Susanna Camusso ha attraversato mezzo secolo di trasformazioni del lavoro e della società italiana: dal sindacato metalmeccanico alla guida della CGIL, prima donna nella storia della Confederazione, fino all’attuale esperienza in Senato. Una traiettoria che permette di leggere il presente senza separare lavoro, libertà e potere. Le chiediamo di partire da sé per arrivare a ciò che una sinistra femminista deve oggi avere il coraggio di cambiare.
Roberta Mori: Susanna, vorrei partire dalla tua storia. Sei entrata giovanissima nel sindacato e hai conosciuto la fabbrica, il conflitto industriale, le grandi organizzazioni collettive. Che cosa ti ha portata lì?
Potrei cavarmela dicendo: la curiosità e l’entusiasmo, che nel tempo si è trasformata in una lunga passione. So bene, però che se non fossi stata una ragazza a cavallo del ’68 e non avessi avuto una rigorosa famiglia che da un lato mi ha insegnato una forte etica del lavoro, ma dall’altro mi ha “convinta”, a 19 anni, che dovevo cercare la libertà e l’indipendenza, forse sarei diventata archeologa: il mio sogno nel cassetto.
Ero una militante nel movimento degli studenti, la mia prima manifestazione nel novembre 69 fu un grande sciopero dei lavoratori, la casa, le pensioni. Cominciava la trasformazione di Milano grande città industriale, lo slogan operai studenti uniti nella lotta, si traduceva nell’esserci di fronte alle crisi, ai licenziamenti. Così quando mi si presentò una proposta di coordinamento delle 150 ore in FLM, non ebbi dubbi. Fu un esperienza essenziale per capire la “forza dell’istruzione” nell’emancipazione, nella contrattazione e insieme un’esperienza “femminista” nei corsi delle donne. E …poi ci si innamora dell’ essere da una parte sola.
Roberta Mori: Sei stata la prima donna a guidare la CGIL. Quanto pesa essere “la prima” in un’organizzazione costruita per decenni dentro codici, tempi e linguaggi prevalentemente maschili? E che cosa hai imparato sulla differenza tra presenza femminile nei luoghi decisionali e reale trasformazione del potere? Perché il punto non è soltanto che le donne arrivino ai vertici, ma che possano cambiare regole, priorità e modi della decisione.
Che i codici fossero maschili lo sapevamo bene, parlo al plurale perché è l’esperienza dei coordinamenti delle lavoratrici FLM e di quelli CGIL, luoghi di autodeterminazione, di elaborazione di politiche sindacali per e delle donne ed anche di critica dei modelli e dei percorsi dell’organizzazione. Una storia senza la quale non ci sarebbero state le donne prime segretarie generali nelle categorie e nelle confederazioni, non ci sarebbe stata la segreteria confederale paritaria e le norma antidiscriminatoria sulla composizione degli organismi dirigenti, e non ci sarebbe stata la prima donna segretaria generale nella storia centenaria dell’organizzazione. Non, quindi, una singola che sfonda il tetto di cristallo, non una dimensione individuale; anche se non mi sfugge l’impatto simbolico “dell’essere la prima”. Proprio per questo il primo impegno è stato continuare a pensare in collettivo, far crescere la presenza, le responsabilità, le numero 1 nelle strutture. Perchè nulla conta essere la prima se nulla cambia per le altre, se non cambia il linguaggio, se non si riesce a ribaltare quell’adagio maschile che sentivo ripetermi nell’organizzazione: se vuoi essere un dirigente generale non devi parlare delle donne che sono lo specifico. Per questo ho continuato a dire che non esiste un generale vi sono due parzialità le donne e gli uomini. Ricordo le facce “stupite”di sentirselo dire; di dover risignificare il concetto di generale. Nello stesso tempo continuare a favorire la crescita dei coordinamenti di Belle Ciao, perché non mancasse l’elaborazione autonoma delle donne. Nulla è stato facile, nemmeno il dialogo tra le donne in alcune occasioni, ma ho capito e visto che essere al potere trasforma se vuoi trasformare, se modifichi l’agenda, se promuovi le altre, se non scegli la solitudine del ruolo. Se quando senti tutta la responsabilità di una decisione da prendere non scarichi ma condividi. Ed ho anche imparato che quella trasformazione va difesa, perché la volontà maschile di tornare a quello che considerano l’ordine giusto è forte e si scivola rapidamente se non si esercita il conflitto anche sorretto dalla forza delle regole paritarie che non vanno mai trascurate.
