di Pietro Maria Alemagna e Rudi Fallaci
D. Il governo della città e del suo territorio fa i conti con i condizionamenti di una riforma istituzionale varata ben da 36 anni – l’istituzione delle Città metropolitane – che aveva suscitato grandi aspettative nella società ma anche grandi resistenze nel ceto politico, rimasta incompiuta. L’assetto attuale a metà del guado, ha cristallizzato forme istituzionali non prive di inefficienze e ambiguità nelle competenze, condiziona l’evoluzione dei Quartieri e inoltre rappresenta un vulnus irriducibile di democrazia nell’essere il Sindaco metropolitano eletto solo dai residenti del capoluogo. Il tema riemerge brevemente ad ogni campagna elettorale amministrativa, per poi riassopirsi. Nelle more di improbabili provvedimenti nazionali, nella realtà locale come ha ritenuto di interpretare il ruolo di Sindaco Metropolitano? E cosa altro è possibile fare nei prossimi anni per consolidare la governance metropolitana?
R. La città metropolitana è un ente di secondo livello, sono i sindaci dei comuni a contare e come tali hanno la responsabilità di partecipare e pesare. Noi abbiamo un programma costruito con i sindaci dei 55 Comuni, uffici e risorse messi in comune tra i due enti, e ora il Piano strategico al 2050, che per la prima volta stiamo costruendo insieme alla Regione, girando territorio per territorio. Dai tavoli sono uscite due priorità che riguardano la vita di tutti: l’invecchiamento e il clima. E una consapevolezza: chi vive fuori dal capoluogo non ha oggi gli stessi diritti nella mobilità e nell’abitare. Il tram che arriva l’anno prossimo, il metrobus dove il ferro non arriva, il biglietto unico tra treno e autobus servono a questo. Nel fondo nazionale trasporti mancano 800 milioni e quasi tutte le città hanno tagliato corse: noi le abbiamo mantenute. Quando gli obiettivi sono chiari, i cittadini sanno cosa pretendere da noi. La riforma vera della città metropolitana si prepara così.
D. L’espressione “città progressista” viene più volte richiamata da lei quando parla di Bologna. Può definire cosa intende in particolare per “città progressista” e quali sono le azioni in campo che contribuiscono a rendere concreta e percepibile questa definizione?
R. Una città progressista è una città dove tutti possono vivere in modo dignitoso e sentirsi pienamente cittadini. Le grandi sfide di questo tempo si possono affrontare in modo classista o in modo progressista. Noi non vogliamo una Bologna a due velocità, dove solo i figli delle élite possono rimanere. Per questo abbiamo fatto investimenti senza precedenti sulla sanità territoriale, come le Case della Comunità di Savena e Santo Stefano, perché anche i più fragili si sentano accolti e seguiti. Per questo dico che il tram è importante: serve le periferie e ricuce una distanza dal centro che non è mai stata solo fisica. Città 30 è nata da una tragedia: una bambina travolta in via Azzurra, nel 2021, da un’auto che andava troppo forte. Da allora sento addosso la responsabilità di proteggere chi attraversa la strada anche fuori dal centro, dove il traffico corre. Siamo una comunità solo se ciascuno rinuncia a un pezzetto della propria libertà — che a volte è prepotenza — e si prende cura di chi gli sta accanto. E poi c’è il lavoro. Bologna è la grande città con il tasso di occupazione più alto, il 76,4%, davanti a Milano; la provincia è prima nel Paese. E la disoccupazione femminile è scesa in un anno dal 5,6% al 2,9%. Ma stipendi che non pagano l’affitto non sono emancipazione: non possiamo attrarre solo chi guadagna bene ed espellere gli altri. “Bologna ti sostiene” è un programma dedicato alle persone ed è progressista: con l’avanzo di bilancio sosteniamo chi lavora e rischia di scivolare indietro per una spesa imprevista: il credito di comunità, il sostegno agli studenti dell’università di Bologna, oltre 24 milioni sulla casa.
D. Viviamo in questa fase ulteriori motivi geopolitici per accelerare la transizione energetica non solo per rispondere alla crisi climatica ma anche per affrancarsi dalla dipendenza energetica dall’estero; nel contempo viviamo a livello locale diffuse resistenze alla necessità di infrastrutturare il territorio per produrre energia rinnovabile nella quantità che ci occorre (lo si sta vivendo anche riguardo alla discussione sulla legge regionale sulle aree idonee agli impianti Fonti Energie Rinnovabili FER). La città di Bologna ha assunto l’obiettivo ambizioso e sfidante di raggiungere la neutralità carbonica al 2030. E’ possibile tracciare un bilancio di quanto è stato avviato per questo obiettivo e di quanto ancora occorre fare?
