A partire dall’avvento della civiltà industriale, il criterio fondamentale di separazione tra destra e sinistra politica si è sempre collocato nella diversa concezione di quanto sia desiderabile un certo grado di redistribuzione progressiva della ricchezza – e dunque del potere politico – a favore delle componenti meno abbienti della popolazione. Nel contesto economico e politico italiano della fine del 2026, con la prospettiva di una tornata di elezioni politiche in chiusura della prima legislatura della Storia repubblicana che ha visto esprimere la Presidente del Consiglio al partito erede della tradizione neofascista, diviene essenziale che le forze avversarie da sinistra a questa maggioranza si dotino degli strumenti di analisi e delle risposte che servono per invertire la direzione economica intrapresa dal Paese. “Non viceversa. L’economia per le persone, i territori e la democrazia”, di Francesca Battistoni e Daniela Freddi, è un contributo valido e concreto alla definizione di ciò che serve. Si tratta di un’opera collettiva, impreziosita dai contributi di tante voci autorevoli nei rispettivi campi, che seguendo un chiaro filo conduttore (analisi – soluzioni teoriche – soluzioni pratiche – approfondimenti verticali), si dimostra capace di abbracciare la complessità e costruire una visione d’insieme di una forma di sviluppo economico che cessi di vedere il profitto volto all’accumulo come principale finalità e si ponga invece come obiettivo la qualità della vita delle persone, la cura dell’ambiente e la salute della comunità.
Il primo problema da affrontare si trova nel rapporto tra capitalismo e democrazia, tema trattato in particolare da Laura Pennacchi. Siamo nell’epoca in cui i vertici del capitalismo mondiale, proprietari delle compagnie con la più elevata capitalizzazione nella Storia e capaci di investire migliaia di miliardi di dollari in perdita nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale, si dichiarano apertamente ostili al sistema democratico e assecondano le tendenze autocratiche dell’amministrazione Trump, avverse all’idea di Occidente come contesto economico e politico fondato sulla tutela dei diritti umani, della solidarietà e delle libertà individuali. La pandemia da Covid-19, l’invasione russa dell’Ucraina, il genocidio del popolo palestinese e la nuova linfa della politica colonialista israeliana, l’applicazione della dottrina “Donroe”, informata di dazi, controllo economico e militare del continente americano e dalla guerra all’Iran, si accompagnano a questo quadro con i propri effetti sociali, geopolitici ed economici.
Appare così venir meno definitivamente quel patto interno alle società democratiche – già messo in discussione dalla deindustrializzazione e contestuale finanziarizzazione dell’economia, dalla precarietà, dalle crisi finanziarie e dalla riduzione dell’intervento pubblico – fondato sull’equilibrio tra la libera iniziativa economica privata e la garanzia per le classi subalterne e per le nuove generazioni di ottenere mediante un lavoro stabile e studi formali una vita capace di soddisfare bisogni e desideri attraverso il consumo, l’accesso alla proprietà della casa, il risparmio, anche grazie ad elevati livelli di imposizione fiscale sulle grandi ricchezze.
Tali processi sono aggravati dalle difficoltà dimostrate nell’approntare una risposta politica ed economica da parte dei soggetti che si oppongono a questa deriva. In primis, troviamo gli evidenti limiti dell’Unione Europea, sempre troppo divisa e poco risoluta, priva di leadership e di strutture pensate per un mondo dove le decisioni vengono prese rapidamente e sulla base dei rapporti di forza, anche militare, sussistenti. La necessità di rinsaldare i rapporti tra le medie potenze, secondo quanto sostenuto dal Primo ministro canadese Carney, e di procedere in senso federalista, come suggerisce Patrizio Bianchi, sembra quantomai urgente. In secondo luogo, un approccio spoliticizzato all’economia, criticato nel suo contributo da Gianluca Salvatori, che ha condotto le forze politiche storicamente anticapitaliste ad abbracciare, sebbene con forme meno volgari di quanto visibile oggi, le medesime parole d’ordine pronunciate da chi sosteneva gli interessi delle élite economiche.
Si è così rinunciato all’opportunità di ridefinizione dell’azione pubblica e dell’impresa portata da esperienze come la cooperazione sociale italiana, che ancora oggi, ferme tutte le difficoltà derivanti dall’integrazione con settori ad alto valore aggiunto, dalla scarsità di risorse pubbliche a disposizione e dall’avversione strutturale del modello economico verso ciò che non lo riproduce, si propone, per usare le parole di Vando Borghi, come alternativa alle “rovine del capitalismo” e influenza la sfera dell’iniziativa economica privata verso modelli di sviluppo conciliabili con i bisogni espressi dalla società.
A partire da questo contesto si sviluppa la riflessione che informa tutta la lunga seconda parte del libro. Che fare, dunque?