Roberta Mori: Dalla fabbrica fordista alle piattaforme digitali, dal posto fisso alle filiere frammentate, dalla grande industria alla crescita dei servizi e del lavoro di cura: il lavoro è cambiato radicalmente. La parola “classe” conserva per te la stessa forza interpretativa? Oppure oggi una politica del lavoro, per essere davvero di sinistra, deve assumere pienamente il genere, la provenienza, l’età e il territorio come dimensioni che producono diseguaglianze intrecciate?
La parola “classe” porta con sé, nel pensiero del secolo scorso, l’idea che prima viene la “contraddizione” lavoro capitale, poi ci sono le “contraddizioni secondarie” in primis quella di genere. Mi piace pensare che il femminismo sindacale proprio a questo si sia ribellato, alla logica che la classe non potesse assumere e leggere le discriminazioni, quella di genere, ma non solo. La volontà di cancellare dal lessico la classe però non è stata promossa dall’intersezionalità ma dal voler affermare che era venuto meno il conflitto con il capitale. E più in generale da un idea di esaurimento, superamento del conflitto come generatore di diritti e di progresso. L’apoteosi di questa cancellazioni che va di pari passo alla stigmatizzazione delle ideologie, si realizza nel neoliberismo terreno fecondo per le mutazioni del capitale nelle sue rapide successioni: finanziario, della sorveglianza… La trasformazione del lavoro e in particolare del mercato del lavoro sono lo specchio di politiche economiche incapaci di rideterminare un modello sociale adeguato e si intrecciano all’innovazione tecnologica, alla robotizzazione e ai nuovi processi di produzione, ai processi di esternalizzazione alla frantumazione degli stessi cicli, attraverso la precarizzazione e il nuovo sfruttamento. Per ricostruire una politica di sinistra sul lavoro, recuperare la fiducia della classe lavoratrice che è stata ampiamente lacerata, bisogna ricomporre l’identità collettiva del lavoro: è subordinazione sia in un luogo di lavoro definito , sia lavorando per una piattaforma o essendo eterodiretto come collaboratore o partita iva; leggendo le differenze territoriali, di genere, generazionali e migratorie. Abbiamo bisogno, lo dico esplicitamente di riconquistare quella fiducia attraverso un programma che dobbiamo dimostrare verrà applicato. Intanto i salari e il contrasto al lavoro povero, tema che riguarda innanzitutto il lavoro femminile, il tempo. Quanto si lavora, troppo o troppo poco, in un caso e nell’altro le donne sono penalizzate, il valore del lavoro pubblico, dei servizi , ogni volta che lo si svilisce si colpiscono lavoratrici maggioranza in questo settori.
Roberta Mori: I dati ci restituiscono ancora un Paese nel quale la partecipazione femminile al lavoro è molto più bassa di quella maschile e le donne sono più esposte al part-time e alla vulnerabilità occupazionale. Non basta dunque dire “più occupazione”. Quale lavoro vogliamo creare? Quali dovrebbero essere le priorità di una politica progressista capace di aumentare insieme occupazione femminile, stabilità, qualità del lavoro e salari?
