C’è uno strano paradosso che attraversa e conclude l’agile volumetto di Umberto Galimberti dedicato alle “Disavventure della verità” (Feltrinelli, pp, 144, 2025). Ed è il seguente. Partito dalla consueta critica della tecnica, cavallo di battaglia perenne di Galimberti, l’autore arriva per vie imprevedibili a ratificarne il dominio, tramite una idea del conoscere tutta pragmatica e trasformativa. Che alla fine si affida alla prassi mutevole e alla intesa operativa tra gli umani.
Il risultato, forse senza che l’autore se ne renda conto, è una forma di relativismo scettico e pragmatico, che mescola interpretazione e trasformazione storica, con il ripudio di ogni certezza teoretica, critica e scientifica.
In altri termini, avviene nello studioso una sorta di contrappasso, per il quale il nichilismo da lui tanto esorcizzato, torna ad affermarsi nel segno della prassi e della volontà comune degli umani. Insomma l’autore approda a una sorta di pensiero debole post moderno. E cioè: non esistono fatti, ma solo interpretazioni convenute tra i parlanti. E alla fine siamo del tutto in linea con Vattimo e Rorty.
Ma per capirlo occorre partire dal lungo viaggio anti platonico di Galimberti, è il filo conduttore di questo volume, riepilogo allargato dei temi racchiusi in un saggetto anteriore del 2018: “Avventure e disavventure della verità” (Ortothes, pp. 64).
Dunque l’incipit di questo ultimo lavoro è nella critica dell’idea stessa di verità in Occidente. Verità come possesso stabile, esterno alla mente, eterna, dal venerando Parmenide a Platone. Nel primo infatti tutto si riduce alla permanenza eterna dell’Essere contrapposto al divenire – al non essere che lo anima – e nel secondo invece l’eternità traluce nel divenire molteplice, dove però le forme eterne si avvicendano restando fisse nell’iperuranio, pur eclissandosi. Il tempo “come immagine dileguante dell’eternità” scrive Platone.
Cosicché di ogni cosa singola, nel suo rapporto con le altre, v’è in Platone l’archetipo nell’ iperuranio, e il celebre demiurgo del Timeo vi si conforma nel dar forma alle cose.
Mondo duale quindi, quello platonico, dove le essenze o datità fisse si incarnano, decadono e si rigenerano in un eterno ciclo. La famosa cavallinità che rinasce in ogni cavallo. L’eterno stesso in Platone si dà come ombra del suo dileguare in mille forme “a priori”.
E qui parte l’attacco classico di Galimberti al platonismo, che avrebbe ipotecato come dice Nietzsche tutto il destino occidentale. Nel segno del cristianesimo, ma soprattutto con il sigillo di una ben precisa idea della Verità. La verità come “presenza”, rappresentazione fissa, cosa disponibile e cosificazione del mondo. E proprio a cominciare da quelle datita’ fisse e fantasmatiche.
Di qui la manipolabilità del mondo, la ratio geometrica e in altre parole la “tecnica”. Ebbene seguendo questo filo, nei secoli la fissità del soggetto conoscente e dell’oggetto conosciuto e manipolabile, ci conduce da Platone a Cartesio con le sue idee innate, contrapposte alla materia, e quindi al dualismo operativo della ragione tecnica. La quale poi per Heidegger condurrà alle catastrofi della volontà di potenza, con annessi e connessi politici ed economici.
E insomma alla invadenza del Gestell – impianto – che per Heidegger colonizza e massifica le menti e la natura, spaesando l’umanità’ e consegnandola a potenze anonime ed estranee. Quanto alle “essenze” esse sono per Galimberti come per Marx, mera sostantificazione dell’astratto. Sono nomi e concetti, e astrazioni funzionali, descrittive del reale. Ma che nella metafisica platonica e aristotelica si tramutano in entità eterne, e preesistenti all’ esperienza. Di qui l’impero classificatorio della logica, dà ordine e stravolge la natura trasformandola in cose manipolabili.
Detto in altri termini. Dominio dell’intelletto pratico sugli enti, e riduzione dell’essere a ente. Proprio come l’ente divino che crea dal nulla. E tutto nullifica a suo piacimento.
Per inciso, Heidegger romantico e mistico, credette che la rivoluzione conservatrice nazista potesse custodire politicamente e gestire la tecnica moderna, conservando la sacertà dell’Originario greco presocratico. Che è poi il mitico sfondo romantico della filosofia heideggeriana. Salvo poi ricredersi a metà degli anni trenta, ravvisando alfine nel Reich tedesco uno dei culmini del totalitarismo della tecnica. Di cui poi Nietzsche, sempre secondo Heidegger, sarebbe stato il profeta.
Ma tornando a Galimberti – che su origini e critica della tecnica concorda con Heidegger – ecco la sua mossa inaspettata. Il passo ulteriore. Ovvero. Non solo Parmenide e Platone – scrive – sono responsabili del traviamento manipolativo della verità dell’essere incontaminato. Ma lo stesso Heidegger lo è.
