“Maria. Storia di un’anima nella Napoli dell’Ottocento” (ESI, 2026) è per molti aspetti un romanzo gotico, nonostante l’ambientazione napoletana. D’altra parte, il capostipite di questo genere letterario è Il castello di Otranto di Horace Walpole. Ci sono eroine perseguitate, il peso del passato, le apparizioni soprannaturali, la violenza, i forti sentimenti… Ma Maria è anche e soprattutto un romanzo storico. Quindi in realtà non si tratta davvero di un romanzo “di genere”: infatti la protagonista, Maria Maddalena Esposito, è un personaggio “vero”, piuttosto ben costruito, certo con un destino singolare, ma profondamente inserito nella società e nelle vicende della sua epoca. In questo senso, si può dire che nella sua anima si rifletta quella della città.
Antonella Orefice, nota biografa di Eleonora Pimentel Fonseca, in quanto ricercatrice ha imparato a muoversi con disinvoltura nella Napoli di altri tempi, e l’ambientazione storica non è un semplice espediente narrativo per catturare l’attenzione del lettore. Al contrario, la vicenda è un mezzo di cui l’autrice si serve per descrivere la cultura e i rapporti sociali tra la Rivoluzione giacobina, la restaurazione borbonica, l’età murattiana, fino all’unità d’Italia e allo sventramento del centro storico di Napoli. I personaggi, a quanto apprendiamo dalle Note esplicative, non sono del tutto immaginari, ma sono citati in documenti d’archivio. Né sono inventate ovviamente le grandi vicende di cui Maria e i suoi familiari sono partecipi, dalla Rivoluzione del ’99 a quella del ’48, all’unità d’Italia.
Nel personaggio della protagonista, come in quello della madre si sentono gli echi delle tragiche ed esaltanti vicende di alcune grandi donne di fine Settecento, ben note all’autrice: di sicuro Eleonora Pimentel Fonseca e Olympe de Gouges, e forse anche Mary Wollstonecraft (fra l’altro, autrice del romanzo Maria. The Wrongs of Women).
La vicenda, non a caso, trova il suo compimento in un’inchiesta sulla plebe napoletana condotta da un’eroina del nostro Risorgimento: la giornalista inglese Jessie White Mario, moglie di uno dei Mille, amica di Garibaldi e combattente lei stessa per l’unità d’Italia. Dopo l’impresa garibaldina e la terza guerra d’indipendenza, Jessie White produsse una serie di reportages, che la resero famosa sia in Italia che in Inghilterra, sulla condizione dei braccianti meridionali, dei minatori di zolfo siciliani, e soprattutto su “La miseria di Napoli (1877). Carducci dichiarò al riguardo che in Italia c’era un solo scrittore sociale democratico, ed era una donna inglese, la signora Jessie Mario, una figura eccezionale, che Mazzini aveva giustamente soprannominato “Miss Uragano”.
Sarà Maria a indirizzare la modernissima reporter Jessie White in un viaggio nell’anima popolare di Napoli, raccontandole la propria vita. Maria è infatti la riconosciuta memoria storica del quartiere Lavinaio, una “vecchia antica”, nata poco prima della Rivoluzione del 1799. Non è una donna come le altre: riesce a studiare, ha una coscienza politica, è partecipe (e spesso vittima) di grandi avvenimenti. Ma oltre a questo, ha un ruolo, un destino che le è stato assegnato, che trascende la materia e il tempo, che gli altri intuiscono e che lei stessa riesce solo in parte a comprendere.
Maria lascerà nella storia di Napoli – o quanto meno del suo quartiere – una sua lieve ma persistente impronta: delle eredi dotate della sua straordinaria dote di comunicare con i morti, e un’altra donna, una ricercatrice di un’epoca assai diversa, che vorrà ricostruire ancora una volta la sua storia. Morendo, Maria la vede, in una Napoli del futuro, cercare le sue tracce, quelle di sua madre e delle altre che le hanno precedute.

