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La guerra riscopre la pianificazione

Il riarmo europeo rivela che i limiti all’intervento statale nell’economia non erano assoluti, ma selettivi: ciò che veniva negato alla spesa sociale e alla transizione ecologica diventa ora possibile per la produzione militare. La pianificazione è tornata, al servizio della guerra.

Per decenni ci è stato spiegato che lo Stato disponeva di margini sempre più limitati per intervenire direttamente nell’economia. La politica industriale era considerata un residuo del passato; la scelta di cosa e quanto produrre doveva essere lasciata al mercato; la spesa pubblica era sottoposta unicamente alla disciplina dei bilanci.

Il riarmo europeo sta mostrando quanto questi limiti fossero meno assoluti di quanto ci sia stato raccontato.

I numeri del riarmo europeo

Nel 2025 i paesi dell’Unione europea hanno speso 418 miliardi di euro per la difesa, il 20 per cento in più dell’anno precedente; per il 2026 l’Agenzia europea per la difesa prevede 454 miliardi (European Defence Agency, 2026). Ma soprattutto, nel giugno 2025 i paesi NATO si sono impegnati a portare entro il 2035 al 5 per cento del PIL le spese considerate rilevanti per la difesa: almeno il 3,5 per cento per le esigenze militari propriamente dette e fino all’1,5 per cento per infrastrutture, sicurezza, resilienza, innovazione e rafforzamento della base industriale della difesa.

Contemporaneamente l’Unione europea ha varato Readiness 2030, inizialmente presentato con il nome assai più trasparente di ReArm Europe. Il piano prevede la possibilità di mobilitare circa 800 miliardi di euro: fino a 650 attraverso la maggiore flessibilità concessa rispetto alle regole fiscali europee e altri 150 attraverso SAFE, uno strumento di prestiti destinato agli investimenti militari.

Non stiamo dunque assistendo semplicemente a un aumento delle spese militari. Sta emergendo una vera e propria politica industriale europea della difesa.

La domanda interessante diventa allora: perché, dopo decenni nei quali l’intervento dello Stato nell’economia è stato sistematicamente delimitato, proprio la produzione militare diventa un terreno legittimo di programmazione della domanda, degli investimenti e persino della capacità produttiva?

Il problema che il keynesismo militare risolve

Il rapporto tra spesa militare e funzionamento delle economie capitalistiche è stato analizzato con particolare lucidità da Michal Kalecki. La sua riflessione consente di mettere a fuoco non soltanto gli effetti espansivi del riarmo, ma anche una sua caratteristica meno evidente: la capacità di produrre quel coordinamento internazionale delle politiche di domanda che, in condizioni normali, risulta assai più difficile da realizzare.

Siamo abituati a ricordare soprattutto la sua tesi sugli aspetti politici della piena occupazione: politiche capaci di garantire stabilmente un’elevata occupazione incontrano l’opposizione delle classi imprenditoriali non necessariamente perché ne danneggino i profitti, ma perché modificano i rapporti di forza nella società. La disoccupazione perde la sua funzione disciplinante, aumenta la forza contrattuale dei lavoratori e l’andamento dell’economia diventa meno dipendente dalle decisioni private di investimento.

Ma c’è un’altra intuizione kaleckiana particolarmente utile per comprendere il presente – recuperata da Jan Toporowski (2016) in un lavoro dedicato a multilateralismo e keynesismo militare: una politica espansiva condotta da un singolo paese incontra infatti un limite in un’economia aperta. L’aumento del reddito fa crescere le importazioni: una parte dello stimolo si trasmette all’estero, mentre il paese che lo ha promosso può ritrovarsi con un deterioramento dei propri conti esteri. Perché una politica di espansione funzioni senza generare forti squilibri internazionali i principali paesi dovrebbero procedere contemporaneamente.

Negli anni Trenta Kalecki riteneva estremamente difficile ottenere un simile coordinamento tra economie capitalistiche concorrenti. Il riarmo può produrre esattamente il coordinamento che la cooperazione economica non riesce a realizzare. Se un paese costruisce ospedali o ferrovie, infatti, non esiste alcuna ragione per cui i suoi vicini debbano fare altrettanto. Se invece si riarma, sono spinti a rispondere. La corsa agli armamenti tende così a sincronizzare l’espansione della spesa.

Dopo la Seconda guerra mondiale, osserva Toporowski, questo meccanismo assume una forma istituzionale nuova. Le alleanze militari non si limitano a contrapporre blocchi che si riarmano reciprocamente: coordinano il riarmo anche all’interno dei blocchi stessi.

È qui che la NATO assume una funzione economica oltre che militare.

La NATO come coordinamento della domanda

L’obiettivo NATO del 5 per cento non stabilisce soltanto una generica aspirazione ad aumentare la spesa: i paesi membri devono presentare piani annuali che indichino un percorso credibile verso il nuovo obiettivo e la componente principale della spesa deve finanziare le capacità individuate dalla NATO. Ciò significa che il coordinamento riguarda non soltanto quanto spendere, ma indirettamente anche per che cosa spendere.

Dal punto di vista delle imprese il risultato è fondamentale: una domanda pubblica di dimensioni enormi, politicamente garantita su un orizzonte pluriennale.