Dice la nostra segretaria “lavoro e povero” non possono stare nella stessa frase. Ecco partirei da qui e dall’art.3 della Costituzione, la partecipazione al lavoro delle donne non crescerà davvero, non smetterà di essere frammentata se non si rimuovono gli ostacoli, se non sarà stabile e dignitosamente retribuito e vorrei dire un lavoro riconosciuto. Per questo un’agenda progressista deve contrastare le forme precarie, in generale, ma in particolare quelle di genere, part time involontario, turni spezzati, assenza di flessibilità positiva. Stabilità è la forma del contratto necessario, ma il riconoscimento, le progressioni di carriera, una buona organizzazione del lavoro sono poi il motore di essere a proprio agio nel lavoro; per renderlo vero bisogna trasformare profondamente il disvalore ormai intrinseco al lavoro di cura come prerogativa femminile, vuol dire non solo combattere le segregazioni settoriali, ma valorizzare il lavoro di cura, riconoscerlo negli orari, nelle retribuzioni non penalizzarlo come se le donne al lavoro fossero tutte deconcentrate perché impegnate a programmare la cena. (Non è uno scherzo mi è stata detta per negare formazione e crescita professionale delle lavoratrici di linea in una grande fabbrica)
Roberta Mori: Vorrei fermarmi sulla cura, perché qui si misura forse più che altrove la distanza tra la retorica sulla famiglia e la vita reale delle donne. Nel 2025 oltre 4,1 milioni di persone lavoravano in Italia nella cura e nell’assistenza alla persona e circa tre quarti erano donne. Ma una parte enorme della cura resta non retribuita e scaricata sulle famiglie, cioè soprattutto sulle donne. Che cosa significa fare della cura una vera infrastruttura pubblica? Da dove si comincia, tra servizi per l’infanzia, non autosufficienza, congedi paritari, welfare territoriale e riduzione dei tempi di lavoro?
Vorrei esordire con il ricordare che il lavoro di cura gratuito delle donne tra i 14 e i 65 anni nel mondo vale economicamente di più del digitale, dell’innovazione ecc. ovvero sorregge l’economia del mondo tutto. Eppure è gratuito per la maggior parte, è dato per scontato, svalorizzato. Siccome non è genetica, non è innata la propensione alla cura nelle donne, ma è una costruzione sociale, parte essenziale della cultura patriarcale da qui si deve partire. Da una domanda scomoda che per questo si evita, perché è più retribuita un attività finanziaria che un attività all’asilo nido o in un hospice? Perché genera profitto è la facile risposta ma quel profitto non ci sarebbe se quella persona che lo genera non avesse dietro di sé chi lo “cura”. Allora perché quel profitto non deve essere redistribuito anche a chi cura, perché quella cura non deve essere a sua volta redistribuita? Vale per la vita e la salute delle persone, ma vale per l’istruzione, per il clima, per le case e per il territorio, chi cura garantisce un bene comune e comunque pubblico. Sottolineare pubblico è essenziale per rendere evidente che non è un fatto privato chiuso nelle case, ma deve essere determinato da politiche pubbliche. Come sempre quando si deve cambiare struttura sociale e cultura servono scelte simboliche e per questo si deve partire dai congedi paritari, rompere lo stigma che se allevi una figlia o un figlio, sottrai tempo alla produzione, alla produttività, all’intensità del lavoro o alla concentrazione. Per lo sviluppo del paese, nelle riforme che investono sul futuro ci devono essere i nidi, la scuola a tempo pieno, spesso si considerano questi investimenti come necessari per la famiglia, certo sono anche questo ma sono soprattutto investimenti nel futuro, nella ricerca, nella creatività nella convivenza civile, la condizione per uno sviluppo avanzato come documentano tutti i geografi del lavoro.
In un paese che invecchia vi sono parole che devono tornare positive e qualificare le scelte se maggior innovazione digitale deve accompagnarsi a redistribuzione del lavoro, riduzione d’orario a parità di retribuzione, su autosufficienza, salute, disabilità e le tante forme di disagio bisogna investire sui territori e la prossimità in un ottica di difesa dell’autonomia delle persone, per questo le infrastrutture devono coniugare personalizzazione e collettivo. Un percorso non semplice, ma bisogna avviarlo e supportarlo con la qualificazione del lavoro domestico misconosciuto e sfruttato, che questo governo ha escluso da qualunque provvedimento sul lavoro, invece essenziale per accompagnare il percorso di infrastrutturazione sociale.
