Il prossimo anno si terranno le elezioni politiche. Ciò che più ha destato preoccupazioni dell’attuale Governo Meloni sin dal primo giorno del suo insediamento è il passato ideologico del primo partito di maggioranza: Fratelli d’Italia è infatti l’erede storico del Movimento Sociale Italiano di Giorgio Almirante. Le forze politiche di opposizione hanno spesso portato il dibattito politico sul tema della difesa dei diritti costituzionali. I timori dei partiti di centrosinistra hanno rivelato un loro fondamento di realtà: lo abbiamo visto con il tentativo di riformare la Costitu, a cui – con il referendum costituzionale confermativo del 2026 – la maggioranza dei cittadini votanti ha risposto NO. Prendendo in prestito le parole del padre costituente Piero Calamandrei, potremmo dire che “la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé”. La difesa e l’attuazione dei diritti costituzionali è qualcosa che va oltre la pura carta, è un impegno che si cala nella realtà politica quotidiana. Per questo, abbiamo affrontato questo tema insieme a un politologo, esperto conoscitore della storia dei partiti politici in Italia, il professor Piero Ignazi.
R.G.: La principale accusa rivolta al Governo Meloni da parte dei partiti di opposizione è che sia nato con l’intento di modificare la Costituzione. Secondo lei, stiamo correndo il serio pericolo di perdere dei diritti costituzionali?
P.I.: Ovviamente sì, bisogna essere preoccupati. Perché questi diritti sono già stati intaccati e attaccati. Anche se si è trattato di qualcosa che aveva quasi da folkloristico, vale a dire la prima iniziativa del governo Meloni contro i rave party, dava già un segnale. L’obiettivo di questo governo è di creare una nuova Repubblica. Il tentativo è andato male, per fortuna, con il referendum, quindi l’idea di continuare con il premierato, ed eventualmente con altre modificazioni della Costituzione, si è fermata. Però, è chiaro che la stella polare di questo governo è quella di ribaltare i principi della Repubblica, perché abbiamo al governo gli sconfitti e i nemici della Repubblica, gli sconfitti dalla Resistenza. Il DNA di chi è al governo è antitetico alla nostra Costituzione. Se possiamo vedere che giorno per giorno in realtà continuiamo tranquillamente la nostra vita, che non ci sono momenti di rottura drammatica, allo stesso tempo dobbiamo tener presente che c’è comunque un desiderio di rivalsa, che viene da lontano,j dal ’45. Un desiderio che si è espresso per molto tempo all’interno del Movimento Sociale, al quale non a caso Meloni fa riferimento. Sappiamo infatti che Meloni si ispira all’MSI di Almirante, non ad Alleanza Nazionale, un partito, quest’ultimo, che sembrava aver fatto un percorso di allontanamento da quegli anni. No, per lei quello che vale sono gli anni Settanta e quelli precedenti. Quindi è una persona che ha tutto in mente della storia del fascismo e del neofascismo.
Allora, se abbiamo al governo una persona e una classe dirigente che vengono da questa cultura politica, che rimandano sempre le loro esperienze o agli anni ’70 o addirittura prima, vuol dire che abbiamo inoculato nel nostro sistema un virus. Bisogna quindi trovare l’antidoto a questo, ed è chiaramente quello delle urne. Abbiamo visto cos’è stato l’effetto della vittoria del referendum sul Governo. La vittoria nelle urne è inevitabilmente, ovviamente, il rimedio a questa situazione. La vittoria, secondo me, è a portata di mano, non è che sia un’illusione. Per alcune ragioni, il gradimento del Governo è in caduta continua da più di due anni, ha iniziato la sua discesa. Normalmente l’ultimo non è un anno di ripresa dei governi, solitamente porta a un deperimento ulteriore del tasso di fiducia che aveva inizialmente un governo. Questo non è un governo che è adorato dalla maggioranza delle persone, non c’è un primo ministro che è osannato.
