Il dibattito sulla competitività dell’industria italiana ed europea è inestricabilmente legato al tema del costo dell’energia. Shock geopolitici come il recente conflitto in Medio Oriente hanno focalizzato nuovamente l’attenzione sulla dipendenza dai combustibili fossili come causa prima del caro energia. Per un continente povero di risorse fossili come l’Europa, infatti, la dipendenza da importazioni estere, con un numero ristretto di fornitori a livello globale, costituisce un fattore di debolezza geopolitica ed economica.
A livello europeo, la visione su questo tema è già chiaramente delineata in REpowerEU, il piano adottato in risposta alla crisi dei costi energetici iniziata nel 2022 in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, che prevede soluzioni di medio e lungo periodo concentrate sulla progressiva riduzione della dipendenza del sistema economico dai combustibili fossili. Un approccio, questo, ribadito dagli Stati membri nelle conclusioni del Consiglio Europeo del 19 marzo e che ha spinto l’Europa ad accelerare la diffusione delle energie rinnovabili, a migliorare l’efficienza energetica e a promuovere l’elettrificazione dei consumi.
Guardando alle rinnovabili, tra il 2021 e il 2024 la capacità installata europea è cresciuta del 37%, con 190 GW aggiuntivi, e un potenziale di riduzione delle importazioni di gas di circa 50-60 miliardi di metri cubi, l’equivalente dell’intero fabbisogno annuo dell’Italia. L’accelerazione delle rinnovabili in Europa dal 2021 a oggi ha così consentito all’UE di affrontare l’attuale crisi da una posizione di minore vulnerabilità rispetto a quattro anni fa.
Questo dato aggregato a livello europeo nasconde, tuttavia, disparità significative a livello di singoli Paesi. In Spagna, ad esempio, l’elevata diffusione delle rinnovabili è in molte ore dell’anno sufficiente a determinare il prezzo dell’energia elettrica, senza che il gas contribuisca al meccanismo di formazione del prezzo. Ne deriva, secondo uno studio Ember, un prezzo elettrico medio che è stato inferiore di circa un terzo rispetto alla media europea nella prima metà del 2025. Eppure, la Spagna aveva uno dei costi energetici più alti d’Europa: nella prima metà del 2019 i combustibili fossili fissavano il costo dell’energia nel 75% delle ore, rispetto al 19% nel 2025. In Italia nel 2024 questa percentuale era del 61,4%. La Spagna è riuscita, nel giro di sei anni, a raddoppiare la propria capacità rinnovabile e ridurre la quota di generazione da fossili al 20%.
In Italia invece i combustibili fossili generano tutt’ora il 43% dell’elettricità. Se è vero che la domanda di gas nel settore termoelettrico italiano si è ridotta del 13,6% tra il 2021 e 2025, è altrettanto vero che tra il 2022 e il 2024 l’Italia ha installato solo 15 GW di nuova capacità rinnovabile, circa la metà rispetto al ritmo previsto dagli obiettivi del Governo di 9 GW all’anno entro il 2030.
L’elettrificazione dei processi industriali
L’accelerazione dello sviluppo delle rinnovabili, e altri meccanismi di breve e medio periodo per l’abbassamento del costo dell’elettricità, come i Power Purchase Agreements, sono solo
alcuni fra i diversi driver di competitività. Una condizione cardine perché i benefici di minor costo, resilienza e sicurezza energetica siano pienamente percepiti dalle aziende è l’elettrificazione dei processi industriali, non ultimo grazie all’efficienza energetica delle tecnologie a pompa di calore, dalle 3 alle 4 volte maggiore rispetto alle equivalenti tecnologie fossili.
Dal punto di vista tecnico, i processi industriali al di sotto dei 150°C, che rappresentano circa il 60% della domanda di calore di processo, sono elettrificabili con tecnologie già oggi disponibili. Eppure, il tasso di elettrificazione dell’industria italiana, è sostanzialmente fermo intorno al 39% da oltre 10 anni.
