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Dialogo sulla sinistra

di Chiara Geloni e Giuseppe Giliberti

Siamo a Bologna, il primo febbraio 2026, a un dibattito sui valori della sinistra, organizzato dall’Unione PD del Navile, il più popoloso quartiere della città. Il convegno è introdotto da questo dialogo tra una nota giornalista e il direttore di LAB Politiche e Culture.

Giliberti. Il problema che mi porrei subito è perché ci autodefiniamo di sinistra. Perché non sopra, sotto, avanti? Da dove viene fuori questa metafora spaziale? Spesso gli storici rispondono a domande secche come questa con spiegazioni vaghe e complesse. Invece in questo caso posso fornirvi una data precisa, che è il 28 agosto del 1789. È scoppiata da poco la Rivoluzione francese, e il Terzo Stato – cioè i rappresentanti del popolo negli Stati Generali convocati dal re – si è staccato dall’aristocrazia e dall’alto clero per costituirsi in Assemblea nazionale. L’intenzione è quella di fare una costituzione, che affermi la sovranità popolare. Uno dei primi problemi all’ordine del giorno è il ruolo del re: deve avere il potere di sospendere le leggi approvate dall’assemblea legislativa? Il presidente dell’Assemblea dispone che chi è a favore del veto del re si metta a destra dell’aula e chi invece vuole contestare questa prerogativa si porti a sinistra.

Questa metafora ha subito un grandissimo successo. La destra vuole conservare la struttura gerarchica della società e dello Stato. La mano destra è quella normalmente dominante: rappresenta la tradizione, l’ordine costituito, la fedeltà al giuramento. La sinistra è la mano del diavolo,  (infatti i mancini erano considerati devianti). Per questo i Giacobini, l’ala più radicale della Rivoluzione, cominciano a considerarsi di sinistra, ma poi finiscono per scegliere una metafora spaziale diversa: si collocano nella parte alta dell’aula (la Montagna), contrapponendosi come puri e duri ai moderati Girondini (la Pianura).

Il concetto moderno di sinistra nasce invece quando un nuovo soggetto sociale, il movimento operaio, si riconosce come opposizione all’ordine costituito, indipendentemente dagli schieramenti parlamentari. Quindi comincia ad assumere una propria ideologia, delle forme organizzative, dei simboli. È il prodotto di una polarizzazione sociale che si crea soprattutto nelle città, in conseguenza della “rivoluzione industriale” e della creazione della fabbrica capitalista.

Verso il 1830 nascono le prime organizzazioni politiche dei lavoratori: in Inghilterra il Partito Cartista rivendica una carta di diritti per i lavoratori; a Lione gli operai tessili cominciano a esibire i segni evidenti di una radicale alterità, a partire dalla bandiera rossa. Originariamente era un simbolo giacobino, minaccioso perché alludeva al Terrore, e nello stesso tempo al sangue degli operai uccisi. Si cominciò ad usare la parola “compagnon“, cioè la persona con cui si divide il pane sul luogo del lavoro, soppiantata poi in Francia e in altri paesi dal militaresco “camarade“. Poi il pugno chiuso e  l’Internazionale, che è il canto della Comune di Parigi del 1871. Infine, nel 1892, il simbolo più importante di tutti: falce e martello. Era il logo del Partito Socialista Italiano, appena nato a Genova, comparso sulle prime tessere, che conquistò rapidamente tutte le altre sezioni dell’Internazionale, diventando il simbolo del movimento operaio.

Dopo il 1848, l’anno in cui fu pubblicato il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, buona parte dei movimenti di sinistra, soprattutto europei, si organizzarono in grandi associazioni: la I Internazionale (1864-1876); la II (1889-1916); e poi la III, quella comunista (1919-1943). La Rivoluzione russa del 1917 divise traumaticamente il movimento operaio tra socialdemocratici e comunisti, tra riformisti e rivoluzionarti. Ma tutti mantennero uno stesso obiettivo programmatico, in apparenza ben definito: il socialismo.

