Il Mediterraneo è oggi più che mai uno spazio geopolitico in costante evoluzione: un sistema dinamico e interrelato a una vasta congerie di fattori interni alla propria area geografica o a questa esterni. Tale complessità ha indotto a elaborare la visione strategica del Mediterraneo allargato, visione che tiene conto delle circostanze politiche, sociali, economiche, energetiche e logistiche che si verificano in aree esterne al bacino strettamente considerato, e segnatamente dal Golfo di Guinea al Golfo di Aden, o addirittura all’Oceano Indiano. Nonostante le forze che continuano a farne un vero crocevia politico, economico, militare e culturale globale, movimenti geopolitici in corso ed evoluzioni di altro genere, pongono provocatoriamente l’interrogativo se il Mediterraneo non rischi di ritrovarsi nuovamente “ristretto”, oppure relativamente isolato o emarginato rispetto alla centralità che ha sempre avuto nei traffici e nella politica.
Il Mediterraneo non è, e forse non è mai stato, un concetto geografico immobile, un mero spazio marittimo tra Europa, Africa e Asia; ora come in passato, è piuttosto un sistema complesso attraversato da storia, memoria, competizione e identità. Negli ultimi decenni, tuttavia, ha acquisito un crescente interesse per una serie di ragioni. Innanzitutto, il ritorno della competizione tra potenze globali: Stati Uniti, Russia, Cina, Turchia e Unione Europea si contendono influenza, risorse e accesso alle rotte marittime, ai giacimenti minerari, ai fondali. In secondo luogo, l’accentuata rilevanza economico-energetica: gas, petrolio, cavi sottomarini, porti strategici, infrastrutture digitali e logistiche, costituiscono nuovi temi sensibili e di valore strategico ulteriore rispetto alla mera navigazione. Infine, la dimensione migratoria e securitaria: dalla mobilità umana alla gestione delle crisi, dai flussi irregolari alle rotte umanitarie, il Mediterraneo si presenta come area altamente sensibile per il futuro dei paesi rivieraschi e dell’Europa. Il cambiamento climatico e le crisi ambientali, d’altra parte, introducono ulteriori elementi di complessità: il riscaldamento delle acque, la perdita di biodiversità, la competizione per l’acqua dolce, aprono sfide straordinarie per la stessa sostenibilità sociale ed economica, nonché per le condizioni di vita dei popoli. Tutto questo trasforma il Mediterraneo da luogo di prevalente transito marittimo e serbatoio di risorse ittiche, in un epicentro di trasformazioni globali, nonché in un test di carattere generale anche per altre aree marittime del mondo. Non è quindi per caso che l’antico mare nostrum dei Romani trova ora una nuova definizione strategica come Mediterraneo allargato, espressione entrata da tempo nel lessico militare e diplomatico italiano.
La tradizionale visione di un Mediterraneo concepito come lo spazio delimitato dalle coste che lo circondano, infatti, è ormai insufficiente per comprendere i processi globali di cui il bacino si trova al centro e che interferiscono sull’area. Parlare di Mediterraneo allargato significa invece introdurre una prospettiva strategica che estende l’area d’interesse dall’Atlantico occidentale, includendo Gibilterra e il Sahel, fino al Mar Rosso, al Golfo Persico, e in alcune analisi perfino all’Oceano Indiano. Questa espansione concettuale risponde a diversi fattori:
- L’interdipendenza energetica: i gasdotti e le infrastrutture che arrivano in Europa dal Medio Oriente e dall’Africa passano per il Mediterraneo, ma nascono altrove.
- Le nuove rotte globali: le vie che collegano Asia, Africa ed Europa vedono nei porti mediterranei terminali chiave.
- La rinnovata proiezione militare e diplomatica: le operazioni NATO, UE e nazionali non si limitano più alla linea costiera, né al bacino mediterraneo strettamente considerato in termini tradizionali.
- La regionalizzazione delle crisi: conflitti e crisi come quelli in Libia, Siria o Sahel, come pure il conflitto palestinese e le vicissitudini dello Yemen, non possono essere compresi come isolati in un singolo paese.
Il Mediterraneo allargato diventa allora un sistema geopolitico policentrico, uno spazio in cui interagiscono Nord e Sud, Est e Ovest, potenze marittime e terrestri, attori statuali e non statuali, fattori di diversa origine, categoria o provenienza.