L’elettrificazione dei processi industriali è legata a fattori diversi, quali il costo del vettore elettrico, la disponibilità di tecnologie mature, e l’accesso a mercati guida per poter costruire economie di scala. Ancora una volta, la visione europea su questo tema è chiara e si è tradotta in una serie di iniziative e proposte concrete. L’introduzione del meccanismo di scambio di quote di CO2 noto come ETS2 a partire dal 2028, ad esempio, mira a fornire un segnale di prezzo per la decarbonizzazione dei consumi nel settore civile, trasporti e dei settori industriali non coperti dall’ETS1 e, allo stesso tempo, generare risorse per sostenere questo processo. L’Industrial Accelerator Act, recentemente presentato dalla Commissione europea, include tra i suoi obiettivi la creazione di mercati guida per i prodotti industriali decarbonizzati, mentre l’Electrification Action Plan, previsto nei prossimi mesi, mirerà ad accelerare l’elettrificazione di trasporti, industria ed edifici. Infine, il Grids Package, presentato il 10 dicembre 2025 dalla Commissione, affronta le principali criticità dell’infrastruttura energetica transfrontaliera, in un’ottica di migliore gestione del previsto aumento della domanda di elettricità. L’obiettivo cumulativo di queste misure è quello di affrontare gli attuali colli di bottiglia e creare le condizioni per far emergere un business case per l’investimento in decarbonizzazione industriale.
Incrementare l’elettrificazione di questi processi porta ulteriori benefici. A fronte di un’offerta globale di combustibili fossili messa in crisi da conflitti e shock geopolitici, la riduzione della domanda nazionale ed europea grazie all’elettrificazione potrebbe avere un effetto positivo sui prezzi energetici, a beneficio soprattutto dei settori industriali i cui processi non sono elettrificabili. In aggiunta, incrementare la domanda di tecnologie elettriche, stimola l’innovazione, favorendo lo sviluppo di sistemi sempre più efficienti e capaci di elettrificare processi per cui oggi non esistono ancora soluzioni mature.
Le pompe di calore, tra le tecnologie chiave per l’elettrificazione dei processi industriali, possono infatti beneficiare dell’aumento della domanda prodotto da un’ampia elettrificazione, favorendo economie di scala e una conseguente riduzione dei costi. In questo settore, l’Italia si colloca al primo posto in Europa per fatturato e numero di unità produttive. Sostenere questo settore potrebbe avere effetti positivi su occupazione, filiere e indotto nel nostro Paese.
Un approccio integrato all’interno del quadro europeo
I benefici di un approccio integrato tra il settore energetico e industriale in un’ottica complessiva di decarbonizzazione sono dunque molteplici. Perché si concretizzino, però, è necessario che le misure adottate a livello nazionale si inseriscano in una visione coerente al quadro legislativo europeo.
La pubblicazione della strategia industriale ‘Made in Italy 2030’ il 29 gennaio scorso avrebbe potuto rappresentare un’opportunità per articolare questa visione in maniera programmatica per il nostro Paese. Tuttavia, il documento non coglie questo obiettivo, limitandosi a trattare la transizione come qualcosa da “governare”, anziché come leva di sviluppo industriale, autonomia strategica e rafforzamento delle filiere nazionali.
Nel perseguire un approccio di neutralità tecnologica, la strategia non individua le barriere che oggi impediscono alle imprese di adottare le soluzioni più economiche ed efficienti, come l’elettrificazione del calore di processo, già immediatamente applicabile in molti settori trainanti dell’economia italiana, dall’alimentare al tessile. Inoltre, il Piano italiano dimentica settori strategici del clean tech nazionale, come quello delle pompe di calore, mai menzionato nelle 324 pagine del documento.
Sulla questione dei costi energetici, mentre Bruxelles considera la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili la causa prima del caro prezzi, la strategia del Governo italiano continua a prevedere un ruolo inevitabile per le fonti fossili, a fianco delle rinnovabili, per un tempo indefinito. A ciò il Governo aggiunge il nucleare, una soluzione costosa e dai tempi di attivazione del tutto incoerenti rispetto all’urgenza di affrontare il tema del caro energia. Questa visione scollegata dall’Europa rischia di ritardare l’affrancamento dell’industria italiana dai maggiori costi energetici e dall’incertezza insita nella dipendenza da fonti fossili importate.
La risposta italiana alla sfida della competitività appare dunque esitante e ambivalente rispetto alla transizione verso la quale l’Europa si è orientata, e che studi quali il Report Draghi hanno identificato come centrale. Ma il costo della costruzione di un quadro di politica industriale incoerente rispetto agli obiettivi di decarbonizzazione non è nullo in termini di costruzione della resilienza, competitività e capacità di attrarre investimenti.
La transizione energetica non è un rischio da governare con cautela: è un’opportunità che l’Italia non può permettersi di sprecare.
In copertina: dettaglio di © Fabrizio Uliana, Bords de Seine (2026)

