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Lavoro e salario

Il lavoro “vivo”  è stato  –  da noi come in altri Paesi europei –  protagonista assoluto per almeno un decennio (gli anni tra i 60  e i  70 del novecento), giungendo fin sulla soglia di una rottura di sistema.

E comunque ha interferito, come mai prima di allora, con i  margini di profitto del capitale e  la sua stessa funzione di comando.

Quella di quegli anni era una classe operaia giovane, in larga parte arrivata al nord dalle campagne del Mezzogiorno e che non portava su di se il segno delle sconfitte degli anni 50 né la memoria della resistenza e dei suoi miti ideologici.

Una classe lavoratrice figlia della industrializzazione, della grande impresa e di un ciclo economico che fece gridare al miracolo.

 E’ attualità di queste ore la grande e complessa questione dell’Ilva di Taranto.

 A Bagnoli, dopo circa un trentennio, si discute come e in che direzione riqualificare l’area dismessa dall’acciaieria.

Taranto e Bagnoli erano  centri siderurgici  di importanza europea, occupavano migliaia e migliaia di operai, esprimevano una forza enorme di contrattazione e furono avanguardie  della lotta meridionale per fuoriuscire dalle gabbie salariali.

Il tema del salario non sta, dunque, fuori il ciclo economico  di una comunità e  dei più complessivi rapporti di forza sociali.

L’esaurirsi di quel ciclo, il declino del modello fordista, lo sviluppo delle innovazioni e delle tecnologie, hanno prima indebolito poi  letteralmente polverizzato la forza di quella classe operaia disperdendone organizzazione e coscienza.

 Tappe emblematiche  della sconfitta  furono il duro conflitto dei lavoratori Fiat,  con il blocco degli stabilimenti, contro i  licenziamenti  e la cassa integrazione a zero ore nel 1980  e il decreto di abolizione dei punti di  scala mobile  nel 1984.

Abolizione poi confermata  al successivo referendum del 1985  con la bruciante   vittoria del no.

La misura di copertura automatica dei salari  fu poi definitivamente cancellata nel 1992  ma a quel punto la sconfitta operaia e sindacale  e il rovesciamento dei rapporti di forza anche politici  si erano ormai largamente consumati.

 L’insorgenza dei giovani istruiti del 1977 toccò punte di  scontro radicali con il tradizionale movimento operaio.

Appena un anno dopo si consuma, in un intreccio  di fattori non tutti chiariti, il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro da parte del terrorismo brigatista.

Forse era una storia  ormai scritta, ma è certo che l’ultimo Berlinguer “operaista”, quello della lotta ai cancelli di Mirafiori e poi del referendum contro il taglio della scala mobile, non trovò in quella nuova composizione sociale di classe, che si annunciò con quel semi proletariato istruito e acculturato, un alleato socialmente prezioso, pagando  il giudizio sprezzante  di “diciannovismo”.

Nel 68 il Pci, pur con difficoltà, aveva  saputo  aprire  un dialogo  con giovani e studenti  e con la stessa radicalità di quella classe operaia in fase ascendente, costruendo a partire da  lì la sua grande  forza espansiva   fino alla metà degli anni70.

Al contrario si contrappose invece duramente al movimento del 77, l’accusa di diciannovismo, poi  le inchieste e gli arresti del 7 aprile del 1979 che decapitarono il vertice dell’ Autonomia, spianando forse la strada ai loro competitori armati.

E  fu rottura con tutta una generazione.

Ovviamente non sfugge che quello fu un movimento  diverso dai caratteri che ebbe il 68, erano diversi il Paese, il ciclo economico, e il quadro internazionale.

Probabilmente non c’erano le condizioni per evitare quello scontro che  è stato poi fatale a tutti.

Oggi vediamo che il dibattito sul salario, e sul salario minimo legale, si svolge in forme del tutto scisse da concreti corpi sociali. Tutto nell’empireo del politicismo sterile e della propaganda di scarsa qualità.

Di per se  il salario minimo legale  non è una cattiva cosa, anzi.

 Il dibattito però è impostato in un modo che rischia di essere fuorviante.

Rovescia di fatto il nesso temporale tra evento e norma.

E’ l’evento –  una lotta, una vertenza, un movimento che guadagni un rapporto di forze favorevole –  che può consentire alla norma poi di nascere.

 Qui, al contrario, si rischia di ragionare sulla sabbia, come se in assenza di un vero e nuovo movimento del lavoro si potesse realizzare chissà cosa.

 In realtà è anche a causa del quadro  descritto  che nasce la ormai storica stagnazione italiana  dei salari reali.