Sappiamo che è facile fare un agenda più difficile avere le risorse per fare tutto, per questo dobbiamo inserire ogni proposta indicando le mosse successive , delineando il punto d’arrivo, il come immaginiamo una società più felice.
Roberta Mori: La questione salariale è anche una questione di libertà. Salari bassi, part-time involontario, segregazione professionale e carriere discontinue riducono l’autonomia economica e producono nel tempo pensioni più basse. Come si tengono insieme contrattazione collettiva, salario minimo, parità salariale e lotta alla precarietà? E come dovrebbe cambiare anche la previdenza, perché non finisca per trasformare le diseguaglianze accumulate durante la vita lavorativa in diseguaglianze permanenti nella vecchiaia?
Non smetterò mai di affermare che il salario minimo è una politica gender oriented, perché proprio le donne e spesso le migranti oltre ai migranti operano nei settori del lavoro povero e in quel labile confine del lavoro grigio o nero. Sapere che la loro retribuzione deve essere almeno di 9€ (ma dovremo aggiornarlo) è un elemento di potere, sottrae dal dover far interpretare la tua busta paga. Sembra poco ma è acquisire coscienza diretta del tuo diritto.
Il salario minimo si accompagna tranquillamente con la contrattazione collettiva come la nostra proposta dimostra perché il minimo determinato dal contratto collettivo sottoscritto dalle parti comparativamente più rappresentative diventa il salario minimo degli addetti a quei settori, nessuno può scendere sotto, ma la contrattazione fa crescere, definisce gli inquadramenti professionali, l’insieme dei diritti che devono accompagnare il lavoro. Salario minimo e contrattazione collettiva sono il primo passo per la parità salariale ma a differenza dell’interpretazione del governo nel recepire la direttiva europea sulla trasparenza salariale non esauriscono l’impegno per colmare il gap esistente e proprio per questo il nostro governo dovrà quantomeno recepire integralmente la direttiva.
Sulla previdenza, i dati ci confermano annualmente che le donne hanno pensioni più basse, arrivano alla pensione con più fatica, raramente vanno per anzianità. Un quadro pessimo che la destra ha affrontato all’insegna del maschilismo, abolizione di opzione donna, proposte delle lega che guardano solo agli uomini del nord, nessuna attenzione agli effetti delle carriere discontinue, povere e precarie. Guardando questo mercato del lavoro e alle generazioni che hanno vissuto la fase più intensa ed estesa della precarietà bisogna rispondere con la proposta della pensione di garanzia, un meccanismo che compensa le discontinuità e contribuisca a definire una regolarità contributiva , a questo a mio avviso vanno aggiunte almeno due proposte, una considerare gli anni di part time validi in sé a raggiungere il requisito dell’annualità anche se non si raggiunge il minimo contributivo, e il calcolo delle ore di lavoro di cura (a partire dalle statistiche istat), trasformandole in un incremento contributivo per le lavoratrici. In verità esistono anche le misurazioni per gli uomini e questo meccanismo potrebbe essere un altro incentivo alla redistribuzione del lavori di cura.
Roberta Mori: Parliamo di libertà dal ricatto e dalla violenza. L’autonomia economica non basta, da sola, a prevenire la violenza maschile, ma può essere decisiva per permettere a una donna di scegliere, sottrarsi, ricominciare. Quale responsabilità hanno il lavoro, le imprese e il sindacato nella prevenzione di molestie, discriminazioni e violenza? Quali strumenti dovremmo rendere strutturali perché la protezione del reddito e del posto di lavoro accompagni concretamente i percorsi di uscita dalla violenza?