Il primo punto, non più rimandabile, è recuperare lo schema del conflitto tra capitale e lavoro e dei diversi, laddove non opposti, interessi che esprimono. Sarebbe illogica, se non apertamente in malafede, la rappresentazione di una società dove il “bene comune” sovrasta gli interessi di una parte, in un momento storico dove gli indici delle disuguaglianze mostrano distanze nei livelli di ricchezza paragonabili, secondo alcuni studi, a quelli tra l’alta nobiltà e i braccianti nullatenenti negli anni immediatamente precedenti la presa della Bastiglia. Non si tratta di risultati casuali: come osserva Fabio Landini, si tratta di decenni di scelte istituzionali e politiche pubbliche che hanno avuto come conseguenza la disorganizzazione del lavoro e il coordinamento degli interessi del capitale. Ne sono un esempio la diffusione di forme contrattuali precarie e la nascita di ampi settori economici che riducono la concentrazione dei lavoratori negli stessi spazi e al contempo la riduzione delle barriere alla circolazione di capitali e servizi e la parallela deregolamentazione. In questo modo, il capitale ha accresciuto la propria capacità di ricatto nei confronti dei prestatori di lavoro. L’inversione di rotta è possibile: la dimensione sistemica di tali processi può condurre ad una sintesi delle esperienze che travalichi la singola impresa e la singola organizzazione sindacale, e alle dovute condizioni, su questa base può nascere una nuova narrazione della società fondata innanzitutto sulla necessità di invertire praticamente la direzione tracciata finora.
Secondo obiettivo fondamentale di questa inversione di rotta è la realizzazione di una vera democrazia economica, che passi per una distribuzione equa degli utili ai lavoratori e al territorio. È ciò di cui si occupa Virginia Cecchini Manara nel suo contributo. La Costituzione italiana tutela l’iniziativa economica privata, ma a patto che non si ponga “in negativo” in contrasto con l’utilità sociale. Tutela al contempo l’artigianato, come forma di impresa diversa e teoricamente più connessa al territorio, rispetto alla grande impresa. E tuttavia, l’elemento che più di tutti avvicina la Costituzione italiana all’ideale della realizzazione di democrazia economica si trova nel riconoscimento e nella promozione della cooperazione, come forma d’impresa capace di distribuire ai lavoratori i proventi della propria attività e perciò dotata di una funzione sociale “positiva”. La partecipazione dei lavoratori non è soltanto quella agli utili, ma consente reali opportunità di cambiamento quando diviene partecipazione ai processi decisionali: per questa ragione gli indirizzi di responsabilità sociale d’impresa adottati dall’Unione Europea e dalle istituzioni internazionali incentivano l’implementazione di tali meccanismi anche nelle forme d’impresa capitalistiche. Ed è sulla scorta dell’impatto positivo per l’intera società, testimoniato proprio dall’adozione di questi meccanismi anche nell’impresa capitalistica, che si innesta l’investimento strategico dell’UE nel Piano europeo per l’economia sociale. Si tratta di un cambiamento di approccio innanzitutto culturale, verso un’economia che guardi innanzitutto agli stakeholders: i lavoratori, il territorio, la cittadinanza, da accompagnare con riforme capaci di portare la Società dentro le società, come i Consigli del Lavoro e di Cittadinanza teorizzati da Fabrizio Barca, oppure con palestre di economia collettiva e di sostenibilità come le comunità energetiche rinnovabili, approfondite da Luca Tricarico.
Terzo aspetto, affinché il cambiamento abbia realmente una portata generale, è un ampio cambio di approccio nell’azione e nella filosofia dell’investimento pubblico e della pubblica amministrazione. Questa è l’importante riflessione di Andrea Lippi, che svolge il complesso compito di connettere i tre vertici del triangolo in cui si svolge la vita dei cittadini: politica, economia e società. Da erogatrice di servizi per la cittadinanza e contesto d’influenza per la politica, con la crisi dello stato sociale la PA è stata sottomessa alla narrazione aziendalista e managerialista, ma ancora una volta si è persa l’occasione di mettere al centro le persone, di indirizzare la PA verso il suo compito di intermediazione tra le punte del triangolo. L’obiettivo deve essere un’amministrazione di persone e per le persone, che i cittadini considerino affidabile in quanto capace di rispondere alle loro aspettative e ai bisogni della società che muta. Per questo è importante che chi ricopre incarichi di governo, nazionali e territoriali, abbia il coraggio e la visione per guardare ad investimenti il cui ritorno è il benessere per tutta la società, e dunque anche, come dimostrano gli studi, importanti effetti positivi sui bilanci: tra questi vi è certamente l’economia della cura, contesto di disuguaglianze di genere e lavoro non retribuito, che tuttavia si pone alla base della funzionalità di tutto il tessuto socioeconomico, soprattutto in una società in rapido invecchiamento. Per questo Alessandro Arrighetti e Daniela Freddi richiamano all’attenzione la necessità di investire ed innovare nel settore: non si tratta solo di ritorni economici, ma di plasmare la società in modo che sia più attenta ai bisogni dei suoi contesti più fragili. Grazie a tutte queste azioni la fiducia nelle istituzioni può tornare e si può sopperire al vuoto democratico lasciato dall’arretramento dei corpi intermedi. Allo stesso tempo, l’intervento delle istituzioni, anche quelle burocratiche, diviene strumento centrale per uno sviluppo territoriale omogeneo, che non lasci indietro i territori dall’economia più fragile e dove la carenza di servizi fa da concausa allo spopolamento. Per questo, come sostiene Giovanni Carrosio, è importante che i territori ai margini vengano posti al centro di nuove forme di politiche di sviluppo a partire da strutture di governo sovralocali, rafforzando le basi teoriche e le ricadute economiche che furono proprie della Strategia Nazionale per le Aree Interne.
