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Intervista a “uno della Flotilla”

Francesco Delli Santi è presidente di Sailing for Blue Lab, il primo circolo nautico navigante ARCI in Italia, e coordinatore del progetto Tutti gli Occhi sul Mediterraneo (TOM). Il 26 aprile 2025 è partito da Augusta (SR) a bordo della barca a vela Bella Blu, insieme a decine di altre imbarcazioni per la seconda grande operazione umanitaria, dopo quella di ottobre 2025, con l’obiettivo consegnare aiuti a Gaza. Nella notte tra il 29 e il 30 aprile, a oltre 1400 chilometri dalle coste israeliane, la flottiglia è stata intercettata e abbordata da navi militari israeliane.

L. Ciao Francesco, parlami di te. Chi sei e cosa ti ha portato sulla flottiglia?

F. Io sono Francesco Delli Santi, sono il presidente di Sailing for Blue Lab e porto avanti da anni il progetto TOM, che si occupa di monitoraggio e search and rescue nel Mediterraneo centrale. Quello è stato il mio ingresso nel Mediterraneo come luogo politico. L’anno scorso due persone della nostra associazione avevano già partecipato alla Flottiglia con l’imbarcazione Karma, che purtroppo è finita nelle mani degli israeliani. Quando è terminata quell’esperienza, ci siamo interrogati su come andare avanti. Ho frequentato i Municipi Sociali di Bologna, Gaza Freestyle di Milano, i centri sociali del nord est, Brancaleone e Astra di Roma. Con queste quattro realtà abbiamo cercato e trovato una barca, formato un equipaggio. Rispetto all’ operazione di ottobre, lo scenario geopolitico è cambiato con lo scoppio del conflitto tra Iran ed Israele-USA, i rischi sono aumentati. Alcune barche hanno rinunciato a partire. Noi abbiamo scelto di partire lo stesso, con l’obiettivo di portare aiuti a Gaza e riaccendere l’attenzione sull’occupazione della Palestina.