Per socialismo, un neologismo che viene creato in Francia verso il 1820 cosa si intendeva? Nessuno sapeva con esattezza che volesse dire socializzare i mezzi di produzione. Alcuni interpretavano il socialismo, o – a partire dai primi utopistici esperimenti degli anni ’40, come autogestione, o come cooperativismo. Altri e poi, alla fine, un po’ tutto il movimento operaio occidentale l’interpretò lungamente come nazionalizzazione dei mezzi di produzione. Per i marxisti il socialismo doveva essere uno stadio di transizione a una società propriamente comunista, nella quale fosse abolito il rapporto salariato di lavoro e le classi, e quindi si avviasse anche l’estinzione dello Stato.

Dopo la morte di Marx e poi di Engels, quindi negli ultimi anni dell’Ottocento, si sviluppò nel movimento operaio, a partire dalla SPD tedesca, il più antico partito socialista d’Europa, un dibattito su come arrivare alla società socialista. Il fine ultimo doveva essere la statizzazione dei mezzi di produzione, ma come arrivarci? Attraverso una transizione rapida, una presa del potere rapida e rivoluzionaria, oppure applicando una strategia di riforme basata sull’azione dei sindacati, delle cooperative e sulla partecipazione alle elezioni? Questa fu la grande divisione all’interno del movimento operaio. Noi oggi ci troviamo invece in un frangente completamente diverso, Che ci impone di ridefinire il concetto di sinistra, cioè ci troviamo in una situazione storica nella quale la prospettiva della statizzazione dei mezzi di produzione – soprattutto quella comunista e rivoluzionaria – è chiaramente fallita. Dal secondo dopoguerra, e soprattutto dagli anni ’90 (la “terza via”, la caduta del Muro, la svolta della Bolognina), fu sempre più evidente la necessità di rivedere completamente non solo le vie della transizione, ma il concetto stesso di socialismo.

Cominciò la socialdemocrazia tedesca a mettere in discussione l’idea che il socialismo fosse la statizzazione dei mezzi di produzione. Con il programma di Bad Godesberg nel 1959 si mise in discussione proprio questo: il socialismo non può essere questa cosa, non costituisce un passo avanti rispetto al capitalismo, non è per quello che ci battiamo. Proseguirono il dibattito i laburisti inglesi, che hanno rinunciato solo negli anni ’90 alla clausola del loro statuto che legava l’azione del partito all’idea della statizzazione dei mezzi di produzione.

Stanno riemergendo invece dei nuovi approcci alla questione di che cos’è il socialismo e quindi che cos’è la sinistra, che derivano dalla cultura liberale, da quella progressista cattolica, da quella ecologista. Possiamo affrontare il problema in una seconda tornata, ma vorrei in questo momento porre l’accento su questa questione di definire l’obiettivo generale: il contemporaneo scacco delle due versioni della sinistra, quella comunista e quella socialdemocratica-riformista, la necessità di ripensare il concetto stesso di socialismo, il modello di società che vogliamo proporre. Dovrebbe essere evidente la necessità di fare questa operazione di definizione, perché se noi non abbiamo chiaro che tipo di società vogliamo ottenere, non riusciamo nemmeno a comunicare all’esterno quali sono i nostri obiettivi, qual è la logica con la quale ci muoviamo.

A partire dagli anni ’90, e si è sviluppata in America e in Europa una narrazione basata su due principi: la lotta di classe è finita, e siamo tutti diventati classe media. Queste due illusorie affermazioni hanno conquistato anche la sinistra occidentale. La sinistra europea ha cominciato a definirsi non più di sinistra ma di centro-sinistra. Così per esempio lo stesso Partito Democratico all’inizio si è definito di centrosinistra. Il Partito laburista inglese si è autodefinito di centro, l’SPD tedesco “Neue Mitte”, il nuovo centro. Quindi per un ampio periodo di tempo, quasi un ventennio, la sinistra ha rinunciato ai propri valori. È stata conquistata alla narrazione che il conflitto sociale è finito, come è finita la storia, perché il capitalismo ha vinto definitivamente, e il sistema liberal democratico legato al capitalismo ha definitivamente trionfato.

