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“Federalist”. Intervista a Gigliola Sacerdoti Mariani

Ho incontrato la Professoressa Gigliola Sacerdoti Mariani (per decenni Ordinario di Lingua e Cultura Inglese nelle Università di Padova e di Firenze) ad una colazione, dopo l’ultima mattinata di studi organizzata dalla Fondazione Spadolini a Firenze. Subito ne ho percepito il fascino, frutto di una riuscita combinazione di cultura, humor ed eleganza. Nel corso della nostra fitta conversazione abbiamo toccato anche il tema dei 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza statunitense, che lei aveva già sfiorato quasi trenta anni fa con la traduzione e il commento di 85 articoli redatti tra il 1787 ed il 1788 da tre grandi personalità, unite dall’obiettivo di far ratificare la Costituzione, perché entrasse in vigore.

Questi celebri articoli, noti come The Federalist Papers (ma pure più semplicemente col titolo The Federalist) furono pubblicati tutti con lo stesso pseudonimo, Publius, con evidente allusione alla figura ritenuta fondamentale per il passaggio di Roma da Monarchia a Repubblica. I tre “padri fondatori” celati sotto quell’unico pseudonimo furono: Alexander Hamilton (membro della commissione incaricata di rivedere lo stile della Costituzione, nel corso della Convenzione di Filadelfia, e poi Ministro del Tesoro nel 1789); John Jay (che sarebbe diventato Ministro per gli affari esteri nel 1784 e successivamente Governatore dello Stato di New York); James Madison (Ministro per gli affari esteri a partire dal 1801 e quarto Presidente degli Stati Uniti dal 1809).

Il tema dei rapporti tra USA ed Europa, così attuale nello scenario economico-politico mondiale, ci ha spinto a realizzare questa intervista.


PG. Hai di certo compiuto uno sforzo titanico nell’affrontare la traduzione integrale e nel redigere la prefazione e le note critiche a Il Federalista, che venne pubblicato nel 1997 per i tipi di Giappichelli. Allora fu presentato a Roma nella prestigiosa Sala Zuccari del Senato da un parterre de roi formato da tre relatori veramente illustri: Giovanni Sartori, Alberto Predieri e Furio Colombo, con Claudio Lodici che moderava l’incontro. Se ti chiedessi di dirmi in poche battute il senso di questa raccolta di 85 articoli, di 500 pagine, e perché è stato opportuno ripubblicarli?

GS. Quel testo mi sta davvero molto a cuore e mi ha tenuta impegnata a lungo anche per provare ad identificare chi si nascondesse di volta in volta dietro la comune firma Publius. Quest’anno è stato opportunamente ristampato da Effigi edizioni, nella collana “istoreo” diretta da Simone Visciola, in occasione delle celebrazioni per i duecentocinquant’anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza, datata 4 luglio 1776. Mi sembra opportuno richiamare un ideale di quel testo che dovrebbe accomunarci tutti, espresso dal lessema “uguaglianza”, che ha un grande valore per me (perché per alcuni anni ne sono stata privata); che è un concetto pregno di significato, ma difficile da rispettare anche nel nostro mondo occidentale.

È un tema che ci invita a riflettere sul “potere del linguaggio rivoluzionario” sin dal 1776 e sulla “rivoluzione del potere” di questi ultimi quattro anni e mezzo, da cui tutti noi siamo notevolmente colpiti e condizionati                                                             

PG. Avresti pensato allora che alcune affermazioni dei tre autori, che si celarono sotto lo pseudonimo di Publius, sarebbero tornate prepotentemente attuali?


GS. I tre Publius mostrano di essere animati dalle stesse “passioni linguistiche”, che coniugano la retorica e l’arte della persuasione con e per la scienza politica, con e per la dottrina giuridica, sfruttando tutto il potenziale performativo della lingua, sottolineandone il compito di un leader (uno e trino) che guida sulla strada della “felicità”, quella happiness promessa dalla Dichiarazione di Indipendenza, che più volte si riverbera nel Federalista proprio come una promessa, che cessa di essere un segno vuoto e che finalmente si arricchisce di contenuti politici. Lincoln nel 1861 avrebbe definito la Dichiarazione del 4 luglio 1776 la mela d’oro (nella cui polpa erano racchiusi i concetti di libertà, uguaglianza e speranza), collocata in una cornice d’argento, ovvero la Costituzione Federale, capace di proteggere quegli ideali che gli 85 articoli di Publius avevano proposto con fiducia all’attenzione dei loro lettori. La maggior parte delle tesi esposte per incoraggiare la scelta in senso federale sembrano più che valide per “parlare” agli Europei di oggi a proposito della nostra Unione claudicante e minacciata contemporaneamente da est, sud e perfino da ovest.