Una delle mie amarezze da senatrice è il non essere riuscita a portare alla condivisione il disegno di legge sulle molestie nei luoghi di lavoro, che doveva essere anche l’effettivo recepimento della convenzione ILO 190, dal’Italia sottoscritta. Il muro della destra è stato insormontabile confermando che la loro politica è solo penale, reati e punizioni, ma nulla sulla cultura e sulla prevenzione, la rimuovono. Eppure quel disegno di legge non era solo la definizione del reato, era individuare le discriminazioni fin dall’accesso, perché sappiamo che entrare al lavoro è un percorso a ostacoli e nel colloquio puoi incontrare il violento, il molestatore ma per la destra essendo un singolo episodio non poteva determinare la molestia, e così volevano cancellare la portata innovativa della convenzione 190, e sarà nostra responsabilità, invece attuarla. Il lavoro deve essere sicuro per le donne, perché l’autonomia e l’indipendenza sono parte del potersi sottrarre al ricatto, alla violenza. Per questo bisogna, e su questo sto preparando una proposta di legge, che gli strumenti di tutela, la naspi, la mobilità siano tutti orientati a includere anche il tema della fuoriuscita dalla violenza. Se sei minacciata come proteggersi dal fatto che il tuo luogo di lavoro è conosciuto? trasferimento in altra sede, mantenimento del reddito, come coinvolgere le imprese a collaborare a processi di mobilità? Queste ed altre domande devono accompagnare uno sguardo alla conservazione dell’autonomia economica, come devono guardare a percorsi di ingresso al lavoro per chi non lo aveva. Vi è una certa esperienza di commissioni e modalità di denuncia nei luoghi di lavoro, ma ancora troppo poco, e il depotenziamento delle consigliere operate dal governo lasciano ancor più sole le lavoratrici. In Senato stiamo discutendo di una nostra proposta sul conto corrente in cui versare lo stipendio direttamente intestato al lavoratore o alla lavoratrice, perché è norma di tutela del controllo diretto della lavoratrice sul suo reddito, una protezione anche quando l’intermediario è invece uno sfruttatore. Questi sono alcuni esempi di strumenti necessari per delineare concretamente i percorsi di uscita dalla violenza.
Roberta Mori: La denatalità viene spesso raccontata come se fosse soprattutto un problema di scelte individuali delle donne. Ma le scelte riproduttive dipendono anche da sicurezza economica, casa, servizi, tempi di vita e condivisione della cura. Come si costruisce una politica demografica che non sia natalista, che rispetti pienamente l’autodeterminazione e che, invece di chiedere alle donne di fare più figli, renda davvero possibile scegliere se e quando averne?
Mi permetto qui di osservare un connotato molto nazionalista del tema denatalità, è infatti un tema delle società europee e non del mondo. Il mondo è probabilmente giunto al limite della sostenibilità della popolazione, e di questo forse bisognerebbe riflettere anche per scrollarsi di dosso questa pressione conservatrice che alla fine ti considera donna solo se madre bianca ed italiana. Solo cosi si comprendono gli infiniti ostacoli alla libera scelta dalla 194 alla pillola del giorno dopo, ma anche quando ti propongono il benefit , come fanno certe aziende multinazionali , del congelamento degli ovuli per quando avrai fatto carriera, riproponendo, cristallizzando l’alternativa tra maternità e lavoro. Eppure proprio perché l’ autodeterminazione dovrebbe guidarci non va bene che ci si continui a dividere su pma e gpa. Per questo penso che la ricetta debba continuare ad essere la maternità è una libera scelta della donna che deve essere anche libera nella scelta di quale famiglia o del non avere una famiglia, senza stigma per chi scegli di non averne. Ma la maternità è anche una responsabilità sociale e torniamo a quanto già indicato: struttura sociale accogliente, politica della casa e dell’istruzione ed anche norme gestibili ed inclusive per tutte sulle adozioni.
Roberta Mori: Vorrei portarti sul terreno del potere politico. Le donne hanno conquistato spazi impensabili per le generazioni precedenti, ma la loro rappresentanza resta fragile e reversibile. Quali regole servono nei partiti, nelle istituzioni e nelle organizzazioni sociali perché la democrazia paritaria non sia un correttivo, ma un principio strutturale? E come si contrasta quella forma più sottile di esclusione per cui le donne vengono ammesse nei luoghi decisionali purché non mettano in discussione l’ordine delle priorità?