Non è così. Ci siamo, ci stiamo accorgendo che la storia non è finita, e che l’intera società capitalista va ripensata. Non possiamo semplicemente limitarci a correggere dei punti marginali o a meglio amministrare un sistema del genere, che rischia di estinguere la specie umana. Allora dobbiamo ritornare all’idea della statizzazione dei mezzi di produzione? No, dobbiamo inventarci un altro approccio, un altro modello nel quale il socialismo sia inteso non tanto come un sistema utopico, ma come una politica “pro labour“, che porti alla a una redistribuzione del potere e del reddito a vantaggio dei lavoratori.

La maggioranza della popolazione non è più il proletariato nel senso ottocentesco e novecentesco del termine. Ma la fine del proletariato industriale non portato alla fine del lavoro subalterno, nel privato, nel pubblico, nelle forme di una illusoria autonomia. Stanno emergendo nuove stratificazioni sociali, nuove forme di lavoro, ma il lavoro subalterno è rimasto. La discriminante tra chi controlla la produzione e chi invece è controllato si è approfondita addirittura.

Geloni. Strano parlare dei principi della sinistra proprio a Bologna. Voi realmente ci vivete dentro: non parlo di singole scelte di oggi o di domani del Partito democratico, o dei dirigenti del Partito democratico, ma di una cultura, degli esiti di scelte di fondo che si respirano anche solo mettendo piede in questa città e che ti fanno riconoscere, non solo dall’accento, quando lo incontri nelle circostanze più diverse, un bolognese. Forse dovreste voi parlarne a me. Anche perché io non sono né una professoressa né una teorica ma una giornalista, e non mi ci vedevo proprio a farvi una lezione. Sono contenta che Giuseppe Giliberti sia stato così completo e solido e sistematico nella sua illustrazione così potrò semplicemente provare a raccontarvi perché sono di sinistra io, perché lo sono da sempre e lo sono oggi, anche se forse non sono il tipo di persona di sinistra che vi aspettate di ascoltare. Onestamente non sono neanche sicura di essere del Pd. Diciamo: lo sono abbastanza spesso ma non sono sicura di esserlo sempre. Non è facilissimo essere sempre del Pd.

Ma Giuseppe mi ha incoraggiato, mi ha ricordato giustamente che non siamo più nel 1990, in anni nei quali il fatto che sinistra volesse dire anche origini diverse bisognava spiegarlo. In quegli anni, gli anni ’90, io diventavo maggiorenne, votavo, ero una dirigente dei giovani dell’Azione Cattolica nella mia diocesi ed ero figlia di un assessore democristiano della regione Toscana, cioè di un consigliere regionale che prima stava all’opposizione nella regione Toscana, poi diventava in quegli anni assessore per via delle scelte a noi ben note che hanno dato vita all’Ulivo.

Non mi piaceva molto la Dc, però non ne prescindevo: perché ero cattolica, perché ero la dirigente di un’associazione cattolica e anche perché ero figlia. Una parola che invece mi piaceva era “sinistra”. Bersani, con cui oggi collaboro con gioia e orgoglio – a dimostrazione del fatto che si può essere di sinistra in tanti modi, io col mio modo, lui col suo, e comprendersi profondamente – dice che la sinistra è un fiore di campo. Un istinto, qualcosa che capisci da bambino, come, dice sempre lui per spiegarlo, stare con gli indiani invece che coi cowboy, o stare con Ettore invece che con Achille. Racconta spesso, lo avrete sentito, che per un istinto verso la giustizia organizzò da bambino uno sciopero di chierichetti. Il mio istinto per la sinistra viene dalla mia formazione cattolica.

