Per fortuna, a pagina 257 c’è scritto “E non sono certo cose che capitano solo a Napoli”; diversamente, la città di Partenope sarebbe apparsa come la capitale mondiale della pedofilia, preferibilmente di carattere familiare, parentale, incestuoso; infatti, quasi tutti personaggi che compaiono nel romanzo, a parte la protagonista e i comprimari, sono stati vittime o attori di sfruttamento sessuale di bambini; e nemmeno si sarebbe potuto dire che si tratta di quartieri e ambienti degradati: viene infatti riferito un caso avvenuto in uno dei quartieri più eleganti e “bene” della città. È pur vero, d’altra parte, che il romanzo di Titti Marrone nasce proprio da un orribile e autentico caso di cronaca, con due bambini precipitati da piani alti di un “palazzo maledetto”, che portò all’emersione di una vera e propria rete pedofila in una periferia di Napoli; è quindi ragionevole che l’autrice si sia anche narrativamente concentrata su quest’atroce piaga sociale.
Con Primmammore (Feltrinelli, 2025), Titti Marrone, che ha già raccontato la sua Napoli in opere precedenti, affronta senza mediazioni temi devastanti, come la violenza domestica, l’abuso sessuale di minori e l’omertà che protegge i colpevoli; temi che vanno ascritti all’anima cupa della città di Partenope; anima cupa che, benché in modo più ampio, fu descritta da Leopardi, da Viviani, da Annamaria Ortese, da Curzio Malaparte. Il romanzo prende le mosse da un fatto di cronaca realmente accaduto, lo trasforma in una narrazione letteraria, lo eleva all’universale denuncia di un’abominevole condotta che appartiene purtroppo all’esperienza umana. La vicenda narrativa si apre infatti con la morte di una bambina di sei anni precipitata dall’ultimo piano di un edificio popolare della periferia napoletana. Tutto lascia pensare a un incidente, ma Costanza, la maestra della piccola, e suo figlio Marco, giornalista, intuiscono sin dall’inizio che dietro quella tragedia si nasconde una verità molto più terribile. La ricerca di Costanza e Marco finisce così per andare ben oltre l’accertamento dei fatti, e si spinge a una personale inchiesta volta a svelare le responsabilità di chi sapeva, intuiva o semplicemente preferiva non vedere, in un quadro di collettiva omertà che permette alla violenza di perpetuarsi.
Il titolo, Primmammore, richiama un termine dialettale che allude al “primo amore”, come nella nota canzone ‘O surdato ‘nnammurato, ma assume nel romanzo un significato profondamente ambiguo e tragico: l’amore genitoriale o familiare, che dovrebbe essere protezione e fondamento della crescita, viene mostruosamente deformato, fino a trasformarsi in brama di possesso, in sopraffazione, in distruzione. È proprio su questo rovesciamento del significato stesso dell’amore che Marrone costruisce la parte essenziale dell’opera; e intorno agli autori della violenza, l’autrice mette sotto accusa anche il più affollato territorio di coloro che sanno, sospettano, potrebbero capire e tuttavia tacciono.
Il romanzo appassiona, perché unisce la conoscenza del mestiere di giornalista dell’autrice, a un’indubbia capacità di raccontare anche oltre la cronaca e l’esposizione dei fatti, affinché questi si elevino alla denuncia di vicende che la pura esposizione giornalistica, pur suscitando orrore, non avrebbe fatto emergere nella loro profonda portata di bestiale abbrutimento umano. Marrone non perde mai il controllo della cronaca, anche quando questa viene assorbita e trasformata dalla costruzione romanzesca. La cronaca viene trasfigurata attraverso una lingua diretta, essenziale e profondamente partecipe del dolore che la protagonista incontra e condivide con le vittime, in chiave, per queste ultime, salvifica. La Napoli periferica di Marrone non cerca attenuanti nel colore locale: il folklore, che tante volte finisce per rendere pittoresche persino le storture della città, qui non soccorre nessuno. La periferia raccontata da Marrone si fa metafora di una marginalità culturale e morale dove il degrado alligna in un quadro di assenza delle istituzioni, di povertà educativa, di disperazione sociale.