PG. A tal proposito, non ritieni che Trump stia rischiando di “allargare” (forse inconsapevolmente) inesorabilmente e sciaguratamente la distanza tra le sponde atlantiche? È lecito, invece, affermare che i tre estensori del Federalista si erano sforzati di non allontanare le 13 ex colonie britanniche dal dibattito e dalle vicende europee?

GS. Io non sono una politologa e non me la sentirei di rispondere a questa domanda, ma nell’introduzione del mio testo credo che si possano trovare delle affermazioni adatte a testimoniare lo smarrimento di chi, come me, ha sempre creduto nell’indissolubilità del rapporto privilegiato tra USA ed Europa occidentale. I cittadini delle tredici colonie ribelli avrebbero avuto ogni motivo per recidere il legame che li univa al continente d’origine, ma seppero piuttosto trovare le ragioni per non smettere di “dialogare” a distanza e per costruire un rapporto su basi nuove. Forse, noi cittadini europei adesso ci troviamo in una situazione simile e dobbiamo compiere qualsiasi sforzo per non sciogliere il nostro legame preferenziale inter-atlantico.

PG. La citazione che segue, tratta dalla tua traduzione dell’articolo n. 11 del 24 novembre 1787, attribuito a Hamilton, sembra effettivamente (e paradossalmente) poter divenire un grande monito per i cittadini dell’odierna Unione Europea: “Il mondo può essere diviso geograficamente e politicamente in quattro parti, ciascuna con un distinto campo di interessi. Sfortunatamente per le altre tre, l’Europa con le sue armi e con i suoi negoziati, con la forza e con la frode, ha esteso sulle altre il proprio dominio. L’Africa, l’Asia e l’America, una dopo l’altra, hanno sentito la sua dominazione. La superiorità che ha potuto conservare a lungo l’ha indotta a vantarsi di essere Padrona del Mondo […]. Tocca a noi vendicare l’onore della razza umana e insegnare la moderazione a questa presuntuosa sorella. L’Unione ci consentirà di farlo. La disgregazione aggiungerebbe soltanto un’altra vittima ai trionfi europei. Che gli Americani disdegnino di essere strumenti della grandezza dell’Europa! Che i tredici Stati, legati in una Unione stretta e indissolubile, contribuiscano insieme a erigere un grande sistema politico americano – superiore al controllo e all’influenza di forze d’oltreatlantico – capace di dettare i termini dei rapporti tra vecchio e nuovo mondo!”. Sei d’accordo?

GS. Sono decisamente d’accordo e, se avrai la pazienza di leggere con la dovuta attenzione gli 85 articoli del Federalista, troverai tanti esempi puntuali su ciò che mi chiedi. L’intento del nostro Publius era quello di controbattere ogni “diceria” o “menzogna” artatamente messa in giro tra i cittadini dei tredici Stati per fomentare la disgregazione dell’Unione Federale e favorire la scelta di un blando accordo magari ristretto di volta in volta agli Stati del nord o agli Stati del sud, oppure a quelli dotati di porti atlantici piuttosto che a quelli con territori solo interni e lontani dall’oceano. Gli argomenti adoperati dai “sabotatori” di quel tempo sembrano veramente simili a quelli usati dai sovranisti e nazionalisti anti-europei odierni. Le risposte offerte da Hamilton, Jay e Madison potrebbero venir riproposte in chiave contemporanea per difendere l’Unione Europea e per dotarci finalmente di una Costituzione federale condivisa, di un Governo, di un Parlamento in grado di legiferare, di un esercito e di una politica estera comune.

Se la Dichiarazione affermava che tutti gli uomini hanno diritti naturali e inalienabili (vita, libertà e perseguimento della felicità), nel Federalista questi diritti sono descritti come il fine ultimo del governo e la struttura federale è presentata come il mezzo migliore per garantirli e proteggerli dalla tirannia.