In quegli anni ’90 uscì un libro di un vescovo che voi avrete presente per ragioni diverse da quelle per cui l’avevo presente io allora. Era il vescovo di Ivrea, Luigi Bettazzi. Sicuramente lo ricorderete perché aveva avuto un carteggio con Berlinguer, proprio su questi temi dell’incontro tra la sinistra e i cattolici. Io allora non sapevo assolutamente nulla di questo, ma scoprii questo uomo bellissimo con magnifici occhi azzurri che aveva partecipato al Concilio, autore di questo librino che si intitolava “La sinistra di Dio”. In una sua sintesi del libro che ho ritrovato online monsignor Bettazzi scrive: “Se si vuole identificare destra con promozione della libertà e sinistra con promozione della giustizia sembra che alla libertà ci si possa arrivare con la ragione ma solo con motivazioni religiose si possa invece tendere a una giustizia che non sia in posizione forzata”. Insomma dice Bettazzi che è proprio del credente l’istinto della giustizia. Magari questa affermazione darà fastidio a qualcuno, ma chiediamoci: credenti in cosa? Non è necessario pensare a credenti in Dio. Quello che forse vuol dire questa frase è che essere di sinistra vuol dire avere dei valori, essere credenti in alcuni valori. “E poiché – prosegue monsignor Bettazzi – la mano destra è sempre stata onorata, mentre la sinistra è stata vista come espressione della debolezza (“la mano del diavolo”, dicevamo poco fa), e poiché Gesù Cristo è venuto a rovesciare i moduli usuali del potere, mi è sembrato che la solidarietà e il farsi piccolo per servire potessero indurre a concludere che questo tipo di sinistra fosse quello privilegiato da Dio”.

Ma soprattutto di quel libro io non ho mai dimenticato una meditazione di Bettazzi sul brano evangelico del Giudizio Universale: quello “fotografato” da Michelangelo nella Cappella Sistina. Dice dunque il Vangelo di Matteo: Egli separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai capri e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Quindi le pecore alla destra di Dio e i capri, che non hanno fatto tutte queste cose, invece alla sinistra, dalla parte del diavolo. Ma se voi li guardate come in un quadro, come se steste guardando l’affresco della Cappella Sistina, o come se il cielo si aprisse e a quel giudizio potessimo assistere alzando la testa da qui, da che lato sarebbero quei giusti? A sinistra. Sarebbero quelli a sinistra. Non è un’indicazione politica questa (so bene che da una stessa fede possono discendere opinioni politiche diverse). È una contemplazione, una cosa pre-ragionevole, forse neanche tanto ragionevole.

Ed esisteva anche, sapete, una Sinistra Dc. Si discuteva, nella Sinistra Dc: alcuni dicevano noi non siamo la sinistra della Dc, noi siamo la sinistra nella Dc. Noi, dicevano questi scavezzacollo di democristiani, siamo un pezzo della sinistra di questo paese. Ho detto che la DC non mi appassionava ma era successa una cosa, proprio nel 1990, che ci aveva fatto esultare come allo stadio. Era estate e portavamo i ragazzi più piccoli a fare i campi scuola in Garfagnana, in un posto vicino al Passo delle Radici, sul versante che di qua si affaccia su Modena: ovviamente non avevamo telefono né in casa né in tasca e non arrivavano i giornali, e un paio di volte la settimana si andava al bar del paese per telefonare a casa. E mi ricordo questo mio amico, Marcello, che torna dal bar e mi chiama dalla piazza e vuole che mi affacci alla finestra per dirmi che è successa una cosa entusiasmante: si sono dimessi cinque ministri! Si sono dimessi contro una legge che vuole stabilizzare le pretese di questo prepotente, Berlusconi, che ha creato un impero dell’informazione fuori dalla legge e dalle regole e adesso pretende che venga fotografato da una legge sanatoria, la legge Mammì. Ma loro no, si sono dimessi! Esultanza calcistica, pari a quella per i gol delle partite di Italia 90 che vedevamo in quella stessa estate. Di quei cinque ministri, che mi fecero sentire forse per la prima volta rappresentata, ci tengo a ricordare i nomi: si chiamavano Mino Martinazzoli, Calogero Mannino, Carlo Fracanzani, Riccardo Misasi; e il quinto era il Ministro della Pubblica istruzione, si chiamava Sergio Mattarella.