Infatti benché il filosofo tedesco guardasse alla verità come a un che di non nascosto – (a)letheia – e dunque di fluido e non fisso, il suo “non nascosto” resta pur sempre qualcosa di stabile, da disotterrare come un oggetto sepolto per gli archeologi. Qualcosa che giace come un’anfora in fondo al mare o in una tomba. E dunque per Galimberti, Heidegger stesso si rivela complice di una certa visione della verità come “semplice presenza” a disposizione, manipolabile, che mena dritto alla tecnica.
Vi sarebbe molto da eccepire su questa lettura di Galimberti sul non nascosto come “cosa presente” e vera, ancora opposta alla mente in Heidegger. Poiché nella ontologia hedeggeriana, Aletheia come verità non è affatto un “dato” da svelare, bensì un farsi enigmatico del divenire che lascia tracce temporali cristallizzate, da rivivere e condividere nella interpretazione linguistica. Il famoso “circolo ermeneutico” teorizzato da Gadamer (nel rapporto tra interprete e tracce). Mentre invece rispetto al futuro è la categoria del possibile a farla da padrona, nella ontologia esistenziale di Heidegger. Non già un che di predeterminato da scoprire. Ma il discorso ci condurrebbe troppo lontano.
Qui basti notare che Galimberti scavalca con mossa del cavallo Heidegger accusandolo di essere rimasto vincolato lui stesso ad una idea fissa e metafisica di verità – il celato – con tutto ciò che di arbitrario e rappresentativo questo comporta. Né più né meno come Platone e la filosofia occidentale.
Ma cosa contrappone invece Galimberti alla Aletheia di Heidegger? Alla sua idea di non nascondimento?
Ecco la sua proposta: il concetto ebraico antico di “Emet”, inteso come fiducia, relazionalità trasformativa nel dialogo tra umani e umane. Una verità intersoggettiva attorno al conoscere quale impresa comune nell’ ascolto dell’altro. Nell’incontro o fusione di orizzonti, direbbe il Gadamer allievo di Heidegger. Solo che Emet nell’antico testamento e nella Torah significa ben altro. Ovvero ciò che è stabile, saldo e innegabile, perché statuito dalla volontà creatrice e assoluta di Dio. E infatti solo perché la verità stessa è Dio, essa va creduta, nella teologia ebraica classica o kabbalistica, e ad essa ci si può e ci si deve affidare. La risposta a quella verità solida è invece in ebraico “Emunah”, la credenza fiduciosa coltivata in comune e basata su una infinita verità interpretabile, ma vera. La radice di entrambe le parole è “men” da cui anche Amen: “così sia” poiché così è, e lo ha stabilito il Signore, quando ha deciso di creare il mondo da sé stesso. E Dio ha detto “sia la luce” come imperativo della sua volontà. E il mondo vive solo per suo comando, in ogni istante, un po’ come per l’occasionalismo di Malebranche. Galimberti quindi confonde la fede ebraica nell’ assoluto, che è totalmente esterno a noi, con la fiducia dell’agire comune che reinterpreta il comando divino presupponendolo. Un comando che è patto – Berith – di obbedienza comune a Dio.
Sia come sia di questa disputa filologica e teologica, tuttavia proprio ricorrendo alla tradizione ebraica, siamo ancor più in piena metafisica. Con la presupposizione di un Dio separato a cui affidarsi senza riserve e al quale obbedire. E quand’anche la forzatura ermeneutica di Galimberti avesse un qualche fondamento – come conoscere in quanto prassi intersoggettiva – al più seguendola resteremmo consegnati ad una idea totalmente relativistica del sapere. Pragmatica e plasmata storicamente dalle volontà’ in cooperazione e competizione. Idea veritativa esposta alla pressione selettiva delle circostanze, e pertanto fragile, opinabile e arbitraria. Del tutto in linea e coerente con l’operare della “tecno-economia” e delle sue seduzioni. Che tra le forze in campo è certamente la più forte e persuasiva, svincolata come è da ogni principio normativo ed epistemologico. Avulsa da ogni ragion sufficiente, che non sia il principio di prestazione al di là del bene e del male. E con l’unico imperativo del “basta che funzioni”, nella produzione e riproduzione del mondo. Ben felice quindi di ospitare al suo interno anche critiche radicali del suo operare. Proprio come quella di Galimberti che finisce col confermarne la ragione più intima: la dissoluzione di ogni principio veritativo in virtù di un pragmatismo assoluto in filosofia. Che in Galimberti ormai influencer filosofico, assume le sembianze di un vero e proprio nichilismo dolce e colloquiale. In singolare contrappunto peraltro con una marcata posizione ideologica “forte” in favore del riarmo e a difesa della civiltà euro occidentale, minacciata a suo dire dalla Russia nella tragica contesa ucraina.