Le donne non sono in realtà un tutt’uno, non solo parliamo giustamente di femminismi, ma vi è anche chi non lo è, basta guardare chi governa, spesso vediamo un uso delle parole che non corrisponde poi alle scelte politiche. Vediamo cioè donne che non mettono in discussione l’ordine delle priorità, ovvero il patriarcato. Ciononostante continuo a pensare che la democrazia paritaria sia essenziale per dare compiutezza e solidità alla democrazia. Il fine dovrebbe essere la democrazia paritaria ovvero il 50 e 50. Deve diventare la regola dei partiti, delle forme associative, delle istituzioni, delle pubbliche amministrazioni nei ruoli direttivi ed apicali e dovrebbero essere formalizzate in vincoli, norme da rispettare. Abbiamo già visto che definire norme serve innanzitutto a dimostrare che ci sono capacità, competenze che spesso vengono negate perché portatrici di disordine, di priorità differenti, perché interrompono il gioco della complicità maschile. Perchè come diciamo giustamente l’agenda femminista non può essere un capitolo, un addendum, deve informare la lettura della società e gli obiettivi, deve creare disordine, e la premessa per farlo è esserci.
Roberta Mori: La transizione ecologica e quella digitale stanno ridisegnando interi settori produttivi e l’intelligenza artificiale può cambiare professioni, salari, tempi e organizzazione del lavoro. Se queste trasformazioni vengono governate senza uno sguardo di genere, rischiano di riprodurre vecchie diseguaglianze dentro tecnologie nuove. Che cosa dovrebbe contenere una politica industriale femminista? Quali condizioni dovrebbero accompagnare gli investimenti pubblici in termini di occupazione femminile, formazione e qualità del lavoro?
Affrontare le due transizioni richiede una politica industriale che per quella ecologica abbia uno sguardo di cura, proteggere il territorio, cambiare le città e gli spazi pubblici e verdi oltre che superare la dipendenza dai fossili. Bisogna invece affrontare quella digitale con un forte intento regolatore, trasparenza degli algoritmi e quali dati e come sono essenziali per non riprodurre nel digitale il sessismo e gli stereotipi ed il controllo umano resta tema centrale. Il mondo non può essere curato dalle macchine. Aggiungerei una politica industriale che affronta i temi della difesa cyber in particolare ma ripudia il riarmo e la corsa agli armamenti che non solo peserebbe sull’impostazione digitale ma sarebbe infinito carburante al riscaldamento della terra. Ho già detto di come deve cambiare il valore del lavoro per i servizi, assistenza educazione, e questo si fa anche per costruire buona occupazione femminile con un intervento vero di formazione, non di addestramento ma di competenze che ti permettano di leggere l’ambiente che cambia con l’ia e fanno si che si possano interpretare i cambiamenti. A tutto questo va accompagnata la redistribuzione dei guadagni di produttività e la riduzione di orario a parità di salario per contrastare la disoccupazione possibile ma soprattutto per ridare il controllo sul tempo alle lavoratrici e ai lavoratori, infine come avevamo detto per col pnnr e poi questo governo ha derogato pressoché le quote di occupazione negli investimenti pubblici e negli appalti pubblici.
Per molti anni diritti sociali e diritti delle donne sono stati raccontati come terreni separati: da una parte lavoro e salari, dall’altra libertà, corpi, autodeterminazione. Il femminismo ci dice che questa separazione è falsa. Si può essere libere senza reddito? Si può parlare di uguaglianza senza mettere in discussione la divisione sessuata del lavoro? Può esistere oggi una politica davvero progressista che non assuma il femminismo come uno dei propri fondamenti, anziché come un capitolo programmatico?