Il primo ministro che ha avuto il maggior apprezzamento nella storia d’Italia del dopoguerra è Giuseppe Conte, che ha avuto per molti mesi un tasso di consenso che pari soltanto a Draghi. Teniamo presente che è solo un dato, chiaramente dovuto alla complessa situazione del periodo che stavamo vivendo; però, è una situazione che tutti hanno sperimentato, nei confronti della quale tutti hanno avuto un’idea di come è stata gestita. Allora, il primo elemento da tenere in considerazione è la caduta tendenziale del tasso di fiducia del Governo di Meloni. Il secondo, è la caduta ulteriore della figura del Presidente del Consiglio, della stessa Giorgia Meloni. Terzo elemento, su cui molto poco, purtroppo, si ragiona, sono le preferenze degli italiani. Se si va su questo terreno, le preoccupazioni italiane sono legate a situazioni molto concrete: il lavoro in primo luogo, poi la pace. Per quanto riguarda l’immigrazione, tra le preoccupazioni italiane viene al settimo, ottavo posto. Quindi, tutta questa storia dell’immigrazione è una costruzione mediatica. Gli argomenti che interessano realmente agli italiani riflettono delle questioni che sono sempre terreno xella snistra. E spesso si chiedono anche dei provvedimenti che sono in linea con le visioni della sinistra. L’idea del salario minimo, per esempio, è plebiscitaria. L’idea che ci siano troppe disuguaglianze oggi ha più dell’80% del consenso. Quindi, qualcosa di piu’ si può fare. Oltre a quello che viene dettato dall’agenda, che viene scritto sui quotidiani, che viene detto nei talk show, al di là di questa intossicazione mediatica, ci sono dei problemi diversi da parte della popolazione. E, andandoli a vedere, sono problemi e soluzioni di cui noi abbiamo il pallino in mano, non la destra. Dobbiamo solo riuscire ad articolare un discorso più convincente sulla questione della sicurezza, capacità che in effetti a noi manca. Ma anche sulla sicurezza dobbiamo avere una visione diversa da quella della destra.
R.G.: A proposito di temi vicini alla Sinistra, uno che, da sempre, sta molto a cuore ai progressisti è l’istruzione. L’articolo 33 della Costituzione dice espressamente che “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. Attualmente, di fronte a questo articolo, possiamo sentirci tranquilli?
P.I.: Possono emergere dei profili preoccupanti. Innanzitutto va difesa la scuola pubblica. C’è, come c’è sempre stata in realtà in tutti i governi della destra, da Berlusconi in poi, una sorda ostilità contro la scuola pubblica nel tentativo disperato di darle un colpo decisivo. I pochi finanziamenti che le vengono dati, l’immissione in ruolo dei sacerdoti come insegnanti di religione…, insomma, varie cose sono state fatte già nel passato. Si può sempre fare di peggio, ovviamente. Ora c’è il problema dei programmi scolastici, in particolare l’insegnamento della storia, anche se però, in realtà, la stragrande maggioranza del corpo insegnante ha la capacità di potere andare al di là delle linee guida del nuovo Minculpop.
R.G.: Il titolo III della prima parte della Costituzione si riferisce ai rapporti economici dei diritti e doveri dei cittadini ed è incentrato sul tema del lavoro. Se è vero che il Governo Meloni in questi ultimi anni ha garantito il record di occupazione, perché i partiti di centrosinistra continuano a battere su questo tema?
P.I.: Dipende da che lavori sono stati trovati. Se il lavoro è quello dei riders o altri tipi di bassa qualificazione, non è che sia un grande successo. Naturalmente è meglio di nulla, quindi almeno su questo qualcosa si è mosso. Quello che però mi chiedo è quali siano state le politiche efficaci sul lavoro portate dal Governo. Questi tipi di lavoro che attualmente vengono introdotti non servono a creare sviluppo, e diritti. La ragione per cui la nostra economia non cresce è proprio perché non ci sono opportunità per lavori qualificati. E non a caso noi siamo un grande Paese di emigrazione intellettuale. Ci sono più emigrati che immigrati, e i nostri emigrati sono tutte persone con la laurea in tasca.
R.G.: Parlando di diritti, viene spontaneo pensare a Marco Pannella, perché da poco si è celebrato l’anniversario della sua morte, e sembra che quasi tutte le forze politiche abbiano celebrato questo anniversario. Quale eredità ci ha lasciato il leader dei radicali?
P.I.: Molti omaggi sono stati post mortem. Prima, quando era vivo, c’era anzi sempre una forte contrapposizione sulla figura di Marco Pannella. Era molto autocentrato, molto convinto delle sue posizioni e sempre volto al tentativo di trascinare gli altri sulle sue posizioni. Chiaramente trovava degli ostacoli e delle opposizioni anche molto forti. È stato un personaggio che ha trovato molte critiche, molte insofferenze nei suoi confronti, anche a sinistra. E un personaggio che occupa un posto incommensurabile rispetto al seguito che aveva. C’è questo paradosso: un personaggio che aveva dietro di sé organizzativamente quattro gatti, elettoralmente pochi più, però, nonostante queste dimensioni risibili, è riuscito a smuovere le montagne. Indubbiamente l’impatto che hanno avuto alcune sue intuizioni è stato determinante nello sviluppo politico italuano. Perché? Perché, al di là delle capacità istrioniche, affabulatrici, ha avuto, insieme ai suoi amici dell’epoca universitaria di inizio anni ‘50, ciascuno con le sue competenze, la capacità di leggere la società italiana prima di tutti gli altri partiti. Pannella è stato in grado di capire che la società italiana del periodo che va dalla fine degli anni ’60 all’inizio dei ’70 era molto diversa da quella che veniva rappresentata dai partiti tradizionali: c’erano dei desideri di modernità, di vivere delle vite non più irregimentate, che non erano nelle corde delle due chiese, quella democristiana e quella comunista.