R. Il bilancio c’è. L’Europa ci ha scelto tra le cento città che arriveranno per prime alla neutralità climatica, e noi abbiamo firmato un patto con imprese, università, sindacati e cittadini fatto di azioni concrete: il tram, l’efficientamento di scuole ed edifici pubblici, le comunità energetiche a partire dalle case popolari, gli accordi con le banche per aiutare famiglie e imprese a ristrutturare. E negli ultimi tre anni abbiamo imparato sulla nostra pelle cosa significa il disastro climatico: due alluvioni e ondate di calore. Per questo lavoriamo su mitigazione e adattamento insieme: non basta ricostruire gli argini caduti, bisogna decidere quali infrastrutture servono là dove vivono le persone. Sulle rinnovabili dico una cosa netta: prima riempiamo di pannelli tutti i tetti — a partire dalle scuole, che vanno anche raffrescate — poi parliamo di impianti a terra. Il suolo che abbiamo salvato dal cemento non va reso infertile dal fotovoltaico appoggiato nei campi: per un vantaggio di medio termine perderemmo la fertilità della terra. Resta il nodo delle risorse: le città da sole non ce la fanno, governo ed Europa devono fare la loro parte.
D. Cambiano gli strumenti interpretativi e molti sono i nuovi sistemi, a partire dall’Internet of Things (IoT) già in uso insieme all’Intelligenza Artificiale (l’IA) presso molte amministrazioni comunali. In particolare l’IA se usata convenientemente a supporto delle scelte, e non a definizione delle stesse (come del resto dovrebbe essere in tutti i campi), può esser di grande aiuto a partire dalla simulazione degli effetti delle trasformazioni sull’ambiente urbano, sul clima e sul consumo di suolo. L’IA può servire a ad analizzare in tempi brevi e a costi limitati grandi quantità di dati sugli andamenti demografici, sui consumi, sul traffico e sulla domanda di servizi e sulle esigenze della popolazione.
Bologna è fra le smart cities in Italia quella forse più avanti nell’uso di tali tecnologie.
Come lei pensa che debba differenziarsi e caratterizzarsi questo uso per contribuire direttamente a far prevalere l’interesse pubblico nelle scelte di pianificazione?
R. L’intelligenza artificiale ci serve per una cosa precisa: misurare gli effetti delle scelte prima di farle. Quanto traffico sposta una nuova linea, come cambia il microclima di una piazza, quanto suolo consuma un intervento: oggi possiamo saperlo prima, non scoprirlo dopo a spese dei cittadini. Bologna ospita il Tecnopolo e uno dei più grandi data center d’Europa: sarebbe strano non avere questa ambizione. Ma le scelte le fa la politica, non gli algoritmi. Per questo stiamo lavorando a un’intelligenza artificiale pubblica, in cui non entrano il mercato e i privati: i calcoli e le valutazioni che chiediamo a queste macchine devono restare nelle mani della collettività. E abbiamo fatto una scelta di trasparenza semplice: quando un atto del Comune è scritto con l’aiuto dell’IA, c’è scritto sopra, e la responsabilità resta sempre di una persona. La domanda vera non è tecnica ma politica: chi controlla questi strumenti? La mia risposta è: i cittadini.
D. Bologna ha una grande tradizione in materia di partecipazione di cittadini alle decisioni ed alla gestione della città, dalle consulte popolari cittadine di Giuseppe Dozza, ai quartieri suggeriti da Giuseppe Dossetti nel suo ”Libro bianco su Bologna” e sostenuti da tutte le amministrazioni che si sono succedute nel tempo. Nel dicembre 2025 la sua amministrazione ha attivato un percorso verso la nuova Riforma dei Quartieri che mette all’ordine del giorno il “metodo decisionale” per arrivare a scelte condivise. Le recenti tensioni tra Comitati dei cittadini e Comune sono parte della crisi partecipativa che viene denunciata e riconosciuta da molti. Serve probabilmente un nuovo equilibrio tra “democrazia rappresentativa” e “democrazia partecipata”. Come pensa di procedere lungo questo percorso e qual è il suo pensiero in merito?
R. Ci siamo candidati con un programma, lo abbiamo raccontato in campagna elettorale e siamo stati votati per realizzarlo: è il patto della democrazia rappresentativa, e non lo rinnego. Chi è eletto decide e risponde agli elettori. Detto questo, sulle scelte dei quartieri le occasioni di partecipazione non sono mancate. Quello che manca è un’altra cosa: la capacità di raggiungere chi non partecipa mai, non per disinteresse, ma perché è assorbito dalla vita — il lavoro, i figli, la fatica di arrivare a fine mese. Il tempo per occuparsi delle politiche della città è sempre meno: le istituzioni devono andare a cercare le persone, non aspettarle. Per questo stiamo lavorando alla riforma dei Quartieri e a un nuovo ruolo per chi, proprio lì, viene eletto. Io stesso, con la Giunta, porto periodicamente il mio ufficio nei quartieri. Il metodo è ascoltare prima di parlare: chi si sente ascoltato dà fiducia alle istituzioni. È la lezione delle consulte di Dozza e dei quartieri di Dossetti: quella tradizione non va custodita come una reliquia, va rinnovata. È quello che stiamo facendo con i patti di collaborazione e il bilancio partecipativo.