PG. Per concludere questa parte dell’intervista, tra John Jay, Alexander Hamilton e James Madison c’è uno di loro che hai sentito più vicino a te per sensibilità e cultura?

GS. Sì, il mio preferito è Madison e ti spiego perché: il suo discorso è più lineare; l’articolazione dell’informazione nella frase risulta di tipo narrativo, senza, con questo, perdere il carattere argomentativo; talvolta, sia che segua l’ordine SVO (Soggetto-Verbo-Oggetto) sia che segua l’ordine OVS, egli usa periodi brevissimi, quasi volesse scandire certi ritmi e drammi della storia. Le creazioni della sua penna risultano più eleganti, meno auliche, meno pesanti rispetto a quelle di Hamilton e di Jay. Le sue interrogative sono più spesso reali che retoriche, pertanto vengono immediatamente seguite da una risposta precisa e motivata, assertiva e centripeta. Grazie all’organizzazione dei quesiti e delle risposte, Madison riesce ad essere lapidario, efficace, sottilmente polemico.

PG. Hai scritto saggi sul mondo anglo-americano che spaziano dal periodo del nostro Risorgimento e del processo di unificazione nazionale (penso a “Margaret Fuller and Giuseppe Mazzini between faith and fate”) ad argomenti squisitamente letterari relativi all’età contemporanea, ad esempioquelli contenuti nel volume del 2015: Segnali attraverso ampie distanze. Percorsi linguistici e letterari nel mondo anglo-americano, Franco Angeli. In altre parole, la tua cattedra di Lingua e Cultura/Letteratura inglese (nonché americana) ti ha permesso di tenere corsi non ripetitivi e di pubblicare studi su diversi scrittori anche poco noti in Italia. A quale sei più legata e chi consideri meritevole e degno di essere proposto ai lettori di oggi ed alle future generazioni?

GS. Sono due poete americane, sulle quali ho pubblicato più di un saggio: Muriel Rukeyser (1913-1980) e Alicia Ostriker (è nata nel 1937 e vive a Princeton). Di loro – in questo spazio ristretto – posso soltanto citare qualche riflessione che le caratterizzi, come questa di Rukeyser, da me tradotta: “Che cosa succederebbe se una sola donna dicesse la verità sulla sua vita? Il mondo si schianterebbe” (I versi sono tratti dalla poesia intitolata “Käthe Kollwitz” – M. Rukeyser, The Collected Poems, New York, McGraw-Hill, 1978, pp. 479-484). E posso aggiungere che le due scrittrici compaiono insieme nel mio volume di saggi menzionato sopra dal titolo significativo, “Segnali attraverso ampie distanze…”. È la traduzione di un altro verso della stessa Rukeyser e vuole evidenziare la fitta rete di relazioni tra gli autori, le autrici, i personaggi, i testi da me esaminati. Se non lo conosci già, ti suggerirei di leggere il saggio “Le ri-scritture o le re-visioni bibliche di Alicia Ostriker” e potrai cogliere il ruolo che ha avuto l’ebraismo nella formazione delle due scrittrici.                                                                                      

PG. Quando hai varcato per la prima volta da docente la porta della “Cesare Alfieri”, la prestigiosa Facoltà di Scienze Politiche fiorentina – che nel 2025 ha festeggiato i suoi 150 anni alla presenza del Presidente Mattarella – c’era Giovanni Spadolini tra le “colonne” universalmente riconosciute di quell’Istituto. Vorrei un ricordo del Professore ed uno dell’uomo.

GS. Su di lui scrissi un saggio, nell’agosto del 1994, poco dopo la sua scomparsa, che fu pubblicato sulla “Nuova Antologia” – facemmo un volume speciale per la triste occasione – e in quelle pagine trovai il modo di caratterizzarlo sia sul piano umano che sul piano professorale; scelsi le parole adatte per fare ironia in merito alla sua (nostra) fiorentinità, raccontai episodi relativi ai suoi rapporti con i vecchi allievi ormai in cattedra, ma cercai anche i termini più pertinenti per compiacermi delle sue non facili scelte politiche, nei diversi periodi in cui  fu Segretario del Partito Repubblicano, Presidente del Consiglio, Ministro della Difesa, Ministro della Pubblica Istruzione, Ministro per i Beni Culturali e l’ambiente, Presidente del Senato.