L. Raccontami com’è andato il viaggio, come si è svolto il fermo, come  siete stati trattati.

F. Siamo partiti il 26 aprile nel pomeriggio da Augusta, in sei persone distribuite su due barche. Già durante la seconda notte di navigazione vedevamo droni di ricognizione che sorvolavano la flotta. Ce lo aspettavamo, ma fa comunque un certo effetto. Nella notte tra il 29 e il 30, verso le 21 italiane, su una delle chat di coordinamento arriva la segnalazione di convogli veloci che si avvicinano con luci strane. Di lì a poco è scattato, per tutta la flotta, il protocollo intercettazione. Ci troviamo a circa 70 miglia nautiche a ovest di Creta, in acque internazionali ma in zona di pertinenza Europea, a oltre 1400 chilometri dalle coste israeliane. Non riusciamo a capire chi possa essere: la guardia costiera greca? Un convoglio americano? Ce n’era uno in zona, lo sentivo fare comunicazioni via radio, chiedendo ai cargo di identificarsi. Poi abbiamo visto luci che si muovevano velocissime da una parte all’altra della flotta. Nel giro di mezz’ora siamo stati abbordati su entrambi i lati da due convogli commando. Da uno sono scese sette, otto persone armate fino ai denti, con mitra, passamontagna e un cane al guinzaglio urlando forte ed intimando ordini di vario genere. Ci hanno chiesto chi fosse il comandante, non abbiamo risposto. Ci hanno spintonato, puntato i mitra. Avevamo scelto di non identificare un comandante ma un “organizer”, una persona che facesse da interfaccia senza attribuirsi responsabilità formali, proprio perché sapevamo che cercano sempre un responsabile a cui attribuire una colpa, come fa il nostro governo con i conducenti dei gommoni. Noi abbiamo rispettato il protocollo, ci eravamo preparati: eravamo già tutti nel pozzetto con i giubbotti salvagente, passaporto in mano, mani alzate, in silenzio. Non volevamo avere nessuna interazione verbale, perché in questi casi potrebbe portare a un’escalation. Ci hanno ordinato di orientare la barca a nord e di spostarci a prua in ginocchio, con la faccia rivolta fuori, testa bassa, senza parlare tra noi.
Nel frattempo hanno cercato e sabotato tutto: Starlink, i dispositivi di posizionamento e comunicazione, le telecamere. Hanno portato via i razzi di segnalazione, quelli che usi per chiamare soccorso. Hanno tagliato le vele. Hanno reso la barca incapace di navigare autonomamente e di chiedere aiuto. Ci hanno chiesto di preparare borse con i vestiti per i prossimi due mesi, già questo per darti un quadro del tipo di pressione. In realtà ho pensato che ci prendessero in giro ed ho avuto paura che ci lasciassero lì, incapaci di navigare, con il maltempo in arrivo.
Dopo una mezz’ora di navigazione verso nord, abbiamo visto in lontananza una nave enorme, tutta illuminata, sembrava quasi un’astronave. Ci hanno trasferiti su quella nave. Ci hanno fatto scendere uno a uno: quelli già arrivati erano in ginocchio, faccia a terra. A noi è stato chiesto di fare lo stesso, e man mano che arrivavano altri ci facevano strisciare in avanti sulle ginocchia per fare spazio. Ci hanno tolto le giacche, lasciati in maglietta. Ci hanno fatto una prima perquisizione. Poi ci hanno emesso di nuovo in quella posizione, che loro chiamano “posizione di stress”; non è una posizione naturale, dopo un po’ fa male, è studiata per questo. Poi uno a uno ti faceva alzare, ti portava a una scrivania per consegnare il passaporto, ti mettevano contro un container, ti abbassavano i pantaloni, controllavano tutto con il mitra puntato. Finita questa seconda la perquisizione ti buttavano dentro un container buio. Quel momento è stato quello in cui ho avuto più paura: sei solo al buio con loro, può succedere di tutto. Nelle intercettazioni più recenti molti hanno raccontato di essere stati picchiati dentro quel container. Nel mio caso non è stato così. Poi mi hanno urlato di attraversare una porta laterale che non si vedeva nel buio, e sono entrato in uno spazio più grande, una specie di campo di concentramento allestito sopra la nave. Eravamo in centottanta in uno spazio di 3 container, non riuscivamo a starci tutti, abbiamo dovuto organizzarci.
Di notte faceva freddo, di giorno il sole batteva e noi eravamo in maglietta. Ci contavano continuamente, ci svegliavano con esplosioni sonore, ci chiedevano di metterci in file indiane parallele, ci rimettevano per terra. Di notte ogni volta che ti eri appena addormentato arrivava qualche ordine per una ragione qualsiasi; è una tecnica precisa per tenerti sveglio e sotto pressione. La navigazione è proceduta per tutto il giorno successivo verso sud-est, quindi abbiamo pensato che ci stessero portando in Israele.
Poi hanno portato via varie persone dal nostro gruppo con varie scuse; intolleranze alimentari, altre motivazioni vaghe, e non li abbiamo più visti. 
La mattina successiva ci hanno detto che ci avrebbero trasferiti su un’altra nave. Abbiamo deciso che non ci saremmo mossi finché non ci avessero fatto vedere i nostro compagni che avevano prelevato. Loro hanno risposto: “chi è collaborativo va sull’altra nave, chi non lo è va in Israele”. A un certo punto hanno preso Thiago e Saif, sono stati allontanati senza spiegazioni. Hanno iniziato a essere più violenti, ci hanno spintonati, qualcuno picchiato, a qualcuno hanno sparato un colpo a salve vicino alla testa, deridendolo. Ci hanno portato uno a uno a dichiarare il nome a una scrivania, poi dentro il container, poi di nuovo fuori, poi in fila strisciando fino a un portone laterale della nave. Lì ci hanno fatto alzare, camminare a testa bassa fino a una scaletta. Solo a quel punto abbiamo capito che non stavamo salendo su un’altra nave israeliana: era una vedetta della guardia costiera greca. Ci hanno sbarcato su una baia isolata di Creta, vicino a una centrale elettrica.