Nel secondo trimestre  del 2026  nell’area EU i salari   sono cresciuti  del 3%. Non è casuale che i picchi maggiori riguardino  la Germania, che pur investita dagli stessi processi strutturali dell’economia, conserva un tessuto di contrattazione sociale più robusto, e Paesi come Danimarca, Svizzera o Lussemburgo, tradizionalmente a più alto reddito.

 Ovviamente non dappertutto c’è stata crescita delle retribuzioni, e anche in Paesi dove è stata introdotta qualche misura di reddito minimo legale  –  come nel caso di alcuni  Paesi  dell’Europa orientale  – i livelli delle retribuzioni restano tra i più bassi.

Insomma un conto è la facile agitazione della bandierina del salario minimo legale altro è leggere e interpretare l’insieme dei fattori che determinano la situazione attuale.

Da noi resta forte, ad esempio, il peso del cuneo fiscale che  mediamente grava sulle buste paga  di quasi il 46%  mentre la media OCSE  è al 35%.

L’Italia è praticamente dalla fine della stagione  prima richiamata che non è più riuscita  a garantire crescita salariale. 

Germania, Francia (oggi peraltro in grande difficoltà) e Spagna  è esattamente nel corso di questi circa 30 anni  che hanno visto crescere  i salari   reali  del 20 – 30%, mentre da noi si è verificata la contrazione che sappiamo.

E per stare agli anni più recenti, più o meno da dopo la pandemia, i salari  reali da noi sono crollati  oltre la soglia dell’8%.  Nell’industria  il calo è stato del 5%, addirittura del 10% nei servizi.  In realtà nel dopo pandemia hanno faticato tutti, noi un  bel po’ di più. 

La dinamica trentennale di mancata crescita  delle retribuzioni ha quindi molte cause, compresa una scarsa produttività dei servizi, la mancanza delle necessarie qualificazioni professionali, la presenza nel nostro tessuto industriale di imprese piccole e piccolissime, con la conseguente  difficoltà a fare investimenti  in ricerca e innovazione.

Negli anni più recenti pur registrandosi  crescita di occupazione e pil i salari  hanno continuato a calare.

Ciò rinvia, come accennato,  al quadro di relazioni contrattuali di cui il Paese dispone.

  Tra 1992  e  1993   si chiude  con l’ultimo residuo di scala mobile  e si varano  due livelli di contrattazione, nazionale e decentrata, proprio però in un momento in cui la forza contrattuale delle rappresentanze del lavoro  perdeva ogni suo peso. 

Gli accordi di quegli anni, realizzati  in condizioni pesantemente asimmetriche tra le parti, per un po’ hanno retto  ma via via   la situazione è, per così dire, esplosa.

 Accordi che non hanno garantito  quasi mai  – con la formula dell’inflazione programmata  –  il pieno recupero del costo della vita.

Per non dire dei tanti contratti  collettivi (al CNEL risultano depositati più di mille contratti nazionali,  spesso firmati da piccole e piccolissime sigle sindacali ) che abbassano le soglie salariali e  contribuiscono di fatto al calo di forza contrattuale odierno.

In conclusione appare piuttosto evidente che il quadro attuale non  regge il peso dei cambiamenti nel frattempo intervenuti e si trova vieppiù esposto alla grande  e insidiosa instabilità del quadro geopolitico.

Un provvedimento di salario minimo legale diventa allora  una necessità ma il nodo è più di fondo.

Non si tratta solo dei lavori più poveri e marginali  –  che una misura di salario minimo legale può positivamente sostenere –  ma è l’insieme della questione salariale che nel nostro Paese vive una ultradecennale difficoltà.

  Ricette troppo facili non sono alle viste, c’è un tema che attiene allo ciclo economico, c’è il grande deficit di forza e di contrattazione delle rappresentanze del lavoro odierne.

 E  c’è quella architettura contrattuale varata a inizi anni 90 che, se  inizialmente qualche risultato ha dato in termini di sostenibilità  finanziaria del sistema, è poi diventata un nodo scorsoio  alla gola di lavoratori e lavoratrici finendo per gravare sulla salute stessa dell’economia. 

Il reddito minimo legale va bene dunque  ma dentro una pluralità di riforme a partire  da  una legge sulla rappresentanza, da sempre invocata,  e da  una nuova cornice della contrattazione.

Restando inteso  che senza una ricomposizione del  ”lavoro vivo”, della suo forza collettiva,  del suo peso politico e sociale, a ben poco potranno assolvere norme, leggi e architetture istituzionali.

In copertina: Piero Barducci, L’ultimo bullone italiano