Per anni sono stati così raccontati, divisi anzi in contrasto, una separazione che ha fatto molto male, che ha alimentato l’idea che estendere i diritti non fosse una conquista per tutti, ma anzi fosse una sottrazione a te. Un’idea che il lavoro fosse un luogo neutro e proprio perché neutro di eguaglianza. Senza realizzare che se vedi uguali i diversi stai
solo negandoli. Il femminismo ci ha “permesso”, per esempio di introdurre la conoscenza del corpo nella salute e sicurezza del lavoro, l’osservazione dei cambiamenti e delle reazioni dei nostri corpi nel luogo di lavoro, nelle sostanze usate, nelle posture, aprendo la strada a giudizi e contrattazioni sui luoghi di lavoro , rompendo lo schema che la salute delle donne fosse solo quella riproduttiva. Questo singolo esempio dice come introdurre diritti, collegare il cambiamento sociale ai luoghi di lavoro fosse un guadagno per tutte e tutti. Il neutro che non c’è ed il maschile sovraesteso sono costruzioni patriarcali che generando discriminazioni permeano anche il mondo del lavoro, perché tendono a tenere fuori dai cancelli la vita delle persone. Per questo era funzionale dire che con i diritti o la cultura non si mangia, mentre non solo la cultura è lavoro ma se non ho diritto ad avere un salario uguale a chi fa il mio stesso lavoro che eguaglianza è; se la cura continua ad essere discriminante per la carriera, se l’organizzazione del lavoro continua ad essere fondata sul tempo che dedichi e sull’autonomia di lavoro continueremo a proporre l’alternativa tra lavoro e maternità e quindi la non autonomia delle donne.
Roberta Mori: Stiamo costruendo un’Agenda femminista che non vuole essere l’elenco delle “questioni delle donne”, ma una proposta di trasformazione generale del Paese. Se dovessi indicare gli impegni irrinunciabili da consegnare a un programma progressista di governo – sul lavoro, sul welfare, sui salari, sulla rappresentanza, sulla libertà, sulla pace e sulle transizioni – quali indicheresti? E quale meccanismo politico e sociale serve perché quell’agenda non resti una promessa elettorale, ma diventi vincolo, verifica e azione di governo?
Torno a parlare della cura come misura economica, non come attitudine femminile, come “ritorno” all’investimento pubblico , che dia valore alla cura e la redistribuisca affinché non sia la condanna a non avere tempo per sé delle donne. Quando ci sono giovani uomini e giovani donne che scelgono il lavoro con il criterio di avere del tempo per loro, ci segnalano che il tempo, che per le donne manca sempre, se lo liberiamo cambiamo la società. Il tempo parla del quanto e dove si lavora, dei trasporti e delle città, del servizi sociali e della presa in carico. Tutti temi su cui il pensiero femminista ha agito e proposto a partire dal ribaltamento di cosa vale davvero. Affermando la cura come bene comune e collettivo che si distribuisce e non condanna. Questo porta necessariamente a ripensare i salari nei servizi a partire dall’istruzione, e l’istruzione parla di diritti e libertà, quindi il primo gradino per affrontare le transizioni. Il vincolo dovrebbe essere nella valutazione di impatto ex ante ed ex post di ogni provvedimento, una valutazione di impatto sociale e di genere.
Chiudo tornando alla tua esperienza. Hai attraversato stagioni di grandi conquiste e stagioni di arretramento, momenti in cui sembrava possibile allargare i diritti e altri in cui è stato necessario difenderli. Che cosa diresti oggi a una ragazza che guarda il lavoro precario, la crisi climatica, le guerre, la violenza e la politica e si domanda se serve ancora impegnarsi nonostante tutto. Ma soprattutto: l’impegno collettivo serva ancora?
E’ sempre faticoso e forse sbagliato dire cosa devi fare, posso dire che cosa ho imparato ovvero che se non partecipi altri decidono per te, se lo fai in solitudine perdi la ricchezza del condividere e del conoscere e la forza di cambiare , che di fronte a dilemmi la mia guida è sempre stata l’autodeterminazione: il rispetto di quella altrui, la gelosa difesa della mia.