Costanza, la protagonista, è la coscienza civile che si impersonifica e che rifiuta di accettare la rassicurante versione ufficiale dei fatti; le madri, le insegnanti e le donne del quartiere incarnano invece, con sfumature diverse, il difficile conflitto tra la necessità di sopravvivere, la paura, e il dovere di denunciare. Gli uomini appaiono spesso prigionieri di modelli di dominio e sopraffazione, ma il romanzo evita ogni schematismo ideologico, preferendo mostrare come il degrado investa un’intera comunità e ne deformi le relazioni umane, facendosi tragico “fatto sociale”, nel senso inteso da Émile Durkheim.
Un ulteriore piano del romanzo è quello della memoria politica e dell’impegno sociale. Attraverso i ricordi di Costanza, Marrone torna agli anni della propria giovinezza, quando una parte della sua generazione cercava nella militanza politica e nell’intervento diretto nei quartieri popolari la possibilità di un riscatto collettivo, anche con l’intenzione di compensare l’assenza delle istituzioni. Nel romanzo, tuttavia, quella stagione viene rievocata senza indulgenza nostalgica: alle speranze di allora si contrappone la constatazione di quanto poco sia stato realmente scalfito, in determinati ambienti, un sistema di rapporti fondato sulla prevaricazione, sulla subalternità femminile e sull’abbandono dei più fragili. Anche i rapporti fra uomini e donne all’interno dei gruppi politici vengono riletti con occhio disincantato, fino a riconoscere quanto le stesse organizzazioni che aspiravano a cambiare la società continuassero a riprodurre al proprio interno antichi modelli di predominio maschile. Ne deriva uno dei motivi più interessanti di Primmammore: il confronto amaro tra le grandi speranze di trasformazione sociale e ciò che di quelle speranze è rimasto irrealizzato.
Primmammore si inserisce con piena coerenza nell’itinerario letterario di Titti Marrone, la quale ha spesso costruito narrazioni legate alla memoria civile, ai diritti negati e alle vittime dimenticate della storia (solo qualche menzione: Meglio non sapere e Se solo il mio cuore fosse pietra, dedicati alla tragedia dei bambini nei campi di concentramento nazisti; La donna capovolta, dedicato a temi sensibili della condizione femminile). In Primmammore queste modalità narrative convergono in una sintesi particolarmente efficace: la memoria, la denuncia sociale, la riflessione sulla violenza e l’attenzione ai destini individuali finiscono qui per incontrarsi, facendo di tragedie individuali la rappresentazione di un fenomeno che individuale non è.
In conclusione, Primmammore è un romanzo duro, a tratti persino difficile da sostenere per l’accumularsi di violenze che coinvolgono bambini, famiglie e relazioni apparentemente protettive. Come detto in apertura, “…non sono certo cose che capitano solo a Napoli”: l’abuso sui minori, la violenza domestica, il silenzio che li circonda attraversano società, classi e geografie assai diverse. Marrone, tuttavia, interroga la propria città, il luogo che conosce e che sceglie come palco di una tragedia, senza concederle né l’alibi del folklore né quello di una diversità antropologica dietro la quale nascondersi. La forza di Primmammore sta allora soprattutto qui: nell’essere partito da un fatto atroce realmente accaduto per costringerci a guardare ciò che normalmente preferiremmo non vedere. E forse è questo il risultato più inquietante del romanzo: farci comprendere che il “palazzo maledetto” non è soltanto un luogo di Napoli, ma può diventare la metafora di qualunque luogo nel quale qualcuno subisce, qualcuno sa e troppi scelgono di tacere.
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Titti Marrone, giornalista e scrittrice, collabora con il Mattino e La Stampa. È autrice di saggi, romanzi e racconti per i quali ha ricevuto vari riconoscimenti.
Primmammore
di Titti Marrone
editore Feltrinelli – Milano 2025
pp. 300, 19 euro

