I recenti successi della sinistra americana di Zohran Mamdani, Alexandria Ocasio-Cortez, Mohamed El-Sayed sono essenzialmente dovuti alla speranza che un nuovo ceto politico di sindaci, governatori e parlamentari riesca a fronteggiare la trionfante oligarchia capitalista, tutelando i ceti popolari. Si sta, cioè, affermando una forza nuova che si popone come rappresentanza dei non privilegiati, dei loosers, come li chiama con feroce sarcasmo Trump. È il nucleo di una potenziale svolta generazionale, che tenta di emarginare la vecchia classe dirigente del partito, corresponsabile della polarizzazione sociale, della deindustrializzazione, della crisi climatica, delle guerre imperialistiche. Non sono populisti, ma convinti democratici, consapevoli della drammatica crisi delle istituzioni e per nulla disposti ad avallare l’idea che la democrazia consista solo in un regolamento di conti tra miliardari. Questi leaders politici emergenti, che si stanno facendo largo all’interno del Democratic Party, non temono di definirsi socialisti.
L’ “elefante nella stanza” (come si dice in America), cioè la minaccia incombente che l’establishment democratico da tempo fingeva di non vedere, è in questo caso la possibilità che i progressisti riescano a conquistare il partito e vincere elezioni locali e nazionali sulla base di un programma esplicitamente socialista. L’accusa di comunismo ed estremismo rivolta ai socialisti americani dal movimento MAGA è evidentemente priva di fondamento. La loro posizione non c’entra nulla con il Partito Comunista americano (PCUSA), forza significativa negli anni ’30 e fino ai ’50, radicato nel movimento sindacale. In quel caso, si intendeva per socialism il “socialismo reale”, cioè la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, sul modello sovietico. In questo, invece, si tratta della “socialdemocrazia reale”, cioè di modelli ripresi dalla sinistra europea (soprattutto scandinava) e ovviamente ispirati anche alla tradizione rooseveltiana. Il problema, quindi, è come affrontare grandi questioni lasciate insolute dal Partito Democratico, come il welfare, il controllo sociale della produzione, la tutela dell’ambiente, la democrazia nel senso sostanziale di empowerment del popolo, attraverso un pacchetto di riforme radicali.
Il tabù nei confronti di questa scandalosa “S word”, che non è educato nominare (come shit e suicide), è radicatissimo in America almeno a partire dalla guerra fredda. Ma potrebbe essere presto superato, per merito dei Democratic Socialists of America (DSA), fondati nel 1982 dal professore di Scienza Politica Michael Harrington. È un movimento contemporaneamente interno ed esterno al Partito Democratico, che ha posizioni distinte da quelle dei tradizionali liberals (attualmente rappresentati dai progressive democrats di Elizabeth Warren). In genere i liberals non avanzano critiche di fondo al sistema capitalistico in quanto tale, e alla fine si allineano sulle posizioni della maggioranza centrista del partito, fatta salva una maggiore sensibilità per i diritti civili e l’ambiente. I socialisti democratici denunciavano invece la crisi del capitalismo nella fase storica della tecno-oligarchia, l’imperialismo, il neoliberismo, cui non era estranea la vecchia guardia centrista di Obama, o dei Clinton. Sono loro che hanno consentito a Trump di presentarsi nel 2016 come un antidoto alla deindustrializzazione, alla globalizzazione e all’impoverimento del proletariato e della middle class, come afferma la filosofa Nancy Fraser (Per un socialismo della riproduzione sociale, in “Jacobin Italia”, 2026, n. 30).