L. Cosa è successo dopo il rilascio in Grecia?

F. Pensavamo: siamo in Europa, siamo liberi. Invece è cominciata un’altra storia. La guardia costiera era accogliente, c’era un’ambulanza con medici per il triage, ma i passaporti non ce li ridavano. La scusa era che essendo elettronici ci voleva troppo tempo per leggerli. Noi ci siamo messi in fila e abbiamo detto: ci chiamate per nome e ce li date, dov’è il problema? Niente da fare. Nel frattempo non vedevamo Thiago e Saif, e abbiamo detto che da lì non ci muovevamo finché non avessero sbarcato anche loro. Non si sono visti. Alla fine abbiamo capito che resistere in una baia deserta senza che nessuno ci vedesse non serviva a niente, e abbiamo detto: ok andiamo via. Siamo partiti con 5 pullman, ma si fermavano continuamente, prima per andare in bagno, poi ancora, poi ci hanno detto che ci portavano a mangiare. A quel punto qualcuno di noi ha chiesto informazioni alla gente del posto e abbiamo scoperto che eravamo a cinque o sei chilometri dall’aeroporto di Heraklion, dove dei compagni stavano manifestando per accoglierci. Abbiamo capito che ci stavano rallentando apposta, per evitare che transitassimo in pubblico e spargessimo la notizia che Thiago e Saif erano stati deportati da acque europee su una nave israeliana, il che costituisce una violazione del diritto internazionale. Allora non siamo risaliti sul pullman e abbiamo cominciato a camminare a piedi verso l’aeroporto; centoventi persone lungo la strada, bloccando il traffico. La gente ci chiedeva chi fossimo, qualcuno ha cominciato ad applaudire. A circa 1km dall’aeroporto ci siamo trovati davanti un cordone di polizia in assetto antisommossa con scudi e manganelli. Abbiamo continuato ad avanzare. A dieci metri il cordone si è aperto. Abbiamo percorso un ultimo rettilineo, visto lo striscione dei compagni in fondo, ci siamo uniti in corteo e siamo arrivati tutti insieme nel piazzale dell’aeroporto. Lì finalmente c’erano i diplomatici. Il console italiano mi ha detto che avevano provato a venire a prenderci direttamente allo sbarco, ma i Greci glielo avevano impedito. Lì ci hanno restituito i passaporti. È stata la conferma della collaborazione dei Greci in questa operazione di totale violazione del diritto internazionale.

L. C’è qualcos’altro che vorresti dire riguardo a questa esperienza?

F. Ora racconto molti dettagli

 di questa esperienza, all’inizio avevo scelto di non farlo, perché mi sembrava quasi di esibire una mia impresa. Purtroppo abbiamo capito che quello che succede a noi tende a fare più notizia e a sensibilizzare le coscienze di chi sta qui molto più di quanto non faccia la notizia che ieri sono stati ammazzati mille bambini a Gaza. Ed è terrificante.
Quello che mi porto a casa in termini di lettura complessiva è che la violenza che abbiamo subito non era solo una violenza militare funzionale a uno scopo. Un militare in guerra è violento perché è in guerra. Ma quello che abbiamo percepito era qualcosa di diverso: una vena di piacere sadico nell’agire come agiscono. Rincorrono l’obiettivo emotivo di soddisfare un desiderio di violenza. La tortura come strumento di piacere. E questo, se ci pensi, è ancora più drammatico quando viene da un popolo che quelle stesse modalità le ha subite sulla propria pelle.
Quello che emerge ulteriormente è il limite ulteriore che è stato raggiunto: rapire persone con passaporto europeo a 1400 chilometri dalle coste israeliane, in acque di pertinenza greca, a bordo di una barca che batteva bandiera italiana, significa affermare che il Mediterraneo è terra loro, che possono agire ovunque in nome del Grande Israele. E lo fanno per ordine di un uomo ricercato dalle corti internazionali. Il diritto internazionale non è più una barriera.

L. Cosa vorresti che facessero gli italiani?

F. Vorrei che facessero pressione continua sul governo italiano e sulle istituzioni europee perché si arrivi a sanzioni reali contro Israele e al blocco delle forniture di armi e delle supply chain che le alimentano. Vorrei che si rafforzasse il movimento No Kings in Italia, che è il movimento che rappresenta la resistenza all’economia di guerra; perché dietro Gaza c’è un’economia di guerra, e Israele ne è, come ha detto bene Dario Salvetti, il dipartimento di ricerca e sviluppo. Vorrei che sostenessero gli scioperi nelle aziende legate a Israele, e che si costruisse un fondo di garanzia per i lavoratori che scioperano, perché non possiamo chiedere alle persone di pagare di tasca propria una battaglia collettiva. Nessuno è obbligato a salire su una barca. Ma ognuno, nel proprio posto, può fare qualcosa. L’unica strada che ci rimane è aumentare il livello di organizzazione della resistenza.

Intervista a "uno della Flotilla" | Lab Politiche e Culture