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La Flotilla naviga ancora

L’esperienza della Global Sumud Flotilla, che ho raccontato nel libro appena uscito, è molto più larga di noi, di chi come me, Yassine Lafram, Annalisa Corrado e altri sono stati su quella barca con una “postura” – come si dice oggi con un termine probabilmente discutibile – un po’ diversa dagli altri.

Infatti avevamo un ruolo pubblico, che abbiamo sempre rivendicato, quello di scorta istituzionale.

Non eravamo attivisti, ma esponenti istituzionali che accompagnavano una impresa difficilissima che puntava ad aprire una breccia nel mare di indifferenza che aveva avvolto la tragedia di Gaza.

Non ho la pretesa di raccontare la storia di tutti con il libro “flotilla, in viaggio per Gaza”: è il racconto del nostro percorso, un po’ articolato, della barca Karma, con molte delle contraddizioni che naturalmente ci hanno attraversato. Venivamo da storie diverse.

In molti ci conoscevamo, ma non così bene.

Avevamo pochi metri quadrati dove condividere gli orari, il cibo, i turni.

 Non era semplice: poteva finire o con un grande litigio con qualcuno che veniva buttato a mare, o – come alla fine è stato – prendendosi cura l’uno dell’altro. E questa è stata secondo me la cosa più importante di questa esperienza: gli esseri umani nelle situazioni difficili smettono di competere e scelgono di cooperare.

Se ti vuoi prendere cura degli altri, perchè fai politica e ti occupi della cosa pubblica, devi saperti prendere cura inanzitutto di quelli che ti sono più vicini. Infatti non siamo mai riusciti a litigare del tutto: qualche accento diverso,  la necessità di calmare qualche spirito un po’ più bollente e giovanile. Ma quello ci sta. Questa vicenda serviva per provare a tenere accesi i riflettori sul genocidio e noi dovevamo essere all’altezza.

Siamo a cinque mesi e mezzo da una tregua che non è una tregua, perché  il 53 per cento della Striscia è ancora sotto il controllo dell’esercito israeliano, le Nazioni Unite non ci hanno ancora messo piede (dopo sei mesi!), le principali organizzazioni non governative del mondo, come Medici Senza Frontiere, Charitas Europe, Oxfam, non piccoli gruppi settari, non entrano nemmeno più. E poi abbiamo lo scandalo dei giornalisti occidentali, che – per la verità, senza suscitare grandi levate di scudi da parte della stampa cosiddetta mainstream – non hanno ancora messo piede lì. Ovviamente se ne parla di meno, questo tema scivola nei trafiletti, i servizi sui TG sono sempre più superficiali e striminziti.

Eppure la questione palestinese continua.

Hanno votato una legge che prevede sostanzialmente l’annessione della Strscia e della Cisgiordania. L’amministrazione tecnocratica promessa per Gaza non riesce ancora nemmeno a mettervi piede. E pensiamo a questa illusione del Board of Peace, sulla quale Giorgia Meloni aveva messo una fiche (come spesso sopravvalutiamo i nostri avversari…) sulla base di un principio di fedeltà e di identificazione politica e culturale di fronte a un’operazione che era nei fatti una sostituzione delle Nazioni Unite.

 Era una privatizzazione del diritto internazionale mediante un organismo costruito in maniera incredibile, senza precedenti: presidente a vita è lo stesso presidente degli Stati Uniti d’America, che può decidere di rimuovere o di far entrare chi vuole. L’ingresso in questo Board of Peace costa un miliardo (“cash fund” c’è scritto ovvero in contanti), e noi a elemosinare l’ingresso, tra l’altro con un passaggio di Giorgia Meloni che letteralmente dice “Non mi posso muovere oltre, non posso andare al di là della dimensione di Osservatore, perché c’è la problematica della Costituzione”.

Poi ci chiediamo per quale motivo gli italiani abbiano deciso di votare in un certo modo: perché consideravano proprio la Costituzione un argine a questa improntitudine. Di fronte a tutto questo occorreva e occorre tenere i riflettori accesi, perché la questione di Gaza sta ancora lì.