In origine i DSA erano una piccola organizzazione, di qualche migliaio di aderenti, soprattutto giovani. Contestavano il degrado ambientale, l’autoritarismo, il potere del complesso militare-industriale, il micidiale sodalizio tra le destre americane e quelle israeliane, le imprese imperialistiche come la guerra in Iraq. Tipicamente appoggiavano le candidature progressiste all’interno dei Democrats. La loro rapida affermazione come protagonisti emergenti ed autonomi della vita politica americana fu preceduta dal movimento Occupy Wall Street, nel 2011. Ma soprattutto deve molto alla popolarità dell’indomabile Bernie Sanders. L’anziano senatore del Vermont è divenuto la principale figura di riferimento dei DSA (cui formalmente non è iscritto), insieme alla Squad,cioè alla piccola corrente progressista all’interno della Camera dei rappresentanti (Ocasio-Cortez, Ilhan Omar, Aryanna Pressley e Rashida Tlaib). Le candidature presidenziali di Sanders – nel 2016 e 2020 – furono poi l’occasione per presentare all’opinione pubblica una piattaforma organica di riforme. Non si trattava certo della rivoluzione comunista, ma di un socialismo di mercato: controllo democratico dei beni comuni, sostegno all’economia sociale, cogestione nelle imprese, adozione di programmi universalistici di sanità, sistema fiscale progressivo, asili nido gratuiti. Oggi queste proposte sono sempre più apprezzate dagli elettori e stanno diventando senso comune nell’opinione pubblica di grandi città come New York.
Non è per nulla una prospettiva utopistica. Il punto di partenza nell’analisi della società americana che fanno i DSA è, infatti, che già ora il sistema economico ha in sé una vasta area di relazioni sociali e produttive post-capitalistiche, cioè non rivolte al profitto, che debbono essere sistematicamente incoraggiate.
Il socialismo – come sostengo in Che vuol dire sinistra?, Intra, 2026 – non consiste nella statizzazione dei mezzi di produzione. Più che uno specifico modo di produzione, è un processo di empowerment dei lavoratori nel contesto di un’economia mista. Potrebbe essere realizzato con diversi strumenti, come il cooperativismo e l’economia sociale, la cogestione, il controllo dal basso dei beni comuni. Si può tradurre, tra l’altro, anche in un programma di “socialismo municipale”, come quello di Mamdani, del quale sono evidenti le affinità con la tradizione riformista scandinava e italiana. Di quest’ultima, il sindaco di Bologna, Matteo Lepore (che intervistiamo in questo numero), è tra gli esponenti più innovativi.
In Italia, a differenza che negli USA, la definizione di che cos’è il socialismo – e quindi della prospettiva strategica di lungo periodo nella quale inserire le riforme – non sembra all’ordine del giorno. Questo nonostante Elly Schlein (che si presentò alla ribalta politica con il movimento Occupy PD nel 2013) sia oggi alla testa del maggiore partito della sinistra. È una debolezza di analisi che non è in alcun modo una dimostrazione di modernità e pragmatismo. Dimostra invece la fragilità del PD e dell’intero schieramento progressista. Se storia fosse finita, come profetizzò Francis Fukuyama, e il capitalismo nella sua forma liberaldemocratica dovesse durare in eterno, allora converrebbe limitarsi ad amministrare un po’ meglio le istituzioni e la società così come sono, e mai la sinistra potrebbe proporsi come rappresentante dei loosers. Ma non sembra affatto che la storia sia finita. Sono i gruppi dirigenti della sinistra che non si accorgono che, sotto i loro loro occhi, Internet e l’intelligenza artificiale stanno spingendo la nostra società fuori dal sistema capitalistico. Forse al suo posto si affermerà un sistema di dominio ancora più alienante e distruttivo, controllato da un’oligarchia di super-ricchi; o viceversa si andrà verso il superamento della scissione tra lavoro e mezzi di produzione. Al momento non lo possiamo sapere.
Ma presto anche ai progressisti italiani – volenti o nolenti – toccherà riconoscere che bisogna offrire un’alternativa socialista alla crisi del capitalismo (l’elephant in the room), o consegnare definitivamente il potere all’estrema destra. Qualche anno fa, Bersani definì questa minaccia strutturale, che è ovvia, ma non si vuol vedere a nessun costo, la “mucca nel corridoio”.
In copertina: AM Hoch, Young Woman Carrying a Sick Baby Elephant, 2010