La mia interpretazione della storia del dopoguerra è che c’è stato sempre un divario tra gli andamenti della società e la rappresentazione che veniva fatta dai partiti e dallo Stato in generale. La questione del divorzio è il grimaldello con il quale i Radicali entrano nella politica. Per farlo usano inizialmente il settimanale di cui erano in possesso all’epoca, ABC, quindi non certo un settimanale che andava nelle case della borghesia italiana (magari nascosto nei cassetti). I Radicali avevano capito che per arrivare a tutti bisogna usare degli strumenti non segmentati socialmente o culturalmente. Quindi, sono stati in grado di leggere all’interno della società il desiderio di un’apertura, una possibilità per gli individui di essere meno sorvegliati, più liberi.
R.G.Tornando sulla questione dei diritti costituzionali, mesi fa è uscito un film di Sorrentino, “La grazia”, sul tema del “fine vita”. Secondo lei, all’interno della Costituzione, c’è la possibilità di arrivare finalmente a una legge nazionale in proposito?
P.I.: È un tema trasversale perché sappiamo che in Veneto stanno andando avanti su questa linea, oltre che in Toscana. È sempre, ovviamente, un tema delicatissimo. Occorre un dibattito di grande serietà, di grande comprensione, senza nessuna accusa. Pensiamo al caso di Eluana Englaro, in cui ci sono le accuse della destra di omicidio nei confronti del padre della ragazza e dei giudici per aver consentito finalmente la liberazione della poveretta. Quelle accuse riflettono il livello della nostra destra.
R.G.:Riguardo invece al diritto di voto, l’articolo 48 dice che “Il suo esercizio è un dovere civico”. Negli ultimi vent’anni l’astensionismo è sempre più aumentato. Secondo lei qual è la soluzione di questo problema?
P.I.:All’interno di una ricerca che ho letto di recente viene detto che una delle ragioni fondamentali che stimolano il voto è il dovere civico. Alla fine, la chiave sembra basarsi su un aspetto molto impalpabile, se vogliamo, quello di richiamare i cittadini al loro dovere di dare corpo alla comunità politica. Certo, non è facile perché quelle che devono richiamare gli altri al dovere civico devono essere persone credibili. Ma se pensiamo al livello della classe politica italiana attuale, è evidente una mancanza di credibilità e di fiducia nei suoi confronti. Soprattutto, c’è un aspetto che viene, anche qui, rivelato da alcune recenti inchieste. Il buon politico deve avere una capacità di empatia con l’elettorato, in modo che, attraverso questo elemento non razionale, ma di feeling, scatti un meccanismo di fiducia. Io affido le chiavi della nostra comunità a te, perché mi sento in sintonia con te. Allora, dopo che abbiamo avuto caterve di analisi sulla razionalità del voto, in particolare sul programma e su altri aspetti, ultimamente si scopre che tutti questi tratti valgono come il due di coppe. Quello prevalente è un elemento che noi non possiamo conoscere razionalmente. E ci piace poco, perché ci riporta a delle dimensioni che non sono quelle dialogiche, delle migliori ragioni, dei migliori programmi, però bisogna tenerne conto. Allora, per riportare le persone al voto, bisogna che vengano richiamate da politici che ispirino fiducia e siano credibili. Questo aspetto però riguarda coloro che siano in grado di individuare un futuro, cioè di dire che cosa c’è davanti a noi. Dove andiamo? Verso quali conquiste precise andiamo? Per disegnare quale società? Di maggiore eguaglianza, di maggiore socialità? Serve qualcuno che lo interpreti in maniera credibile, appassionata.
R.G. Prima ha accennato al tema dell’immigrazione. Nel Novecento i partiti di sinistra si proponevano di rappresentare una maggioranza. Ogni volta però che si è parlato di immigrazione ha vinto la destra. Come, secondo lei, la sinistra deve affrontare il tema?