Se il Mediterraneo allargato è una proiezione della competizione e dell’interdipendenza, le problematiche emerse nel Mar Rosso, nello stretto di Bab el-Mandeb e nello Yemen, rischiano di rendere il Mediterraneo nuovamente “ristretto” e aggirato dalle linee di navigazione che collegano l’Oceano Indiano con l’Atlantico. Possiamo considerare questo una provocazione, perché i temi economici e strategici di cui abbiamo detto restano sul piano globale, e proprio per questo meritano di essere intercettati; potrebbe emergere tuttavia il rischio di una nuova relativa emarginazione del Mediterraneo proprio a causa della sua globalità, considerato che crisi, conflitti, incidenti nel suo intorno, potrebbero limitarne le potenzialità di transito marittimo, portuale e commerciale fra due oceani. Questo riguarderebbe soprattutto la navigazione, ma certo inciderebbe anche su altri aspetti economici e strategici. Segnali in tal senso sono già attuali: i conflitti in corso nel Golfo di Aden, nel Mar Rosso, nel Medio Oriente, condizionano il passaggio dallo Stretto di Hormuz e soprattutto dallo Stretto di Bab el-Mandeb, penalizzando anche lo Stretto di Suez, con grave pregiudizio, fra l’altro, per l’economia egiziana.
Per l’Italia, soprattutto, si presenta quindi un tema di penalizzazione delle linee commerciali e dei porti, considerato che a seguito del complicato passaggio dal Mar Rosso, molte linee di navigazione sono o saranno indotte, come già avviene, a circumnavigare l’Africa e a privilegiare gli scali atlantici. La questione per l’Italia, quindi, non è tanto quella di essere staticamente al centro del Mediterraneo, ma quella di comprendere come si articoli dinamicamente la sua capacità di influenza nel Mediterraneo allargato. Gli ultimi anni hanno mostrato come seguire un Mediterraneo allargato richieda una diplomazia multilivello, una capacità di proiezione militare e navale, investimenti economici strutturali, partnership durature e affidabili. Facendo attenzione a evitare dispersione di risorse e a rendere effettive le necessarie politiche. In prospettiva più ampia, ma non lontanissima, bisogna anche tener presente la possibile concorrenza della regione artica. Gli sviluppi climatici in corso nel pianeta renderanno l’Artico molto più percorribile, sia in termini di navigazione che in termini di esplorazione e sfruttamento delle risorse. Se consideriamo anche le questioni strategiche che si concentreranno sulla regione, dobbiamo considerare il rischi di una generale competizione con il Mediterraneo in fatto di centralità strategica e geopolitica, oltre che in termini strettamente inerenti alla navigazione. Bisognerà pertanto evitare che Il Mediterraneo, nuovamente e provocatoriamente “ristretto”, torni a essere considerato nei meri confini fisici e culturali tradizionali, con riduzione delle politiche operative e sostanziale sudditanza rispetto a ciò che succede nel proprio intorno. Allargare il Mediterraneo deve essere un progetto permanente e sostenibile da declinare in attività regolari e politiche coerenti a una visione strategica illuminata.
Questo potrà essere realizzato continuando a migliorare e coordinare la capacità effettiva degli attori europei e regionali di incidere sulla stabilità del Golfo di Aden e del Mar Rosso.
Il Mediterraneo è infatti complesso e vulnerabile non solo per ragioni geografiche ed economiche, ma anche per la sovrapposizione di diversi livelli di competizione e di conflitto. La sua storia è fatta di scambi ma anche di conflitto: imperi, religioni, migrazioni, economie si sono scontrati nel corso dei secoli, pur generando commerci e scambi culturali e sociali. Il Mare nostrum non è mai stato semplicemente un ponte: è stato anche muro, confine, minaccia. Questa complessità oggi assume forme nuove: la rinnovata competizione tra potenze globali (USA e NATO in equilibrio con la Russia e con la crescente presenza cinese, il ruolo ambiguo e flessibile della Turchia, il ritorno del protagonismo arabo nel Golfo); stati fragili e conflitti irrisolti (Libia, Siria, Palestina, Israele, Libano, Sahel, Yemen); attori non statuali (milizie, gruppi terroristici, network criminali, trafficanti, compagnie militari private, lobbismi energetici e infrastrutturali); scontro tra modelli politici (democrazia liberale, autoritarismi moderni, teocrazie, regimi militari, democrazie illiberali). Il Mediterraneo, soprattutto nella versione allargata, appare così come un arcipelago di instabilità interconnesse, dove la sicurezza non è individuale ma condivisa: nessun paese, né europeo né africano, può garantirla da solo.