Nel frattempo Israele ha aperto la settima guerra, dimostrando di essere una potenza che ha fatto un salto tecnologico mai visto. Tuttavia a Gaza gli interventi non sono stati affatto chirurgici, non sono stati separati i combattenti dai civili. Però hanno fatto saltare, per esempio, gli attributi di 300 attivisti Hezbollah con un click sui cercapersone, oppure sono riusciti a fare omicidi extra-giudiziali mirati sui capi dei Pasdaran o di Hezbollah, senza fare un morto tra i civili.

A Gaza l’obiettivo era un altro: lo svuotamento della Striscia, un’operazione che puntava a far dimagrire la popolazione all’interno di Gaza. Tra l’altro quest’obiettivo era dichiarato dai principali leader di quel paese fin dall’inizio, dopo la tragedia del 7 ottobre.

 E che cosa è accaduto? Nonostante la Corte Internazionale di Giustizia già a gennaio dicesse “attenzione, aprite i canali umanitari per prevenire il genocidio”, utilizzando per la prima volta la parola, non accade nulla. La Corte Penale Internazionale mette sotto inchiesta ed emette 3 mandati di cattura per i dirigenti di Hamas colpevoli del 7 ottobre e due mandati di cattura internazionale per Netanyahu e per Gallant. Ma che cosa accade? I giudici della Corte Penale Internazionale vengono colpiti loro stessi da sanzioni. Gli vengono bloccati i conti, e i pacchetti informatici su cui lavorano. La loro mobilità è limitata, come è accaduto anche a Francesca Albanese. Trattato peggio dei narcos. L’Europa si candida a essere la patria del doppio standard, dopo che è stata invece la patria del diritto internazionale. 21 pacchetti di sanzioni, giuste al regime di Putin, zero a Netanyahu. È chiaro che doveva succedere qualcosa. La Flotilla in un certo senso ha mancato il suo obiettivo, ha fallito  perché non è arrivata a Gaza, non riuscendo a superare il blocco. Però è riuscita in un altro senso, perché è stata un innesco  che ha riportato migliaia e migliaia di ragazzi alla politica. Ci si poteva fermare al sentimento di indignazione. Ma  quell’indignazione è diventata impegno politico, costruzione di iniziative di mobilitazione e presa di coscienza sulla vicenda di un piccolo popolo senza potere. Leggo molti studi su questo, ognuno ha il suo punto di vista, però una cosa è oggettiva: se ti hanno detto a 16 anni che il mondo va bene così com’è, che c’è un solo modello di consumo, un solo modello di sviluppo, e che la guerra è un fatto ordinario e normale, o tu ti chiudi in casa e ti rincoglionisci sui social, oppure decidi in qualche modo di ribellarti.

Questi giovani ci hanno spiegato che hanno un’altra idea e sono stati il deposito fondamentale che io credo abbia aiutato anche la spinta del referendum, facendo crescere la passione per la Costituzione. Si diceva “State in casa, se no applichiamo i decreti sicurezza. Non potete organizzare l’assemblea della scuola, non la potete occupare. Se fate qualcosa in piazza c’è il fermo preventivo”. Siamo dentro uno scivolamento claustrofobico della democrazia italiana, contro cui c’è stata una reazione.

C’è un tema più di fondo, che riguarda il diritto internazionale. Io ricordo a Genova il dibattito e anche lo scontro che avevamo dentro quel mondo che si era mosso. Avevamo un pezzo che rivendicava la disobbedienza civile, pratica legittima. Addirittura si chiamavano così: i “disobbedienti”. Noi eravamo un po’ più partitisti, avevamo un’altro tipo di impostazione. Fu comunque difficile portare il partito lì, tant’è che non ce lo portammo. Fu uno scontro duro. Io ho sempre contestato l’idea che quella fosse una missione di disobbedienza civile. Quella era un’operazione di obbedienza al diritto internazionale. Era il diritto internazionale che doveva essere rispettato dagli Stati che avevano contribuito a costruirlo, perché non esiste un diritto internazionale senza la sanzione, cioè senza la possibilità reale di applicarla. Altrimenti sono dei “caciocavalli appesi”, come diceva Benedetto Croce. Sono idee, norme astratte che vengono evocate, ma che però non hanno nessun tipo di cogenza. Il diritto internazionale o si fonda sulla sanzione o non regge. E noi ci siamo trovati di fronte al fatto che il diritto internazionale veniva calpestato da chi doveva farlo applicare.