La legge Mammì fu approvata il giorno dopo, i ministri della Sinistra Dc furono sostituiti dal Presidente del Consiglio Andreotti in poche ore. Ma quella vicenda aveva disegnato un crinale per me e per tanti altri (per fortuna anche mio padre). Ce ne furono altri di crinali, ma quello forse fu il primo, almeno il primo per la mia vita. E forse c’entra il fatto che l’argomento, il terreno di quella divaricazione, era la televisione, cioè la comunicazione. Quei cinque ministri e chi da loro si sentiva rappresentato avevano capito, anche se magari allora non l’avrebbero saputo dire così, che una nuova destra, berlusconiana, stava costruendo attraverso la televisione una nuova egemonia culturale che avrebbe cambiato questo paese e lo avrebbe reso quello che in parte è ancora. E che questo avrebbe fatto dell’Ulivo una storia di resistenza, spesso anche vittoriosa ma sempre difficile, e spesso ingenerosamente raccontata.

Giliberti. Anch’io all’epoca non colsi l’importanza di questa divaricazione e non riuscii ad apprezzare come meritava la scelta etica di mettersi in gioco per la democrazia.

Geloni. Mi fermo ancora un attimo su questo passaggio della legge Mammì perché penso aiuti a riflettere su qualcosa su cui spesso vengo interrogata: la famosa difficoltà della sinistra sulla comunicazione. Quello che deve essere chiaro è che noi – la sinistra, il Pd – ci muoviamo, dal punto di vista della comunicazione, come se giocassimo sempre in trasferta. Silvio Berlusconi non è stato solo un grandissimo comunicatore: è stato il padrone della comunicazione in Italia. Lui era quello che giocava in casa: in politica, ma anche nel cinema, anche nell’editoria, anche nella cultura popolare televisiva. Il campo era suo, dettava lui le regole della comunicazione, ne possedeva gli strumenti; e noi siamo sempre stati “suoi ospiti”, in una condizione di inferiorità psicologica e anche tecnica. Ancora oggi noi dobbiamo essere lucidi su questo, perché non ne siamo fuori. Quell’egemonia non è finita, e oggi raccoglie il racconto di una destra ancora più violenta e potente e ramificata nel mondo. E noi dobbiamo stare attenti a non rincorrerlo: non dobbiamo avere un’idea di comunicazione subalterna a quella della destra. Che ieri era tutta cieli azzurri e sole in tasca, come dice Bersani, cioè il berlusconismo come promessa di ricchezza e felicità per tutti, e oggi è questa comunicazione fondata sulla forza, sulla paura, sul populismo della demagogia meloniana per cui il Paese va tutto bene e sono i comunisti l’unico problema che abbiamo, un po’ come quello di Palermo era il traffico. Ma sotto c’è sempre la stessa idea di comunicazione, cioè il leader che parla al popolo in maniera diretta, che rifiuta tutte le intermediazioni. Che le demonizza anzi, che si chiamano partiti, sindacati, che si chiami Corte Costituzionale, che si chiami Corte dei Conti, qualunque forma di “comunismo” si faccia ostacolo alla connessione sentimentale tra il leader e il suo popolo e ne limiti il potere.

Comunicazione, invece, è una parola che ha la stessa radice di comunità, e anche di comunismo e di compagno. La comunicazione è di sinistra perché nasce sulla stessa idea di mettere in comune, sulle stesse parole che le sinistre di varia estrazione sentono proprie. Anche la parola comunicazione deve essere sentita come propria della sinistra, per questo suo essere un fatto democratico. Comunicare è dire la verità alle persone e rendere questa verità comprensibile e accessibile da tutti. Il contrario di comunicazione è manipolazione. La tua verità, ovviamente non una verità teologica ma la verità del tuo pensiero e del tuo agire, la devi trasmettere rendendola commestibile. Ma non aggiungendo zucchero per nascondere i sapori. No, si devono rendere spezzabili come il pane le cose che vogliamo che la gente capisca e la comunicazione, che è una tecnica, uno strumento, un mezzo e non un fine, deve aiutarci a fare questo.