Una delle principali difficoltà di qualsiasi grande investimento industriale, infatti, è l’incertezza sulla domanda futura. Nessuna impresa costruisce nuovi stabilimenti, amplia enormemente la capacità produttiva o organizza una complessa rete di fornitori se non ritiene che esisterà qualcuno disposto ad acquistare ciò che verrà prodotto. Quando decine di governi assumono contemporaneamente l’impegno di aumentare la spesa militare fino al 2035, una parte considerevole di quell’incertezza viene rimossa.

L’Unione europea interviene sull’altro lato del processo: le politiche degli ultimi anni non mirano infatti soltanto a consentire agli Stati di acquistare più armamenti, ma ad aumentare la capacità europea di produrli.

Si coordinano gli acquisti, si finanziano investimenti, si individuano strozzature produttive, si cerca di accrescere la produzione interna. Il programma europeo per le munizioni ha persino fissato obiettivi fisici di capacità produttiva.

I due meccanismi si completano: la NATO coordina l’espansione della domanda militare; l’Unione europea organizza sempre più esplicitamente l’espansione dell’offerta necessaria a soddisfarla.

Parlare di “keynesismo militare” è quindi riduttivo: se uno Stato aumenta per un anno gli acquisti di armamenti, abbiamo innanzitutto un’espansione della domanda. Ma se annuncia che quella spesa crescerà per dieci anni e contemporaneamente finanzia l’espansione della capacità necessaria a soddisfarla, accade qualcosa di molto più profondo.

Si costruiscono impianti, si acquistano macchinari, si organizzano catene di fornitura, si formano lavoratori specializzati. La ricerca viene orientata verso determinate tecnologie.

Una struttura produttiva non può essere accesa e spenta come un interruttore: una volta costruita tende a riprodursi. Gli impianti devono essere utilizzati, gli investimenti remunerati, le imprese devono ricevere nuove commesse, i lavoratori continuare a essere occupati.

Il riarmo crea quindi non soltanto armi, ma interessi materiali legati alla prosecuzione del riarmo stesso.

La dinamica cumulativa del riarmo

Quando una scelta politica modifica profondamente la struttura produttiva, quella struttura modifica a sua volta il sistema di interessi entro il quale verranno prese le decisioni successive.

Tale meccanismo opera in qualsiasi processo di specializzazione produttiva: una regione che dipende dall’industria automobilistica avrà maggiori difficoltà ad abbandonarla; un territorio la cui occupazione dipende dall’estrazione di combustibili fossili opporrà maggiori resistenze alla loro eliminazione.

Nel caso della produzione militare, però, la domanda che giustifica quella capacità produttiva dipende dall’esistenza di una minaccia – la NATO stessa definisce oggi la Russia una minaccia di lungo periodo alla sicurezza euro-atlantica e l’orizzonte del nuovo impegno di spesa arriva al 2035.

Una volta costruita un’economia organizzata per fronteggiare la minaccia, una politica di de-escalation diventa economicamente più costosa.

C’è un passaggio di Kalecki che acquista, da questo punto di vista, una risonanza particolare.

Analizzando il riarmo, Kalecki osservava che una corsa agli armamenti tende progressivamente a modificare lo scopo stesso della politica economica. All’inizio la spesa militare può contribuire a sostenere domanda e occupazione ma, man mano che il processo avanza, l’obiettivo diventa massimizzare la capacità militare stessa (Kalecki, 1943, p. 327).

È difficile non riconoscere qualcosa di questo processo nell’Europa contemporanea: diventa improvvisamente possibile stabilire quali capacità produttive siano necessarie, quali tecnologie siano strategiche, quali colli di bottiglia debbano essere rimossi. È possibile garantire la domanda futura, finanziare nuovi impianti, coordinare produttori appartenenti a paesi diversi e programmare l’espansione della capacità industriale su un orizzonte pluriennale.

In altre parole, la guerra riscopre la pianificazione.

Anche per questo sarebbe sbagliato descrivere quanto sta accadendo come la fine dell’austerità: l’Unione europea non ha abolito le proprie regole fiscali; ha introdotto una specifica flessibilità per consentire agli Stati di aumentare la spesa militare. La questione non è allora se esistano o meno margini per l’intervento pubblico, ma per quali obiettivi si decida di renderli disponibili.

Il riarmo rende così visibile una possibilità che il dibattito di politica economica ha a lungo relegato ai margini: quella di sottoporre la trasformazione della struttura produttiva a obiettivi politicamente determinati.

Potremmo programmare la costruzione di ferrovie, ospedali, infrastrutture energetiche. Se possiamo garantire per un decennio una domanda sufficiente a rendere conveniente costruire una fabbrica di armamenti, potremmo fare altrettanto per i beni e la capacità produttiva necessari alla trasformazione ecologica e sociale.

La pianificazione è tornata. Per ora, al servizio della guerra.

Riferimenti

Kalecki, M. (1943). Political aspects of full employment. The Political Quarterly, 14(4), 322-330.

Toporowski, J. (2016). Multilateralism and military Keynesianism: Completing the analysis. Journal of Post Keynesian Economics, 39(4), 437-443.

NATO, The Hague Summit Declaration, 25 giugno 2025, https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2025/06/25/the-hague-summit-declaration.

Commissione Europea (2025), White Paper for European Defence – Readiness 2030, https://defence-industry-space.ec.europa.eu/eu-defence-industry/white-paper-european-defence-readiness-2030_en.

European Defence Agency (2026), Defence Data 2025–2026, https://eda.europa.eu/docs/default-source/eda-publications/2026-eda_defencedata_webpublic.pdf.