Achille Occhetto ha compiuto 90 anni il 3 marzo scorso. Il giorno prima a Roma al Tempio di Adriano, v’è stata una grande serata di tributo per il suo compleanno. Con un parterre importante. Veltroni, Schlein, D’Alema storico antagonista, Casini, Castellina. Tutte figure che lo hanno affiancato, accompagnato e anche avversato nel corso della famosa svolta che pose fine alla storia del Pci. Personalmente fui parte attiva di quel momento appoggiando quella scelta che mi parve ineluttabile, dopo la Tien An Men e il crollo del muro di Berlino, che sancivano la fine del comunismo del 900, nato dalla Rivoluzione di Ottobre del 1917 dalle macerie della prima guerra mondiale imperialista. Ebbene il mio giudizio a distanza di tempo, resta identico a quello espresso allora, nel vivo di quel 1989. Dove vissi l’evento là in mezzo nella mischia, con Asor Rosa a Rinascita che era per il No.
E qual era questo giudizio? Questo: giusta e inevitabile la svolta e il cambio di nome. Forse anche tardivi. Ma in quel tumulto necessario, molto andò perduto. Non tanto per il metodo svelto e inatteso. Per la bomba Bolognina. Annunciata con parole sibilline ma decifrabili in quel novembre 1989 al corrispondente de l’Unità Walter Dondi, che gli rivolse una domanda fatale sul cambio di nome: “Tutto è possibile”, rispose allora il segretario. Bensì per il merito. Per il contenuto della “cosa”.
Il nuovo partito che si profilava. Tormentone indefinito, il nome della cosa. Che restò cosa radical democratica e movimentista di opinione, “partito che non c’è”, liberale di massa esposto a ogni vento. Come andavano proclamando opinionisti come Flores e Santoro. E cosa senza asse e legame al movimento operaio e socialista, se non come ingrediente residuale e alla fine liofilizzato nella famosa “Carovana”, che alla fine fu il partito Ulivo Coalizione. E alfine Pd nel 2007, oggi alle prese per fortuna con una sua ricollocazione culturale profonda. Errato era quindi “l’oltrismo” di Occhetto: oltre il socialismo democratico, oltre il liberalismo, oltre tutto e tutti. Perché finì tutto in terza via di Blair! A un certo punto a fine anni 90.
Sbagliata altresì fu, tra congresso di Bologna e quello di Rimini nel gennaio 1991, la posizione della sinistra interna, da Ingrao a Bertinotti a Magri a Cossutta. Dovevano accettare a conti fatti la svolta, restando comunisti, ma ponendo la questione della radice socialista e della critica del capitalismo. E suo superamento interno per via democratica. Invece si divisero, e alcuni restarono in quel pds – Tortorella e Ingrao – mentre altri si illusero di poter rifondare la tradizione comunista.
Lasciamo da parte gli errori tattici del 1994, la gioiosa macchina da guerra, la sbornia nuovista maggioritaria, il sindaco d’Italia che anticipò populismo e deformazioni premierali: elezione diretta e quant’altro. Che pur non son bazzecole, ma gravi colpe!
Resta allora il nodo storico centrale: quel nuovo partito avrebbe dovuto mantenere e serbare un carattere di fondo. Ovvero un tratto socialista e del lavoro. E il craxismo come ostacolo non fu che una obiezione pretestuosa. Si poteva infatti e si doveva essere neo socialisti fin da allora, alleati del centro progressista, senza cedere ad annessioni o a unità imposte, e pur in competizione cooperazione con il Psi.
Insomma, quel partito doveva essere un vero Pds. Partito democratico del Socialismo. Di nome o di fatto. Con la democrazia al centro e il socialismo come orizzonte e ideale regolativo. Non fu né uno né l’altro. Divenne invece partito liquido di opinione e con mescolanza di ceti politici e culture vaghe. Con la deriva finale di un partito personale liberale e progressista, al tempo di Renzi.
Nel mezzo vi fu un distacco doloroso e anche risentito di Occhetto da quel partito che pure lui aveva secondato di fatto, pur rinnegandolo da sinistra. E persino alla fine il suo approdo alla idea dell’eco socialismo, con parola che avversò a lungo!
Dunque restano doverosi gli auguri ad Achille Occhetto per i suoi 90 anni, spesi sia da giovane dirigente di massa, che da ambizioso riformatore di una intera tradizione. E tuttavia l’epilogo finale di tutto questo lavorio resta problematico e irrisolto. Benché non si possa che ripartire da esso, dal momento che la famosa “discontinuità” voluta da Occhetto nel 1989, ormai capitolo indelebile. Che lo si voglia o meno.
Un’ultima considerazione in questo genetliaco. Nella sua allocuzione finale a Roma Achille Occhetto ha dato la colpa di tutto il globo in fiamme a Putin e Nethanyau. Spiace ma c’è un terzo attore che fu invece primum movens: l’espansione militare e politica di Euro NATO e del turbo capitalismo anglo americano, che ha suscitato contraccolpi di guerra di civiltà.
Teorizzata e praticata da Brezinsky e Clinton a Biden fino a Trump. Con parole, tattiche e mezzi diversi. Discorso lungo. E tuttavia un grande dirigente del PCI con la sua formazione e la sua cultura avrebbe il dovere di allargare lo sguardo. Come si diceva una volta nel Pci: dalla fontanella al mondo. Perché si è arrivati a tutto questo? Forse la risposta sta proprio nella distruzione e nel rifiuto di una prospettiva e di un concetto che il PCI fece proprio, da Togliatti in poi dopo il XX congresso sovietico del 1956 e anche da prima: la coesistenza pacifica tra sistemi diversi. E che l’ultimo Berlinguer riprese con insistenza. Questo: “prima di tutto la pace”. Anche di qui il nuovo Pd deve ricominciare.
In copertina: dettaglio del testo di Achille Occhetto, Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia, Passigli Editori (2026)