E c’è un’ultima cosa: io ho una regola, lo dico avendo fatto la giornalista nei giornali di partito, e la comunicatrice nei partiti: i problemi di comunicazione non sono mai problemi di comunicazione. Quando sento di un problema che viene definito di comunicazione mi chiedo sempre se fosse chiaro il messaggio che doveva passare. Naturalmente so bene che c’è una complessità, che il populismo fa meno fatica perché se io devo dire “gli immigrati ci portano via il lavoro” faccio prima che a dire “le persone vanno accolte per principio e non possono essere lasciate a morire in mare o a vivere in situazioni non dignitose ma l’immigrazione è sempre più una necessità e va gestita a livello europeo e una società multietnica è più ricca e migliore per tutti”. Certo, è più complicato. Ma se il messaggio non passa chiediamoci sempre se noi quel messaggio ce l’abbiamo chiaro o se magari non siamo un po’ subalterni a qualche altro messaggio.

Chiudo la digressione. Dicevamo di quei cinque ministri che quasi istintivamente sentirono di dover difendere la nostra democrazia da una nuova destra emergente e prepotente, quando ancora Berlusconi non era sceso in campo. Credo sia per cose come questa che quando c’è da difendere la Costituzione vengono richiamati in prima fila i cattolici democratici, cioè i cattolici figli di quella cultura politica della Sinistra nella Dc. Non sto parlando di religione, sto parlando di una cultura politica particolarmente attrezzata e sensibile alla difesa della Costituzione. Non è un caso, penso, se Oscar Luigi Scalfaro nel 2006 presiedette il Comitato “Salviamo la Costituzione” in un referendum vittorioso, molto simile come ispirazione alle riforme che la destra vent’anni dopo ha attuato sulla giustizia e promette di attuare sulle istituzioni più in generale, e non è un caso se oggi, 2026, a presiedere il Comitato del No al referendum sulla riforma Nordio sono stati chiamati Rosy Bindi come portavoce e Giovanni Bachelet come presidente. Non so se a tutti dice qualcosa il nome Bachelet. Sono passata davanti al palazzo del CSM l’altro giorno, c’è un’insegna di ottone dove c’è scritto Consiglio Superiore della Magistratura, già Palazzo dei Marescialli. E sotto c’è scritto: Palazzo Vittorio Bachelet.

È per questo che io friggo quando sento dire che nel Pd c’è il disagio dei cattolici. Ci sono idee da rivendicare, ci sono battaglie politiche da fare? Siamo all’altezza di questi predecessori? Gente che ha dato anche la vita per la Costituzione, per la democrazia in questo Paese. Quale disagio? È possibile che “cattolico” nel Pd debba essere sinonimo di moderato e centrista, di incerto, di tiepido, di controvoglia, di poco convinto, di poco entusiasta, di “riformista”: parola che non ha niente a che vedere con la tradizione culturale dei cattolici democratici ma semmai con la tradizione socialista e comunista. Può un cattolico democratico essere tra gli indecisi e tra i tiepidi? Può non essere in prima linea per la Costituzione? Lo ha detto il cardinale Zuppi, il vostro cardinale Zuppi, proprio pochi giorni fa nella sua prolusione alla assemblea della Conferenza Episcopale: si può non essere in prima linea per la Costituzione, ma anche per la giustizia, ma anche per la pace?

Però non vorrei sembrarvi una bacchettona tutta parrocchia e sacrestia, c’era anche altro a portarmi a sinistra, tutto un immaginario di canzoni, di cantautori, di cinema, Un po’ in controtendenza con gli anni ‘80 in cui ero cresciuta e anche con la Chiesa in cui ero cresciuta, che dopo gli anni delle grandi riforme del Concilio rifluiva un po’ nelle sue certezze. Si combatteva nella Chiesa per certe idee, ma quelle idee circolavano e oggi grazie a Dio e anche soprattutto grazie a quel grande regalo per l’umanità che è stato Papa Francesco, sono tornate al centro del Magistero, anche di papa Leone. Oggi di nuovo il Magistero parla di “Ripartire dagli ultimi”, di opzione preferenziale per i poveri, di pace, di contrasto all’ingiustizia e alle disuguaglianze, di vicinanza alle persone migranti.