Qual è stata la forza di questa missione? Che si è sostituita a quello che avrebbero dovuto fare gli stati. Quando mi ha chiamato il mio amico Stefano Redora di Music for Peace e mi ha detto: “Stiamo raccogliendo le tonnellate di cibo, acqua, medicinali da portare laggiù”, a me è sembrato folle che chiedessero l’aiuto dei parlamentari. Mi sembrava un’operazione che sfiorava la strumentalizzazione, come veniva detto, e invece era un’invocazione di una presenza istituzionale. E io credo che il PD di Elly Schlein sia riuscito a fornirla. Questa in particolare forse era l’operazione più difficile: una saldatura tra la piazza – che non ci ha mai riconosciuto fino in fondo, per i nostri ritardi, per i nostri limiti – e il palazzo. Fino a qualche mese prima non era scontato e automatico questo riconoscimento. Un gruppo dirigente, una segretaria in particolare, è riuscita a intervenire senza metterci il cappello sopra, senza provare a dire “È tutto nostro”. E fa bene ad agire nello stesso modo rispetto  o tutto potenzialmente nostro e fa bene ora a dire la stessa cosa rispetto all’ondata referendaria. Io credo che questa cosa abbia dato anche un po’ fastidio e determinato qualche disorientamento rispetto a chi magari immagina un’Europa “porcospino d’acciaio”, che deve riarmarsi necessariamente per difendersi dalle minacce, quando invece rischia di essere essa stessa in parte moltiplicatrice di minacce. Quella israelo-palestinese non è più solo una vicenda di politica estera: è maledettamente una grande questione domestica. Ci parla del tema di intere generazioni di nuovi cittadini a cui abbiamo detto: “Vieni qui e avrai un lavoro e la possibilità di integrarti”. In Francia negli anni ’50, chi veniva dall’Algeria, dal Marocco, dalla Tunisia chiamava il figlio François, parlava il francese e si sentiva francese. Dopo due generazioni i nipoti si chiamano di nuovo Mohamed, c’è una ripresa identitaria perché c’è stato il tradimento di quel patto. Lo scambio “tu lavori sodo e diventi cittadino” a un certo punto ha prodotto invece il fatto che i nipoti continuavano a lavorare sodo ma erano muratori, carpentieri, operai come erano i nonni, ma precari, senza prospettive, molto spesso marginalizzati-

Questo tema ci riporta a Gaza. Le nuove generazioni guardavano Gaza e dicevano; “Chi mi difende, se tu evochi la democrazia e i diritti umani, e poi però non la pratichi a casa tua e non fai nulla per fermare questa carneficina”.

Prendiamo atto che siamo un pezzo del mondo, e che entro il 2010 saremo meno del 10%. Mettendo nel conto l’Europa, gli Stati Uniti d’America, l’Australia, tutto quello che si chiama Occidente, l’età media nostra sarà più vicina ai 60 che 40.

Nel frattempo il nostro prodotto interno lordo sarà sempre meno importante e fondamentale come era qualche decennio fa. O noi facciamo la guerra a tutti,  come sembra emergere dalla cronaca, dicendo di voler esportare la democrazia, ma poi la riduciamo a casa nostra, passando dal Codice Rocco al Codice Meloni, oppure dobbiamo ricostruire una trama del diritto e delle istituzioni sovranazionali, di un’idea di coesistenza pacifica che non può essere fondata sulla corsa agli armamenti.

Io credo che questa sia una sfida nostra. Su questo terreno ci siamo mossi. Non avrei potuto scrivere il mio libro, senza Yassine, senza Annalisa e gli altri compagni e compagne di Karrna, senza il mio partito, che ringrazio. Credo che possa essere una traccia utile, spero soprattutto per le giovani generazioni, per continuare l’impegno. Continuino a cercare, a coltivare dubbi, perché il processo di pace è complesso. Al suo interno c’è comunque un punto di vista degli israeliani, e in particolare di un pezzo di quel mondo che va sostenuto e aiutato ad emergere da questa difficoltà, perchè nella storia degli esseri umani nulla può essere dato mai per scontato. . Questo è il tentativo che dobbiamo provare a fare.

In Copertina: Foto di Ash Hayes su Unsplash

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