Nel Mediterraneo del XXI secolo, la competizione non è solo militare; è economica, digitale e infrastrutturale, e si gioca soprattutto sui seguenti assi strategici:
- energia: scoperte di giacimenti offshore in Egitto, Israele, Cipro, Grecia, Turchia, transizione energetica e idrogeno, controllo delle rotte e degli impianti;
- porti e logistica globale: porti container del Mediterraneo come snodi della catena logistica mondiale, presenza cinese tramite investimenti strategici, competizione tra porti, fra cui Trieste, Pireo, Tangeri, Marsiglia, Gioia Tauro, Valencia;
- tecnologie e cavi sottomarini: il 95% delle comunicazioni globali viaggia sotto il mare, rendendo il Mediterraneo una rete invisibile di fibra ottica e flussi di dati;
- acqua e cambiamento climatico: desertificazione, stress idrico e sicurezza alimentare possono diventare detonatori geopolitici;
- controllo delle rotte migratorie e umanitarie: i movimenti non sono emergenze temporanee, ma tendenze strutturali;
- zone economiche esclusive: molti paesi costieri hanno fissato unilateralmente ed estensivamente limiti delle proprie zone economiche esclusive che spesso rasentano le acque territoriali di altri paesi, rendendo necessaria e urgente un coordinamento per via pattizia al fine di evitare o prevenire sovrapposizioni e attriti.
Le circostanze descritte determinano particolari problemi per il nostro paese. L’Italia è spesso percepita come ponte naturale del Mediterraneo, ma questa definizione non è automaticamente un vantaggio geopolitico. Il posizionamento geografico è un potenziale potere, non un potere di per sé. La domanda vera è se l’Italia voglia essere un attore strategico o restare una mera piattaforma geografica. Per assumere un ruolo attivo, sarà necessario elaborare o potenziare una visione diplomatica coerente e continua, investimenti nel settore navale, cyber e infrastrutturale, politiche energetiche e industriali non contraddittorie, rafforzamento della cooperazione euro-mediterranea, comprensione culturale della regione, capacità di proiezione non solo militare, ma anche politica, a vasto raggio. Il concetto di Mediterraneo allargato si chiarisce allora non come una semplice estensione di confini, ma come una vera e propria visione politica.
Di fronte al tema che dà titolo a quest’articolo possiamo concludere che la dicotomia Mediterraneo allargato vs Mediterraneo ristretto non è un aut aut, ma un invito a pensare il Mediterraneo come spazio multilivello. Il mare non ha confini mentali e la nostra sicurezza sociale, politica ed economica dipende da regioni che sono ben oltre il classico orizzonte geografico. Il Mediterraneo, quindi, non è solo una geografia: è una traiettoria politica. Non è una semplice carta nautica: è una rete di relazioni. Non è uno spazio fisso: è uno specchio del mondo. Se vogliamo che il Mediterraneo proietti nel futuro il grande ruolo che ha storicamente avuto nella Storia, dobbiamo pensarlo come laboratorio di cooperazione innovativa, non solo come campo di conflitto.
Anche tenendo conto di una riflessione di Fernand Braudel: “Il Mediterraneo non è un mare: è mille cose insieme. Non un paesaggio ma molteplici paesaggi. Non una civiltà ma una serie di civiltà sovrapposte.”
È necessario accettare questa molteplicità senza semplificarla, trasformandola in una risorsa politica e culturale per il nostro paese, per l’Europa e per il mondo che verrà, soprattutto alla luce delle ultime evoluzioni della politica globale.
Il sostanziale abbandono dell’Europa da parte di quello che fu il suo più grande alleato, infatti, e in attesa delle auspicate trasformazioni che questo indurrà nella costruzione di un’Europa autenticamente coesa e integrata, sarebbe bene che i paesi europei mediterranei cominciassero sin d’ora a occuparsi con maggior concretezza di un’area da cui dipende, forse più che altrove, la nostra esistenza e il nostro benessere. Spagna, Francia, Italia e Grecia, con l’aggiunta del Portogallo e, perché no, della Turchia, potrebbero metabolizzare in un quadro di cooperazione e sicurezza tutte le problematiche sopra indicate, condividendole con i paesi della sponda sud del bacino, al fine di prevenire i conflitti, eliminare gli attriti, regolarne insieme i processi, e metter fine alle situazioni di instabilità.