P.I.: Quando si arriva al dunque, i problemi più importanti degli italiani son altri. Quindi, la destra non ha vinto certo su questo tema. La questione dell’immigrazione però deve essere affrontata. E non può essere affrontata in maniera, come dire, semplicemente cristiana, cioè con l’appello della generosità di chi si occupa di queste persone. Deve essere affrontata come una risorsa per la nazione, però ci sono delle questioni che vanno risolte. Qyando arrivano degli immigrati, vanno gestiti e non, come è sempre successo, lasciati andare per le strade. Poi, la realtà è che la gente che viene qui non vuole stare qui, vuole stare in altri Paesi. La Francia comincia anche ad essere un po’ irritata per questo, no? Quindi, vanno impiegate tante risorse perché queste persone siano accolte e istruite. Non devono essere lasciate andare, o afdidate al buon cuore dei bravi cattolici. Sono un investimento nn sono un carico, sono una risorsa. L’immigrazione deve essere gestita in un’altra maniera. Altrimenti, siamo degli schiavisti, come quelli dell’Ottocento. Quindi è un problema che va affrontato, però, secondo me, con molto più rigore e molta più creatività. Per far questo bisogna avere il coraggio di dire che ci vogliono risorse. Sono necessarie tante persone che controllino, che educhino e instradino gli immigrati.
R.G.: Perché il Centrosinistra possa governare sembra evidente la necessità di un’alleanza tra i principali partiti di opposizione. Però, si parla molto di una discussione interna al nascente Campo Largo riguardo all’argomento della guerra in Ucraina. Secondo lei, questa guerra può creare una reale divisione tra il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle?
P.I.:È un elemento certamente ancora da chiarire. Però va detto in maniera chiara: l’Ucraina è stata aggredita da un altro paese e va difesa. Questo sarebbe già il punto finale. Va inoltre difesa perché è stata aggredita una zona che, pur non essendo nel cuore d’Europa, è vicina a noi. L’errore storico che è stato fatto è di non cogliere l’occasione dei primi mesi per fermare la guerra e andare subito a un tavolo di trattative. Lì ci sono delle persone che devono essere condannate, come Boris Johnson, un altro che è stato deleterio. Per quanto riguarda la situazione attuale, finalmente, i tre paesi leader europei stanno muovendo qualche cosa.
Le guerre finiscono, in una maniera o in un’altra: con quella che i Romani chiamano la debellatio, in cui il nemico viene portato in catene, a sfilare per le strade di Roma, quindi la vittoria totale, la resa senza condizioni; oppure con una trattativa. Se uno dei due non stermina l’avversario – e per fortuna nessuno dei due è in queste condizioni – bisogna arrivare ad una trattativa. Perché la pace si fa tra nemici, non tra amici. Per cui bisogna mettere i nemici a un tavolo. E si è fatto in tutte le situazioni le più divisive, le più drammatiche, dalla decolonizzazione dell’Algeria al Vietnam. Dove si è fatto il possibile per raggiungerla, alla fine la pace si è fatta.
R.G. Dopo Meloni, la politica italiana sembra andare sempre più a destra. Lei teme Vannacci?
P.I.: Non so se qualcuno si ricorda di Alto gradimento di Arbore. A me Vannacci ricorda Catenacci, cioè un personaggio folkloristico tutto sommato. Non mi spaventa per nulla. A me spaventa Meloni.
R.G.: Tornando a quello che le forze di opposizione dovrebbero fare, secondo lei quali devono essere le prossime mosse di un partito che sostiene la Costituzione come il PD, per una sua completa attuazione?
P.I.: Ovviamente se avessi la risposta mi darebbero la Segreteria. Ma non sono ancora a questo livello. Il tema dell’attuazione della Costituzione è molto importante. Calamandrei, un grande giurista, membro dell’Assemblea Costituente, diceva, che si doveva indicare in Costituzione quello che doveva essere fatto, che era fattibile. L’attuazione della Costituzione non può essere altro che un lavoro continuo, perché quello che viene previsto è un programma di lavoro pluridecennale, come si è visto. Bisogna andare avanti, piano piano, attuando sempre di più la Costituzione. Attuare tutto è, credo, fuori dalla portata del nostro mondo. Però, molte cose vanno al più presto attuate e vanno difese, in primis i diritti, sia individuali che sociali. Siamo andati abbastanza avanti sul piano dei diritti individuali, un po’ meno su quelli sociali,. Ovviamente c’è ancora molto da attuare di quello che è scritto nella Costituzione, ma non si può certo pensare che ci possa essere una specie di valanga attuativa.

