio futuro.

Ci sono madri che continuano a lottare anche dopo aver perso tutto.

Madri che sulle tombe dei propri figli, non piangono in silenzio, ma ballano. Li chiamano Javid nam — nome eterno.

È un modo per dire che non sono morti davvero. Che la loro voce continua. E che la lotta non finisce con loro.

L’Iran non è solo repressione. È anche resistenza.

E quella resistenza non chiede di essere salvata. Ne tanto meno con le bombe. Chiede, prima di tutto, di essere vista.

Perché “Donna, Vita, Libertà” non è uno slogan. È un modo di stare al mondo.

E finché esiste, la resistenza continua, sia all’ oppressione interna, sia alla violenza esterna.

In copertina: AM Hoch, The Horror Autotoxicus, #1 triptych, Who Gets Sick, Who Gets Well (detail left)

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