Questo è stato il terreno su cui hanno germogliato le mie scelte, l’Ulivo, il Partito Democratico. Ma sarà meglio adesso arrivare al presente, dopo aver indugiato sulle radici: perché sono cambiate molte cose, è passato molto tempo, ma la caratteristica dei principi è proprio quella di rimanere gli stessi, anche se questo mondo diventa sempre più difficile da decifrare sotto i nostri occhi. I principi servono proprio a questo: a orientarsi. E credo che questi principi ci dicano ancora, come negli anni ‘90 ma anche come nel ‘700, che noi siamo quelli che il mondo lo vogliono cambiare. Perché se il mondo ci va proprio bene com’è io penso che dobbiamo dircelo: non siamo di sinistra. Questo è quello che qualche volta mi è capitato di rimproverare a un Pd che a volte interpreta la vocazione maggioritaria come una vocazione a essere sempre maggioranza, o come un dovere di piacere a tutti, conquistare tutti, convincere tutti. Capisco la vocazione maggioritaria come scelta di essere un partito di governo, che non vuole fare testimonianza, non vuole fare solo opposizione, si attrezza per vincere. Ma se tu vuoi somigliare in tutto e per tutto a tutto il mondo, allora il mondo non lo vuoi cambiare. E allora, cosa vinci a fare?

Guardiamoci un attimo intorno. Ci meravigliamo che tra gli adolescenti prevalgano la violenza, la non accettazione del fallimento e delle diversità: ma che mondo vedono fuori? La legge del più forte come regola della politica estera e della convivenza civile. Nessun principio regolatore dei rapporti internazionali e dei rapporti sociali. La crudeltà e il razzismo verso gli immigrati – c’è voluto un giudice per far tornare a casa Liam, il bambino col cappello azzurro, e suo padre. Un’Europa del compromesso e del galleggiamento senza visione, un’Europa che non ha niente da dire, che a volte sembra dire: aspettateci, non fate la pace adesso perché non ci siamo noi al tavolo! Un’economia dello scarto, come la chiamava papa Francesco; un’economia che uccide, come dice il titolo di un suo libro, producendo esclusione sociale e degrado ambientale. Un mondo sempre più disuguale dove i ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sono sempre più poveri e le risorse della terra e del pianeta vengono sfruttate in maniera indiscriminata. E una sinistra spesso garante dell’establishment e di un politicamente corretto che non è solo “il woke”, ma è come un continuo fact checking che conclude che “non è vero quello che pensi perché bisogna pensare quest’altro”. Una terza guerra mondiale a pezzi che avanza non come problema, ma come soluzione: secondo la quale la guerra fa parte della storia.

Non sposo del tutto il pacifismo integrale (anche se lo frequento volentieri); so che una sinistra di governo si pone anche il tema della sicurezza, della collocazione internazionale, delle responsabilità. Ma la guerra in questi anni non è più il problema, sta diventando la soluzione. Questo è quello che veramente contrasta con l’Articolo 11 della Costituzione: l’Italia ripudia la guerra significa che anche se la guerra esiste e a volte non può essere evitata, si fa semmai la guerra lavorando per la pace: non pensando di risolvere i problemi con la guerra.

Può un partito di sinistra non interrogarsi su questi temi, può rifugiarsi in ricette di 30 anni fa, quando si parlava di nuovo centro, di fine della storia, di fine della differenza tra classi, di un’ortodossia retorica fatta di parole che dicono sempre meno a meno persone? Quando in questo mondo cambiato parliamo di Occidente, di atlantismo. Quando parliamo di moderati, quando parliamo di riformismo, cosa significano queste parole? Anche per noi, ma soprattutto fuori dalle nostre riunioni, la stessa parola sinistra rischia di non essere capita, di essere parte di un rumore di fondo fatto di parole di cui a nessuno importa nulla, che non dicono niente alla loro vita, che non la cambieranno se vince “la sinistra” invece della destra che governa ora.