Quarto ed ultimo punto, già introdotto poco sopra, bisogna porre l’attenzione sulla dimensione territoriale, contesto che maggiormente può sviluppare sinergie tra i soggetti dell’economia, delle istituzioni e della società per garantire trasformazioni visibili e migliori condizioni a livello ambientale e lavoristico. Come sottolineano Francesca Battistoni e Nico Cattapan, la difficoltà nel garantire uno sviluppo equo e sostenibile ai territori, soprattutto se aree interne, si trova nella unicità di ciascuno e nella conseguente non riproducibilità di modelli funzionanti in altri contesti socio-territoriali. Perciò, al fine di uno sviluppo economico che sia anche civile, umano, ambientale, è necessaria una lettura approfondita delle caratteristiche del territorio, con strumenti di collaborazione tra istituzioni, privato sociale e privato tout court, in grado di attivare capitali, competenze e sensibilità coerenti con le peculiarità del contesto.
Un valido alleato può essere l’attivazione di capitali privati legati al territorio al servizio di finalità pubbliche si rende un’opportunità di grande interesse per intervenire in settori, come quello della casa, dove il mancato controllo politico del mercato, con l’avvento di capitali privati interessati alla speculazione e all’estrazione di valore, ha portato a storture la cui scala non sembra agevolmente gestibile attingendo solamente alle risorse del pubblico. Filippo Addarii nel suo contributo porta l’esempio di Milano, ma si tratta di un fenomeno che investe, con modalità e dimensioni differenti, tutte le grandi città del Paese. Se l’obiettivo è un’economia che risponda innanzitutto alle persone, si deve pretendere che le imprese del territorio, in quanto facenti parte della sua comunità, contribuiscano al suo sviluppo e alla sua tutela. E in ogni caso, un ritorno del pubblico nei settori strategici appare quantomai necessario: nel vuoto lasciato dallo Stato, con un Piano casa latitante, povero e ammiccante verso i grandi fondi immobiliari, le Regioni e i Comuni più attrezzati stanno investendo risorse nell’ERP e costituendo strutture – come fondazioni, dipartimenti, settori – per gestire il patrimonio pubblico di ERS e recuperare appartamenti sfitti.
Un altro settore dove il capitalismo sfrenato ha portato a evidenti storture e negligenze per l’interesse pubblico relativo al fenomeno si trova nel controllo delle grandi masse di dati e delle infrastrutture fisiche e digitali che consentono di fruirne. Nel suo contributo Vanni Rinaldi valorizza la differenza tra l’approccio europeo e quello statunitense e auspica un’Unione Europea – come livello di governo principale del fenomeno – sempre più interconnessa e capace attraverso le proprie istituzioni e con propri strumenti hardware e software di mettere questa enorme fonte di ricchezza nelle mani dei cittadini. Permane, però, la consapevolezza che il “tecnoriformismo europeo” non può prescindere dal coinvolgimento delle formazioni sociali ed economiche dove i cittadini europei studiano, lavorano ed esprimono il proprio sentire politico e sociale: sarà necessario il coinvolgimento delle strutture esistenti nella società e delle loro competenze affinché anche la ricchezza dei dati venga redistribuita tra tutti.
Si tratta di strumenti ed approcci che possono, con le giuste scelte, divenire un modello anche per contesti di scala maggiore, come negli esempi provenienti da tutta Europa raccontati nel contributo di Silvia Gonzerla, sul ruolo delle città come dimensione prediletta del cambiamento. Resta che solamente l’intersezione e la cooperazione tra modelli positivi può portare a cambiamenti radicali, altrimenti complessi laddove le buone pratiche rimangano semplici spots di virtuosismo. È l’importante monito di Alberto Cotica, che, pur riconoscendo nella prossimità un elemento favorevole per sperimentare nuove forme di sviluppo, richiama alla necessità di un approccio olistico all’economia, secondo i principi del new economic thinking e di un approccio fondato sui bisogni.
Lo spaccato di realtà ricostruito da Non viceversa è una chiamata all’azione. Stare fermi in questo momento significa accettare uno stato di cose inaccettabile. Ed è innanzitutto il sistema economico che deve essere messo in discussione: la democrazia e la società in generale non saranno mai in salute se il sistema economico non viene, a viva forza, reindirizzato a soddisfare i bisogni e i desideri. Per questo la riflessione di Fabrizio Barca in postfazione è particolarmente preziosa: le forze politiche e sociali che si pongono il medesimo obiettivo di cambiamento in senso redistributivo del sistema economico hanno la necessità di dotarsi della forza organizzativa necessaria per imporsi, cambiando struttura, costruendo alleanze, pervadendo la società. Perché anche quando tutto appare perduto, l’unica cosa da fare è rimettersi all’opera.