Non sto dicendo che bisogna sposare la moda post-ideologica. Lo abbiamo fatto in passato e lo abbiamo teorizzato: siccome queste cose non interessavano più alla gente, allora abbiamo detto che non interessavano più neanche a noi. La verità è il contrario: noi non abbiamo alcun senso se siamo quelli che la pensano “come gli altri però un po’ meno”. E sebbene io sappia che non c’è un solo modo di essere di sinistra e che anche il pluralismo è un valore, e che è un valore di sinistra, non sono sicura che ogni volta su ogni questione dagli stessi principi discenda che si possono avere cento posizioni diverse, e che sia necessario ogni volta mediare tra cento posizioni diverse prima di avere una posizione definita. Questa è confusione, confusione sui fondamentali.

Giliberti. Ciò non toglie che una cosa giusta è stata fatta: unire i progressisti di matrice PCI e quelli di origine DC. Abbiamo un circolo che si chiama Berlinguer e Moro in questo quartiere: un’ottima l’idea, perché in effetti la guerra fredda aveva spaccato la società italiana in campi contrapposti e ha spinto alcune parti della sinistra in un campo e altre parti della sinistra in un altro. Il PCI non riuscì mai ad autodefinirsi riformista. Con Berlinguer arrivò a dire che era un partito rivoluzionario e conservatore. Non era né l’una né l’altra cosa. Era il vero partito riformista italiano, che voleva realizzare il socialismo in Italia nelle forme che abbiamo detto prima. Hai giustamente detto prima che la sinistra della Democrazia Cristiana, di Dossetti, di Cronache Sociali, era sinistra. Lasciamo perdere le ideologie, vediamo gli interessi sociali: la sinistra di ispirazione dossettiana apparteneva a quel campo della società che era che era collegato al lavoro subalterno. La definizione più semplice della sinistra è stata data dalla tradizione laburista inglese, che sentenziava che è sinistra un partito “pro labour“, a favore dei lavoratori; ed è di destra un partito “pro business“, a favore della grande impresa. È una semplificazione, perché nelle società capitalistiche c’è un importante settore di classe media, che soprattutto la maggioranza della DC riusciva a interpretare.

Nel contesto italiano della guerra fredda era inaccettabile l’idea che la sinistra laica del movimento operaio e quella democristiana si riunissero. Altrettanto  impensabile è oggi l’idea che un Moro o un Dossetti fossero la destra. Erano due pezzi di sinistra che avrebbero dovuto combinarsi e che si incontrarono in effetti nella Costituzione. L’articolo tre della Costituzione è la sintesi di quel dialogo tra due sinistre, tra due prospettive di riforma sociale diverse ma compatibili. Oggi sono cadute le premesse di quella spaccatura, e questo consente anche di recuperare il dialogo con altre tradizioni riformatrici, a partire da quella socialista liberale.

Non sto parlando tanto delle ideologie, ma della definizione di quale sia la nostra base sociale e del modello di società su cui lavorare. Questo è il punto fondamentale. Non è che il lavoro sia finito perché gli operai di fabbrica della fabbrica fordista non ci sono più o sono drasticamente diminuiti. Tra il vecchio lavoro di fabbrica e dei campi, il lavoro degli impiegati, le nuove forme di lavoro che sono al servizio di internet, le forme di lavoro subalterno che si spacciano per essere lavoro autonomo, sono la grande maggioranza della società italiana. Dobbiamo partire da un’analisi della società, capire che cos’è il labour oggi e con quali forze sociali deve allearsi. La sinistra, e il centro-sinistra in generale, debbono assumere la Costituzione italiana come programma politico. E soprattutto il PD deve essere un “partito democratico fondato sul lavoro”, esattamente come lo è la Repubblica Italiana.

Geloni. Non tocca a me dare indicazioni su questo, ma credo che dobbiamo ragionare anche su come funziona un partito che non ha una parola chiara, che sovente non sai dove trovare, e che spesso deve preoccuparsi più delle sue mediazioni interne che di cosa vuole che si capisca da fuori, e spesso non ha nemmeno i luoghi e i meccanismi per elaborare una sintesi. Questa non vuole essere una scomunica per nessuno; è un desiderio, un bisogno che sento di ripartire dai fondamentali. Se hai chiari i principi, lo sai dove devi stare. Poi ci puoi stare in modi diversi, ma più di tanto non puoi sbagliare.

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